Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Norah's den di Sara Patané

La libertà.

Non è facile definire un concetto talmente soggettivo. Tutto dipende dalla persona che la desidera, e ovviamente dalla situazione in cui si trova, o in cui si è trovata per tutta la vita. Per qualcuno vorrà dire correre in mutande su un altopiano, in cima al mondo, per qualcun altro potrebbe essere anche solo fumare una sigaretta in un cortile di un carcere, con l'opportunità di vedere il sole.

Ci si abitua davvero a qualsiasi cosa, soprattutto se quella abitudine è sempre stata tale. Perché un bambino è così influenzabile, non trovate? Ditegli che dietro alla cascata c’è un villaggio di folletti e i suoi occhioni si spalancheranno. Ditegli che il cielo è solo un ricordo e piangerà, ma poi vi si abituerà. E la libertà si ridimensionerà nella sua mente, come l’acqua che in un bicchiere ne prende la forma.

Per me la libertà era sempre stata rappresentata da una penna e un alfabeto dalle migliaia di combinazioni, accompagnati da un solo, fugace sguardo verso quella cascata che accarezzava quella roccia scoscesa, che si stendeva fino al soffitto della grotta.

Ma davvero era giusto che fosse così?

Io credevo di sì, ma non tutto ciò in cui si crede è vero.

L’ho imparato a mie spese.

 

                                                                             *

 

In molti conoscono la mia storia, ma quasi nessuno l’ha mai sentita narrare per intero, e sono qui per questo. Dopotutto, scrittori si nasce e scrittori si muore, giusto? Così ho sempre pensato che fosse, e questa è una delle poche cose che mi hanno insegnato che ho accertato essere reale.

La mia storia, quella che mi ha resa chi sono, inizia durante una giornata piuttosto normale, o almeno normale per un abitante di Shelter.

Ero proprio sotto quelle pareti di roccia mentre pensavo alla libertà. Non avevo pensieri a preoccuparmi. Sapevo qual era il mio ruolo, sapevo che cosa avrei dovuto fare quel giorno, e il giorno dopo ancora. So che sembrerà strano, ma a me piaceva. Ero…felice. Strano a dirsi, lo so. Probabilmente tutti pensano che io sia pazza, o che lo fossi allora, ma io ero davvero felice. Dopotutto lo si sa: meno si conosce e più si è spensierati nella propria bolla di vetro intoccabile da rumori e da tempeste. Avevo delle certezze, ed erano dannatamente invitanti, lo sono tuttora. Se qualcuno mi offrisse la possibilità di tornare indietro, ed essere così inconsapevole, forse la accetterei. Ma so anche per certo che rifarei tutto da capo.

Sapevo allora come so adesso che, per quanto si possa essere felici nella più profonda ignoranza, è sempre meglio poter guardare l’uragano che si avvicina piuttosto che sentirlo bussare alla tua porta senza preavviso.

Ma il punto è che io ero felice.

Sorridevo mentre scrivevo con il quaderno del lavoro appoggiato sulle ginocchia, che tenevo raccolte al petto. Stavo sempre così, nonostante dopo un po’ mi dolesse il fondoschiena. Eppure l’ispirazione arrivava solo quando ero scomoda, chissà per quale motivo. Stare seduta a una scrivania? Neanche per sogno!

Troppo facile. E scrivere una storia interessante non può essere facile, nonostante a me fosse sempre riuscito molto naturale, fin troppo.

Era un dono ereditario, che derivava da mia nonna, Aira Antelope. Cognome particolare, vero? Per noi non lo era. Il motto di Shelter era “scegli chi sei”, piuttosto ironico per una società in cui ognuno svolgeva il lavoro del proprio padre o della propria madre. Eppure sulla questione del cognome non si sono mai smentiti: ognuno era libero di sceglierlo, di essere unico. Questo avveniva alla Cerimonia dei Vent’anni, passaggio dall’età Infantile a quella Matura.

E mia nonna, durante la sua, aveva scelto l’animale simbolo di forza interiore, saggezza e ispirazione, tutto ciò che definiva la donna meravigliosa che era.

Shelter aveva tanti motti e tanti punti fermi, ma solo uno derivava dalle sue origini e non era mai cambiato, neanche dopo l’Anno del Terrore del 1971: la società era basata su scienza, tecnologia e progresso. La parola “Progresso” era la prima che ogni bambino di Shelter imparasse a pronunciare, l’unico obiettivo che ogni studente e ogni lavoratore si prefiggesse. Scienza e tecnologia erano la nostra unica religione, e la logica l’unico metodo di apprendimento e valutazione.

Chi cercava nella sua vita qualcosa di diverso dalla ricerca e dalla scoperta non veniva visto bene. Io ero ovviamente tra quelli.

Shelter. Rifugio. Questo era, e questo era sempre stato. Una caverna tanto ampia che dalla cascata era impossibile vedere le persone che si incamminavano sulla diga, per non parlare di coloro che durante le pause si aggiravano per le balconate dell’Ancient Palace, il Palazzo Antico, chiamato così perché primo edificio costruito. Pensato inizialmente per essere l’unico grande condominio di Shelter, era divenuto poi centro del potere e sede dei laboratori di ricerca e della famiglia Leader di Shelter, i ChosenOne, o Prescelti, unici a non cambiare mai il cognome, per fedeltà verso il primo dei Leader, William ChosenOne, padre del Leader del ventunesimo secolo, Noah, di ormai più di sessant’anni. William era il fondatore della Nuova Shelter, e nel 1971, come a scuola nessuno mancava mai di ricordare, aveva dato il via agli Anni del Ritorno al Progresso, un periodo particolarmente luminoso, si fa per dire, interrotto bruscamente nel 1989, con l’Anno dei Morti, quando un’epidemia sconosciuta si era diffusa nella popolazione e aveva sterminato un suo ventesimo.

Shelter aveva la sua storia ricca di tragedie e nuove scoperte, una storia iniziata nel 1945, più precisamente ad aprile, mese da cui proviene il mio nome, April. Sulla Terra, in superficie, si stava scatenando una guerra da anni, dal 1939 con più precisione. Gli Stati Uniti avviarono un programma di ricerca su larga scala, il Progetto Manhattan, che coinvolse un centinaio di migliaia di persone. Lo scopo di questo progetto era lo sviluppo di armi militari più avanzate rispetto a quelle dei nemici, e fu questo a dar vita alla bomba atomica. A ottobre del 1944, nella nuova cittadina di Oak Ridge (nata dal progetto), nel Tennessee, uno studioso, analizzando il terreno lì vicino con dei radar, si accorse di un’anomalia a circa 200 metri di profondità. Vennero organizzate delle spedizioni, e si scoprì un’enorme caverna ricca di ossigeno. Al tempo gli scienziati non riuscirono a spiegarsi il perché della presenza di quell’elemento, e fu solo anni dopo che a Shelter si scoprì dell’esistenza dei cianobatteri, organismi in grado di effettuare la fotosintesi, in questo caso anche in assenza di luce solare.

Mesi dopo, alcuni dipendenti del progetto, consapevoli dell’arma letale che avevano contribuito a realizzare, iniziarono a temerne le conseguenze. A gennaio del 1945 erano già centosette le persone coinvolte nel nuovo progetto segreto, il Progetto Shelter. Nel giro di quattro mesi, le adesioni erano aumentate a 162, e la caverna era stata preparata per ospitare i dipendenti che avevano contribuito insieme alle loro famiglie. Ad aprile, quasi 2500 persone, accompagnate da un centinaio tra galli e galline e una cinquantina di mucche e tori, iniziarono la loro nuova vita, dicendo addio per sempre al sole, con l’unica promessa di diventare nel giro di poco tempo tutto ciò che restava dell’umanità.

Settantaquattro anni dopo, eccoci ancora vivi e vegeti, felici di comportarci come scarafaggi in vista di un futuro migliore anche se molto, molto lontano.

A quasi vent’anni di vita, non avevo mai visto il sole se non in fotografia o in un disegno, in uno dei libri della sezione sconsigliata della biblioteca all’Ancient Palace, eppure ero spensierata, e ogni mattina, sollevando lo sguardo verso il soffitto della caverna, che all’orario dell’alba veniva illuminato da lampade che captavano la luce esterna, sorridevo in vista di un nuovo giorno.  Scendendo nella caverna, gli antenati di Shelter sapevano perfettamente che senza piante non sarebbero sopravvissuti a lungo, sia per carenza di ossigeno -che non bastava per una popolazione tanto estesa- che per le sostanze nutritive che da loro derivavano. Per questo, durante la preparazione del rifugio, una fessura del diametro di una ventina di centimetri era stata scavata e fortificata in ferro, coperta da uno spesso strato di plexiglass che avrebbe protetto la popolazione dalle future radiazioni nucleari ma non da quelle che costituivano la luce solare e che venivano captate dalla clorofilla presente nelle piante. Tutto fin troppo scientifico, non pensate anche voi?

Comunque, quella fessura era l’unica nostra fonte di luce naturale, ma il tubo era talmente lungo e stretto da non permettere all’occhio umano di vedere l’azzurro del cielo. Per questo, nonostante ci avessi provato infinite volte, tutto ciò che osservavo ponendomi al centro della serra, costruita nell’intersezione tra le ortogonali della grotta, era luce accecante e irraggiungibile.

Shelter era…semplicemente un posto unico e meraviglioso.

Ma rimaneva un rifugio, una gabbia che con la scusa di proteggere era diventata la nostra casa e tutto ciò che la maggior parte della popolazione nel 2019 conoscesse. Il numero di persone prima della Nuova Shelter era aumentato, e i viveri avevano iniziato sempre di più a mancare, così come l’acqua, che all’inizio abbondava, ma che per così tante bocche da dissetare aveva iniziato a scarseggiare. Quando William ChosenOne aveva preso il controllo di Shelter, la prima cosa che aveva fatto era stata cercare altre fonti d’acqua, e così aveva fatto: tempo cinque mesi e gli uomini partiti per le spedizioni iniziarono a scavare un tunnel fino a una falda acquifera sotterranea, quindi protetta dalle radiazioni, e così nacque la meravigliosa cascata che accompagnava le mie giornate.

Accovacciata con il mio quaderno del lavoro stretto al petto, osservavo l’acqua cristallina scorrere a meno di un metro da me. Io e Matthew, il mio migliore (e unico) amico, eravamo riusciti a compiere l’impossibile: trovare un rifugio all’interno di un rifugio.

Non essendo una cascata naturale, la roccia non aveva ancora fatto in tempo a consumarsi sotto la continua pressione dell’acqua, così c’erano diverse parti sporgenti e rientranti che si nascondevano sotto al suo velo. Ed era proprio all’interno di una di queste rientranze che ci incontravamo sempre io e Matt, e dove io scrivevo.

La mia routine era piuttosto monotona, come anche quella degli altri lavoratori di Shelter, ma l’unica differenza tra me e loro era che io nella monotonia potevo viaggiare con l’immaginazione e, soprattutto, per ottenere il materiale necessario per dei buoni articoli giornalieri, mi spostavo continuamente e tendevo ad “ascoltare” (in realtà origliare) conversazioni e gossip spifferati tra le mura dei laboratori e delle case, con la scusa di consegnare i giornali. La consegna era, in un certo senso, il mio modo per raccogliere informazioni. Ed ecco una delle tre ragioni per cui nessuno, e dico nessuno, a parte Matt e mia nonna, mi sopportava a Shelter. La seconda era in parte colpa mia, ovvero il lavoro che svolgevo: tutti lo consideravano uno spreco di materiale e di forza-lavoro, nonché unica eccezione in un mondo volto alla praticità e alla ricerca. Ma, nonostante quello che pensavano, il mio era un mestiere voluto dai piani alti, e molto utile per la divulgazione scientifica, ed era anche l’unica fonte di distrazione. Spesso la gente si complimentava con me per i racconti che allegavo ogni volta ai giornali, ma anche se probabilmente in privato le persone mi avrebbero anche accettata, in pubblico non potevano permettersi il lusso di ammettere che trovavano sollievo nell’immaginazione.

Giungendo all’ultima delle motivazioni, avevo un grande difetto ereditario, che purtroppo non potevo cancellare: la mia etnia. Ero, insieme a mia nonna, mio zio e mia cugina, l’unica con lineamenti asiatici, più precisamente giapponesi. La famiglia di mia nonna era migrata negli Stati Uniti nei primi anni del Novecento, e poi aveva preso parte al progetto Manhattan, gestito per la maggior parte da americani e latino americani o ispanici. E la popolazione giapponese che aveva preso parte al progetto Shelter si riduceva a…la famiglia di mia nonna, che all’epoca aveva solo sei anni.

Gli occhi di mia nonna erano diventati la mia unica finestra sul cielo e sul mondo esterno, ricordi molto confusi ma pur sempre preziosi. E partendo da quell’indefinita immagine carpita da fotografie, disegni, e parole sussurrate prima di andare a dormire, io iniziavo a sognare, immaginando di sentire il vento, quello reale, e di percepire il calore del sole sul viso…sentire il verso dal vivo di qualche animale che non fosse una mucca o una gallina.

Avevo molta ispirazione quel giorno, ogni tanto capitava, senza un motivo, o almeno non un motivo di cui fossi a conoscenza. So solo che iniziavo a scrivere e non riuscivo a fermarmi. Quando succedeva così, era un grosso problema tessere racconti per il pubblico. Dovevo raccogliere il mio diario e far scorrere i pensieri e le sensazioni attraverso personaggi e luoghi sconosciuti, la mia mente diventava un fiume in piena, le sponde inondate erano le pagine di quel quaderno. Ogni tanto dovevo chiedere nel reparto allevamento, dove lavorava mia cugina Keira, qualche foglio extra; era lei a fabbricare la carta, insieme a suo padre, ovvero mio zio. Keira era figlia unica, come me, per questo aveva dovuto scegliere uno dei lavori dei suoi genitori. Sua madre era un medico, suo padre invece fabbricava carta partendo dalla cellulosa presente nelle feci degli animali. Tutti si erano chiesti perché mai scegliere un lavoro del genere quando poteva diventare medico, soprattutto quando sua madre era stata la prima donna a poterlo fare; le maggiori ipotesi erano che fosse troppo scansafatiche per studiare così tanto e soprattutto per svolgere un mestiere così impegnativo, ma io credevo che ci fosse dell’altro, solo che non sapevo cosa.

Misi giù il mio diario e presi il quaderno, imponendomi di concentrarmi sul racconto umoristico che dovevo allegare per il giorno dopo.  Una delle classiche storie su personaggi inventati all’interno di Shelter, che si comportavano come cittadini di Shelter. La gente amava quelle storie. Avevo avviato varie serie, in modo da non dovermi inventare un personaggio o più al giorno, ma anche facendo sì che ce ne fossero tanti su filoni narrativi diversi. Avevo una serie per ogni genere, tranne quello fantastico e di fantascienza, che tenevo per me, nel mio diario. Avevo delle regole che mi erano state impartite fin da quando avevo dodici anni, e avevo dovuto subentrare al ruolo di mia madre, visto che ormai erano nove anni che a Shelter non c’erano più scrittori, dopo la sua morte avvenuta nel 2002 insieme a quella di mio padre. Le regole erano semplici, ma ferree: non ambientare i racconti in superficie, non creare personaggi troppo strani, creali più simili possibile a un tipico cittadino di Shelter, niente ribellioni, non avrebbe senso verso un sistema che funziona bene e potresti alimentare qualche rivolta insensata, non distaccarti mai troppo dalla realtà, non parlare troppo di storia, ambienta nel presente, non nominare mai una persona reale a meno che non sia il Leader, e ovviamente non a scopo umoristico…e altre. Elencandole in questo modo potrebbe sembrare che fossero tante e difficili da seguire alla lettera, ma io ero talmente abituata a rispettarle che non ci facevo neanche caso.

Per questo, sul diario iniziai a tracciare la caricatura del signor LionHeart, CuordiLeone, il mio vicino di casa, e ci scrissi di fianco “Mr. BigMustache”, signor GrossiBaffi. La serie di Mr. BigMustache piaceva tanto alle persone, e quasi nessuno, tranne forse mia nonna, sapeva che mi ero ispirata al signor LionHeart, il tizio più in carne di Shelter (il cibo era razionato quindi era difficile trovare qualcuno tanto in sovrappeso), nonché nostro vicino di casa. Era un signore di quarant’anni, e oltre alla peculiarità della pancia sporgente aveva anche due grossi baffi di cui andava molto fiero, motivo del nome del suo alter ego. Mr. BigMustache era molto simpatico e maldestro. Ogni episodio della sua storia era incentrato su lui che inciampava o combinava qualche disastro, come era solito fare il vero signor LionHeart, e che per sbaglio scopriva qualcosa di nuovo o inventava qualcosa di utile. Ovviamente, non essendo una scienziata, evitavo di formulare ipotesi su qualcosa di tecnico o sulla ricerca, per questo in pratica avevo raccolto tutte le innovazioni che erano avvenute dal 1945 al 2019 e davo il merito della loro scoperta a Mr. BigMustache. Per esempio, una volta doveva concimare un pezzo di terra ma si era addormentato e aveva lasciato il letame sotto le lampade, ed ecco che, svegliandosi all’urlo del suo capo si era svegliato di soprassalto e aveva appiattito le feci secche con il sedere: ed ecco la carta ecologica. Ovviamente venivo spesso criticata (razza di ignorante, le feci non si fanno seccare, si devono far bollire!), ma per fortuna gli abitanti di Shelter avevano l’abitudine di conoscere nello specifico solo il loro lavoro e non molto di più al di là di quello che dovevano fare, quindi solo gli esperti si permettevano di cercarmi per le vie e rimarcare che ero un’ignorante.

Eppure uno dei motivi per cui amavo il mio lavoro era che potevo sapere tutto, partendo dalle basi. Mi autodefinivo (mentalmente, per non essere assalita) “colei che non ha studiato niente ma che conosce di più”, una sorta di saggio del villaggio. Vedevo questa figura soprattutto in mia nonna, la persona più saggia che conoscessi. Volevo diventare come lei.

Mi dovevo concentrare, così presi un bel respiro, afferrai il quaderno del lavoro e mi rannicchiai ancora di più per averlo a due millimetri dal viso. A volte mi piaceva immaginare di poter entrare nel foglio e poter scrivere la mia storia, vivendola allo stesso tempo.

Iniziai.

 

Mr. BigMustache era felice quel giorno, davvero felice…

Era un giorno felice per Mr. BigMustache. In realtà, era sempre felice, ma quel giorno particolarmente. Per quale motivo? Semplice: era la seconda settimana di fila che lavorava nel reparto virologia, il che voleva dire che non era stato ancora licenziato!

 

«Buongiorno!»

Il quaderno cadde per terra.

«Matt! Non devi comparire sempre all’improvviso!» esclamai, anche se un sorriso mi era già affiorato alle labbra. Succedeva sempre quando il mio migliore amico arrivava. Circa due anni prima mi ero presa una cotta per lui, glielo avevo detto e lui non mi aveva parlato per giorni, imbarazzato. Così avevo semplicemente ignorato la cosa e dopo un po’ eravamo tornati amici come prima. Ora era come se niente fosse successo.

«E tu lo sai che non ti ascolto mai» Matthew entrò con un balzo nella minuscola grotta e si sedette di fronte a me. Indossava un paio di pantaloni bianchi, di quelli che abbinavano nei laboratori con il camice, e una delle sue magliette sintetiche rosse. Il rosso era il suo colore preferito, e lo esibiva quasi sempre. Non che avesse molte possibilità di scelta: nonostante fosse il figlio del Leader, Matthew era comunque un abitante di Shelter, e gli abitanti di Shelter raramente possedevano più di due o tre magliette.

Come gli hobby, anche i vestiti e i capelli dovevano rispettare la regola dell’essenzialità. I capelli erano uno dei metodi migliori per capire a che livello di obbedienza fosse una persona. I più obbedienti, che erano anche coloro che abitavano più lontani dalla cascata e che quindi erano più vicini all’Ancient Palace e che soffrivano meno dell’inquinamento acustico provocato dalle grandi quantità d’acqua che colpivano il pavimento a ogni ora del giorno e della notte, avevano spesso il taglio di capelli più corto, sia che fossero uomini sia che fossero donne. Più il lavoro diventava meno “rispettabile” più i metri di distanza dalla diga e dall’Ancient Palace aumentavano e meno caso si faceva alla lunghezza dei capelli. Lo si poteva ben notare da me e Matt. Lui con un rigoroso taglio militare, io con morbidi e lisci ciuffi scuri che scivolavano fino alla vita, e che raccoglievo in due codini (in questo modo potevo dire che erano legati anche se erano praticamente sciolti) che tenevo sempre sulle spalle, in modo che incorniciassero il viso. Avevo preso questa pettinatura dalla foto della mia bisnonna, l’unica che mia nonna avesse conservato, poco prima che il progetto Shelter venisse attuato.

Feci la linguaccia.

Matt si sporse verso di me e lesse il nome sul quaderno.

«Oh no, ancora Mr. BigMustache?» arricciò il naso. «Non è il mio preferito dei tuoi».

Scrollai le spalle. «Neanche il mio, ma al pubblico piace».

«E quale pubblico!» con un balzo Matt si mise in ginocchio e allargò le braccia, come se fosse di fronte a una folla invece che dentro a una grotta con me. «Se gli stampassi tutti i giorni una tavola periodica ti apprezzerebbero allo stesso modo, anche di più» si risedette e si passò una mano tra i capelli. «La loro creatività si esaurisce quando cambiano colore della penna per scrivere i titoli di una ricerca».

Ridacchiai e ripresi il diario. Solo Matt era a conoscenza della sua esistenza. Era nella grotta che lo nascondevo, per non rischiare che lo trovasse mia nonna o, peggio, qualche ospite. Essendo la migliore amica di suo figlio, capitava che il Leader si riducesse a cenare a casa nostra, sulla riva del piccolo lago artificiale, a ridosso delle cascate, ogni tanto, per questo dovevo stare molto attenta.

Matt non era ferreo come suo padre con le regole, e speravo che ciò non cambiasse, neanche quella sera, quando alla sua Cerimonia dei Vent’anni avrebbe scelto il suo cognome, sicuramente ChosenOne, e sarebbe entrato in politica a fianco di suo padre. Non che ci fosse molta politica a Shelter, almeno non da quando era stata istituita la Nuova Shelter, nel 1971. Sembrava che tutti fossero felici di essere guidati dal Leader insieme a dieci altri membri che venivano scelti annualmente dalla popolazione, anche se erano sempre ricercatori, al massimo uno o due tecnici per far capire che tutti erano rappresentati. Ma dopotutto, essendo probabilmente l’unica popolazione salvatasi dalla guerra nucleare, non c’erano problemi di politica estera, tutto ciò di cui i capi dovevano preoccuparsi era che tutti avessero i viveri e che ognuno svolgesse il proprio lavoro.

Guardai bene Matt, che sembrava piuttosto tranquillo. Non gli avevo mai chiesto se fosse felice della sua promozione a Leader Junior, ma nessuno lo chiedeva mai, a Shelter. Tutti sapevano quale sarebbe stato il loro mestiere da quando erano nati, a meno che non fossero figli unici, in quel caso avevano doppia scelta. Il problema era che la madre di Matt, nonostante lui fosse figlio unico, era impazzita e morta quasi nello stesso periodo dei miei genitori, per questo sarebbe stato uno scandalo se lui avesse seguito le sue orme, lavorando nella serra come agricoltore, invece di diventare Leader come suo padre.

E, al contrario di tutti, lui non poteva scegliere neanche il suo cognome.

«Tutto bene?» domandai, notando che il suo sguardo si era perso nel vuoto. Lui si riscosse dai suoi pensieri e mi lanciò un’occhiata curiosa.

«Sì, perché non dovrebbe?»

«Sei silenzioso» risposi, disegnando sul diario la caricatura di mia cugina. Matt si tolse le scarpe e mise le sue calze sudicie sul mio quaderno. «Leva quei piedi puzzolenti!» esclamai, scostando il diario.

«Lo sai che se Keira vedesse i tuoi disegni prenderebbe il tuo prezioso diario e lo lancerebbe giù dalla cascata, vero?»

«Beh, se dovesse farlo, saprei chi avrebbe fatto la spia e in quel caso tu lo seguiresti dopo poco» mi rimisi a disegnare.

«Mancano meno di due mesi alla tua Cerimonia» osservò Matt dopo un po’, accavallando le gambe e tenendo i piedi sulla roccia di fianco a me. Era troppo alto per stare con le gambe distese nella grotta. «Non sei nervosa?»

Lo osservai bene. I suoi occhi verdi brillavano, si intuiva che era teso.

«Io lavoro da anni ormai, per me è solo una scelta del cognome» risposi, mollando giù la penna.

«Per te non è neanche quello. Sai benissimo che cosa farai…a meno che tu non scelga qualcosa di diverso da quello che tutti pensano…è così?»

Matt esitò, poi scosse la testa. «Non sono il tipo che si ribella o cose simili».

«Vero» abbozzai un sorriso. «Ti ricordi quella volta in cui a scuola hai copiato una verifica e poi lo hai detto all’insegnante?»

Matt alzò gli occhi al cielo e lanciò una delle sue scarpe contro la parete rocciosa.

«Avevo sette anni!»

«Questo non cambia il fatto che sei e sarai sempre uno che rispetta le regole!»

Matt finse un’espressione offesa, poi si sporse e io pensai che stesse per abbracciarmi, invece raccolse la penna che avevo lasciato per terra e tracciò sulla roccia un sole stilizzato. A scuola ci proibivano di disegnarlo, anche se non sapevamo perché. Pensare troppo al cielo era sbagliato, ma nessuno ci aveva mai impedito di illustrare una luna o una nuvola.

«Sei proprio un delinquente» commentai, fingendomi scioccata, e lui si inchinò.

«Me lo dicono sempre» si soffiò via dalla fronte un ciuffo immaginario.

Il rumore dell’acqua che colpiva la roccia riempiva il nostro silenzio. Noi non parlavamo molto, ma non ci serviva: eravamo cresciuti insieme, e questo ci bastava per capire che cosa pensavamo.

Erano le tre del pomeriggio, le ore erano scandite da un grosso orologio posto sulla cima dell’Ancient Palace, che rispetto alla grotta in cui ci trovavamo, oltre il velo dell’acqua, era proprio di fronte. Alle sei sarebbe iniziata la Cerimonia di Matt. Nonostante Noah ChosenOne tenesse molto all’uguaglianza e alle pari opportunità, sapevo che la Cerimonia di suo figlio sarebbe stata molto più sontuosa rispetto alle altre, e a me andava bene così. Matt se lo meritava.

Mi resi conto che lo stavo osservando, perché lui mi lanciò un’occhiata interrogativa. Distolsi lo sguardo e presi un bel respiro, inconsapevole di quanto quella sera avrebbe cambiato il resto non solo della mia vita, ma di quella di tutti.

 

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