Capitolo 18
Continuavo a rimuginare sull’ultima riunione segreta con il gruppo di Keira.
Mi ritornava in mente anche la figura di Harry che ballava felice, credendo che di lì a poco o lui o il suo gemello sarebbero stati liberi.
Io avevo avuto l’occasione di dire a tutti loro come scappare, e non l’avevo colta.
Nonostante ambissi ancora a uscire durante il Grande Black-Out, sapevo che le possibilità ormai erano remote, molto remote. Nessuno mi avrebbe tirata fuori di lì, anche perché sicuramente Noah aveva detto che ero morta cadendo da quella roccia. Avevo perso del sangue, quindi qualcun poteva averlo pensato in quel caos.
Speravo vivamente che mia cugina non si mettesse nei guai per questo. Lo speravo davvero.
Mi scervellavo alla ricerca di un modo di far arrivare a loro un messaggio. Volevo fargli capire come uscire, ma come?
Un modo poteva essere entrare nell’ufficio del Leader, ma c’erano le telecamere e qualcuno li avrebbe visti. Eppure non c’erano alternative.
Continuavo a chiedermi come fare per far arrivare loro il messaggio, quando il decimo giorno, a poche ore dal mio ventesimo compleanno, Noah in persona non giunse a Norah’s Den.
Io credetti di star sognando all’inizio. Spesso lo vedevo mentre dormivo, e spesso mentre dormivo lo immaginavo mentre un’ascia gli cadeva in testa. Nessuna ascia quel giorno, però.
«April» mi salutò come se ci fossimo visti per pranzo.
Io cercai di darmi un contegno, mi lisciai i capelli sudici con le dita e raddrizzai la schiena, ma non riuscivo ad alzarmi.
«Cosa vuoi?»
Notai che il Leader stava lanciando sguardi alla cella a fianco alla mia, ma Opal a quell’ora stava dormendo.
«Domani c’è la tua Cerimonia» annunciò all’improvviso, ed io sgranai gli occhi.
«Stai scherzando» risposi, tagliente.
«Affatto» lui si accucciò per stare all’altezza del mio viso. I suoi occhi erano crudeli. Non li avevo mai visti così crudeli.
«Credevo avessi detto che ero morta» volevo rendere la mia voce dura e sicura, invece sembravo ancora una bambina impaurita.
«Non voglio renderti una martire» qualcuno lo raggiunse, due uomini del consiglio. «Tu smentirai tutto quello che pensi di sapere. Dirai che eri in un brutto periodo e che hai confuso la tua immaginazione con la realtà».
Io scossi la testa.
«Perché dovrei farlo?»
«Perché se non lo fai ti uccido sul serio» mi puntò le chiavi addosso. «E se dici qualcosa di sbagliato alla Cerimonia rinchiudo tua cugina, i tuoi zii e anche qualcuno dei tuoi amici».
Fece un gran sorriso.
«Chiaro?»
Io mi limitai a fissarlo.
L’unico pensiero che avevo in testa era che prima o poi lo avrei ucciso.
Lui interpretò il mio silenzio come assenso. Sì alzò e vidi la luce della sua candela dirigersi verso la cella della moglie.
«Opal» mormorò in un modo che mi fece venire i brividi. Sembrava che la stesse riscuotendo dal sonno in un morbido letto, alla luce dell’alba. «Tesoro» mormorò. Lei mugugnò.
I membri del consiglio aprirono la sua cella.
«Mi dispiace, tesoro mio» il Leader sembrava davvero dispiaciuto. «Matt sa tutto» disse «o quasi» aggiunse. «Non può sapere di te».
Mi resi conto troppo tardi di quello che intendeva con quella frase, anche se non avrei potuto comunque fare niente per aiutarla.
Opal emise un debole gridolino straziato prima che il Leader entrasse nella sua cella velocemente. Udii un tonfo. Strillai e mi lanciai contro le sbarre.
«No! Lasciala stare! Bastardo!»
Il Leader uscì velocemente dalla cella e fece richiudere le sbarre, mentre io mi dimenavo contro il ferro, producendo solo un rumore assordante e riempiendolo di insulti. Mi si avvicinò, si accucciò di nuovo e io tentai di graffiargli la faccia, ma lui si ritrasse rapidamente. Una lacrima solitaria gli danzava sulla guancia.
Mi afferrò i capelli e mi strattonò attraverso le sbarre.
«Stammi a sentire» mormorò. «Chiudi la bocca o sarai la prossima».
Mi spinse e io caddi sul pavimento di schiena, mentre i due membri del consiglio entravano e mi prendevano uno per un braccio e uno per l’altro. Noah si sistemò le maniche e si incamminò. Mi bendarono gli occhi affinché non potessi trovare la via d’uscita neanche se fossi riuscita a scappare.
*
Uscii che ovviamente era notte, e fui subito trascinata all’Ancient Palace. Mi tolsero la benda solo quando fummo sulle rive del Little Lake, ma avevo intuito che l’entrata per Norah’s Den doveva essere per una porta nascosta nel fiumiciattolo che usciva dalla diga. Quando la porta si apriva, il flusso d’acqua si interrompeva temporaneamente.
Fu la prima volta che entrai nelle stanze del Leader.
Trovavo strano che per accedervi si dovesse diventare o il miglior collaboratore o il peggio nemico di Noah.
Mi ero immaginata un appartamento vasto e lussuoso, ma ciò che trovai andò oltre le aspettative.
Una vetrata si apriva su tutta la balconata, in modo che la luce non mancasse mai.
Lampade molto moderne ricoprivano tutta la sala e le stanze adiacenti, che però non mi fu permesso di vedere. La sala stessa era grande come quattro appartamenti di Shelter.
Un lungo divano ricopriva una porzione di parete, di fronte alla vetrata, e un tavolo elegante in pietra levigata ospitava i rimanenti membri del consiglio, compreso Matt. Era pieno di cibi che non avevo mai visto, elaborati e dall’aspetto invitante.
In una situazione normale avrei fissato il mio ex migliore amico con astio, ma ero talmente debole che tutto ciò a cui riuscivo a pensare erano i piatti posti sul tavolo. I due membri del consiglio mi stavano reggendo, perché in piedi da sola non riuscivo a starci.
Matt mi fissò, e fui felice di notare la sua reazione scioccata al mio aspetto orribile.
Forse suo padre non gli aveva raccontato proprio tutta la verità.
«Sei sicuro che sia una buona idea?» domandò la signora Rationality. «Le dai troppo potere così. Una frase di troppo e siamo fottuti».
La signora Rationality aveva paura del potere che potevo avere sulle persone.
Le parole fanno più eco degli spari.
Mi stava tornando in mente la canzone di Mia, la prima che avessi mai udito. Parlava di libertà, di volo. Sembrava un ottimo inno. Mi sarebbe piaciuto cantare come lei.
Solo quando mi fissarono tutti mi resi conto che lo stavo intonando a bocca chiusa.
«Non è nelle condizioni di convincere nessuno» rispose fiero il Leader. «Diremo che ha perso la testa. Ha sempre funzionato».
«Con tua moglie sicuramente» non riuscii a trattenermi. Il dolore per la morte di Opal era troppo recente. Le lacrime però si erano già asciugate.
Il Leader si voltò verso di me.
«Chiudi la bocca» mi puntò il dito contro, spuntando saliva ovunque per la rabbia.
Matt però aveva sentito.
«Cosa sta dicendo, papà?» la sua voce era allarmata.
«Pensa di sapere cose che non sa, semplice» Noah scacciò via l’argomento con un gesto. «Qualcuno pensi a renderla presentabile. Uno spaventapasseri sembrerebbe più sano di te».
Forse pensava di offendermi, ma del mio aspetto non mi interessava più. Avevo cose più importanti a cui pensare.
La signora Rationality, unica donna nel consiglio, mi liberò dalla presa degli altri due, mi prese con poca eleganza e mi trascinò in uno dei bagni più raffinati che avessi mai visto. Pietre bianche addobbate con fantasie di fiori. Molto più artistico e sopra le righe di quanto mi aspettassi.
Per la prima volta in più di una settimana mi vidi allo specchio.
Ero irriconoscibile. I capelli erano ancora legati nei codini, solo che molti ciuffi erano sfuggiti dalla pettinatura, ed erano tutti incrostati di terra, sangue e sudore.
La mia pelle, se possibile, era ancora più bianca del solito, quasi gialla, ricoperta di sporcizia. I lineamenti del mio viso erano sempre stati morbidi, ma ora ero talmente magra che quasi sembravano affilati.
Gli occhi erano rossi, forse a causa della continua oscurità.
Ora che ero in quel bagno e le luci mi erano state puntate addosso infatti lacrimavo leggermente e faticavo a tenere le palpebre sollevate.
Dovetti farmi la doccia davanti a quella stronza, che fu anche costretta ad aiutarmi quando per poco non caddi di faccia contro il muro. Fu uno dei momenti più umilianti della mia vita, ma fu breve e ben presto mi ritrovai avvolta in un abito troppo largo, azzurro chiaro e che non mi si addiceva per niente.
La signora Rationality mi fece sedere per coprirmi il viso di trucco, poi prese delle forbici.
«Cosa vuol fare?» domandai, allerta.
«Secondo te?»
Prima che potessi dire niente, mi tagliò i capelli fino a poco sopra le spalle.
Io mi lasciai sfuggire un singhiozzo. I miei capelli, i miei splendidi capelli corvini che mi ricordavano la mia bisnonna. Quella megera l’avrebbe pagata.
Mentre lei finiva il suo crudele compito, io cercai di distrarmi pensando a un modo per comunicare con i miei amici. Impiegai quasi un’ora per arrivare alla soluzione, ma alla fine ero pronta.
Se prima davanti allo specchio avevo visto una versione orribile di me, ora non mi riconoscevo più. Ero troppo elegante, troppo ordinata e i miei ciuffi erano troppo corti.
Stentavo a credere che qualcuno potesse riconoscermi.
La signora Rationality mi fece indossare delle scarpe basse e scomode, e se io già faticavo a reggermi in piedi con quelle scarpe non ci sarebbe stato modo di completare la Cerimonia.
«Piantala di barcollare» mi riprese la megera mentre mi faceva uscire dal bagno.
«Lo farei se mi permetteste di mangiare qualcosa. A voi il cibo non manca».
Raggiunsi il tavolo e, senza che nessuno me lo dicesse, mi sedetti al tavolo e arraffai del pane e del formaggio. Mentre io mi abbuffavo, il Leader mi osservò.
«Ben fatto, Karen» si rivolse alla signora Rationality. «Ora sembra di nuovo un essere umano».
Qualcuno osò anche ridere a quella sorta di battuta.
Io lo fissai e feci rotolare un pezzo di pane nella sua direzione. Mi lanciò un’occhiata interrogativa.
Io alzai le spalle.
«Credevo che uccidere la propria moglie facesse venire fame. A quanto pare mi sbagliavo» tornai alla mia cena senza guardare la sua espressione o quella mi Matt.
Dopo giorni in cui ero abituata a pranzare una volta al giorno e con della brodaglia il mio stomaco si era ristretto, per cui finito di abbuffarmi corsi in bagno a vomitare e ricominciai a rubare cibo dal tavolo.
I membri del consiglio e il Leader all’alba se ne andarono, mentre Matt rimase.
«Come sta Keira?» domandai al mio ex migliore amico dopo ore di silenzio. Lui era sdraiato sul divano e fingeva di dormire. Lo sapevo perché lui nel sonno russava e al momento era troppo silenzioso.
«Non mi rivolgere la parola» rispose lui.
Avrei voluto infilargli uno stuzzicadenti nell’occhio, ma mi trattenni.
«Sono sicura che sia stata fiera di te dopo che hai rovinato l’unica cosa che la rendesse felice».
«Ho detto di non rivolgermi la parola».
«E comunque hai un ottimo gusto in fatto di donne» aggiunsi, come se non l’avessi sentito. «Hai scelto l’unica a cui sicuramente non piacerai mai».
Matt si premette un cuscino sul viso. Sapevo che faceva così quando qualcosa lo irritava. Come se non vedere i problemi fosse più efficace che risolverli. E proprio a questo volevo arrivare.
Mentre lui non guardava, sistemai dei chicchi di mais nel piatto, tracciando le lettere per l’anagramma, e nel frattempo continuai a parlare.
«Deve essere triste essere odiato da tutti» continuai. «Tuo padre e i membri del consiglio non si fideranno mai di te, e i tuoi unici amici li hai traditi in un colpo solo. L’unica che ti volesse ancora bene era tua madre, a Norah’s Den, ma tuo padre l’ha uccisa poche ore fa».
«Smettila!» urlò contro la stoffa.
«Se non ci credi vieni là sotto e guarda dentro alla cella di fianco alla mia. Penso ti abbia lasciato un messaggio. Probabilmente adesso i membri del consiglio stanno lavando via il suo sangue e portando via il suo corpo».
Andai avanti a parlare finché non riuscii a trovare l’anagramma giusto.
E finalmente avevo trovato il mio cognome.
*
Avevo sempre immaginato questo momento.
Avevo spesso sognato la mia discesa dalle scale, come una principessa.
E ora non ero neanche io a fare la mia entrata. Era una bambola che avevano messo al mio posto. Era tutto sbagliato, fuori posto.
I cittadini iniziarono a radunarsi verso le cinque. Dalla vetrata guardai gli amici di Keira che giungevano per prima. Era come guardare una scena già vissuta ma da un’altra prospettiva.
Alle sei mi ritrovavo al primo piano dell’Ancient Palace, e il Leader stava facendo il suo discorso di apertura. Avevo la nausea. Avevo mangiato e vomitato tutto il giorno, il mio stomaco era in subbuglio, ed ero molto nervosa. Non volevo ritrovarmi di fronte ai cittadini di Shelter. Non volevo e non potevo guardarli in faccia e mentire.
Udii la voce del Leader dire: «Per lei è stato un anno difficile, ha perso molto, e questo l’ha fatta impazzire. Le ho offerto un posto in casa mia ma si rifiutava di mangiare» affondai le unghie nel palmo fino a percepire il sangue inumidirmi le mani. «L’abbiamo rinchiusa per quello che ha fatto a Eddie».
Non potevo credere che stesse dando a me la colpa di quello che era successo. Rividi l’immagine del figlio di Eddie in barella. Aveva provato a salvare il padre senza riuscirci. E ora credeva che fosse colpa mia.
«Accogliamo April con un applauso».
Iniziai a scendere dai gradini mentre i cittadini obbedivano al loro Leader senza una traccia di entusiasmo.
Il mio nervosismo era tale che era come se mi fossi immersa nell’acqua. I sensi erano ovattati e barcollavo sulle scarpe scomode.
Vidi subito Keira, vestita per la prima volta in vita sua in modo sobrio, vicino ai suoi compagni. Non staccai gli occhi da lei. Sembrava che volesse comunicare con il pensiero tanto mi fissava intensamente.
Mi accomodai di fianco al Leader.
«April» mi cinse le spalle ossute con il braccio, e io mi trattenni dal spingerlo via. «C’è qualcosa che devi dire prima di annunciarti?»
Era il segnale.
«Volevo scusarmi per le mie azioni e per tutte le cose che ho detto e che ho appurato non essere vere» i miei occhi erano puntati su quelli di Keira. Non credermi, cugina. Non credermi.
«Stronzate! Ci devono essere delle conseguenze!» urlò il figlio di Eddie. Mi si strinse il cuore.
Il Leader lo ignorò.
«Ottimo» disse, fiero. «Puoi annunciarti».
Io annuii.
«Sono una giornalista» urlai. Nella sala si sentiva solo l’eco della mia voce tremolante. «E il mio nome è April FireOffIceOn».
«Che cognome
particolare»
il Leader era più teso adesso. «Come mai questa scelta?»
Mi ero aspettata quella domanda.
«Per quello che ho fatto. Voglio spegnere il fuoco della ribellione che io stessa ho causato e lasciar posto alla freddezza e alla rigorosità che distinguono il buon cittadino di Shelter».
Il Leader annuì, soddisfatto.
«Per questo» aggiunsi fissando Keira «bisogna far attenzione alle parole, perché hanno sempre un valido significato».
«Questo era ovvio» il Leader rise, come se avessi detto che bisognava stare attenti al veleno perché può uccidere.
E così, velocemente come era giunta, la mia Cerimonia dei Vent’anni, che avevo atteso per tutta la vita, si dissolse in poche ore. Non mi fu concesso partecipare al banchetto. Mi riportarono nelle stanze del Leader e, quando tutti i cittadini se ne furono andati, mi trascinarono nuovamente a Norah’s Den, nella mia cella.
Solo che questa volta ero davvero sola.
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