Capitolo 17
Risvegliarsi fu doloroso, parecchio doloroso.
Avevo un mal di testa che non credevo possibile, ed ero sdraiata su un pavimento scomodo, duro e gelido. C’era puzza di polvere e la temperatura doveva essere scesa di almeno tre o quattro gradi rispetto a quella di Shelter, cui ero abituata.
Ero in posizione fetale e mi stavo abbracciando nel tentativo di mantenere il calore corporeo.
Tremavo da capo a piedi.
Aprii gli occhi aspettandomi di vedere qualcosa, invece ero quasi completamente al buio. Tastai il pavimento. Era terra.
Mi alzai con la sola forza delle braccia, mentre il panico iniziava a farsi sentire.
Ci volle qualche secondo perché la mia vista si abituasse alla quasi totale oscurità. Vedevo al massimo a un metro da me.
Gattonai da una parte e trovai un muro che mi bloccava la strada, così feci dietrofront, ma anche dall’altra parte c’era un muro. Feci un mezzo giro, e lì incontrai delle travi di ferro.
Ero in prigione.
Mi alzai sostenendomi con le sbarre, e stupidamente tentai di aprire la cella, ottenendo solo un gran fracasso.
«Fatemi uscire!» strillai, il respiro che già mancava e le lacrime che mi rigavano il viso senza pausa.
La mia voce echeggiava per quello che sembrava essere un lungo corridoio deserto. Non lasciavano neanche una guardia a controllarmi? Avevano semplicemente deciso di seppellirmi buttando via la chiave?
Al mal di testa seguiva la nausea. Lo stomaco mi brontolava in modo quasi doloroso.
Ora ero sicura che non sarei più riuscita a mangiare niente. Come, quando tutto ciò che mi avrebbero portato (sempre che lo facessero) avrebbe potuto essere avvelenato?
Mi abbandonai contro le sbarre e scivolai per terra, singhiozzando come se avessi cinque anni.
Se il buio nelle ultime settimane mi era sembrato confortante, ora mi terrorizzava. Di fronte a me avrebbe potuto esserci chiunque con un coltello puntato alla mia gola e non avrei potuto saperlo.
«I primi giorni è sempre difficile» mormorò una voce femminile, roca, poco distante da me. Non vedevo ancora nessuno.
«Chi sei?» urlai in risposta.
La donna rimase in silenzio, ed io temetti che si fosse addormentata.
«Strano che tu non mi riconosca» rispose dopo un po’.
Io mi irrigidii.
«Mamma?» mormorai.
Dopo una pausa infinita, lei ridacchiò.
«Sono una mamma, ma non la tua».
Impiegai qualche secondo per riprendere lucidità, e mi diedi della stupida. Mia madre e mio padre erano morti, e di questo ero sicura perché non erano scomparsi senza lasciare traccia. Ma conoscevo un’altra persona che invece aveva fatto quella fine.
«Opal?»
«Bingo» sussurrò, ma la sua voce giungeva a me come fosse stata molto vicina, anche se immaginavo fosse in un’altra cella.
«Credevo fossi morta».
«Questo era l’obiettivo» rispose. Il suo tono era privo di emozioni, molto fievole. Non stava bene, questo era certo.
«Come ha potuto tuo marito farti questo?» mormorai, appoggiando la testa dolorante contro le sbarre e stringendo le ginocchia al petto. Quante volte avevo scritto stando seduta così?
«Ha dovuto scegliere tra l’amore per me e l’amore per tutto ciò in cui crede» non lo diceva con dispiacere. Dopotutto, erano quindici anni che era lì, doveva essere abituata a quella verità. Solo a pensarci mi venivano i brividi.
Io non risposi. Stavo riflettendo su quanto avrei voluto uccidere Noah, e a tutte le occasioni che avevo avuto per farlo.
«Ma non lo odio per questo» aggiunse, come se mi avesse letto nel pensiero. «Nel profondo, credo di amarlo ancora. E credo che lui ami me».
Volevo farle notare l’assurdità di quelle parole, ma mi trattenni.
Se questo era tutto ciò che la facesse stare ancora in piedi, allora non volevo toglierglielo.
«Non ci lasciano neanche una luce?» domandai, e odiavo udire la mia voce come fosse lo squittio di un topo.
«Abbiamo diritto a una candela al giorno, ma io la utilizzo solo per usare la tazza. Fidati, conviene anche a te».
Lo squallore di quella frase, e il modo tranquillo con cui Opal l’aveva pronunciata, mi fece salire un altro singhiozzo. Mi rannicchiai, se possibile, anche di più.
«Non c’è modo di scappare, vero?» mormorai, la voce soffocata dalle lacrime.
Opal non mi prese in giro per quella domanda.
Sospirò.
«No, tesoro» rispose con tono materno. «Benvenuta a Norah’s Den».
*
Vennero a portarci da mangiare dopo qualche ora.
Io e Opal parlavamo molto lentamente, per non sprecare troppe energie. Io le parlai di Matt, e dovetti ricorrere a tutta la mia fantasia per raccontarle solo gli aneddoti positivi e divertenti su di lui, tralasciando in pratica solo le ultime settimane, fino al sabato in cui aveva tradito tutti noi, Keira compresa.
Mi domandai che fine avessero fatto i ragazzi della caverna, e che cosa avessero detto loro di me.
Opal diceva che Norah’s Den era un labirinto ed era talmente ampio che avrebbe potuto ospitare centinaia di prigionieri, ma che allo stesso tempo aveva un’acustica abbastanza buona da far udire le grida anche a un chilometro di distanza, il che mi tranquillizzò. Se avesse Noah rinchiuso tutti quei ragazzi si sarebbe sentito.
Cercavo di distrarmi, anche se l’unica cosa che volevo fare era porle mille domande. Attesi che lei esaurisse le sue. Dopotutto, era lei che era rimasta prigioniera per quindici anni, non io.
Giunse a portarci da mangiare e bere la signora Rationality, il che non mi stupì affatto.
La sua faccia grinzosa era illuminata da una candela che teneva poco distante dal naso.
«Finalmente potrai sentirti al tuo posto, April» ringhiò quando fece scivolare una scatola attraverso le sbarre. «Il Leader ti porge i suoi saluti».
Io aprii la scatola, guardai schifata i broccoli rinsecchiti che galleggiavano dentro a una brodaglia la cui natura mi era sconosciuta e, mentre la signora Rationality ghignava, le lanciai il tutto in faccia.
«Dica pure al Leader che può infilarsi i broccoli là dove non batte il sole. E non sto parlando dei tunnel sotterranei».
La vecchia non si scompose. Si asciugò il viso con la manica della camicia.
«Come vuoi. Sei tu a rimetterci» raccolse la scatola e se ne andò. Io seguii la luce della candela, lo stomaco che gridava dalla fame.
«All’inizio anche io mi rifiutavo di mangiare» mormorò Opal. «Ma dopo una settimana che sei qui dentro divoreresti un topo vivo, se solo ce ne fossero a questa profondità».
Io rimasi rannicchiata contro le sbarre, udendo Opal sorseggiare la sua brodaglia, finché le palpebre non divennero pesanti e mi addormentai.
*
Iniziai a scandire i giorni grazie all’orario di pranzo. Un solo pasto al giorno, quindi era facile non perdere il conto.
Io e Opal dormivamo in orari diversi, quindi quando lei dormiva io mi sdraiavo in quello che credevo essere il centro della cella e alzavo il braccio verso il soffitto, come avevo fatto settimane prima con il tubo che illuminava Shelter. E rivedevo quella luce meravigliosa, anche nel buio pesto della prigione. Con molta immaginazione, riuscivo anche a ritrovarmi su un prato fiorito.
Dal terzo giorno iniziai a mangiare. Dal quinto quello che mangiavo mi piaceva.
Riuscivo a non pensare alla fame e alla sporcizia solo grazie a Opal, che cominciò di sua spontanea volontà a raccontarmi quello che volevo sapere.
C’era una volta una donna di nome Norah, di quasi trent’anni, single, che voleva essere qualcuno. Non le bastava compiere il suo dovere di moglie e madre, lei voleva essere importante. Quando William ChosenOne chiese volontari per vagare sottoterra lei si offrì volontaria, insieme ad altri quattordici valorosi uomini. Accettarono il suo contributo solo perché di persone che volevano rischiare ce n’erano poche. Così tutti loro, insieme al Leader, partirono alla volta di qualche falda acquifera.
Dopo più di un mese che scavavano e vagavano nell’oscurità, decisero di tornare indietro, sconfitti. E, proprio quando stavano per tornare a Shelter, lei si voltò verso il tunnel da cui i loro antenati erano scesi e disse: “perché non proviamo a salire?”.
Vi furono vari dibattiti, ma alla fine gli uomini decisero di rischiare la vita per le loro famiglie.
Risalirono quel tunnel e si ritrovarono dentro al vecchio laboratorio di Oak Ridge, dove vennero circondati da guardie con armi sconosciute.
E lì scoprirono che il mondo non era finito.
Sì, c’era stato il principio di una guerra nucleare, ma solo due città erano state distrutte, al di là dell’oceano Pacifico.
Gli uomini di Shelter raccontarono la loro, di storia, e il proprietario del laboratorio se ne innamorò. Le capacità di adattamento dell’uomo lo affascinavano, sia da un punto di vista scientifico che antropologico e culturale! Come si era evoluta la società? Quali problematiche avevano riscontrato? Molte malattie erano nate dai legami tra consanguinei (il che accadeva, anche se raramente)?
I ricercatori del laboratorio in superficie diedero loro un’idea di quanto il mondo fosse cambiato in appena ventisei anni. Scoperte, invenzioni, società, rivoluzioni.
Era troppo per gli uomini di Shelter. Era troppo per William ChosenOne.
Tornare in superficie dopo tutto quel tempo passato sottoterra voleva dire lanciarsi giù da un dirupo senza sapere se ci sarebbe stata l’acqua sul fondo. E cosa avrebbero detto i cittadini di Shelter? Più di un ventennio vissuto come topi, e tutto per nessuna ragione. Si sarebbero rivoltati.
Ci sarebbe stata una guerra. Qualcuno sarebbe morto prima di vedere il sole.
Il proprietario del laboratorio risolse tutto con un accordo.
Se loro fossero tornati sottoterra lasciando le cose come stavano, lui si sarebbe impegnato a trovare un modo per far arrivare l’acqua fino a Shelter, e avrebbe fornito loro nuove conoscenze perché tornassero alla pari. In cambio, il suo laboratorio avrebbe potuto studiare e monitorare la popolazione attraverso strumenti di ultima generazione. Ogni sei anni, il Leader in carica e gli uomini di superficie si sarebbero incontrati per aggiornarsi sulle nuove tecnologie e le nuove scoperte.
Shelter era disseminata di telecamere spia e cimici che, come Opal mi spiegò a grandi linee, erano strumenti che servivano per osservare e ascoltare tutto ciò che avveniva nella caverna.
Incredibile come a Shelter tutti credessero di essere gli scienziati quando in realtà erano le cavie.
Cinque degli uomini che si erano offerti volontari si rifiutarono di accettare, per questo scesero solo per recuperare le loro famiglie e, al primo Grande Black-Out, tornarono in superficie con gli uomini del laboratorio.
Gli altri formarono il consiglio.
Norah però si sentiva in colpa. Voleva essere speciale, cambiare il mondo e invece stava contribuendo a un inganno così grave e meschino.
In tre anni cercò di farsi passare quei sentimenti. Dopotutto, stava solo aiutando l’umanità. A questo serviva l’esperimento, no?
La depressione aumentava. Il dolore mentale divenne fisico.
Decise di dire tutto, ma compì il grave errore di urlarlo a William durante un litigio.
E così Norah fu la prima donna della Nuova Shelter a sparire senza lasciar traccia. E i tunnel sotto le abitazioni divennero una prigione nella prigione, e presero il suo nome. Norah’s Den.
Norah credeva che tutto fosse finito, ma dopo qualche anno giunse un uomo. Era stato scelto per portarle da mangiare, era fratello di un membro del consiglio e tutti si fidavano di lui. Nessuno però aveva creduto possibile che lui si potesse innamorare di Norah ed essere ricambiato.
Il loro principale argomento di conversazione erano i libri. La loro passione in comune era la lettura.
Dopo un po’ di tempo, Norah gli chiese di portarle dei libri di nascosto, in modo che, anche da rinchiusa, lei potesse istruirsi e passare i giorni in tranquillità. Lui all’inizio esitò, poi accettò e iniziò a portarle un volume al giorno. Lei leggeva alla velocità di un fulmine.
E poi la donna iniziò a lasciare dei messaggi nascosti nei libri che consultava. Idee, progetti.
Il caso volle che proprio in quel periodo (erano gli anni novanta) una giovane donna, figlia degli scrittori di Shelter, iniziasse a consultare quei volumi ricchi di messaggi segreti e piani.
Gli anni scorrevano come l’acqua in un fiume, e la moglie di Eddie si accorgeva che lui passava sempre più tempo al lavoro, anche se i suoi colleghi tornavano a casa presto. La moglie comunicò questo al fratello del marito, che iniziò a indagare e scoprì quello che stava succedendo.
Essendo legato all’uomo, il membro del consiglio decise di non riferire al Leader quello che stava succedendo, ma una notte scese a Norah’s Den e uccise la donna nel sonno.
Il ormai non più giovane innamorato si prese cura dei volumi che Norah aveva sfiorato e scarabocchiato, stando ora attento a non mostrarli più a nessuno. La giovane donna figlia di scrittori e ormai scrittrice lei stessa, ormai moglie e madre, poneva sempre più domande al bibliotecario, che alla fine cedette e le raccontò tutto, forse perché quella donna le ricordava così tanto colei che aveva amato.
La scrittrice era piena di energia e desiderava scappare da quella caverna. Avvertì le persone intorno a lei che le erano più care e insieme si rifugiarono in un tunnel nascosto dietro alle cascate, dove durante la notte si incontravano. Le persone che crearono i Figli del Sole (secondo quanto desiderava Norah) comprendevano il fratello, la cognata, il marito e la migliore amica della scrittrice. La migliore amica però era sposa del nuovo Leader, Noah ChosenOne, e non volle prendere parte a quella follia. Quando la resistenza si fece più forte, lei arrivò addirittura a denunciare quelli che erano stati i suoi amici d’infanzia.
Due riuscirono a scagionarsi, due preferirono uccidersi che finire a Norah’s Den per sempre.
Da quel giorno, Noah bandì il disegno del sole, considerato simbolo di ribellione.
La moglie del Leader continuava a sentirsi in colpa per quello che aveva fatto, ma era convinta che suo marito avesse ragione nel definire sciocchezze le teorie complottistiche che avevano animato il suo gruppo di amici.
Un giorno, però, ascoltò una riunione del consiglio, di nascosto, e venne a sapere la verità.
Aveva fatto uccidere i suoi amici. E loro avevano sempre avuto ragione.
Quando Opal raccontò questa parte, la sua voce si ruppe più volte.
Io non riuscivo a odiarla per aver contribuito alla morte dei miei genitori. Se avessi odiato lei, avrei dovuto odiare anche Matt, e nonostante quello che aveva fatto non ci riuscivo.
La moglie del Leader iniziò ad assumere antidepressivi. Poi provò con l’alcol, e infine con la droga che riusciva a farsi fabbricare personalmente in laboratorio.
«E poi, un giorno mentre ero sotto l’effetto della droga gli gridai che era tutta colpa sua. Che lui era un traditore. Che avrei raccontato tutto» sospirò. «Se ci sono tante cose di cui mi pento nella vita, questa è una delle più importanti. Se fossi stata zitta lui non avrebbe sospettato di me. Invece parlai, e lui mi fece rinchiudere».
Io scossi la testa.
«Non potevi sapere di aver sposato un tale mostro».
«Dopo tutto quello che avevo scoperto, avrei dovuto immaginarlo» replicò. Rimanemmo in silenzio per molto tempo.
Il sesto giorno, appena finito di usare la tazza, mantenni la candela accesa, perché avevo notato un’irregolarità nel terreno. In ginocchio (perché ormai faticavo a camminare) raggiunsi il centro della cella, superando l’irregolarità, e ne notai un’altra. Mi alzai tremolante sulle gambe, mentre la cera bollente mi colava sul polso e mi bruciava la pelle.
Feci in modo che dall’alto la luce illuminasse il terreno, e solo allora notai che, intorno a dove solitamente mi sdraiavo, qualcuno aveva calcato un cerchio, e intorno al cerchio dei raggi. Caddi nuovamente in ginocchio.
«Opal!» strepitai, strisciando fino alle sbarre.
«Cosa c’è?» domandò la donna, la voce fievole.
«Chi stava in questa cella prima di me?»
«Norah, ovviamente» rispose lei.
«E tu come lo sai?»
«I membri del consiglio sono coloro a cui viene detto tutto. O lo accettano o vengono rinchiusi. Ho conosciuto alcuni di quelli che sono stati rinchiusi. Uno era anziano, è morto qualche anno fa e stava nella cella di fronte alla mia. Lui mi ha raccontato quello che so, perché colei che stava nella cella dove stai tu ora lo aveva raccontato a lui».
Io spensi la candela con soffio e la adagiai sul pavimento, poi mi sdraiai al centro del sole, a pancia in giù. Mi sentivo più vicina a Norah, così. Mi sentivo parte di qualcosa più grande.
Sentivo che la mia vita aveva un senso.
«Ha lasciato il segno» mormorai, la voce soffocata dalla terra.
«L’ho fatto anche io» rispose Opal. «So che prima o poi Noah verrà qui a fare quello che avrebbe dovuto fare tempo fa. Quando morirò voglio lasciare un segno, anche se solo nella roccia. Voglio che mio figlio sappia».
«Che hai lasciato?» domandai.
Lei ci mise un po’ a rispondere, ed io attesi, paziente. Il tempo era dalla mia parte.
«Ho disegnato» disse la donna, tremante per l’emozione. «Quando abitavo con la mia famiglia loro me lo impedivano, così come in quei pochi anni in cui ho vissuto all’Ancient Palace con Noah. L’unico lato positivo di essere prigioniera è che posso disegnare senza paura di far qualcosa di male. Non possono punirmi più di così».
«Toccare il fondo così non puoi andare più giù».
«Oppure toccare il fondo per potersi dare una spinta e risalire» la sua voce si fece più fievole, finché non si addormentò.
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