Storia · capitolo 16

Capitolo 16

Norah's den di Sara Patané

Era quasi una settimana che non mangiavo, o almeno non dalle razioni.

Di notte ogni tanto mi intrufolavo nella sera e rubavo della frutta acerba, giusto per reggermi in piedi. L’acqua la recuperavo di direttamente dalla cascata. Meglio una gastroenterite di una morte lenta e dolorosa causata dall’arsenico.

Ero esagerata e paranoica? Forse, ma meglio questo che ingenua, come gli altri cittadini di Shelter.

Aveva creduto di non avere più niente da perdere, ma non era vero. Avevo ancora la mia vita, e non avrei permesso a Noah di portarmi via anche questo.

Sapevo che l’unica cosa che desiderassi in quel momento era uscire. Uscire era diventata la mia ossessione.

Ci pensavo appena mi svegliavo la mattina, mentre facevo le consegne, nel momento in cui impugnavo la penna sforzandomi di scrivere. A pranzo quando osservavo le mie razioni accumularsi e ammuffire senza che io avessi il coraggio di aprirle.

Il terrore e la rabbia mi stavano divorando, così come la solitudine cui io stessa ambivo.

Non riuscivo a passare davanti allo specchio. Ero orribile.

Faticavo anche a dormire, nel terrore che qualcuno appiccasse un incendio a casa mia.

Ancora per le vie di Shelter percepivo l’odore di bruciato, e non solo perché ancora quella scena tornava e ritornava a tormentarmi, ma perché nella caverna di aria ne circolava poca, quindi affinché odori così forti svanissero si doveva attendere giorni.

Il mercoledì al ritrovo nella caverna Matt spiegò tutto quello che aveva fatto con il consiglio fino a quel momento. Ancora niente di nuovo. Discorsi a vuoto su vari compiti che si dovevano svolgere e niente di più.

Io lo avevo osservato per tutto il tempo, e mi ero accorta che qualcosa nella sua espressione tesa non mi convinceva.

Ci stava mentendo.

Quando lo dissi a Keira, quel giovedì, lei fece una strana espressione. Eravamo nella serra e lei stava stampando i giornali.

«Cosa?» domandai sporgendomi perché solo lei potesse udire.

«Niente, April» sospirò. Io la guardai con più insistenza e lei sbuffò.

«È solo che mi sembri un po’ paranoica» rispose. «Guardati» mi indicò «sei a pezzi. Questa situazione ti sta uccidendo».

«Non stiamo parlando di me, adesso» le mie mani tremavano mentre impilavo con cura i giornali. «Non mi fido più di lui. Ho paura che possa tradirci. Ho fatto un errore a proporlo nel consiglio».

Keira mi posò una mano sulla spalla.

«Le persone dicevano lo stesso di te» replicò. «Ora invece sei tu a guidarci».

Alzai gli occhi al cielo.

«Ti prego» risposi, piccata «lo sanno tutti che sei tu il capo. Nessuno si fida di me, e mi sta bene così. Neanche io mi fido di nessuno». Lanciai un’occhiata eloquente alle porte che davano l’accesso alle stalle, raccolsi i miei giornali e me ne andai.

Quel sabato tornai nella caverna e non persi d’occhio Matt.

Non mi sentivo parte di quel gruppo, ma quel luogo era più un mio territorio di quanto non fosse suo, e trovavo ingiusto che alcune persone mi lanciassero ancora sguardi diffidenti mentre a lui battevano la mano.

Matt non aveva preso parte all’episodio della musica, io sì e ne avevo anche pagato le conseguenze.

Presi una bottiglia di vino e la scolai in pochi sorsi. La caverna era l’unico luogo dove mi permettessi di mangiare e bere, e ne approfittavo.

Rimasi seduta su un divanetto a far rimbalzare lo sguardo da Isaiah, che pomiciava con una ragazza che non conoscevo, a Matt, che stava incollato a Keira in modo fastidio, probabilmente anche per lei.

Continuavano a sembrarmi una coppia innaturale, soprattutto perché Keira non staccava gli occhi da Mia che cantava, e viceversa.

Non sapevo che fosse possibile provare attrazione per una persona dello stesso sesso, eppure per mia cugina doveva essere così.

A Shelter non si era mai parlato di una cosa del genere, ma sapevo che nessuno lo avrebbe accettato, e mi chiesi se questo non fosse uno dei motivi per cui Keira si fosse sempre sentita diversa e sulla difensiva.

Verso le tre di notte un gruppetto di persone fece per andarsene. Io ormai ero decisamente ubriaca. Fu anche per questo che non mi feci problemi a salire sul palco e strappare il microfono dalle mani di Mia.

Individuai Matt tra la folla di persone che iniziarono a lamentarsi per l’interruzione della musica, di cui erano ormai drogati. Feci un gesto verso coloro che se ne stavano per andare.

«Aspettate!» gridai. «La vera festa non è ancora iniziata. Liam, accompagnami con la musica» mi rivolsi a uno del gruppo, che annuì interdetto e obbedì. La mia voce biascicava in modo spaventoso.

«Noah mi ha detto» fissai Matt «che farò la fine di mia madre. E sapete una cosa? Magari ha ragione. Ma se c’è una cosa che voglio fare prima di morire è far sì che lui non faccia la fine di suo padre, che è morto con il sorriso su quelle labbra rugose».

Se i cittadini comuni di Shelter mi avessero sentita dire quelle cose sul loro vecchio Leader, che quasi consideravano un dio, probabilmente sarei finita al rogo, ma i ragazzi presenti erano dalla mia parte, e poi erano quasi tutti ubriachi.

«No, Noah, tu morirai prima della tua serena vecchiaia» strepitai, e qualcuno esultò. «Ti ammazzo prima che tu ammazzi me! Matthew, che cos’hai da dire?»

Matt stava scuotendo la testa. Iniziò a camminare verso l’uscita.

«No, Matt, non te ne andare!» gridai inutilmente. «Se vuoi ammazzo te prima così non devi assistere!»

Matt scomparve nel tunnel. «Si è offeso» conclusi, e qualcuno rise.

«Ragazzi…mi viene da vomitare» corsi giù dal palco e raggiunsi il tunnel appena prima di un conato.

 

                                                                                *

Il giorno dopo, mentre mi aggiravo per l’Ancient Palace, assolvendo al mio compito di consegnare i giornali, passai incautamente di fianco al sottoscala, uscendo dal reparto chirurgia.

La porta era annerita ma intatta e una scritta diceva di non passare. Io entrai comunque. Le scale erano bruciate, ma essendo in pietra levigata erano percorribili.

Mentre procedevo notai delle impronte fresche sui gradini. Mi voltai e vidi delle macchie sulla porta chiusa. Macchie dalla vaga forma di palmo.

Il respiro mi si bloccò. Mi portai la mano al petto per calmarmi, percependo i battiti impazziti del cuore.

Mi ero chiesta come fosse possibile che l’incendio non si fosse propagato in altre zone dell’Ancient Palace, ma ora tutto era chiaro.

Noah aveva chiuso Eddie dentro.

Mi sforzai di scendere un gradino alla volta senza voltarmi indietro.

La biblioteca era un cumolo di ceneri e pagine sparse, annerite. Gli scaffali che una volta volteggiavano appesi al soffitto ora giacevano a pezzi sul pavimento. Lo spazio sembrava la metà di prima.

A piccoli passi rovistai alla ricerca di volumi ancora intatti, ma ne trovai ben pochi. Quelli che riuscii a salvare me li strinsi al petto, trattenendo un singhiozzo, e li adagiai in un angolo con cura.

Mentre frugavo tra le macerie, mi imbattei in un oggetto molto piccolo, squadrato, nero e con all’interno un dischetto di vetro. Lo tenni tra pollice e indice, tentando di capire che cosa fosse, ma non ne avevo idea. Me lo infilai in tasca, appena prima di udire la porta aprirsi.

Mi immobilizzai. Non c’era modo di nascondersi, per questo non potei fare altro che voltarmi e fissare Noah che scendeva le scale.

«April» mi salutò, per nulla sorpreso. Le mie mani iniziarono a tremare, per questo le nascosi dietro alla schiena. «Una tragedia» commentò, guardandosi intorno.

«Concordo» riuscii solo a dire, e il mio tono apparì accusatorio anche alle mie stesse orecchie.

«Che cosa ti sta succedendo?» domandò con un’aria che sembrava tanto innocente che avrei voluto affondargli le unghie negli occhi.

«Sono solo nervosa per la mia Cerimonia» mentii, come avevo fatto con mia nonna prima che morisse.

Quella era la stessa situazione di qualche settimana prima, io e il Leader in biblioteca, solo che ora avevo perso tutto. Ora sapevo tutto.

«Non ne vedo il motivo» rispose lui. «Sai già tutto sul tuo futuro. Andrà tutto bene».

Mi posò una mano sulla spalla e io dovetti ricorrere a tutta la mia forza di volontà per non sottrarmi al suo tocco.

Non ho ancora capito come, ma lui sente tutto.

Quando il Leader risalì le scale, io ripresi l’oggetto sconosciuto in mano, poi lo lasciai cadere per terra e lo schiacciai con forza con la scarpa prima di raccoglierlo e uscire.

 

                                                                                     *

 

Quella sera decisi che, prima di parlarne con gli altri, avrei dovuto organizzare un piano io stessa per essere più credibile alla prossima riunione, che si sarebbe tenuta come sempre quel mercoledì.

Non sapevo che cosa fosse quell'oggetto che avevo preso dalla biblioteca, ma la frase di Eddy continuava a tornarmi in mente, e tornare, tornare, tornare, come il ritornello di una di quelle canzoni che cantava Mia il sabato sera.

Non ho ancora capito come, ma lui sente tutto.

Ma come era possibile questa cosa con le nostre tecnologie? La risposta era semplice: non era possibile.

E quindi che cosa poteva essere quell'oggetto che avevo trovato in biblioteca? Sarebbe stato folle, quasi fantascientifico, pensare che con quell'oggetto il Leader potesse spiarci, eppure al momento era l'unica ipotesi che potesse venirmi in mente.

Continuavo anche a dubitare che fosse sceso per caso proprio quel giorno, proprio in quel momento, in biblioteca.

Durante i giorni che precedettero quel mercoledì e la sua riunione continuavo a pensare e ripensare al piano che stava prendendo forma nella mia mente. Non sapevo se fosse stupido mettere al corrente tutte quelle persone di ciò che mi passava per la testa, ma non trovavo altro modo per ribellarci al Leader. Dopotutto, anche secondo mia madre l'unione faceva la forza, e avrei seguito il suo consiglio. 

Alla riunione, mi ritrovai come sempre al centro del cerchio.

Matt era di fronte a me e mi fissava con astio. Era come se stesse cercando di riconoscermi, e lo stesso valeva per me. Non potevo credere di aver passato gli ultimi vent’anni al fianco di un traditore come lui. Perché io ero convinta che fosse un traditore.

«Penso che sia il momento di passare alle maniere forti» annunciai quel giorno.

«Cosa intendi?» domandò Keira, con calma, come stesse parlando a una tigre feroce.

«Intendo che dobbiamo creargli dei danni. Danni seri».

«Se danneggiamo loro danneggiamo noi» intervenne Matt.

«Loro non si sono posti il problema» replicai senza emozioni, continuando a guardare Keira per non guardare lui.

«Non hai le prove che mio padre abbia ucciso tua nonna o Eddie» Matthew non voleva lasciar perdere.

«Quali altre prove ti servono?» strillai, facendo sobbalzare le persone più vicine. «Guarda caso un giorno facciamo una protesta pacifica e quello dopo l’unico luogo che conservava la nostra cultura viene distrutto, insieme a una persona a cui tenevo!»

Sapevo che urlando perdevo credibilità, ma in questo momento volevo saltare addosso al mio ex migliore amico e prenderlo a sberle.

«Io ci sto» la voce timida di Mia interruppe la nostra disputa.

Keira si scambiò uno sguardo con lei, poi annuì. «Anche io, ma voglio colpire solo il Leader. Le altre persone non c’entrano».

Riflettei qualche secondo, poi lanciai un’occhiata ai nostri compagni.

«Sì, lui e i membri del consiglio» fulminai Matt. «Starà a te scegliere da che parte stare».

Si accese una forte discussione. Molti del gruppo erano d’accordo con me, altri invece preferivano colpire solo il Leader, lasciando stare il consiglio. Tutti erano concordavano su un punto: nessuno doveva rimanere ferito in modo grave.

Mi chiedevo come potessero essere così stupidi. Spara a un lupo e lui si accascerà per terra. Pestagli la coda e lui si rivolterà contro di te più ferocemente di prima.

Osservando tutti quei volti, mi resi conto che erano troppo coinvolti. Io avevo tagliato quasi tutti i legami con Shelter, le uniche persone a cui tenessi davvero erano i miei zii e mia cugina; loro però avevano delle famiglie da proteggere, fratelli, genitori, nonni.

«Se non volete rischiare, io lo capirò» mormorai verso il termine della riunione. «Ma ho intenzione di colpirli. Voglio uscire da qui».

«E come pensi di farlo?» domandò Keira.

Io rimasi in silenzio, mentre gli altri attendevano.

Sapevo perfettamente come, ma non mi fidavo di Matt. Confidando a tutte quelle persone il mio piano, sarebbero aumentate le mie possibilità di essere fermata.

La verità era che l’unico mio obiettivo era uscire. Che fosse con loro o meno non mi interessava.

Nei romanzi si narra di eroi che salvano le persone per il puro gusto di farlo, ma che sia chiaro che io non sono e non sono mai stata un’eroina. Ero solo una ragazza giovane e terrorizzata che voleva vivere, anche a costo di lasciare indietro qualcuno.

«Troveremo il modo» mentii.

«In che modo li colpiremo, e quando?» domandò Mia, tornando sul discorso di prima.

Io ci avevo già pensato.

«Aspetteremo la prossima riunione del consiglio» risposi. «Appena saranno tutti nella sala riunioni chiuderemo la porta a chiave, subito dopo aver lanciato del gas lacrimogeno».

Matt si passò le mani sul viso, scoraggiato, e io non riuscii a trattenere un sorriso soddisfatto.

«E io cosa dovrei fare?» domandò. «È per te che sono entrato nel consiglio!»

«Sì, perché credevo che ci avresti portato notizie utili, ma non è così» alzai le spalle. «Quindi, essendo inutile, puoi scegliere se fare compagnia al tuo papino oppure fingere di aver mangiato troppi fagioli e saltare la riunione».

«Non pensi che sarebbe un po’ sospetto?»

«Non è un mio problema» replicai.

Keira fece balzare lo sguardo da me a Matt, poi sospirò.

«Quand’è la prossima riunione?»

Matthew non rispose. Si fissava i piedi, le ginocchia al petto.

«Matt» il tono di Keira si indurì. «O sei con noi o sei contro di noi. Devi scegliere».

Lui si massaggiò le tempie.

«Lunedì alle tre» disse alla fine, un’espressione sconfitta in viso.

Keira si voltò verso di me, come per dire “visto? È dalla nostra parte”.

Io però ero ancora convinta del contrario.

 

                                                                                        *

Era di nuovo sabato.

Mancavano meno di due settimane al mio compleanno e meno di tre al Grande Black-Out.

Ero sul divanetto più alto della caverna. In questo modo potevo osservare tutti, anche attraverso le luci accecanti.

Quella sera avevo deciso di bere meno. Ero sempre più allerta.

Matt non c’era e, anche se Keira aveva detto che era rimasto a lavorare, ero terrorizzata.

Chi concimava il terreno a mezzanotte del sabato sera?

Mi stavo riempiendo lo stomaco con semi di mais che Keira e altri agricoltori avevano rubato dalla serra, quando Isaiah salì fino a lì. Rimase con i piedi sulla roccia sottostante e si appoggiò con i gomiti al divanetto, ondeggiando pericolosamente.

«Ehi» mi salutò. Sembrava sul punto di vomitare, per questo mi ritrassi il più possibile da lui.

«Cosa vuoi?» domandai con tono tagliente.

Lui alzò le spalle.

«Oggi sono felice» annunciò, anche se non sembrava.

«E come mai?»

Lui indicò un ragazzo più o meno della mia età, con la pelle olivastra come la sua, che ballava con una bottiglia in mano.

«Quello è Grayson» si accostò e mi fece l’occhiolino. «Per gli amici Harry».

Io cercai di nascondere la mia curiosità. Sapevo che i suoi fratelli erano più piccoli di lui, ma mi aspettavo che lo fossero di tanto, invece, contando che Isaiah ne aveva ventiquattro, loro probabilmente ne avevano diciannove (non venti, se no mi sarei ricordata della loro Cerimonia).

«Alla prossima festa porto George» ondeggiò con i fianchi, ma così quasi perse l’equilibrio e dovette riaggrapparsi al divanetto.

«E perché ora hai deciso di coinvolgerli?»

Lui mi indicò.

«Per te» disse.

«Per me» risposi, sconvolta. Sapevo che era ubriaco e probabilmente anche fatto, ma stava dicendo cose senza senso anche per lui.

«Quando uscirai, voglio che porti uno di loro con te».

«Perché non entrambi? E perché tu no?»

Odiavo l’interesse che ancora provavo nei suoi confronti.

Mi sarei presa a schiaffi.

«Perché» si alzò sulle punte dei piedi. «Non voglio lasciare mia madre. E se Grayson» fece le virgolette con le dita «scomparisse insieme a te, si saprebbe che abbiamo collaborato con la tua fuga. Tu una famiglia non ce l’hai, quindi se scappi sei libera. Io non voglio che se la prendano con la mia».

«E come farai a scegliere quale gemello dovrà rimanere?»

Lui alzò le spalle.

«Decideranno loro» si voltò e scese barcollante fino alla folla, dove suo fratello si stava scatenando.

Io rimasi per qualche minuto a osservarli. Non vedevo bene a causa delle luci, ma anche così si intuiva che si assomigliavano. Isaiah e la sua famiglia erano sicuramente di origini sudamericane, ma la somiglianza era non solo nel fisico quanto più nell’atteggiamento. Incredibile come i fratelli spesso abbiano lo stesso modo di ridere, di camminare, di ballare. Io non avevo mai provato niente del genere con nessuno, anche se mi sarebbe piaciuto.

Mi chiedevo anche come i gemelli sarebbero riusciti a separarsi, dopo che per anni avevano condiviso una vita sola, soprattutto perché molto probabilmente la separazione sarebbe stata permanente.

Evitavo di pensare a cosa riserbasse per noi la superficie. Per ora era un sogno talmente distante che riuscivo solo a concentrarmi sul tragitto e non sulla meta.

Mi convinsi a scendere per conoscere Harry. Mi alzai in piedi, e in quel momento vi fu uno scoppio e la musica si interruppe. Le luci continuavano a lampeggiare, ma notai del fumo provenire dall’alto, dove c’era l’altoparlante. Qualcuno lo aveva distrutto.

La gente iniziò a urlare, mentre delle sagome irrompevano nella caverna. Sagome irriconoscibili.

Scesi istintivamente dalla roccia, cercando di trovare un posto dove nascondermi, ma non ero l’unica ad averlo pensato. Dei ragazzi mi urtarono e persi l’equilibrio, sbattendo la testa sulla roccia. Mi coprii la faccia con le braccia mentre le persone correvano non preoccupandosi di calpestarmi. Mi rannicchiai il più possibile.

Percepivo qualcosa di umido tra i capelli e la tempia destra, con cui avevo urtato la roccia. Era tutto talmente irreale che mi sembrava di galleggiare, come quella volta in cui io e Isaiah ci eravamo buttati nel Minor Lake a mezzanotte. Chiusi gli occhi e immaginai di essere ancora lì, nonostante le urla e la puzza di fumo. Mi stavo addormentando. Poi all’improvviso qualcuno strinse il braccio e mi strattonò, tirandomi su come una bambola di pezza.

«È lei» mormorò qualcuno, una voce maschile e sconosciuta.

La vista era sfocata, ma riconobbi il viso di un’altra persona scrutarmi. Capelli corti e scompigliati, una barba accuratamente poco curata e una voce profonda e roca.

Il Leader annuì.

«Perfetto. Occupatevi di lei, io penso agli altri».

A quel punto dovetti addormentarmi, perché non ricordo nient’altro che un fischio acuto nelle orecchie e una stretta poco gentile che mi trascinava via.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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