Storia · capitolo 15

Capitolo 15

Norah's den di Sara Patané

Sabato 23 novembre 2019.

Quel giorno si sarebbero tenute le elezioni. Il 23 novembre era considerato da tutti il giorno della nascita della Nuova Shelter. Si erano tenute le prime elezioni il 23 novembre di quarantotto anni prima si erano tenute le prime elezioni non ufficiali della Nuova Shelter. Non ufficiali perché in realtà quella volta nessuno aveva votato, perché Norah insieme agli altri coraggiosi “eroi” che avevano “trovato la falda” erano stati semplicemente nominati membri del consiglio da William ChosenOne.

Dopo aver scoperto che Eddie era morto, non ero caduta in ginocchio lasciandomi andare a un pianto isterico. Una sola lacrima mi aveva rigato il viso.

Non provavo dolore. Provavo rabbia.

Non avevo mai odiato nessuno, nonostante anni di solitudine causati dal disprezzo (ormai lo sapevo) dei miei concittadini, eppure non ero mai riuscita a provare un sentimento di così potente astio nei confronti di un altro essere umano. Credevo fosse sbagliato, perché alla fine tutti hanno qualcosa di buono e, come i personaggi delle storie, ogni persona ha le sue ragioni per fare quello che fa.

Ma per Noah era diverso.

Per Noah io ero cambiata.

Quella mattina, quando andai a dormire, ignorando i miei compiti quotidiani, sognai di ucciderlo. Sognai il suo sangue che mi scorreva tra le mani, e quelle stesse mani che, non contente, gli afferravano la gola e stringevano. I suoi occhi scarlatti sgranati in un ultimo sguardo supplichevole.

Qualcuno si indignerà leggendo queste parole, ma non mi interessa.

Lui non aveva esitato a uccidere mia nonna con un veleno, e non aveva esitato a dar fuoco a tutto ciò che rimanesse della cultura, non preoccupandosi di ammazzare un povero uomo come Eddie, che non aveva mai fatto del male a nessuno.

Alle elezioni si erano candidati in quasi cinquanta, eppure ero tranquilla. Molti erano ricercatori, altri erano ex membri del consiglio che sarebbero stati quasi tutti rieletti, e poi c’erano due o tre rappresentanti delle classi meno prestigiose, tra cui Matt. Matt però aveva dalla sua parte almeno duecento ragazzi del gruppo di Keira, il favore di molti agricoltori e forse, se eravamo fortunati, anche quello dei ricercatori.

Le elezioni, insieme alle Cerimonie dei Vent’anni, erano le uniche festività di Shelter, quindi in molti le apprezzavano.

Io mi limitai a pubblicare il giornale più breve che avessi mai scritto. L’articolo più lungo fu quello su Eddie e su quanto fosse stato una brava persona, e lo feci solo per suo figlio. Gli abitanti di Shelter non si meritavano più le mie parole, ma ero ancora in gabbia e quindi obbedivo alle regole.

Keira si offrì di prestarmi un altro vestito, ed io accettai. Mi porse un vestito che a lei stava aderente, a me un po’ largo, di un rosso tendente all’arancione, che mi ricordava il colore dell’alba. Aveva le maniche lunghe, era molto sobrio per essere di Keira.

Le lanciai un’occhiata interrogativa e lei alzò le spalle.

«I miei me lo avevano preso per le Cerimonie, ma io non l’ho mai messo. Non è molto nel mio stile. Te lo regalo» si spogliò per vestirsi con un abito decisamente più appariscente. La osservai guardarsi allo specchio, con il suo vestito dalla gonna a sbuffo che le arrivava molto sopra le ginocchia. Ovvio che lei piaceva di più ai ragazzi. Era perfetta e stravagante.

«Posso apportargli qualche modifica?» domandai, prendendo le forbici dalla sua scrivania e indicando l’abito che mi aveva regalato. Lei mi rivolse uno sguardo stupito attraverso lo specchio e alzò le spalle.

Indossai il vestito, stirando con le mani le pieghe e mi piazzai di fianco a lei, fissandomi allo specchio e piegando la testa di lato per decidere dove tagliare.

Partii dall’alto, tagliando all’altezza del gomito e lasciando le maniche sull’avambraccio. Poi disegnai una linea che mi tagliava il petto in obliquo, una diagonale che partiva da sopra il seno e arrivava fino alla spalla opposta. Le spalle in questo modo erano scoperte, e già era scandaloso per Shelter. Ma a me non bastava.

Dalla base delle costole, sfilai via quasi tutto il lato sinistro del vestito, lasciando quasi tutto l’addome scoperto.

«Sei matta? Non stiamo andando a una festa!» esclamò Keira, ma con una mal celata ammirazione. Io abbozzai un sorriso feroce.

In risposta, strappai l’orlo del vestito ben sopra le ginocchia, come Keira, e con ciò che rimaneva formai due nastri che utilizzai per legarmi i lunghi capelli corvini nei miei soliti codini.

«Avresti degli orecchini da prestarmi?»  

Keira rimase un secondo in silenzio, poi annuì con vigore e mi porse due ganci ma senza pendenti.

«Io li assemblo ogni volta per abbinarli a come mi vesto. Se vuoi te li posso fare ora…»

«Hai della carta?» la interruppi.

«Fabbrico carta, come potrei non averla in casa?» roteò gli occhi e prese dal cassetto di una scrivania un foglio strappato. Scorsi dentro alcuni disegni ma evitai di commentare. Non sapevo che a Keira piacesse disegnare.

Strappai il foglio in due, poi con un accendino bruciai i bordi per far sì che diventassero vagamente due cerchi; poi, tracciai su ogni pezzo di carta un sole e, appena prima che si asciugasse l’inchiostro, lo sbavai leggermente.

Mi truccai marcando in modo esagerato, infilai degli stivali con un alto tacco che Keira usava solo alle feste di mezzanotte e poi indossai i miei pendenti.

«Sei impazzita» mormorò mia cugina.

Io la fissai attraverso lo specchio. L’emozione che lei sembrava provare io non la percepivo neanche un po’.

«Sì, lo sono».

 

                                                                              *

Arrivare oltre la diga fu piuttosto terrificante.

Ero talmente a pezzi che non provavo sensazioni forti come al solito, tutto era più spento, ma comunque un po’ tremavo.

Le persone che avevamo incontrato per le strade mi avevano fissata inorridite, e così fecero coloro che incontrai quando arrivammo sulle rive del Little Lake.

Mia cugina quando si ribellava aveva un comportamento regale e fissava gli altri con sfida. Io invece procedevo dritta e ogni tanto mi voltavo verso qualcuno e abbozzavo un sorriso più simile a un ghigno.

I nostri compagni ci stavano attendendo vicino all’entrata, parlavano tra loro. Quando ci videro arrivare scorsero lo sguardo da me a mia cugina, da mia cugina a me.

Uno di loro tirò un fischio.

«April» si fece avanti Isaiah «un bel cambiamen…»

Non finì la frase, perché io lo sorpassai come se non lo avessi visto.

Notai alcune signore mormorarsi qualcosa osservando i miei orecchini personalizzati.

«Qualcosa che non va?» domandai, ignorando gli sguardi su di me e concentrandomi su di loro. Le donne fecero espressioni offese ed entrarono.

«Ti farai ammazzare, così» Keira lo disse ridendo, ma l’avvertimento era giusto. Sapevo che rischiavo grosso ad andare in giro con quel simbolo. Era come dire che io sapevo.

In realtà non sapevo molto, ma qualcosa sì, ovvero che quel simbolo era importante e che aveva avuto abbastanza rilevanza da essere bandito. E i miei genitori avevano fatto parte di tutto questo.

Procedemmo nella sala, suscitando lo stesso scalpore tra le fila di ricercatori, medici e funzionari.

Lo spazio era addobbato come durante le Cerimonie, ovvero solo di candele che riempivano l’aria di odore d’incenso.

Una scrivania era stata posta sul pianerottolo del tornante delle scale, con sopra undici scatole ben ordinate, e non c’era nessuno seduto, al momento.

Il gruppo di mia cugina seguì me e lei attraverso la sala. Ci radunammo ai piedi delle scale, in prima fila per assistere alle elezioni.

Era quasi mezzogiorno, il che significava che di lì a poco il Leader e i membri del consiglio si sarebbero seduti alla scrivania, poi Noah si sarebbe esibito nel suo più sentito discorso, elencando i nomi dei candidati. Ogni candidato avrebbe poi avuto circa cinque minuti per fornire delle ragioni per le quali votarlo. Il problema maggiore stava proprio nella votazione. A Shelter, come immaginabile, la carta non era considerata elemento da sprecare, era una risorsa piuttosto limitata che spettava a me, ai medici e ai ricercatori, per questo non potevamo permetterci di votare normalmente con delle schede.

Il Leader aveva risolto con un sistema che, devo ammettere, era tanto estenuante quanto creativo e ben organizzato.

A ogni candidato veniva assegnato un numero. I cittadini dovevano semplicemente prendere una biglia con su scritto il numero della persona che intendevano votare e farlo cadere in una delle urne.

Quando la votazione per quelle che non ufficialmente chiamavamo le “finali” terminava, c’era circa mezzora di pausa in cui il consiglio si riuniva insieme al Leader per contare le biglie e stilare una classifica dei primi venti candidati.

Matthew recitò alla grande il discorso che io avevo scritto per lui, fu un bravissimo attore. Qualcuno addirittura applaudì. Per questo non fummo sorpresi quando Noah annunciò che Matt era uno dei venti finalisti. A lui fu assegnato questa volta un colore, il rosso. Sapevo che non era stato casuale, essendo il rosso anche il suo colore preferito. Che fosse per Noah un modo per deporre l’ascia di guerra e fargli capire che lui era dalla sua parte?

Verso le cinque si tennero le seconde votazioni, quelle ufficiali, ed erano le sei e mezza quando finalmente il Leader, in piedi di fronte alla scrivania, chiese con un gesto di fare silenzio.

«È giunto il momento» annunciò la sua voce roca e profonda. Nessuno fiatava.

Sul tavolo, corrispondenti ai posti dove si sarebbero seduti i nuovi membri del consiglio, vi erano dieci beute in vetro con dentro dell’acqua, a fianco a ognuna delle quali vi era una provetta.

Per celebrare l’ossessione…la passione di Shelter per la scienza, i candidati venivano annunciati in modo decisamente singolare. In ogni provetta vi era un colorante diverso.

I primi anni, secondo mia nonna, si utilizzavano dei reagenti, ma il problema era che spesso in una reazione la soluzione cambia colore in continuazione prima di giungere a quello finale, quindi non si riusciva mai a capire chi fosse stato eletto. Avrei voluto essere lì per guardare i candidati che esultavano per poi sbiancare quando si rendevano conto che il colore stava cambiando.

Ora la tensione nell’aria era palpabile.

La prima beuta si colorò di blu, e fu rieletta la signora Rationality. La seconda di verde (un medico, ex membro), la terza gialla (il signor LogicAndRigor), poi fu la volta del rosa (un ricercatore, ex membro), del viola (un nuovo membro, ma sempre ricercatore), del grigio (capo reparto amministrazione, ex membro), dell’arancione (un nuovo membro, reparto energetico), del marrone (un nuovo membro, medico) e dell’azzurro chiaro (un ricercatore, ex membro). Quando il Leader prese l’ultima provetta e fece colare il colorante nell’ultima beuta, il cuore di tutti noi del gruppo di Keira stava per esplodere. Non potevamo aver fatto tutto per niente.

I sei candidati rimanenti erano sulla rampa di scale superiore e osservavano la scena dall’alto. Incrociai lo sguardo di Matt, che sembrava sul punto di vomitare. Istintivamente, annuii per fargli forza, ma me ne pentii subito. Non si meritava il mio sostegno.

Il tempo si fermò mentre il colorante si tuffava nell’acqua.

E poi la beuta si colorò di rosso.

La sala esplose. Keira iniziò a saltellare e abbracciò chiunque fosse vicino a lei. Io mi sottrassi silenziosamente dalla gioia improvvisa, rintanandomi sul fondo, vicino ad altre persone, e osservai gli amici di mia cugina esultare e stringersi.

Matthew scese con un certo orgoglio dalle scale e si sedette all’ultimo posto, vicino ai nuovi e vecchi membri del consiglio.

Io mi sentivo come se intorno a me il tempo fosse rallentato. Vedevo i movimenti lenti, e riuscivo solo a correre con la mente per pensare a una strategia.

Far sì che il Leader si fidasse di Matt, e che Matt si fidasse più di me che di suo padre. Sarebbe stato possibile?

Tutto ciò a cui riuscivo a pensare lucidamente era quel sogno che avevo fatto.

Al sangue di Noah che io stessa avrei versato.

 

                                                                                      *

Quella sera evitai i festeggiamenti.

Keira voleva insistere, ma io avevo altro a cui pensare.

Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a far parte di quel gruppo, né di nessun altro.

Mi rintanai nella mia grotta, fornita di una fievole candela e del libro di mia madre. Uno dei pochi che mi fossero rimasti dopo che la biblioteca era stata distrutta.

Pensavo a quanto tempo avevo passato là sotto, a quante volte avevo parlato con Eddie e mi ero arrampicata sulla scala per recuperare i volumi più irrecuperabili.

E non riuscivo a non dare la colpa a me.

Mia nonna era morta perché io avevo osato parlare di libertà. Eddie era morto perché io avevo osato lottare per ottenerla.

Ripensai ai miei zii, che sicuramente sapevano qualcosa e vivevano nella consapevolezza di essere rinchiusi. Come si poteva sopportare tanto? Ero forse io troppo egoista?

Sfogliai nuovamente il libro di mia madre, andando al primo racconto segnato con il sole sbavato.

Gli Uomini-Talpa.

Rilessi il racconto almeno tre volte e, sul mio diario, segnai ciò che per me era inventato e ciò che invece era reale.

 

Inventato

Reale

1)Uomini-Talpa? No

2)Uomini usate come cavie? No

3)Uomini in superficie mutati? No

4)L’urlo è metaforico

1)Cedere conoscenze per acqua (ma con uomini di superficie)

2) Piano segreto di William ChosenOne + persone dei piani alti che spariscono e muoiono

3) Scoperte scientifiche per uomini di superficie? Possibile + uomini che sanno spariscono? Vero

4)La storia di Norah + chi vede e sente da solo perisce, per lottare lo devono sapere tutti

 

 

Forse era questo che mi aveva voluto lasciare mia madre. Una sorta di puzzle da mettere insieme. E tutto mi fu chiaro.

I miei genitori avevano cercato di lottare per la loro libertà, forse organizzandosi secondo le indicazioni di Norah. E forse i miei zii ne avevano fatto parte.

C’era solo un modo per sapere se tutto questo fosse reale: chiedere a loro.

Prima però dovevo chiedere il permesso a Keira.

Uscii dalla mia grotta e mi addentrai nel tunnel. La musica si udiva fin dall’entrata.

Ormai per me andare in giro di notte era più normale di farlo di giorno. Mi sentivo a mio agio nel buio, particolare che non avrei mai immaginato possibile per una come me che inseguiva l’idea del sole da tutta la vita.

Nella caverna la gente ballava come sempre, ma questa volta Matt era sul palco, forse un po’ brillo, e cercava di cantare seguendo la musica. Notai Mia, di fianco a Keira, che rideva notando quanto fosse stonato.

 

Non riuscii a trattenere un mezzo sorriso, dimenticandomi per una frazione di secondo che io e Matt non eravamo più amici, e che intorno a noi regnavano caos e distruzione.

Mi addentrai nella folla, facendomi strada tra spintoni e gomitate. Raggiunsi Keira, che, con un bicchiere in mano, era appoggiata a Mia e rideva fissando Matt.

«Ti devo parlare» le urlai nell’orecchio. Lei annuì ma non si mosse.

«Ehi, April» biascicò Matt al microfono. Io alzai gli occhi verso di lui. La camicia elegante che portava alle elezioni era sbottonata quasi fino all’ombelico. I capelli erano di nuovo molto corti.

«Grazie per il discorso m-molto bello che mi hai scritto» quasi inciampò, poi recuperò l’equilibrio.

«Fate un applauso a April!» urlò, facendo fischiare gli altoparlanti. Le persone urlarono e alzarono i bicchieri. «A April! Mio padre ha detto di complimentarmi con te per il tuo nuovo stile. Eri molto sexy…cioè, lui non ha detto così, però era vero. Ha detto “belli gli orecchini, mi ricorda sua madre” e…e ha detto che seguirai la sua strada».

Altri esultarono mentre Matt tornava a cantare. Io invece mi immobilizzai.

Il respiro mi si bloccò. Stavo per avere un attacco di panico.

Mi guardai intorno. Keira era completamente ubriaca, appoggiava la testa sulla spalla di Mia. Matthew urlava parole causali nel microfono. Isaiah era sdraiato su un divanetto con una sigaretta in bocca. Etham e Destiny ballavano come se fosse l’ultimo giorno delle loro vite.

Credevano di aver vinto una battaglia, forse anche due. Ma erano così ingenui.

Ed io mi sentivo così sola.

Noah mi aveva appena minacciato di morte, e nessuno se n’era accorto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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