Storia · capitolo 14

Capitolo 14

Norah's den di Sara Patané

Era giovedì sera.

Avevamo passato buona parte della notte prima ad architettare il piano, e poi in pochi ci eravamo ritrovati anche nel primo pomeriggio, saltando la pausa pranzo. Era rischioso vedersi di giorno, ma speravamo che il via vai delle persone per Shelter servisse per distrarre l’attenzione dalle persone che sparivano dietro alla cascata.

Io e Isaiah eravamo nella piccola grotta che per anni avevamo conosciuto solo io e Matt. Era a pochi metri di altezza dall’entrata nei tunnel, ma nessuno di loro l’aveva mai notata. Isaiah se ne era innamorato subito.

«Mi ero sempre chiesto dove passassi le tue giornate, non avendo un ufficio, ma credevo fossi a casa» disse mentre si sedeva sul bordo e lasciava penzolare i piedi. Io lo imitai e appoggiai le gambe sulle sue.

«Ti prego» risposi, sfogliando il quaderno del lavoro. «Sono peggio di prigioni le case di Shelter».

«Shelter stessa lo è» ribatté.

Alzai le spalle e gli mostrai la pagina del giornale che avrei pubblicato il giorno dopo.

Lui ridacchiò.

«Deve essere difficile fingersi interessati alle elezioni» commentò, guardando l’acqua come se stesse osservando un paesaggio. «Mi chiedo perché le facciano ogni anno. Alla fine eleggono quasi sempre le stesse persone, e, anche fosse, ogni cittadino di Shelter ha sempre le stesse banali idee».

Lanciai il quaderno dietro di me, colta da un’illuminazione.

«Sei un genio!» esclamai, abbracciandolo.

«Lo so» rispose lui, interdetto. «Ma come mai solo ora te ne sei accorta?»

«Dovremmo far eleggere Matthew!»

«E perché mai dovremmo?» fece un’espressione schifata. «È un idiota».

«Sì, lo è, ma è anche l’unica persona che sia così vicina al Leader da poter essere eletta senza destare sospetti» replicai. «Suo padre a quel punto gli rivelerebbe tutto, non può immaginare che sia coinvolto nel gruppo di Keira».

«Se è per questo, stento a crederlo anche io» rispose, poi sospirò. «In effetti, non è una cattiva idea».

Battei le mani, orgogliosa.

Lui si sporse oltre il bordo, guardando giù.

«Hai mai pensato di fare un tuffo?»

Io risi, credendo fosse una battuta, poi mi resi conto che diceva sul serio.

«Sei matto?» domandai. «Saranno quattro metri di altezza, non so se sotto ci sia della roccia e per di più non so nuotare, ovviamente!»

Lui fece un sorrisetto.

«Perché, tu sì?» chiesi, sconvolta.

«Ci sono cose che non sai di me, piccola investigatrice».

Lo guardai intensamente negli occhi castani, rendendomi conto che volevo saperle tutte.

«Ma come?» iniziai con le domande. «Quando? Perché?»

Nessuno, o almeno credevo, sapeva nuotare, a Shelter. Sarebbe stata considerata una perdita di tempo, e poi l’acqua era troppo fredda per desiderare di fare un tuffo. Eppure ora non volevo fare altro.

Isaiah era come se stesse cercando di leggermi nella mente, mi fissava intensamente a pochi centimetri di distanza. Eravamo già stati così vicini, ovviamente, ma adesso era diverso. Adesso voleva dirmi qualcosa.

«Sai qual è la più grande fortuna dei gemelli omozigoti?» domandò.

Io, sorpresa della sua domanda, non seppi fare altro che scuotere la testa.

«Che possono scambiarsi senza essere riconosciuti» prese uno dei miei codini tra le mani e lo sistemò dietro alla mia spalla. «Possono fondersi in un’unica persona, vivere una sola vita».

Per un attimo pensai che stesse per dirmi che per una settimana avevo baciato un po’ lui e un po’ il suo gemello segreto, ma poi spiegò.

«Quando mia madre è rimasta incinta la seconda volta, non sembrava essere un problema, la legge lo permetteva» raccontò. «Poi però nacquero due gemelli identici, ed eravamo in tre. Fossero stati diversi, avremmo potuto darne uno alla sorella di mio padre, che non ne aveva. Sarebbe stato difficile nasconderlo all’amministrazione e ad amici e parenti, che sapevano che lei non era incinta, ma lo si sa, l’adozione in certi casi è accettata se nascosta. Ma loro erano identici. Nella legge non c’è scritto che cosa facciano alle famiglie con bambini di troppo, ma mia madre aveva paura. Iniziò quasi a sperare che uno dei due fosse troppo debole e non sopravvivesse. La vergogna sarebbe stata troppo grande da sopportare».

«Ma è terribile» mormorai, anche se lo immaginavo. In una realtà così chiusa come Shelter la reputazione era impossibile da recuperare, e gli amici erano anche l’unica cosa che rendesse le giornate sopportabili.

«Loro però erano in forma, quindi sopravvissero entrambi. Mia madre decise che all’anagrafe ne sarebbe stato registrato solo uno. Diede un nome fittizio che avrebbero condiviso, e uno vero per ognuno di loro. E così, da quando sono nati, George e Harry vivono un giorno da reclusi e uno da Grayson, il nome che condividono. Almeno i nomi propri che hanno sono normali, l’unico lato positivo del nasconderli».

Non sapevo cosa fare per consolarlo. Non era proprio triste, quanto più rassegnato.

«Non potevamo mai uscire tutti e tre insieme» sospirò. «Solo di notte. E venivamo qui, al Minor Lake, di fronte all’allora deserta abitazione 1αZ» sorrise. «E abbiamo imparato a nuotare, perché era l’unica cosa che potessimo fare per divertirci. È così che ho scoperto quello che stava combinando Keira. Ci siamo avvicinati e così sono entrato a far parte del gruppo. Lei era l’unica a sapere di questo segreto. Fino ad ora».

Io non seppi fare altro che abbracciarlo e tenerlo stretto per almeno due minuti. Quando ci staccammo, era più rilassato.

«Quindi credimi quando ti dico che sotto non ci sono rocce sporgenti, ho controllato io stesso» detto questo, fece un balzo e si tuffò in acqua, riemergendo dopo qualche secondo. Io mi sporsi per vedere se stesse bene e lui mi fece l’occhiolino.

«Ora tocca a te» gridò. Non mi preoccupai che ci sentisse qualcuno. Il rumore della cascata era troppo forte.

Io mi alzai in piedi. Ero abbastanza bassa da poterlo fare. Con i talloni ero stabile sulla roccia, mentre le punte delle scarpe galleggiavano nel vuoto. Allargai le braccia, lo spostamento d’aria che mi soffiava via i capelli. Sarebbe stato come volare.

Presi coraggio, chiusi gli occhi e feci un passo nel vuoto. Trattenni il respiro mentre mi immergevo nel lago, poco distante da Isaiah. Stare nell’acqua era così strano, irreale. Si udiva il rumore della cascata ovattato, ed era l’unico che percepissi. Non fosse stato per l’aria che mancava, avrei voluto rimanere lì sotto per sempre. Cercai di mantenere la calma e, una volta toccato il fondo, mi diedi una spinta e risalii. Per fortuna, Isaiah era pronto ad afferrarmi per non farmi annegare.

Iniziai a ridere come una scema, e Isaiah ne fu contagiato.

Quando mi fui calmata un secondo, gli gettai le braccia al collo e lo baciai. E fu il bacio più vero che ci fossimo mai scambiati.

 

                                                                                     *

«Signore!» esclamai quando il Leader uscì dal suo ufficio per mezzogiorno.

Lui sembrò sorpreso di vedermi.

«Dimmi, April» disse, tenendo la sua razione in mano e procedendo verso la sala dove durante le Cerimonie si teneva il banchetto. Prima che la porta alle sue spalle si chiudesse, notai Mia, la cantante, fermarla ed entrare, facendo passare anche il coro. Mi fece un gesto ed io mi voltai per parlare meglio con il Leader, accelerando il passo in modo che lui mi imitasse.

«Pensavo alle elezioni. So che si è proposto anche Matthew» risposi.

Quella mattina ero riuscita a convincerlo, parlandone anche con Keira, che aveva apprezzato l’idea, anzi ne era entusiasta.

«Devo ancora prendere una decisione. Non so se sia adatto» replicò il Leader. Avevamo raggiunto la sala. Lui si diresse verso il tavolo, dove già altre persone erano sedute a godersi il pranzo, mentre io gli correvo a fianco come un cagnolino.

«Proprio di questo volevo parlarle. Penso che sia un’ottima idea proporlo nel consiglio. Otterrebbe il consenso di chi è a lei fedele, perché è suo figlio, e anche degli altri. Gli agricoltori si sentirebbero non solo rappresentati, ma difesi da qualcuno con un grande potere» il Leader si sedette, io rimasi in piedi.

«Grazie, April, mi interessa la tua opinione» riuscì solo a commentare, senza nascondere la sua carenza di interesse.

Io chinai il capo e sorrisi anche agli altri membri del consiglio, che non risposero, poi schizzai giù dalle scale.

Il cuore mi martellava nel petto.

Salii la collinetta oltre il Little Lake. Ero quasi arrivata alla diga quando si udì lo scoppio che precedeva gli annunci dagli altoparlanti. Ci fu una lunga pausa, e in quel momento tutto sembrò bloccarsi. Le persone attendevano qualche notizia, qualche ordine dal loro amato Leader. Solo che ciò che si diffuse in tutta la caverna non fu la voce roca di Noah, ma quella calda e melodiosa di Mia, che intonò una canzone nuova, più classica. Il coro la accompagnò.

La voce di Mia era ferma, ed espansa per tutta la caverna l’effetto era completamente diverso rispetto al solito. Percepivo la musica come fosse stata un bagno caldo in cui mi ero immersa.

Iniziai a correre, tremando da capo a piedi. All’inizio non successe niente, tutto rimase immobile come se Shelter stessa fosse rimasta sotto shock.

Raggiunsi il centro della diga, per avere una visione completa della città e osservare le reazioni delle persone.

Man mano che Mia acquisiva sicurezza, la gente si riversava nelle strade. Dalla scuola ondate di studenti, dai cinque ai vent’anni, corsero fuori, sulle sponde del fiume. Notai dal Centro Anziani le persone uscire, chi a piedi, chi su una sedia a rotelle.

Scorsi una donna di circa ottant’anni, forse di più, che si reggeva al suo bastone con una mano e che con l’altra si premeva il petto. Penso che stesse piangendo, e non era l’unica. Le persone più anziane riconoscevano nella musica un’infanzia in superficie persa, le più giovani vi scovavano la vita che non avevano mai vissuto.

Isaiah e altri del suo reparto inserirono dei filtri, e la luce solare improvvisamente cambiò da chiara a violacea, a blu acqua.

Medici, ricercatori, funzionari, amministratori, membri del consiglio si radunarono sulle balconate, guardando per la prima volta da tanto tempo il soffitto della caverna, come se la musica provenisse dalla superficie.

I bambini sulle sponde del fiume saltellavano, non li avevo mai visti così allegri; giovani coppie si stringevano in un abbraccio. Gli insegnanti delle scuole non si erano preoccupati di trattenere gli alunni, anzi li avevano seguiti fuori dalla struttura e si tenevano le mani davanti al viso.

Gli altoparlanti diffondevano anche all’interno degli edifici, ma la gente voleva assistere allo spettacolo dall’esterno, forse per analizzare le reazioni degli altri, forse perché non credevano a quello cui stavano assistendo. O forse, strano a dirsi, era stato un atto istintivo.

Era come se fossimo entrati in un anello temporale. Rimasero tutti immobili per la durata della canzone. Fu solo qualche minuto, ma a me parvero secoli.

Quando la musica terminò, si udì lo sbattere di una porta. Probabilmente il Leader stava cercando di entrare nel suo ufficio ma i ragazzi del gruppo l’avevano bloccata. Come deciso, notai dopo qualche minuto Mia e il coro sulle balconate, mescolati alle altre persone (indossavano i camici perché anche loro erano ricercatori). Erano riusciti a uscire dalla finestra prima che il Leader entrasse nell’ufficio.

Dovetti trattenermi per non esultare.

Dopo poco, notai il Leader salire sulla balconata, vicino a Mia e al coro, senza accorgersi di niente. E anche da così lontano, notai che stava fissando intensamente qualcuno.

Stava fissando intensamente me.

 

                                                                                          *

Quella notte si tenne una delle feste più folli che Shelter avesse mai visto.

Da mezzanotte alle sei del mattino tutti ballarono, gridarono di gioia, si ubriacarono. La musica aveva raggiunto livelli assordanti, e quasi temevo che si potesse udire da fuori nonostante lo spesso strato di roccia e il rumore della cascata.

Iniziò tutto con un discorso di Keira che esaltò tutto il pubblico, un brindisi a me e al piano di Mia. Si tenne uno spettacolo di due ore, pieno di danze e musica, addirittura vi fu una dimostrazione della tecnica della Fate Art. Una delle pittrici, invece di disegnare, si immerse in alcuni secchi di colore diverso e, danzando su una tela appoggiata sul palco, disegnò un paesaggio ondulato. Due ragazzi, forse un po’ ubriachi, improvvisarono una scena teatrale di non so quale dramma shakespeariano.

Io e Isaiah rimanemmo insieme per tutta la serata, e per la prima volta con lui provai qualcosa di diverso dalla semplice attrazione fisica. Parlare con lui mi piaceva, stare vicino a lui mi faceva sentire a mio agio e allo stesso tempo mi agitava. Anche lui mi guardava in modo diverso, ma forse era solo una mia impressione.

Keira quella sera non si preoccupò di controllarsi. Si ubriacò e circa alle tre di notte la vidi baciare prima Matt e poi Mia. Non avevo mai visto due ragazze baciarsi, il che era davvero sconvolgente, ma gli altri ne risero e così feci anche io.

Erano le quattro quando mi assopii per qualche secondo, appoggiata al petto di Isaiah. Stavo sognando qualcosa di piacevole, anche se non ricordavo cosa, quando qualcuno mi rovesciò del vino addosso.

Mi svegliai di soprassalto e vidi Destiny reggere la bottiglia vuota, in piedi sulla roccia sottostante, che mi fissava con astio.

«Scusami?» strepitai per sovrastare la musica.

«Era da giorni che volevo farlo!» rispose lei, alzando il dito medio e scendendo dalla roccia, barcollando.

Stavo per alzarmi e avventarmi su di lei, ma avevo la nausea e non volevo svegliare Isaiah, che sorrideva nel sonno e così era adorabile.

Per questo mi appoggiai nuovamente a lui e mi assopii.

Erano circa le cinque quando Isaiah si svegliò, ed io con lui. Molti erano rimasti e ballavano. Mia stava dormendo vicino a Keira e Matt, ma i musicisti suonavano ancora. Alcuni, coloro che abitavano con famiglie “benestanti” erano dovuti tornare a casa per non destare sospetti.

Isaiah mi prese per mano e scese dalle rocce. Passando di fianco a Destiny che dormiva, non riuscii a resistere e le pestai con forza la mano. Lei lanciò un grido, ma la musica continuava a martellare per tutta la caverna, quindi nessuno udì.

Trattenni una risata e seguii Isaiah nel tunnel.

Lui si appoggiò al muro e si fumò una sigaretta, lasciando andare la testa all’indietro, poi mi attirò a sé e ci baciammo a lungo.

A un tratto mi staccai.

«Puzzi di fumo» dissi, tossendo. Isaiah aveva fumato e bevuto tutta la serata.

I suoi occhi vagavano per il tunnel mentre si riportava la sigaretta alle labbra e soffiava via il vapore.

«Posso farti una domanda?» la mia voce suonava distante, rimbombava, saltellando da una parete all’altra.

Isaiah scrollò le spalle.

«Noi cosa siamo?» mi appoggiai al muro di fianco a lui. Isaiah voltò la testa nella mia direzione. I suoi occhi erano rossi.

«Cosa intendi dire?»

«Hai detto che tu vuoi solo divertirti, e questo mi va bene» risposi, più nervosa di quanto sperassi. «Ma perché non possiamo divertirci come coppia?»

Lui rimase in silenzio, poi senza preavviso scoppiò a ridere. Una risata priva di gioia.

Io mi irrigidii, diventando bordeaux.

«Sapevo che si sarebbe arrivati a questo» disse, facendo un altro tiro.

«A cosa?» chiesi, la voce che si stava spegnendo per l’imbarazzo.

«Voi ragazze fate sempre così. Anche Destiny, e dire che lei era una molto più…socievole, diciamo» rise ancora, scrollando le ceneri della sigaretta per terra. «Un bacio o poco più per voi equivalgono a una proposta di matrimonio».

Cercai di scacciare via le lacrime, ma non ci riuscii. Mi rassicurava il fatto che non ci fosse molta luce.

«Mi dispiace, okay?» proseguì, notando il mio silenzio. «Solo che io non sono il tipo di persona che si fidanza, e scusa se te lo dico ma non mi fidanzerei con te».

«Perché proprio con me no?»

«Beh, sei una pettegola, okay? Ti credi più intelligente, profonda e sfortunata degli altri. Guardi le persone dall’alto al basso solo perché tu non hai niente da fare durante il giorno e quindi immagini e osservi più cose degli altri…» le sue non erano accuse, quanto più un elenco senza fine dei miei difetti.

Ero talmente sconvolta che la rabbia e la tristezza passarono in secondo piano.

«Scusa ma allora perché ci hai provato con me?» chiesi alla fine.

Lui alzò le spalle. «Perché mi sei simpatica e mi ricordi tua cugina, che è terribilmente sexy. Ho avuto una storia anche con lei».

Altre lacrime seguirono le prime. Era il secondo ragazzo a cui mi dichiaravo e il secondo che preferiva mia cugina a me. Perfetto.

«Non mi fraintendere» aggiunse. «Come amica sei forte. E baciarci è forte. Ma il resto non mi interessa, troppo impegnativo».

Rimanemmo per un po’ così, rintronati e nel silenzio, poi lui se ne tornò nella caverna a ballare e bere.

Io non riuscivo a muovermi. Ero stanca, delusa, ferita e terribilmente arrabbiata.

Quando alle sei gli altri iniziarono a muoversi, non mi degnarono di uno sguardo, come sempre. Isaiah mi salutò come se niente fosse, diretto verso l’Ancient Palace per occuparsi del suo compito giornaliero.

Io rimasi ancora immobile per qualche minuto, poi li imitai. Tornai a casa mia, la mia casa vuota e così desolata, che puzzava di polvere e solitudine, e mi sedetti sul letto, vicino alla finestra.

Non ero triste. Ero solo stanca. Priva di emozioni. Mi sentivo come se da un momento all’altro potessi uccidere qualcuno oppure scoppiare a piangere, o anche solo sdraiarmi e fissare il soffitto per sempre, immaginando l’azzurro di un cielo che mai avrei visto. Un sogno che mai avrei realizzato.

A scuola dicevano che tutti gli abitanti di Shelter prima o poi provavano un senso di panico, un periodo di depressione che poi passava con la rassegnazione di una vita al chiuso. Io però non l’avevo mai provata, quella sensazione, fino ad adesso.

E mi odiavo per aver permesso a Isaiah di ferirmi. Per un minuscolo, crudele istante mi balenò l’idea di denunciare i suoi fratelli per ripicca, ma sapevo che me ne sarei pentita a vita. Non potevo punire loro per qualcosa che aveva fatto lui. Continuavo a ripetermi che non ero cattiva nonostante quei pensieri, ma era davvero così?

Avevo sempre pensato che le persone mi detestassero perché avevano paura di me o perché mi invidiavano. Isaiah mi aveva aperto un mondo che non conoscevo, un mondo in cui gli altri mi giudicavano come io giudicavo loro, e non perché erano spaventati o invidiosi, ma perché mi disprezzavano.

Tutta Shelter mi disprezzava.

Io mi disprezzavo.

Voltai la testa verso la finestra, che era in direzione Ancient Palace, e solo allora mi accorsi di una timida voluta di fumo che si innalzava da dietro la diga.

Balzai in piedi, riacquisendo improvvisamente energia, nonostante la notte insonne e la delusione che avevo appena superato.

Il cuore non si preoccupava neanche più di battere all’impazzata. La mente era svuotata da ogni pensiero.

Prima di rendermene conto, mi ritrovai a correre fuori dalla mia abitazione e per tutte le vie, attraversando i ponticelli posti sui rigagnoli, creati per fornire acqua a ogni abitazione, con un balzo. In cinque minuti ero arrivata alla diga. Per le vie, altre persone si stavano dirigendo, curiose e rintronate, verso l’Ancient Palace.

Giunsi sulla cima della collinetta e lì impietrii.

Il fumo proveniva da dentro la sala. Alcune persone stavano correndo fuori, evacuando la sezione ospedaliera. Alcune barelle erano poste nel giardino, sulle rive del Little Lake. Scorsi la sagoma di un uomo con una mascherina sul viso accasciata su una di queste, la fronte annerita.

Terrorizzata, scesi la collinetta e superai il Little Lake, arrivando a pochi metri dall’Ancient Palace, ma i miei dubbi ovviamente erano reali.

Il fumo proveniva dalla biblioteca sotterranea.

Mi voltai verso l’uomo sulla barella, e mi accorsi che si trattava del figlio di Eddie, che mi rivolse un’occhiata e una sola lacrima sfuggì dalle sue palpebre semichiuse.

Eddie era morto. 

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