Storia · capitolo 13

Capitolo 13

Norah's den di Sara Patané

L’urlo nel silenzio

Si narra che vi sia un segreto che racchiude tutta la storia della Nuova Shelter. Un segreto su cui tutto è basato, ma che quasi nessuno conosce. E si narra che una donna, il cui nome è storia, una volta facesse parte di tale mistero, e che ne sia stata inghiottita, come un corpo che si addentra nell’oscurità senza luce a illuminarne il cammino.

Ogni sei anni il segreto rischia di essere scoperto, e se acuite i sensi, rizzate le orecchie e abbassate ogni difesa si udirà un grido lontano che chiede giustizia. La voce di questa donna danza sulle teste di chi dorme profondamente, e ogni tanto sveglia un’anima sfortunata che la ode e cerca di lottare, ma che da sola soccombe a forze più grandi di lei. La vera tragedia è che, se solo quella voce fosse abbastanza potente, più anime si sveglierebbero e lotterebbero, e avrebbero la meglio.

 

Era di nuovo sabato.

Capitava che Keira organizzasse qualche festa infrasettimanale con meno persone, come quella di due settimane prima, di venerdì, quando avevo percepito la roccia tremare. Avevo temuto che fosse un terremoto, invece era soltanto musica.

Non potevo credere che i primi abitanti di Shelter avessero deciso di eliminare la musica da un giorno all’altro. Fossi stata in loro, ogni mattina avrei diffuso dall’altoparlante qualche canzone per accompagnare le giornate dei cittadini. Ormai quando non ero nella caverna segreta pensavo alla musica e il silenzio era un macigno che portavo sulle spalle. Ogni movimento diventava più lento, perdeva il suo senso.

Avevo ripreso il libro di mia madre, che si concludeva con un racconto molto più metaforico degli altri, segnato con il simbolo del sole sbavato. Ormai avevo troppe cose per la testa per chiedermi perché alcune storie fossero segnate e altre no, anche perché non sembravano essere collegate tra loro.

Mercoledì avevo parlato con Keira e Isaiah da sola, nonostante le proteste di Matt. I due avevano litigato per almeno mezzora, ma alla fine avevamo deciso che quel sabato avrei parlato davanti a tutti. 

Non ero mai stata tanto nervosa. Ero abituata ad ascoltare le conversazioni altrui, a giudicare, a scrivere senza ritegno di chiunque, ma ora che ero io a dover essere il centro dell’attenzione volevo solo scappare.

Tremavo da capo a piedi mentre le persone si riversavano nella caverna. Quella sera gli alcolici erano limitati, e già qualcuno si stava lamentando, ma Keira non poteva permettersi che qualche ubriaco uscisse da lì e raccontasse quello che stavo per annunciare a qualcuno.

Chi mi preoccupava di più, al momento, era Matt. Era la persona che conoscessi meglio lì dentro e anche quella di cui meno mi fidavo. Keira però sembrava convinta che lui potesse assistere, quindi io non potevo fare altro che evitare il suo sguardo durante il discorso.

I musicisti suonarono fino a mezzanotte, e, a parte la scarsità di alcolici, fino a quel punto parve tutto nella normalità, molto simile al sabato prima. Lo spettacolo anche questa volta fu meraviglioso, ma non riuscii a emozionarmi come la settimana prima perché continuavo a staccarmi la pelle dalle mani, fino a farle sanguinare. Il cuore batteva all’impazzata ed era come se fossi sott’acqua, come se non fossi davvero lì.

Isaiah teneva un braccio intorno alle mie spalle, ma quasi non me ne accorgevo. Keira ogni tanto mi fissava e mi diceva che sarebbe andato tutto bene.

Al termine dello spettacolo, dopo aver atteso che le urla e gli applausi del pubblico si estinguessero, la cantante riprese il microfono.

«E ora, ragazzi, dobbiamo affrontare una questione più seria» la sua voce echeggiò in tutta la caverna. Fece un gesto in direzione di Keira, che si alzò prendendomi a braccetto. Fece un balzo giù dal macigno su cui eravamo sedute, ed io la seguii traballante mentre saliva sul palco e prendeva il microfono dalle mani della cantante, che chinò il capo con un sorriso e si raccolse insieme ai musicisti sul fondo, nell’ombra. Le luci erano ferme, chiare e rilassanti.

«So che queste serate sono motivo di sfogo per tutti noi» la voce di Keira era ferma e autoritaria mentre sostava sotto a uno dei faretti. Con il suo abito viola scuro che si poggiava a terra sembrava una regina, ed io mi sentivo minuscola in confronto a lei. Nessuno osò parlare. «E voi siete persone fidate, se no non sareste qui» fece una lunga pausa, forse scorrendo con gli occhi il pubblico. Io ero di fianco a lei, e la luce era abbastanza forte da far sì che i volti degli altri fossero quasi completamente avvolti nell’oscurità. Meglio così. «Abbiamo iniziato questi incontri con l’idea di ribellarci agli standard di Shelter» qualcuno lanciò un urlo di approvazione, e Keira abbozzò un sorriso. «Volevamo che la società cambiasse, che ci fosse più libertà creativa. Volevamo scegliere il nostro futuro in base a quello che desideravamo e non in base al lavoro dei nostri genitori e dei nostri nonni».

Altri urlarono e fischiarono e batterono i piedi per terra.

Keira mi lanciò un’occhiata piuttosto compiaciuta.

«Conoscete tutti mia cugina, April» mi indicò con un gesto elegante.

Il pubblico tacque improvvisamente. Alcuni iniziarono a bisbigliare e io mi resi conto che stavo sudando freddo e avevo la nausea. Volevo togliermi il pensiero.

«Lei oggi ha qualcosa da dire» guardò fermamente i suoi amici. «Ascoltatela attentamente. Quello che sta per raccontarvi potrebbe cambiare le vostre vite».

Keira scese dal palco, dandomi una pacca sulla spalla e porgendomi il microfono.

Ed io mi ritrovai sola, con il riflettore puntato sul viso, di fronte a tutti quei compagni che mi detestavano, e a ragione.

«Ciao a tutti» seppi solo dire, come un’idiota. Uno dei ragazzi mi fece il verso, ed io arrossii.

«Non ti piace essere presa in giro, vero?» strillò uno dai posti più alti, e il suo commento fu seguito da varie risate.

Io sospirai.

«So che mi odiate, e non posso darvi torto» la mia voce era così strana sentita dagli altoparlanti. Era come se stesse parlando qualcun’altro al posto mio. «Ma il mio lavoro non consiste solo nel gossip. Ho sentito una cosa, un po’ di tempo fa, e ho iniziato a indagare. Non riguarda me, non riguarda voi. Riguarda tutta Shelter e, soprattutto, il mondo esterno».

Ero riuscita a catturare la loro attenzione. Nessuno fiatava.

Presi un respiro profondo e iniziai il mio crudele, terribile discorso.

 

                                                                               *

Analizzavo il libro di mia madre, rileggendo e rileggendo le storie segnate dal simbolo. Volevo trovare un punto in comune. La testa mi doleva, ma accoglievo quel dolore e cercavo di concentrarmi.

Quando quel sabato sera avevo raccontato tutto quello che sapevo, all’inizio i ragazzi erano rimasti in silenzio, poi uno aveva iniziato a pormi domande, e così tutti gli altri. Alcuni si erano alzati in piedi, altri erano rimasti immobili. Keira era salita sul palco e aveva cercato di mantenere l’ordine, ma la bomba ormai era stata lanciata. Gente che urlava, gente che cercava di salire sul palco ma che veniva bloccata da Isaiah e da qualcuno dei musicisti che aveva mantenuto il senno.

«È una bugia! Sei solo una complottista!»

«Perché avrebbero dovuto tenerci qui?»

«Cosa facciamo adesso?»

«Andiamo a dirlo al Leader!»

«Non possiamo stare in silenzio!»

Le domande, gli insulti, le esclamazioni erano troppe per poter essere udite tutte, ma comprendevo la loro rabbia e la loro confusione. Le provavo anche io.

«Fammi passare!» avevo sentito Matt quasi aggredire Isaiah, che aveva rivolto uno sguardo a Keira. Lei aveva annuito e Isaiah lo aveva lasciato salire sul palco.

Matt mi aveva raggiunto e presa per le spalle.

«Vuoi far uccidere mio padre? Che cosa ti è saltato in mente?»

Keira lo aveva scostato con veemenza, ponendosi tra lui e me.

«Prova a vedere le cose per come stanno, Matt, e non attraverso le stronzate che ti ha detto tuo padre per tutti questi anni!»

Matt aveva scosso la testa, si era passato una mano tra i capelli (che ormai erano cresciuti fin troppo) ed era sceso dal palco. Keira aveva fatto in modo di tenere qualcuno a guardia dell’uscita, quindi Matt non poté far altro che sedersi il più lontano possibile dal palco e rannicchiarsi per isolarsi dalle grida.

Rilessi brevemente la storia sulla donna che grida, passando le dita sulla carta, come se in questo modo potessi carpirne più facilmente il significato.

Quando mi ero ritrovata sul palco, con Keira che urlava e le persone intorno che rispondevano con rabbia, a un tratto era come se fossi stata dentro a un sogno. La rabbia saliva, la stanchezza si faceva sentire.

Avevo strappato dalle mani di Keira il microfono e vi avevo battuto su il palmo, per poi coprirlo. Un fischio proveniente dagli altoparlanti aveva echeggiato per tutta la caverna, e i ragazzi si erano zittiti e si erano coperti le orecchie.

Dopo qualche secondo, avevo staccato la mano. Il silenzio era ritornato a dominare lo spazio, ed io ne avevo approfittato.

«So cosa state passando. L’ho passato anche io, ed ero sola» la mia voce ora era ferma. Nessuno mi aveva interrotta.

«Quello che possiamo fare ora è indagare. Aprite le orecchie e cercate di ascoltare quello che le persone si dicono, non voltatevi dall’altra parte quando uno dei vostri nonni o dei vostri genitori vi racconta un aneddoto che non conoscevate sulla storia della Nuova Shelter, o anche su una leggenda narrata sul grande Black-Out. Tutto è utile. Io indagherò insieme a voi, e poi vedremo che cosa fare» avevo guardato le persone più vicine al palco negli occhi. «Insieme».

Nessuno aveva osato fiatare.

«Se qualcuno ha troppa paura è comprensibile. Ed è libero di non presentarsi alle riunioni che si terranno d’ora in poi il mercoledì a mezzanotte. So che non vi fidate di me, ma cosa mi dite di Keira?» mi ero voltata verso mia cugina, che sembrava piuttosto nervosa. «Lei è il motivo per cui siete qui. Per cui potete sfogarvi senza temere le opinioni degli altri. Non tradite la sua fiducia».

Quel discorso era stato più apprezzato di quello precedente. Qualcuno aveva anche applaudito, in modo fievole ma deciso.

La festa era ripresa con lentezza, e molte persone se ne erano andate via prima del solito.

Nei giorni seguenti, poi, avevo percepito uno spirito completamente diverso tra gli abitanti più giovani di Shelter. Sempre più spesso trovavo qualcuno dei ragazzi a fissare il soffitto, come solo io una volta facevo.

Era come stare in una realtà parallela, e stranamente non sapevo se mi piacesse o no. 

Ero rannicchiata contro la parete, come sempre, ma tutto era diverso.

Matt si era ripreso da sabato, e quel lunedì avevo trovato lui e Keira nella serra in atteggiamenti romantici. Avevo evitato i commenti, anche se quella coppia continuava ad apparirmi innaturale, sbagliata.

Era mercoledì. Quella notte ci sarebbe stata la prima riunione. Io e Keira avevamo optato per una scaletta di argomenti. Non potevamo presentarci senza un piano elaborato a grandi linee. Il più grande talento di un leader è quello di fingere di sapere quello che deve fare anche quando non è vero, per trasmettere sicurezza agli altri e reggere la tensione. Keira era perfetta in questo ruolo, io mi vedevo più come la sua assistente, come il cervello dietro alle parole che lei pronunciava. Una sorta di Cyrano de Bergerac versione più politica che romantica.

Rileggendo l’ultimo dei racconti di mia madre, mi resi conto di un particolare che prima non avevo notato. “Una donna il cui nome è storia”. Presi coraggio e sottolineai quella parte. Fino a quel momento non avevo voluto intaccare le parole di mia madre, ma era troppo importante evidenziare i punti fondamentali e organizzare i pensieri. Sapevo che lei avrebbe capito.

Era azzardato porre quell’ipotesi, ma era l’unica che mi veniva in mente, quindi estrassi il mio diario e scrissi quella frase, con a fianco scritto: “Norah?”. Non avevo mai sentito parlare di lei, ma dopotutto non è che conoscessi tutti gli abitanti di Shelter, soprattutto non quelli abbastanza vecchi da usare il termine “shelteriano”, risalente a prima della Nuova Shelter.

Un altro aspetto che sottolineai fu “se acuite i sensi, rizzate le orecchie e abbassate ogni difesa si udirà un grido lontano che chiede giustizia”. Non mi importava del grido, sapevo che doveva trattarsi di una metafora, ma sull’importanza che il testo dava all’udito. Diceva di ascoltare, durante il Grande Black-Out. Ascoltare era la chiave.

Giura che l’acqua era immobile.

Possibile che la chiave fosse il rumore della cascata, che, secondo quell’addetto alle luci, durante il Grande Black-Out si interrompeva?

Il cuore iniziò a battermi all’impazzata, mentre una possibile teoria si intrecciava nella mia mente.

La frana di cui parlano a scuola è avvenuta davvero e ha chiuso qualsiasi accesso al mondo esterno.

Keira aveva ovviamente ragione, non si poteva uscire da Shelter passando per il tunnel che aveva portato lì i nostri antenati, ma forse un altro modo c’era. Se tutto quello che avevo scoperto era vero, l’uomo del reparto luci aveva visto qualcuno provenire dalla superficie giù a Shelter, non c’era scorrimento d’acqua nel fiume e nei laghi e io sapevo per certo che la cascata proveniva dal mondo esterno, da un lago chiamato Melton Hill Lake, che stava sopra di noi, vicino al laboratorio da cui erano scesi i nostri antenati. Questo voleva dire che un modo per uscire ed entrare da Shelter c’era, ed era proprio dall’uscita della cascata. Da una parte ciò mi dava speranza, dall’altra…l’unico modo di scappare era farlo durante il Grande Black-Out, una possibilità che avveniva ogni sei anni e solo per qualche ora.

Mi presi la testa tra le mani. Il dolore aumentava, e il nervosismo anche. Battevo il piede per terra, perché in quel momento avrei voluto correre.

Ma a Shelter non si correva.

Tornai all’appunto di prima. Dovevo trovare il nome di Norah in qualche volume della storia di Shelter, per avere un punto da cui partire. Forse era quello lo scopo delle leggende che mia madre mi aveva lasciato. Aveva segnato quelle che contenevano indizi sulla verità, qualcosa da cui partire per scovare i veri segreti di Shelter. E io ci sarei riuscita.

Mi alzai e uscii dalla grotta.

 

                                                                                  *

Giunsi alla scuola di Shelter, addentrandomi nella base della piramide. Come “tutte le strade portano a Roma” tutti i corridoi del livello Specializzazione erano collegati alla biblioteca, come zampe di un grosso ragno.

Le persone che incontrai erano stupite di vedermi lì. Alcuni fecero una smorfia, mentre quelli del gruppo di Keira, che avevo visto alla festa, addirittura mi salutarono con un sorriso.

«Zero-zero, vero April?» domandò una ragazza, passandomi accanto, con un’occhiata complice che una volta sapevo scambiarmi solo con Matt.

«Zero-zero, Tamara» risposi, non riuscendo a trattenere un lieve sorriso.

I libri sulla storia di Shelter si trovavano nella biblioteca della scuola perché non erano assolutamente proibiti o sconsigliati. Nella sezione “storia” infatti non trovai nulla riguardante la Rivoluzione Francese o la Guerra di Secessione. La storia che veniva insegnata a noi partiva dalla seconda Grande Guerra e si addentrava nell’economia e nella cultura (se così si poteva chiamare) di Shelter.

Un intero volume parlava solo della Nuova Shelter, quindi degli ultimi cinquant’anni.

Lo presi e mi diressi verso uno dei tavoli. Mi sedetti di fianco a due studenti che, appena si accorsero di me, si alzarono e se ne andarono da un’altra parte.

Sfogliai le prime pagine. Avevo ascoltato infinite lezioni sui Leader, sul ritorno al progresso, sull’Anno dei Morti, ma non mi ero mai interessata a tutti i componenti del consiglio, che venivano eletti ogni anno. Questo voleva dire che mi ero persa circa cinquecento persone che avevano fatto la storia della Nuova Shelter. Fantastico.

Paziente, partii dall’Anno del Terrore e lessi tutto il paragrafo sul figlio del vecchio esponente del Progetto Shelter. Alla morte del padre Oliver Rivera, il figlio, Alexander, aveva subito destituito i membri del vecchio consiglio (che allora erano cinque) e stava per istituire una dittatura, quando William Brooks, da semplice addetto alla manutenzione, iniziò a guidare una rivolta e prese il potere, creando la Nuova Shelter e cambiando il suo nome in William ChosenOne. Per prima cosa si occupò di andare a cercare l’acqua e chiamò a raccolta dei volontari. Si presentarono quattordici persone, tredici uomini e una donna, che accompagnarono il Leader a cercare una fonte d’acqua. Stettero via un mese e, quando tornarono, avviarono il progetto per deviare l’acqua di una falda acquifera verso la caverna.

Cercai il nome della donna, ma non lo trovai finché non giunsi alla sezione del capitolo che parlava della formazione del consiglio. Quando la cascata fu completa, vi fu il primo Grande Black-Out, e quattro dei volontari sparirono insieme alle loro famiglie. Qualcuno diceva che fossero andati a vivere in un’altra caverna, magari quella in cui si trovava la falda.

I dieci membri rimasti furono eletti capi del consiglio, e William primo Leader della Nuova Shelter.

Finalmente trovai i nomi delle persone, un elenco di sconosciuti, finché non giunsi all’ultimo.

Norah JusticePursuer o “perseguitrice della giustizia”.

Mi tremavano le mani per l’emozione, che però durò poco, perché nel consiglio dell’anno seguente il suo nome non c’era già più. Tornai alle date di nascita e morte.

 

Norah JusticePursuer (1939-1974)

 

Questo voleva dire che Norah era morta poco dopo la fondazione della Nuova Shelter.

Chiusi con rabbia il volume, attirando gli sguardi degli altri studenti. Mi alzai, rimisi il libro a posto e cercai il necrologio della Nuova Shelter. Era un quaderno ad anelli con sopra attaccati pezzi di giornale dal 1971 con l’annuncio di morte dei cittadini. Lo avevo dovuto fare anche io qualche giorno prima con quello di mia nonna. In questo modo, tutto era segnato e passava alla storia.

Sfogliai le prime pagine e dopo poco trovai qualche riga su Norah, scritta o da mio nonno o da mia nonna. Risaliva al 22 luglio del 1974.

 

Oggi è mancata Norah JusticePursuer, prima donna membro del consiglio. Da quando ha assunto tale carica è stata vittima di depressione e nevrosi, e questo ha gettato benzina sul già acceso dibattito se fosse giusto incaricare una donna di un ruolo così importante. Cause della morte: eccessiva assunzione di sonniferi. I parenti della defunta scatenano una polemica, non avendo potuto neanche dirle addio…

 

Lo aveva scritto mio nonno, questo era sicuro. Non che potessi prendermela con lui per quelle parole, ma mia nonna si sarebbe rifiutata anche solo di riportare conversazioni del genere.

Poche righe rispetto a quelle degli altri defunti. Un pezzo infatti era stato strappato via.

I suoi parenti non avevano potuto dirle addio. Nessun cadavere, quindi?

Possibile che qualcuno l’avesse semplicemente fatta sparire?

Era inquietante come la storia di Norah fosse simile a quella di Opal, la madre di Matt. Depressione e nevrosi e poi una misteriosa morte improvvisa.

Notai un insegnante all’angolo della biblioteca, vicino a una porta di uscita, che mi fissava.

Chiusi il necrologio, lo rimisi a posto e uscii velocemente dalla scuola.

 

                                                                            *

«Quindi Norah era coinvolta nel mistero di Shelter, ovvero la scoperta della falda acquifera, che in realtà è una bugia inventata per non far capire che in superficie gli uomini hanno continuato a vivere senza subire l’estinzione» riassunse Keira ai nostri compagni a mezzanotte. Si erano presentate molte più persone di quanto avessi sperato. Quasi tutti, a dire il vero, forse solo una decina mancava. «Ma probabilmente dopo aver contribuito a nascondere la verità si è pentita ed è impazzita. Forse stava anche per dire tutto agli altri abitanti e per questo è stata fatta tacere».

«E io ho ipotizzato che non fosse morta» aggiunsi. Eravamo seduti in un cerchio sbilenco, chi sul palco con le gambe penzoloni, chi sulle rocce. Io e Keira eravamo al centro. «Perché nell’ufficio del Leader ho trovato una mappa, in cui erano segnati dei tunnel sotto alle nostre abitazioni. Uno spazio chiamato “Norah’s den”. Un nome creativo forse per indicare una prigione».

«Cosa ti fa pensare che sia una prigione?» intervenne Leopold dall’alto del cerchio.

«Chiamala intuizione. A cosa servirebbe se non a quello?» risposi. «Pensa a tutte le persone che sono scomparse durante il Grande Black-Out. O sono state uccise e bruciate oppure sono state rinchiuse da qualche parte. E poi so per certo che ha comunicato con mia madre, il che non potrebbe essere avvenuto prima del 1974, visto che mia madre aveva appena cinque anni in quel periodo».

«Perché dici che ha comunicato con tua madre?» chiese Matt. Era la prima volta che mi rivolgeva la parola da quel sabato. «Hai detto di aver solo trovato un suo messaggio, non una risposta. Magari tua madre stava indagando come te».

Questo era vero, ma c’era qualcosa che non mi tornava. Perché scrivere su dei libri di testo dei messaggi in codice se poteva andare da una persona e raccontare tutto? Perché tacere se era già decisa a raccontare tutto?

«Ve lo dimostrerò» ribattei «in un modo o nell’altro. So che è così».

«Ti sei chiesta come faremo a dire da un giorno all’altro alle persone che possiamo uscire?» domandò una ragazza. «Mio nonno abita qui da settantaquattro anni, dubito che la prenderebbe bene».

«Dobbiamo cercare di avvicinarli alla curiosità» rispose Keira al posto mio. «Far sì che siano loro per primi a desiderare qualcosa di diverso».

«E come?» domandò un ragazzo che sembrava più piccolo degli altri.

«Facendo loro conoscere ciò che non conoscono» dissi, iniziando a pensare, ma la cantante del gruppo mi procedette.

«Ragazzi» la sua voce era timida ma potente e ferma. «Credo di avere un’idea di quale potrebbe essere la nostra prima missione». 

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