Capitolo 12
Riprendere la mia vita non fu semplice.
Rivedere gli stessi posti, parlare con le stesse persone e fare le stesse cose dopo l’esperienza surreale di sabato fu, appunto, surreale.
La domenica era pausa solo per chi lavorava nei laboratori o in altri posti dove c’erano dei turni. Dottori, addetti alle luci, agricoltori e la giornalista lavoravano tutti i giorni.
Feci davvero fatica a trovare qualcosa di cui parlare, ed era così da quando era morta mia nonna. Non riuscivo a pensare perché venivo sempre distratta da pensieri come la tristezza, Keira, Matt, la caverna nascosta, la nausea, il fatto che tutte le nostre vite fossero un inganno, la mia famiglia coinvolta in qualche strano mistero, il libro dei racconti di mia madre, le ultime parole di mia nonna...persino a Isaiah. E poi c’era quella cartina che avevo trovato nello studio di Noah, e tutta quella parte di Shelter che era rimasta nascosta per quasi cinquant’anni. Norah’s Den e il nome di Norah continuavano a tornarmi in mente.
Ci hanno mentito. Scappa. Arte è casa. Ci hanno mentito. Scappa. Arte è casa. Ci hanno mentito. Scappa. Arte è casa.
Ma che cosa c’entrava mia madre con questa Norah? E Eddie, era coinvolto anche lui?
E in tutto questo, dovevo pensare a qualcosa di buono da dire su Shelter in modo che le attenzioni non fossero su di me.
La morte di mia nonna aveva colpito talmente tanto le persone che queste si erano quasi dimenticate dell’articolo che avevo pubblicato quel giorno. Ogni tanto qualcuno mi rivolgeva un’occhiataccia o faceva qualche commento, ma riuscivo facilmente a sorvolare sulla questione. Agli insulti ero talmente abituata che quasi mi veniva da ridere.
Quel giorno quando incontravo qualcuno di quelli che avevo visto nella caverna segreta loro mi lanciavano occhiate di fuoco, probabilmente minatorie. Io non avevo paura di loro. Mi resi conto di non aver paura neanche del Leader.
Mi aveva tolto tutto ciò per cui potessi temere. I miei genitori. Mia nonna. La mia libertà di parola. La mia libertà di vivere all’esterno.
Mia cugina rimase arrabbiata con me per poco, perché poi io le chiesi perché diavolo avesse fatto conoscere quel posto prima a Matt che a me, e lei rispose che lui era molto triste da quando suo padre lo aveva cacciato di casa senza neanche assegnargli un’abitazione, così il sabato sera successivo alla sua Cerimonia era andata a trovarlo e lo aveva portato lì.
Io la perdonai, e concordammo insieme che avrei dovuto lasciare la casa dei miei zii se volevo continuare a indagare. Non volendo tornare a casa di mia nonna, quel giorno portai la richiesta formale in uno degli uffici di amministrazione all’Ancient Palace di farmi traslocare nella casa 1αZ, sapendo che era disabitata e che i ragazzi della caverna vi nascondevano alcolici e lanterne e altro. In questo modo, da una parte avrei ottenuto la loro fiducia (sarei finita io nei guai nel caso avessero trovato quelle cose in casa mia), dall’altra avrei tenuto al sicuro Keira e i miei zii e sarei anche rimasta vicina a casa mia. Avrei giustificato questa scelta dicendo che non volevo più rimanere in quella casa per i tristi ricordi ma che mi piaceva la posizione.
E Matt avrebbe occupato casa mia.
Mi agitava l’idea di diventare la sua vicina di casa, perché immaginavo che avrebbe cercato di parlarmi. E non avevo davvero voglia di vederlo, ma lo avrei accettato solo per Keira.
Per le sei iniziai a dirigermi verso l’Ancient Palace, per ritirare la risposta da parte del responsabile dell’amministrazione, un ometto perennemente annoiato dal suo lavoro che parlava con un tono piatto, privo di emozioni. La nonna diceva sempre che sorridere poteva cambiare il corso della giornata alle persone, per questo mi costringevo sempre a farlo quando dovevo parlare con qualcuno, e spesso funzionava, ma quell’uomo sembrava non avere nemmeno voglia di provare ad essere felice.
Attesi che si liberasse fuori dal suo ufficio, il mio appuntamento era per le sei e mezza, ma il tempo non scorreva.
«Anche tu qui?»
La voce di Matt non mi sorprese affatto.
«Come se fosse una coincidenza» risposi. Mancava ancora un quarto d’ora al mio appuntamento, e almeno venti minuti al suo, così decisi di fare un giro al piano inferiore, non accorgendomi che i miei piedi mi stavano guidando proprio di fronte all’ufficio del Leader.
Ero ormai ossessionata dal cassetto chiuso a chiave. Pensavo a che cos’altro avrei trovato lì dentro, e volevo riguardare il foglio con la cartina di Shelter, quella completa, per copiarla e trovare Norah’s den da sola. Chissà che cosa ci tenevano, là sotto. Armi? Altri laboratori ma segreti? Sperimentavano sulle persone?
Ero contro la parete a osservare la porta chiusa, immersa nei miei pensieri, quando mi resi conto che qualcuno mi stava osservando.
«Cosa ci fai qui»> domandò la voce curiosa di Isaiah.
Io balzai sul posto, anche se non avevo fatto niente di male. Impiegai qualche secondo per tornare a respirare normalmente.
«Cosa ci fai tu qui!» risposi, forse con un po’ troppa veemenza.
Isaiah mi mostrò un foglio.
«Ritiravo il mio turno della prossima settimana» rispose, indicando con il capo l’ufficio del responsabile del reparto luci.
«Io ho sbagliato porta» risposi, poi mi accorsi che non avrebbe avuto senso come bugia. «In realtà, volevo evitare Matt mentre aspettavo la risposta da parte dell’amministrazione. Cambio casa» aggiunsi, rendendomi conto che Isaiah non leggeva nel pensiero.
«Forte» rispose, e mi chiesi per un attimo se fosse fatto anche ora.
«Sì, fortissimo» ribattei, voltandomi per andarmene.
«Ieri è stato forte, vero?» domandò Isaiah prima che io voltassi l’angolo.
«Sì, certo» mi fermai per rispondergli, ipotizzando che conoscesse solo quel termine.
«Ci sarai anche la prossima…» si guardò intorno e mi fece l’occhiolino «volta?»
Sospirai e mi costrinsi a sorridere.
«Se mi vorrete, sì».
Ci fu un attimo di silenzio. Non sapevo cosa fare.
«Ti va di andarci ora?»
Lo guardai, confusa.
«Intendi, ora ora?»
Lui scrollò le spalle. «Io ho finito per oggi, se vuoi ritira i documenti e poi andiamo».
Riflettei per un attimo. La scelta sarebbe stata tra fare le valigie a casa dei miei zii e passare la solita cena in silenzio con la madre di Keira che provava a parlare del più e del meno oppure tornare in quel posto meraviglioso con un ragazzo molto carino e piuttosto particolare.
«Tra dieci minuti ci vediamo qui».
*
Io e Isaiah eravamo seduti sul palco dove la sera prima si era svolto il primo spettacolo che avessi mai visto, e quasi mi sentivo in un’altra dimensione pensando che ero proprio lì. Come se stessi cercando di convincermi che tutto ciò era successo. Che a Shelter era possibile sognare.
Non eravamo soli, c’erano alcune persone che si aggiravano, ma erano davvero poche e tutte provenienti da lavori con i turni, le uniche che potessero permettersi di sparire di domenica.
Mi guardavano con diffidenza, ma Keira doveva aver detto loro qualcosa, perché non si azzardarono a dirmi niente quando sfilammo loro davanti.
Una biondina indossava un vecchio camice sporco di colori molto accesi e immergeva le mani in un secchio, facendo poi gocciolare dell’inchiostro violaceo su una stoffa sottile tesa da una struttura in legno.
«Cosa sta facendo?» domandai, curiosa. Isaiah si accese una sigaretta, che aveva preso chissà da dove.
«Dipinge. Quella è una tecnica che veniva usata da un autore che Laila ha trovato su un libro nella sezione Proibita in biblioteca. Pollock, si chiamava, era in voga quando i nostri nonni sono scesi qui sotto» fece un tiro e lasciò andare la testa all’indietro, soffiando via il fumo. «La tecnica si chiama “dripping”, devi far gocciolare il colore sulla tela, ma gli artisti di Shelter sono comunque di Shelter, quindi preferiscono l’arte figurativa». Sospirai. Artisti di Shelter. Non credevo avrei mai sentito questo accostamento di parole.
«La loro la chiamiamo “Fate Art”, l’arte del destino» indicò Laila, che ora stava passando le dita sul colore, delineando in pochi gesti il panneggio di un abito, che seguiva l’andamento delle gocce. «La pittura decide dove posarsi, e noi le diamo un senso logico» mi accorsi che Isaiah mi stava fissando ora, forse cercando di decifrare la mia espressione. «Un po’ come la vita, no?»
Mi voltai verso di lui. I suoi occhi scuri erano fissi su di me. Come faceva a rilassarsi tanto?
«Non credevo fossi un filosofo» commentai.
Lui assottigliò lo sguardo, e pensai che stesse per ribattere con un’altra frase esistenziale, invece soffiò via altro fumo e si sistemò meglio, appoggiandosi sui gomiti.
«Non hai mai baciato nessuno, vero?»
Non mi aspettavo quella domanda, per cui arrossii fino alla radice dei capelli.
«Si nota così tanto?»
Isaiah sospirò. «Nah, solo un pochino. È triste però, hai quasi vent’anni».
«Dipende dai punti di vista» risposi piccata. «Ci sono i lati positivi nel saper stare da soli».
«Ti riferisci a me o a Destiny?»
Ridacchiai. «Io non ho fatto riferimento a nessuno in particolare».
Isaiah si portò la sigaretta alla bocca, poi espirò e mi sfiorò le labbra con le sue senza darmi il tempo di ritirarmi. Quando si scostò ero talmente in imbarazzo che avrei voluto seppellirmi. Poi mi ricordai che ero già sotto terra, quindi sarebbe stato un gesto davvero estremo.
«Come mai Keira ha deciso di fidarsi di te dopo una vita che ti insulta?» domandò poi, come se niente fosse.
«E-ehm, i-io…» balbettai, poi mi diedi un contegno, guardandomi intorno. A nessuno importava di me e Isaiah, accidenti. «Per mia nonna. È morta».
«Sì, lo so» Isaiah scrollò le ceneri sotto il palco e si sdraiò con il viso verso il soffitto e le gambe che penzolavano giù dal palco. Io esitai, poi mi sdraiai di fianco a lui.
Ragionai se dire o no quello che avevo in mente, poi pensai che quel ragazzo passava il suo tempo libero in una grotta nascosta, non sarebbe di certo andato a denunciarmi.
«Penso che sia colpa mia» aggiunsi.
Per la prima volta, colsi un guizzo negli occhi di Isaiah, che sembrava più che sorpreso.
«Cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che l’hanno avvelenata».
Isaiah si tirò a sedere velocemente, non credevo fosse così agile.
Io lo seguii per evitare che mi si vedesse il doppio mento piegando la testa in quell’angolazione.
«Chi?»
«Il Leader» ormai non riuscivo più a trattenere niente. Non mi controllavo.
«Sono accuse gravi, queste» Isaiah si guardò intorno, ma ancora nessuno ci stava prestando attenzione. Laila aveva completato il disegno di una donna dal vestito scosso dal vento e stava facendo gocciolare del colore rosso su un’altra porzione di tela.
«Per questo le dico a te e non al microfono» risposi.
«Raccontami tutto» Isaiah mi prese una mano. Ora era più che serio.
Io esitai solo un secondo, poi iniziai a parlare.
*
Quel martedì, il 12 novembre, ci fu la prima Cerimonia dei Vent’anni dopo quella di Matt. Il fortunato era un ragazzo con cui avevo scambiato sì e no due parole in tutta la mia vita. Faceva parte del gruppo di Keira, per questo per solidarietà tutti quella sera furono in prima fila per sostenere il compagno.
Domenica sera mi ero trasferita nella mia nuova casa, e questo aveva alleggerito l’asti che gli amici di mia cugina provavano nei miei confronti. Non solo ero ormai custode del segreto, ero anche protettrice e complice del loro misfatto.
L’altro punto a mio favore era il giornale che era uscito lunedì, scritto di domenica. Avevo notato una certa tensione tra giovani, tensione che si era sciolta quando avevano letto un articolo su un problema idraulico e non sulla caverna nascosta.
Per questo alla Cerimonia fui accettata tra le loro fila e, per la prima volta, entrai con fierezza nel salone, a fianco a Keira. Avevo gli occhi leggermente truccati, e indossavo un abito di mia cugina, avendo volontariamente distrutto il mio durante la Cerimonia di Matt.
L’evento si svolse in modo regolare, Leopold si accontentò del lavoro di suo padre (reparto manutenzione) e scelse un cognome particolare: “BrightFreesa”. Quando il Leader chiese come mai, lui rispose che la fresia era un fiore che rimandava all’amicizia e all’amore (nonché al mistero, ma questo lo tralasciò), e che lui credeva fermamente in questi valori come stimoli per svolgere al meglio il proprio lavoro. Una risposta che compiacque molto sia il Leader che i cittadini, ma non me. Passai il resto della serata con una domanda in testa, che però non rivolsi a nessuno, neanche a Isaiah.
Il rapporto con quest’ultimo era piuttosto strano. Era rimasto colpito da quanto gli avevo riferito, ma non aveva messo in discussione una parola. Dopotutto, lui faceva parte del reparto luci, il più coinvolto nel mistero del Grande Black-out, quindi qualche dubbio doveva essere già maturato nella sua mente. Promise di non dire niente a nessuno, e non so perché ma io di lui mi fidavo. Keira mi aveva chiesto come mai avessi iniziato a frequentarlo, ed io avevo detto che era l’unico a non essere sospettoso nei miei confronti, il che in pare era vero.
Ogni tanto ci capitava di baciarci, ma la nostra non poteva definirsi una relazione. E, sinceramente, ero troppo presa da altre faccende per pensare a queste cose. Ma stare con lui mi rassicurava, e mi piaceva anche, e poi lui sembrava provare lo stesso. Avevo sempre immaginato la mia prima storia con un ragazzo come un romanzo rosa pieno di intrighi e canzoni d’amore, invece mi accontentavo di piacere a Isaiah anche solo fisicamente.
Quando anche il buffet si volse al termine, come un branco ci dirigemmo verso l’uscita. Notai Keira aggrappata al braccio di Matt, il che, lo ammetto, mi provocò un pizzico di gelosia, ma tacqui.
Sulle rive dei Little Lake, Keira si girò verso i suoi amici, cingendo le spalle di Leopold.
«Zero-zero, ragazzi. Ci si vede».
Nel gruppo ci fu un fremito di emozione, poi ognuno si separò. Isaiah mi prese a braccetto e mi trascinò lontano da Keira e Matt.
Passammo di fianco a tre studentesse di medicina (le donne in quel campo stavano finalmente aumentando, grazie al fatto che c’erano più figlie uniche che potevano scegliere il lavoro del padre), che guardarono Isaiah, come aspettandosi qualcosa. Isaiah fece loro l’occhiolino.
«Zero-zero, ragazze» disse con un sorrisetto accattivante.
Loro squittirono di gioia e si misero a parlare tra loro animatamente.
“Zero-zero” era evidentemente un messaggio in codice per prolungare i festeggiamenti nella caverna a partire dalla mezzanotte.
Notai che anche altri membri del gruppo più ristretto di Keira stavano informando gli altri mentre passavano loro accanto.
Io lo sapevo dal giorno prima, perché ero andata lì con Isaiah durante la sua pausa e avevo trovato il gruppo mentre provava. Ero finalmente riuscita a complimentarmi con i musicisti e la cantante, e loro stranamente sembravano interessati alla mia opinione, il che era davvero sorprendente per me.
Anche quella sera le stelle non erano state accese, ma quando ci dirigemmo verso la caverna già molte persone (soprattutto famiglie con bambini piccoli) erano già tornate a casa e le luci delle loro lampadine illuminavano fievolmente il nostro cammino.
Erano le undici e mezza quando entrammo nel tunnel. Mezzanotte era un orario che non andava rispettato alla lettera, per evitare che tante persone venissero sorprese a tarda sera davanti alle cascate senza un valido motivo.
Quando posai i piedi sulla roccia e accesi la lanterna mi sentii finalmente libera di parlare. Ormai quello era l’unico luogo dove mi sentissi davvero al sicuro.
«Perché vi chiamate tutti con nomi di fiori?» domandai in tono accusatorio.
«Ci credi se ti dico che è casuale?» azzardò Isaiah, ed io lo fulminai con lo sguardo.
«No» risposi con fermezza. «Guarda caso avete tutti nomi di fiori, tranne Keira che si chiama “Bel fiore”, più generale».
Isaiah si fece serio.
«È un modo per sentirsi parte di qualcosa» spiegò, anche se riluttante. «Ed è anche utile per nascondere il vero significato».
Non riuscivo a capire.
«Quale significato?»
Isaiah sospirò.
«È una tradizione che ha inaugurato Keira. “BelleFleur”. Ti sei mai chiesta perché abbia dovuto usare il francese, che è una lingua morta?»
«Credevo fosse l’ennesimo tentativo di sottolineare che fosse diversa» risposi, sentendomi scema.
«Se analizzi le parole e ne crei l’anagramma, troverai “BeFullRebel”. Sii completamente ribelle, che è anche tutto ciò su cui si fonda il nostro gruppo».
«Oh mio Dio» mormorai. Anagrammi. Erano tutti anagrammi!
«E perché proprio i fiori?»
Isaiah scrollò le spalle.
«Un modo per trovare un elemento in comune, un doppio significato e i fiori sono centinaia, quindi le lettere che ci servono per creare gli anagrammi che vogliamo sono facilmente trovabili. E rimandano alla bellezza e all’arte, il che non guasta».
Geniale. Semplicemente geniale. Mia cugina era un genio.
«Ed è stata un’idea di Keira» aggiunsi.
«Così credevo, ma da quanto mi hai detto credo che sia qualcosa di molto più antico».
Eppure Keira non sapeva di Norah allora. A meno che i suoi genitori non fossero coinvolti con mia madre.
«Carina la scelta di Leopold» aggiunse Isaiah mentre procedevamo nel buio del tunnel. «Da “Bright Freesia” a “BeASirFighter”».
Sii un signor combattente.
*
Quella sera bevvi meno della volta prima, per essere più presente durante lo spettacolo, che fu più breve ma ugualmente intenso. Fu dato più spazio alla danza, che si basò soprattutto su movimenti di insieme più che su quelli individuali.
La festa terminò prima, essendo un giorno lavorativo, e verso le tre eravamo rimasti in pochi. Io e Isaiah ci stavamo baciando, quando lui si staccò all’improvviso.
«Dovresti dirlo a tutti».
Io impiegai qualche secondo per capire a cosa stesse alludendo.
«Sei forse impazzito?» esclamai, spingendolo via e appoggiandomi alla parete. Nonostante non fosse rimasto quasi nessuno, i musicisti ancora suonavano.
«Non posso dire a tutti una cosa del genere. È già tanto che non mi caccino via. Non si fiderebbero mai di me».
Isaiah sospirò.
«Non possiamo rimanere in silenzio. È troppo importante» ribatté.
«Abbiamo tempo per organizzarci meglio» risposi, iniziando ad agitarmi.
«No!» Isaiah alzò la voce ed io indietreggiai, sorpresa.
«Ascolta» si calmò e mi si avvicinò, tra gli sguardi intontiti dei pochi ragazzi ancora presenti, che parlavano, bevevano e ondeggiavano in pista. «Abbiamo passato anni della nostra vita, chi venti, chi quaranta, chi sta morendo, sottoterra» appoggiò la mano alla parete dietro di me, lo sguardo fermo e un po’ pazzo. «Non possiamo più aspettare».
Scostai gli occhi dai suoi. Da una parte sapevo che lui aveva ragione, ma dall’altra ero terrorizzata. Non sapevo neanche io da chi o da che cosa, a questo punto, ma era così.
Forse uno dei motivi era che mi sentivo comoda dentro a quel mondo, che era tutto ciò che conoscessi. Desideravo la libertà ma ne ero anche terrorizzata.
Eppure non potevo fermare più di tremila persone per una mia personale paura, e Isaiah me lo stava facendo capire in tutti i modi.
Incrociai nuovamente il suo sguardo e annuii.
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