Capitolo 11
Nella caverna era calato un silenzio carico di attesa. Non riuscivo a vedere neanche le mie mani, che tenevo giunte in grembo. Da una parte ero decisamente a disagio, dall’altra però ero anche curiosa.
Un raggio di luce tagliò il buio e illuminò l’improvvisato palcoscenico. In fondo c’erano ancora i musicisti, solo che quello che prima suonava lo strumento strano aveva tolto i tre tubi e staccato il cavo dall’altoparlante. Al posto dei tubi aveva posto una sorta di conca. Si era aggiunta una ragazza con uno strumento che avevo già visto illustrato in alcuni volumi. Un violino.
La musicista di prima invece era al centro del palco e, ai suoi lati, c’erano in totale altre otto persone.
Tutto era studiato in modo da essere simmetrico.
Ci fu un attimo di silenzio, poi le persone ai lati della ragazza al centro, tutte insieme, iniziarono a emettere dei suoni, come se stessero parlando ma in modo strano, biascicando innaturalmente le vocali.
«Cosa stanno facendo?» bisbigliai.
«Stanno cantando» rispose Keira. «Loro sono il coro».
Dei brividi mi si arrampicarono sulla schiena. Non credevo che la voce umana potesse essere tanto meravigliosa.
La ragazza al centro, reggendo il microfono vicino alle labbra, iniziò a cantare anche lei, sovrastando le voci del coro, che rimasero di sottofondo, come se loro fossero le radici e lei l’albero. Gli strumenti la accompagnavano, e riuscivo a immaginarli come le foglie che completavano la figura.
«Blows the wind and now I breath» iniziò a cantare. Soffia il vento e ora respiro. La sua voce era calda, dolce.
«Inside my heart I know it’s just a dream» continuò. Nel mio cuore io so che è solo un sogno.
«But when it’s hard to go on like this/ I close my eyes and pretend to be» alzò il tono. Ma quando è difficile andare avanti così, chiudo gli occhi e fingo di essere…
«An owl in the sky/ I’m flying in the night/ and I know I’m free to stay and see/ the dawn turn into morning»…un gufo nel cielo, sto volando nella notte, e so di essere libera di restare e vedere l’alba trasformarsi in mattino... La sua voce raggiunse note che non credevo potessero esistere.
Mi avvicinai a Keira.
«Le ha scritte lei queste parole?» mormorai.
Keira annuì. «Lei insieme ai ragazzi del gruppo» rispose, indicando i musicisti e i cantanti.
Al “morning” la canzone raggiunse il suo apice. Le luci seguivano il tutto, cambiando colore ma non con la foga e la prepotenza di prima, più come se fossero emozioni che sfumavano dall’una all’altra con delicatezza.
Io ero senza parole. Avevo sempre creduto di essere a Shelter l’unica a desiderare la libertà, ero convinta che a tutti andasse bene la propria vita, e solo allora mi rendevo conto di quanto fossi stata presuntuosa ed egocentrica a pensarlo.
«Burns the sun and now I feel/ the energy I’ve passed years to find/ then I wake up and know something new/ it’s never to late to forget the truth»…il sole brucia e io sento l’energia che ho passato anni a cercare, poi mi sveglio e so qualcosa di nuovo, non è mai troppo tardi per scordare la verità…
«The world outside/water, earth, air, fire/It’s like I’ve been/out there to see/ the dusk turn into evening»…il mondo esterno, acqua, terra, aria, fuoco, è come se fossi stata là fuori a vedere il crepuscolo trasformarsi nella sera.
Quando la canzone finì, balzai sul posto per applaudire, e per fortuna non ero l’unica. La testa mi girava leggermente, e intuii che dovesse essere per la vodka, ma riuscii a stare in piedi.
Mi sedetti e Isaiah mi circondò con un braccio. Se fossi stata completamente sobria probabilmente mi sarei irrigidita, ma non mi importava più di tanto al momento. Volevo solo guardare lo spettacolo.
La ragazza che cantava scese dal palco, mentre il coro e i musicisti si appiattirono sul fondo.
Un’altra ragazza salì sul palco. Indossava un lungo abito quasi trasparente, azzurro. Qualcuno si mosse davanti al palco, ma non riuscivo a vederli.
I musicisti e il coro iniziarono una nuova canzone, questa volta ancora più melodica, più morbida.
La ragazza vestita in azzurro si pose al centro, al posto della cantante e, al primo acuto del coro, i suoi capelli e il suo abito iniziarono a muoversi, come scossi dal vento. Mi sporsi e vidi alcuni ragazzi che, davanti al palco, reggevano dei macchinari, da cui usciva aria, simulando la brezza che a Shelter era così sconosciuta. La ragazza allargò le braccia, come se dovesse prendere il volo, e dall’alto qualcuno gettò un nastro probabilmente costruito con lenzuola e vestiti legati insieme. Lei vi si aggrappò e, reggendosi solo con un braccio, liberò i piedi dalla gravità del terreno, e iniziò a volteggiare, muovendo la mano libera come se stesse accarezzando il vento. Le luci avevano un tono chiaro, tendente all’azzurro e al bianco, e io immaginai che stessero cercando di imitare il volo di un uccello nel cielo.
Percepii un fremito al cuore e prima di rendermene conto iniziai a piangere, non di tristezza ma semplicemente di emozione.
La ragazza iniziò ad arrampicarsi e a giocare con il nastro come se la gravità per lei non fosse un problema. I lunghi capelli dorati seguivano il flusso dei suoi movimenti e del vento artificiale.
Dopo un po’, verso il finire della canzone, intuii, lei tornò con i piedi per terra, e iniziò a danzare con leggerezza. Sapevo che la danza era qualcosa che da sempre ogni popolo aveva conosciuto. Balli di corte, balli selvaggi, balli sensuali, balli ritmati. Ma non avevo mai visto nessuno farlo davvero. Per la prima volta in vita mia volevo farlo anche io, volevo capire che cosa si provasse.
Quando la coreografia terminò, le persone iniziarono a urlare. A Shelter c’era sempre contegno, non era normale che una folla si mettesse a gridare complimenti o insulti o qualsiasi altra cosa. Qui invece era come se fossi finita in un universo parallelo. E, cavolo, mi piaceva.
Ci furono varie esibizioni, il problema è che mia cugina e Isaiah continuavano a passarsi e ripassarsi la bottiglia; essendo io in mezzo, bevvi un po’ troppo e ben presto non riuscii a fare molto caso a quello che mi succedeva intorno. In realtà questo smarrimento durò poco, ma abbastanza perché lo spettacolo finisse.
Alla fine, le luci tornarono a lampeggiare come all’inizio e i musicisti e la cantante tornarono sul palco a cantare canzoni molto più aggressive.
Mia cugina trascinò me e Isaiah, che ormai mi stava appiccicato, al centro della caverna, dove anche gli altri si erano riuniti e iniziarono tutti a scatenarsi. Io non avevo mai ballato in vita mia, per questo quello che feci fu saltare e muovere la testa. Persi anche un codino e, per andare a recuperarlo, almeno due persone mi presero a calci mentre si agitavano.
Isaiah diede la sigaretta anche ad altri ragazzi. C’era talmente tanta confusione e fumo e luci che nessuno si accorse della mia presenza, e probabilmente fu un bene. Isaiah a un tratto iniziò a ballare vicino a me, molto vicino, fin troppo, tanto che a un tratto mi scostai con la scusa di andare a prendere qualcosa da bere. In realtà volevo solo riposarmi e allontanarmi da lui. Isaiah era un gran bel ragazzo, ma nessuno ci aveva mai provato con me e anche pensare che fosse completamente fatto non aumentava il mio desiderio di avvicinarmi a lui.
Mi sedetti su un divanetto. Mi girava la testa. Mi sdraiai, facendo penzolare un braccio e mi ritrovai a testa in giù a guardare la folla che ballava. Era tutto così strano. Non ero abituata a tante…emozioni, a tanta confusione. Eppure mi sentivo così libera.
Keira mentre ballavamo mi aveva spiegato che nessuno sentiva quel trambusto grazie allo spessore della roccia e, soprattutto, al rumore dell’acqua della cascata. Era tutto talmente geniale che avrei voluto gridarlo dall’ultimo balcone dell’Ancient Palace. Non sarebbe stata una grande idea però.
A ballare c’era ogni tipo di ragazzo e ragazza. Chi era più timido, chi invece sfacciato, chi si muoveva agitando la testa e chi invece ondeggiava, assente, probabilmente ubriaco o fatto.
A un tratto sulla roccia si arrampicò un ragazzo alto e moro e iniziò a ballare e gridare alla folla di quanto tutto questo fosse fantastico. Ridacchiai, perché era così simile a Matt. Davvero molto simile. Rotolai sul divanetto e caddi per terra, poi tirai su la testa per guardare meglio.
Ma quello era Matt!
«Ma che…»
Mi alzai in piedi barcollando, e anche lui dovette vedermi, perché allargò le braccia come per abbracciarmi da lontano e rubò il microfono alla cantante. I musicisti continuarono a suonare ancora per un po’, poi si fermarono.
«April!» urlò nel microfono, ed io sarei morta. Mi sedetti per far sì che le persone che si voltavano per cercarmi con lo sguardo non mi notassero. Matt però mi indicò. «La mia migliore amica!»
Doveva essere completamente ubriaco o fatto…o entrambe le cose. Ma che cosa ci faceva lì il figlio del Leader? I ragazzi non sembravano sorpresi di vederlo, invece di me non sapevano ancora niente. Quindi Keira aveva portato prima lui lì di me?
«O la mia ex migliore amica» sembrò ragionarci sopra. «Ho fatto un casino» ciondolava innaturalmente, e io avrei solo voluto che cadesse giù dalla roccia. Ero ancora infuriata con lui.
«Cosa ci fai qui?» chiese, probabilmente rendendosi conto del posto in cui ci trovavamo.
«Sì, che cosa ci fai qui?» urlò qualcuno. Ormai i musicisti avevano rinunciato a suonare, e le luci si fermarono. In questo modo era tutto più visibile. Avrei scovato l’addetto alle luci e lo avrei ucciso.
«Vattene via!»
«Chi l’ha portata qui?»
«Spia!»
«Vattene,
stronza!»
«Non è il tuo posto questo!»
I miei vecchi compagni di scuola che ora potevano dirmi tutto quello che pensavano senza censure. Meraviglioso.
C’è da dire che ero un po’ brilla, quindi se piansi fu anche per quello. Io non piangevo spesso, quindi l’unica ragione può essere questa. So solo che non ressi tutti quegli insulti, mi morsi il labbro inferiore per trattenere le lacrime, poi iniziai a correre verso il tunnel, sprovvista di lanterne. Feci quello che ero in grado di fare in situazioni difficili.
Scappare.
*
Il tunnel era buio e freddo, ma qualsiasi cosa sarebbe stata meglio di quella caverna. Keira aveva fatto un gran bel lavoro, e a me sarebbe davvero piaciuto farne parte, solo che sapevo che non sarebbe stato possibile. Le persone non possono dimenticarsi anni in cui non potevano dire niente di fronte a me senza che io spifferassi i loro segreti per tutta Shelter. Avevo trasformato semplici problemi sentimentali in storie strappalacrime da romanzo, qualche litigio in tragedie da divorzio e storielle raccontate senza fondamento in motivi di sfiducia nei confronti di qualcuno.
Se fossi stata in loro, avrei fatto la stessa identica cosa.
Ero anche arrabbiata con Matt per quello che aveva fatto sia prima che proprio quella sera, e anche un po’ con Keira, per essersi fidata prima di lui che di me, e soprattutto per non avermelo detto. E con rammarico compresi che aveva aspettato tanto solo perché non riusciva a fidarsi di me, forse neanche adesso. Forse mi stavano cercando, temendo che raccontassi tutto ai cittadini di Shelter. E per un istante spaventoso fui tentata di farlo, per vendicarmi.
Ma non sarei riuscita a farlo, anche perché a malapena riuscivo a camminare dritta. Continuavo a sbandare da una parete all’altra del tunnel, maledicendo la vodka e il suo dannato effetto. Non avevo mai avuto tanta nausea.
A un tratto mi sedetti per vomitare, poi mi sedetti poco distante. Avrei voluto avere il mio diario in quel momento. Avrei inventato una bellissima storia.
Udii mia cugina che mi chiamava, e forse anche un Matt ubriaco, così strisciai fino a una rientranza nella roccia, cercando di stare il più vicino possibile al muro per non essere vista.
Vidi Keira e forse altre due persone passare velocemente da quella parte, ma le loro lanterne non bastavano per illuminare tutto il tunnel, così non mi videro.
Sospirai di sollievo. Avrebbero cercato tutta la notte, quegli stronzi.
Lasciai andare la testa contro la roccia e socchiusi gli occhi. Avevo voglia allo stesso tempo di dormire e vomitare di nuovo.
In quel momento un’altra persona si passò molto lentamente, quasi inciampò e fece cadere una sigaretta per terra. Si chinò per raccoglierla e rimase a testa in giù per un po’, come se non riuscisse ad alzarsi o trovasse la posizione comoda. Sperai che non mi notasse, invece Isaiah si voltò nella mia direzione. Sorrise e cadde seduto, prese la sigaretta, ci soffiò sopra come se così la potesse pulire e tornò a fumarla.
«Tutto bene, piccola scrittrice?» domandò facendo un tiro.
Non ero molto felice di trovarmi da sola con lui, ma meglio lui che Keira o Matt.
«Alla meraviglia» risposi, e mi accorsi che quasi biascicavo le parole come lui. aNon sono mai stata così felice».
«Ironia» ridacchiò. «Mi piace».
«Perché tu non mi odi?» domandai, perché me lo stavo chiedendo da tutta la sera.
«Perché dovrei?» alzò le spalle. «Non odio chi dice la verità, anche se devo dirtelo…con la storia di Destiny hai un tantino esagerato» rise e tossì. «Mi hai fatto un favore, così me l’hai levata di torno, ma non è che fossimo innamorati. Ci stavamo solo divertendo».
Forse aveva ragione lui. Tendevo ad enfatizzare tutto quello che mi succedeva intorno. Avevo creduto che la loro storia fosse simile a quella di un romanzo ottocentesco pieno di dichiarazioni d’amore e litigi e “ma, Destiny, io ti amo, non puoi scegliere lui!”. Mi veniva da ridere pensando al posto in cui ero appena stata paragonandolo a ciò che avevo creduto fosse reale.
«Non mi frega di queste cose» spense la sigaretta sul pavimento e soffiò via il fumo per l’ultima volta. «Sembra tutto così ridicolo pensando che siamo solo tremila, in un mondo che ci conterrebbe migliaia di volte».
«Ti sbagli» risposi, e lui mi guardò. «Siamo 3467».
Lui scoppiò a ridere, e anche io.
«Anche tu trovi di cattivo gusto quella scritta?» domandò, sdraiandosi e continuando a ridere. Io mi sdraiai a mia volta, poggiando la tempia contro la roccia, solo che ero ancora nel cunicolo e finii per tirare una testata al muro, il che alimentò un altro scoppio di ilarità.
Quando riuscii a sdraiarmi come una persona normale, o quasi, risposi: «Solo il Leader non la trova di cattivo gusto». Ciò mi fece ripensare sia a tutto ciò che avevo scoperto sia a mia nonna. Smisi di ridere.
«Che schifo di vita vero?» mormorò Isaiah ad occhi chiusi.
« “Che schifo” lo si dice solo del cibo che ci danno» ribadii, chiudendo gli occhi a mia volta. Ero così stanca.
«Giusto».
Probabilmente mi assopii per un po’, perché stavo sbavando quando udii una voce carica di disappunto dire: «Cosa diavolo state facendo?»
Era Keira, che aveva trovato me e Isaiah addormentati come cretini, lui in mezzo al tunnel ed io in un cunicolo.
Vicino a lei c’erano Matt, Destiny e Etham.
Isaiah si alzò come se nulla fosse, tirò una pacca sulla spalla a Etham e se ne andò verso l’uscita.
«Che ore sono?» chiesi, stiracchiandomi e tirandomi su, barcollando sul posto.
«Sono le otto del mattino!» sbraitò mia cugina, che era tornata la vecchia Keira. «Isaiah è un addetto alle luci, è normale che di giorno non si veda in giro, ma tu no! I miei genitori hanno chiesto dove fossi ed io ho passato la notte a cercarti» mi prese per il braccio e mi strattonò verso l’uscita. «Ho detto che eri uscita presto per schiariti le idee. Prega che non siano in casa e che nessuno ti veda conciata così!»
Solo allora mi resi conto che loro erano tornati in abiti normali, io invece no. Accidenti, chissà cosa avrebbero pensato di me!
«Oh, April, quanto vorrei essere io la giornalista in questo momento» udii Destiny mormorare. Mentre mia cugina mi trascinava verso l’uscita, mi voltai verso di lei.
«Non mi sfidare, Destiny, non mi sfidare!» strepitai. «Non ho più nulla da perdere».
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