Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Una Ragazza Fortunata di Susanna Romá

L'autostrada scorre silenziosa e nera, sfumata appena sui bordi dalla luce rossastra dei lampioni, soli notturni per anime perdute.

La campagna friulana, gli alberi, i piatti campi di colza gialla e di frumento, i cespugli fioriti da un'estate precoce, tutto scorre indistinto al finestrino.

La ragazza è confusa, forse è paura, forse è la sensazione di non aver potuto scegliere.

L'autostrada è un filo di seta nero tessuto da un ragno paziente, e la corsa, senza fermate intermedie, porta dritto sul filo della lama tagliente.

In macchina c'è silenzio. La ragazza è l'unica minorenne, gli altri sanno di rischiare qualcosa: i due uomini davanti e le due ragazze dietro. C'è stanchezza e la voglia di finire tutto il prima possibile.

— Andiamo a casa dei genitori di Rosanna, lì è un posto sicuro, non ti troveranno.

Questo è tutto ciò che sapeva. La Spezia, un nome sulla carta geografica, una piccola città sul mare ligure.

Casello di Venezia-Mestre, direzione Milano-Bologna, poi direzione La Spezia, e il buio della notte inizia a sciogliersi mentre il chiarore si allarga come una goccia di latte dentro a una tazza di tè.

È questo il colore del cielo quando entrano a La Spezia; i campi di frumento sono lontani adesso e i bordi delle strade sono costeggiati da palme basse che guardano il mare tranquillo.

Sono gentili, quasi riguardose queste persone che l'hanno accolta all'alba: nessuna domanda, ma solo una gentilezza pratica.

Gli altri se ne sono andati subito dopo aver bevuto un caffè, verso l'est e un'alba sempre più decisa.

───

Sta facendo colazione, ha dormito poche ore. In realtà si è trattato di un riposo fasullo. Mille pensieri nel silenzio della stanza, il respiro della figlia più giovane di questa coppia ligure di mezza età. E a tratti il sonno arrivava come un'urgenza, sparendo poi e lasciandola lì, con gli occhi abituati alla penombra a prendere contatto con quel luogo, dove ancora non sapeva per quanto tempo si sarebbe fermata. «Finché le acque si calmano un po'…» — non dava un'idea temporale precisa.

È in cucina. Davanti a lei la tazza di latte, e la signora bionda riordina i piatti lavati accanto al lavello.

La osserva muoversi: indossa un vestito scuro a fiori senza maniche, con un grembiule allacciato sulla schiena. Le braccia grassocce si muovono, pulendo le superfici davanti a sé. I capelli raccolti casualmente in una crocchia lasciano scoperta la nuca, leggermente sudata.

— Andiamo a fare la spesa, fra un po'… ti va? Compriamo il pesce e un po' di verdura, si va qua sotto al mercato — dice la donna rompendo il silenzio.

Escono insieme dalla casa: un appartamento in un vecchio palazzo che non guarda il mare ma vicoli stretti e antichi, con il pavé di pietra liscia resa lucida da milioni di passi.

Camminano così, due estranee cordiali tra loro. E questa donna bionda dal passo pesante, dalla gentilezza affettata, dall'età un po' indefinibile che non dice nulla, che non chiede nulla, che non vuole sapere nulla.

Non si domanda perché una minorenne è piombata a casa sua nel cuore della notte. Non si domanda chi la stia cercando, né con quali emozioni. E non si domanda cosa prova questa ragazza educata, lontana da casa, lontana da quei campi di frumento e di colza gialla.

Ma cosa poteva saperne, lei, di quanto può essere giallo un prato di colza fiorita?

La signora bionda ha una figlia.

— La conoscerai fra poco, sta per tornare — dice quasi sovrappensiero, mentre sistema la spesa.

All'ora di pranzo Caterina, la figlia con cui Marta divide la stanza, rientra da scuola — che per lei non è ancora finita.

Caterina ha un atteggiamento gentile, ma più distaccato di quello di sua madre. Anche lei accetta senza domande quest'ospite, che ha appena un anno più di lei: un'estranea con cui si trova costretta a dividere la sua camera e che le suscita, in fondo, poco interesse. Sente però una certa diffidenza verso questa ragazza che, quando parla, guarda dritto negli occhi.

Caterina ha quindici anni, ma ne dimostra di più. Non ha l'urgenza che caratterizza la sua età. Il suo sguardo è diverso da quello affilato di Marta: è lo sguardo pacato di chi sa quanto basta, ereditato da una famiglia in cui a tavola, all'ora di cena, parla la televisione. È lo sguardo bovino, mite e rassegnato, di chi rumina la propria tranquilla esistenza senza immaginare degli «altrove» lontani.

Caterina assomiglia a sua madre: le spalle morbide che preludono a una schiena senile, e le braccia mollicce di chi non le sforza cercando di volare.

In questa casa, il pomeriggio, si riposa. Marta non è abituata a farlo: a casa sua tutti si muovevano a mille all'ora in una continua, presunta emergenza. Almeno fino a quando qualcosa si era rotto, lasciando in terra cocci come tracce organiche di esistenze.

Tutto era esploso come un'atomica improvvisa.

Marta, sdraiata sul letto, non riesce a fermare le immagini che scorrono. Immagini della madre.

È lei che ha sbagliato. È lei che l'ha abbandonata. È lei che si è permessa di pensare solo ai suoi problemi. È lei che non le ha dato scelta.

E soprattutto un ricordo le si para davanti: non quello di una madre arrabbiata e disperata che non sa più come evitare ciò che sta per succedere e minaccia e urla e sbaglia. Quello che rivede, invece, arriva da più lontano. È un'istantanea. Lei piange in modo convulso, la mano tesa verso quella donna che una volta si comportava come una madre — e le madri mettono sempre al primo posto i figli, non sé stesse. Ma adesso quella donna, seduta su una sedia della cucina, nell'angolo tra la porta e il mobile, non è sua madre. Non lo è più. È una donna impietrita. Le ginocchia serrate. Le braccia conserte, strette al petto. Le labbra tese, quasi invisibili. Lo sguardo lontano, mentre lentamente scuote la testa, quasi a scacciare l'angoscia che non riesce più a controllare.

E Marta là, con il braccio teso verso di lei: aiutami, ascoltami, contienimi, accoglimi.

Incredula di trovarsi, improvvisamente, davanti a un muro.

Chi sei, cosa vuoi, non ce la faccio, ti devi arrangiare. Questo è quello che dice silenziosamente questa donna, scuotendo la testa.

No, non è più madre. È un quadro di Goya del periodo nero. È il gigante che divora i suoi figli. È Cronos, il dio sanguinario del tempo…

Ma la stanchezza di quella notte passata in autostrada inizia a pesarle sulle palpebre, e il sonno arriva a zittire i ricordi che fanno male.

Più tardi dovranno uscire a comprare dei vestiti: lei è partita con quello che aveva addosso, non c'era tempo, non c'era il modo.

Chiude gli occhi.

───

La tavola è già apparecchiata per la cena, mentre Marta sta riponendo le cose appena comprate. Il campanello suona e una voce maschile irrompe nella casa.

— Buonasera, belle donne! Marina, sempre più bionda, eh? Sei sola? Dov'è quel gioiellino di tua figlia?

— Ah, lascia stare. Doveva rientrare con Marta, ma a quanto pare si è fermata con Renzo, sai il figlio del tabaccaio…

— Marta?— …ah sì… è la figlia di una mia cugina, sta con noi per un po'. Martaaa… vieni che ti presento un amico.

L'amico in questione si chiama Roberto. Trentacinque anni, più o meno. Niente di particolare: giacca sopra un paio di jeans, occhi scuri, un viso comune.

Guarda Marta entrare in cucina.

Un sorriso breve, serio. E una veloce stretta di mano, quasi formale.

— Ciao Marta, sono Roberto, piacere. Poi, fa un mezzo inchino, ma girandosi subito verso Marina — Senti, per quella cosa, allora…— Ma sì dai, te l'ho detto… non preoccuparti, anzi… — gli dice la donna, mentre con una mossa veloce lo prende dolcemente per il braccio, accompagnandolo verso l'ingresso, oltre la porta.

Sono due sagome stagliate sul vetro. Continuano a parlare, ma adesso il tono è smorzato. Marta non riesce a sentire le loro parole.

Poi Marina rientra nella stanza, chiude la porta a vetri dietro di sé e si appoggia con le mani dietro alla schiena. Marta la osserva, la donna chiude gli occhi per un istante, quando li riapre ha uno sguardo strano che la ragazza non capisce. Senza distogliere lo sguardo da Marta, Marina fa tre passi ed è subito accanto a lei, allunga il braccio e, quasi con affetto, le sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchia.

— Va tutto bene, signora?

— Tutto bene, tesoro, dai, metti il pane in tavola.

───

Da Portovenere a San Pietro la strada è una spirale bordata di verde. Poi scende improvvisamente verso il mare, con un tuffo verticale.

— Sai, è tanto carino Roberto. Si è offerto di portarti un po' in giro, domani. Vedrai che bei posti ci sono da queste parti.

Lui è un perfetto cicerone: spiega, accompagna, offre parole e sguardi. L'ha persino portata a mangiare il pesce in un posto bellissimo, a picco sul mare.

Lei si sente emozionata, lusingata dalle attenzioni. Non è mai uscita con un uomo tanto più grande di lei. Guarda la mano di lui che scala le marce: un sottile braccialetto d'oro circonda il polso abbronzato, le dita nervose tamburellano sulla testa del cambio. Percepisce un leggero stato di tensione. Un sottile velo di sudore le inumidisce il labbro superiore.

A una curva, lui lascia la strada principale, svoltando a sinistra, verso il mare, dentro una stradina nascosta.

— È un posto spettacolare, vedrai. C'è una vista mozzafiato. Voglio che tu lo veda.

E lei si tranquillizza.

La macchina procede ancora un po', piano sullo sterrato, fino a fermarsi in un piccolo spiazzo all'ombra di un pino marittimo.

— Dai, scendi, vedrai che bello!

Aprono le portiere quasi simultaneamente, e quasi simultaneamente le chiudono. Questo fa sorridere Marta: ricorda quando giocava a fare questo con suo fratello. Tanti anni prima. Ma quanto tempo era passato?

È lontana da casa, lontana da tutti. E quest'uomo che le sorride la fa sentire così grande, così donna. E lei vuole piacergli.

Il silenzio è imperfetto, graffiato dalle cicale e dal vento.

Lei fa qualche passo e si avvicina con cautela al bordo della scogliera. Si appoggia al pino con la spalla e mette un piede sul grande masso bianco lì vicino. Sulla corteccia un piccolo ragno è indaffarato a disegnare ricami di seta invisibili e lei può restare immobile a guardare quell'enorme distesa azzurra. Sullo sfondo, un'isola sconosciuta. È così bello, così poco addomesticato ciò che guarda. No, non ha mai visto il mare in questo modo.

Sente che Roberto si avvicina dietro di lei. Sta per girarsi, quando sente l'abbraccio e una mano calda che le si appoggia sulla pancia.

Le bacia il collo, lei si sbilancia, allora lui con entrambe le braccia l'attira verso di sé.

Marta pensa: mi vuole baciare. E ancora cerca di girarsi. Forse vuole baciarlo anche lei.

Ma lui no. Non vuole baciarla. Continua a tenerle salda quella mano sulla pancia, forzandola a restare di schiena. Con la mano sinistra le stringe il braccio, così forte che a lei inizia a saltare il cuore.

Lui la rassicura:

— Sei bella — le dice. — Lascia che ti tocchi, non avere paura —

Mentre il respiro diventa più spesso, e la voce più bassa.

No. Adesso lei non vuole più baciarlo.

Ma sta ferma. E pensa che se grida non la sente nessuno. Pensa che se prova a liberarsi non ha possibilità di riuscirci. Pensa che potrebbe cadere là sotto, in tutto quell'azzurro. Pensa che potrebbe non rivedere più sua madre e suo fratello. Pensa che se sta ferma, il più ferma possibile, allora, forse, le può fare meno male.

La mano dalla pancia scivola verso la gamba e poi, portando con sé la gonna, risale verso l'inguine. Marta sente spostare le mutandine e le dita passarle in mezzo alle gambe.

Lui fa un mezzo passo indietro e, lasciandole lì la mano, con l'altra la obbliga a piegarsi in avanti. Lei, per non cadere, si appoggia al pino con entrambe le mani. La corteccia spessa e rugosa le graffia i palmi. Marta si concentra sul piccolo ragno che ora si sta muovendo vicino alla sua mano.Lui le alza il vestito, le abbassa le mutandine e, piegando leggermente le ginocchia, entra dentro di lei.

— Shhhh, stai buona dai. Ti piace, sì?

Le afferra il mento da dietro. Ora sì, vuole baciarla, ma adesso lei resta rigida, impietrita. Allora lui, stizzito, la spinge in avanti con tutto il peso del suo corpo, facendole sbattere la faccia sul tronco. Marta sente il sangue riempirle la bocca, ma non sente alcun male. Non sente nient'altro che il vento sulla faccia e le cicale che stanno urlando.

Lui si muove sempre più veloce, con colpi secchi, precisi. L'allontana e l'avvicina a sé in rapidi movimenti consecutivi.

Quando finisce, quando finisce, quando finisce. Occhi asciutti. Labbra strette.

Poi, finalmente, viene in silenzio, con pochi scatti convulsi.

Si allontana, spingendola contemporaneamente in avanti. E lei resta ferma lì. Resta ferma perché non sa cosa fare. Sente le cosce bagnate. Le brucia tutto: la faccia, le mani, in mezzo alle gambe.

Si lascia scivolare piano sul masso bianco ai suoi piedi. Con una mano si tira su le mutandine, che le erano rimaste abbassate sulle ginocchia. Vuole darsi un contegno. Si vergogna. Si è sporcata il vestito. Di terra. Di sangue.

— Ma guarda, ti sei fatta male…

La voce è tornata normale, gentile come prima. Si avvicina con un fazzoletto e le pulisce la faccia.

— Ma che ci fai qua, tu. Perché non te torni a casa da tua madre? Ce l'hai una madre, vero? Perché sai, devi stare attenta. Non sai mai dove puoi capitare... Sei proprio fortunata che sono capitato io, che sono una brava persona. Magari un altro ti faceva anche male. Dai, tirati su. Vieni.

Marta si tira su. Rigida, va verso l'auto, apre la portiera e prende la borsetta. Gira piano lo specchietto retrovisore verso la faccia e si accorge di averla un po' gonfia. Un labbro è spaccato, ed è sporca di resina. Sente la pelle del viso bollente.

Prende un fazzoletto, lo bagna con un po' di saliva, e toglie piano la resina vicino al naso e sullo zigomo.

Tutto quello che lui ha detto è ancora lì, sospeso in un momento spezzato dal vento e dal gusto del sangue che sente in bocca. È difficile adesso pensare. È difficile adesso fermare la mente. Anche perché, in fondo, Marta non ha capito bene tutto quello che lui le ha detto. Di casa sua. Di sua madre. Di dove si può capitare.

Gli occhi sempre asciutti. E l'unica frase chiara in testa:

Sono proprio una ragazza fortunata, perché ho una casa dove posso tornare.

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