Pronto Soccorso
Quando arriva, la ferita sul braccio ha smesso di sanguinare. La benda che ha avvolto attorno allo squarcio ha avuto l'effetto sperato. Sotto i lembi di garza indurita dal sangue rappreso, l'apertura nei tessuti si è ricoperta di una sorta di crosta scura. O almeno sembra che stia iniziando a formarsi.
La saletta è leggermente illuminata da un triste tubo al neon che fatica a sopravvivere. Nell'aria c'è odore di vomito e urina e farmaci.
Il pavimento è disseminato di macchie indefinite, probabilmente create da liquidi organici lasciati lì da chissà quanto tempo e mai venuti via.
Negli angoli e sulle pareti ci sono chiazze scure e cumuli di sporcizia e almeno una dozzina di persone dai volti contorti dal dolore e nella rassegnazione. La muta sofferenza in attesa.
Quando con lo sguardo cerca di orientarsi, gli occhi distratti della gente lo inchiodano sulla porta. Tutti quegli occhi che lo fissano per un lungo istante prima che ognuno torni al suo piccolo dramma momentaneo.
A una parete c’è un cartello bianco con una scritta rossa che dice “Accettazione”. Alla macchinetta del caffè un altro cartello bianco con una scritta blu a penna che dice: “Guasta”.
Claudio si dirige verso l'accettazione. Attraversa il corridoio tra la gente seduta su sedili di plastica grigia che continuano a cigolare anche se nessuno sembra muoversi.
Una donna anziana, in vestaglia e pigiama, se ne sta immobile su uno dei sedili accanto alla macchinetta del caffè fuori uso. Il bianco dei suoi capelli è quasi perfetto. La donna riesce a non muovere un solo muscolo. Neanche l'accenno di un sussulto involontario.
La donna con la vestaglia sembra addormentata.
O svenuta.
O morta.
Tenendosi il braccio, Claudio, arriva alla saletta in fondo. Quando entra in accettazione tutti gli altri hanno già smesso di guardarlo.
Un fantasma come tutti gli altri.
Un'infermiera, da dietro un vetro spesso e opaco, gli chiede quale sia il problema e Claudio le mostra il braccio fasciato.
«Un taglio».
Lei lo osserva un istante.
«Profondo?» chiede lei sfoggiando un volto stanco e distratto.
Claudio le risponde che sì, il taglio è abbastanza profondo. Per questo è qui e per questo ha il braccio avvolto in due metri di garza impregnata del suo sangue.
La donna procede con la registrazione e poi lo invita a tornare in sala d'aspetto e ad attendere il suo turno.
Quando torna nella sala adiacente trova tre persone a turno per entrare in accettazione e
l'impressione è che la gente sia almeno raddoppiata.
Una ragazza è seduta su uno dei sedili cigolanti, sotto una bacheca su cui sono appesi, con degli spilli colorati, diversi fogli. Ha il piede nudo e immobile e penzolante. Non riesce a muoverlo, piange silenziosamente e in faccia ha un'espressione dolorante, impaurita. La madre le tiene la mano. Accanto a loro un uomo, seduto e curvo su se stesso, si muove a malapena e rantola come se faticasse a respirare.
La donna anziana, intanto, continua a restarsene immobile, fuori dal mondo. Alcune chiazze di sangue le macchiano il pigiama. Claudio si guarda in giro e per un istante ha la sensazione di non essere nella sua città. Ha l'impressione di non essere nemmeno nella sua nazione.
La sensazione è quella di essere capitato in un pronto soccorso di guerra.
Un cartello informa “i signori utenti che ognuno è classificato con un colore”. Un codice di priorità.
Il bianco, il verde, il giallo e il rosso.
Non è mai consigliabile il rosso.
In ogni caso, se vi dovessero dare il rosso, probabilmente non lo sapreste nemmeno, perché dovreste essere quanto meno privi di sensi e ad un passo dalla dipartita.
Fuori i tuoni preannunciano il temporale che sta arrivando. Le raffiche di vento si insinuano sotto la porta che qualcuno ha chiuso. Gli spifferi sembrano una chiacchierata spettrale. Un uomo anziano si tiene il braccio legato al collo con un fazzoletto. Ha la mano gonfia come un pallone e scura come una prugna. Il suo codice dovrebbe essere il giallo. Prima di lui sicuramente c'è la donna che sta urlando per il dolore.
Prima di lei un tizio messo ancora peggio, disteso su una lettiga con lo
sguardo perso chissà dove.
Il personale addetto non esiste, se non quando attraversa la sala per uscire fuori a fumare, dove salutano quelli delle ambulanze. I loro volti sono inespressivi, per nulla distratti dallo spettacolo della sala d’aspetto.
In venti metri quadrati ci saranno una ventina di persone che tossiscono, sbadigliano, piangono, singhiozzano, rantolano, soffrono, aspettano e parlano sottovoce per passare il tempo che qui dentro sembra dilatarsi all’inverosimile.
Una signora chiede ad un'altra con un taglio sopra l’occhio destro, appena sopra la palpebra, da quanto tempo sia lì. Quella fa una smorfia sconsolata e dice di aspettare da cinque ore. Codice verde.
Insieme ai tuoni si sente l'eco di un’ambulanza in arrivo. In pochi secondi il mezzo è sulla piazzola davanti al pronto soccorso, dove si fuma. Portano d'urgenza un ragazzo in stato d’incoscienza. Lo scaricano, imbracato sulla lettiga, giù dall'ambulanza e lo portano direttamente dentro. Senza fermarsi all’accettazione.
Un codice rosso.
Un'urgenza più urgente della donna anziana che sanguina in silenzio.
Un’overdose.
Nei successivi quindici minuti arrivano un incidente stradale, un ictus e un ferito da arma da fuoco. Nel quarto d’ora dopo, una gamba rotta e un attacco di appendicite tendente ad una peritonite. Poi un tizio che vomita in una busta.
Il codice di Claudio è verde.
La gente lì dentro tossisce. Qualcuno si lamenta di essere lì da troppe ore e nel frattempo nessuno è ancora stato chiamato. Claudio esce fuori. Le raffiche di vento sono gelide e fuori ci sono almeno il doppio delle persone che aspettano nella sala d'aspetto. Tre cani randagi se ne stanno accucciati in un angolo cercando di ripararsi dal freddo.
Un uomo appoggiato al muro guarda Claudio e dice che farebbe bene a mettersi il cuore in pace, che ha da aspettare.
«Cos'è che ha?» gli chiede con una specie di ghigno.
«Un taglio» dice Claudio mentre l'uomo si accende una sigaretta e sorride.
«C'avevo azzeccato. Mi sa che vedrai l’alba. Sigaretta?».
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