CAPITOLO 4 - Nathan
La prima regola di qualsiasi incarico era conoscere il terreno. La seconda era conoscere la persona da proteggere. La terza era non affezionarsi mai a quella persona. Le prime due erano facili. La terza lo era solo finché non avevo incontrato Charlotte. Ma questo lo avrei scoperto più avanti.
Quel mattino ero arrivato al campus quasi due ore prima di lei. Avevo già studiato le vie d'accesso. Le uscite. I parcheggi. Le telecamere. I punti ciechi. Gli edifici principali. Le residenze degli studenti. Perfino il bar più frequentato del campus. Non perché fossi paranoico ma perché era il mio lavoro.
Mi trovavo al secondo piano della biblioteca quando ricevetti il messaggio. “L’obiettivo è appena arrivato.”
Guardai l'orologio. 8:47. Mi alzai. Dalla grande finestra potevo vedere quasi tutto il cortile centrale. Studenti ovunque. Valigie. Ragazzi che si salutavano. Genitori che cercavano di non piangere. Matricole completamente spaesate. E poi la vidi. Charlotte.
Era esattamente come nella fotografia, ma di persona era diversa. Più viva.
Indossava un paio di jeans chiari, una felpa grigia e aveva i capelli raccolti malamente. Trascinava una valigia dietro di sé. Si fermò al centro del cortile. Si guardò intorno e sorrise. Un sorriso enorme, spontaneo. Quasi incredulo.
La osservai. Era felice. Davvero felice. A vederla così non sembrava la figlia del Presidente. Sembrava semplicemente una ragazza che aveva appena conquistato qualcosa che desiderava da tutta la vita. Libertà.
All’improvvido mi ricordai della cartella. Delle minacce. Degli avvertimenti. Della voce del direttore. “È un bersaglio.” Spostai lo sguardo sul resto del cortile. Non avevo intenzione di lasciarmi distrarre. Anzi, non dovevo distrarmi. Un ragazzo con una macchina fotografica attraversò il prato. Due persone vicino all'ingresso stavano discutendo. Una donna con un cappotto nero parlava al telefono. Tutto normale. Troppo normale.
Ripresi a guardare Charlotte. Aveva ricominciato a camminare verso l'edificio delle residenze. Mi mossi anch'io. Non troppo vicino. Non troppo lontano. Tre metri, la distanza perfetta. Abbastanza vicina per intervenire ma abbastanza lontana per non attirare l’attenzione.
Poi Charlotte si fermò improvvisamente. Io feci lo stesso. Lei si voltò. Per un istante pensai che mi avesse individuato. Invece guardò il cartello dell'edificio.
«Perfetto, non sò dove stia andando!» Parlava da sola. Alzò gli occhi al cielo e riprese a camminare.
Sorrisi appena. La ragazza si era chiaramente persa.
Venti minuti dopo ero nella hall della residenza. Lei era davanti alla reception. Aveva appoggiato la valigia sul pavimento. «Mi scusi.»
La ragazza dietro il bancone alzò gli occhi. «Sì?»
«Credo di essermi persa.»
«Qual è il numero della sua stanza?»
Charlotte mostrò il telefono. «304.»
«Terzo piano.» La receptionist sorrise. «Ascensore a destra.»
Charlotte afferrò la valigia. Feci un passo nella sua direzione. Lei si voltò nello stesso momento. Ci scontrammo. La valigia le scivolò di mano. «Oh, merda.»
La afferrai prima che cadesse. «Presa.»
Charlotte mi fissò. Aveva gli occhi ancora più belli da vicino. Troppo belli. Distolsi lo sguardo.
«Grazie.»
«Figurati.» Le restituii la valigia.
Lei rimase a guardarmi. «Sei nuovo anche tu?»
«Sì, è il primo giorno.»
«Matricola?»
Esitai una frazione di secondo. «No, master.»
«Ah.» Mi studiò. «Questo spiega l'aria da vecchio.»
La guardai. «Vecchio? Ho ventisei anni!»
«Appunto.»
Non riuscii a trattenermi. Sorrisi.
Lei sembrò sorpresa. «Sai sorridere!»
«A volte.»
«Pensavo fossi arrabbiato con me.»
«E perché dovrei essere arrabbiato con te?»
«Non saprei. Perché ti sono venuta addosso?» Riprese la valigia. «Comunque sono Charlotte.» Mi tese la mano.
La guardai. Poi guardai lei. «Nathan, piacere di conoscerti.» Le strinsi la mano.
La sua era piccola. Calda. Il contatto durò appena un secondo. Ma fu abbastanza. Sentii qualcosa. Una sensazione assurda. Un piccolo impulso che mi attraversò il braccio. Lasciai andare la sua mano di corsa. Lei non se ne accorse, era troppo impegnata a guardarsi intorno, per fortuna.
«Non conosco nessuno qui.» Disse con una voce, abbastanza, triste.
«Nemmeno io, se ti consola.»
«Ottimo.»
«Perché?»
«Perché così non sono l'unica.»
Scossi la testa. «Mi sembra giusto.»
Le porte dell'ascensore si aprirono. Charlotte entrò. Io rimasi fuori. «Beh... ci vediamo.» Le porte iniziarono a chiudersi.
«Nathan?»
Bloccai la porta. «Sì?»
«Tu in che stanza sei?»
Le diedi il numero che avevo memorizzato il giorno precedente. Quello della mia copertura. «312.»
Lei annuì. «Quindi siamo vicini! Io ho la 304!»
«Sembra di sì.»
Le porte si chiusero. Rimasi fermo qualche secondo. Poi il mio telefono vibrò. Un messaggio del mio capo. “Contatto confermato?”
Risposi: “Sì.”
“La ragazza ti ha riconosciuto?”
Guardai le porte dell'ascensore. Poi scrissi: “Negativo signore. Nessun sospetto.”
La risposta arrivò immediatamente. “Bene. Mantieni la distanza, ma non la visuale.”
Posai il telefono in tasca. Mantieni la distanza. Era facile. Doveva esserlo.
Alle undici ero seduto nella caffetteria del campus. Avevo un libro aperto davanti. Non lo stavo leggendo. Stavo guardando il riflesso della porta nel vetro della finestra. Charlotte entrò con due ragazze. Una mora e una rossa. Parlavano. Ridevano.
Charlotte sembrava già diversa, rispetto a quando l’ho incontrata prima. Mi sembrava più rilassata. Mi accorsi che stavo sorridendo. Mi costrinsi a smettere. Non è una persona da conoscere. Era il mio bersaglio. La persona da proteggere. Fine.
Lei guardò verso di me. I nostri occhi si incontrarono. Per un momento rimase immobile. Poi sorrise e mi venne incontro. «Ehi.»
«Ehi.»
Indicò la sedia davanti. «Posso?»
«Certo.»
Si sedette. «Non avevi detto di essere nuovo?»
«Sì.»
«Allora perché sembri già sapere dove trovare il caffè migliore?»
«Ho fatto un giro per il campus e mi sono ritrovato qui!»
«Un giro molto approfondito.»
La guardai. «Sono metodico.»
«Ho notato.»
Una delle sue amiche si sedette accanto a lei. «Charlotte, lui è?» Charlotte si voltò verso di me.
«Nathan.»
«Il ragazzo della valigia?»
Sorrisi. «Quello.»
«Non ci avevi detto che era cosi carino!» lo disse sottovoce ma lo sentii e mi costrinsi a non sorridere. La ragazza mi tese la mano. «Sophie.»
La strinsi. «Nathan, piacere!» L'altra si presentò come Olivia.
Parlarono tra loro per qualche minuto. Io ascoltavo. Memorizzavo. Charlotte aveva una risata contagiosa. Faceva muovere le mani quando raccontava qualcosa. Tendeva a mordicchiarsi il labbro inferiore quando era concentrata. E aveva l'abitudine di sistemarsi i capelli dietro l'orecchio quando qualcuno la metteva in imbarazzo. Informazioni inutili. Ma le memorizzavo comunque. Perché era quello che facevo.
Nel pomeriggio Charlotte uscì dalla residenza da sola. La seguii a distanza. Attraversò il campus. Entrò in una libreria. Comprò due quaderni. Poi uscì con una busta piena di libri. Andava bene. Nessuna minaccia. Nessun comportamento sospetto. Tutto tranquillo. Finché un uomo uscì da un negozio di fronte. Alto. Cappotto nero. Occhiali scuri. Telefono in mano. Guardò Charlotte per qualche secondo di troppo. Poi guardò me. Mi irrigidii.
L'uomo abbassò subito gli occhi e continuò a camminare. Ma cambiò direzione. Mi portai la mano vicino alla tasca della giacca. Aspettai. Uno. Due. Tre secondi. L'uomo svoltò l'angolo. Lo seguii con lo sguardo.
Poi sentii la voce di Charlotte. «Nathan?»
Mi voltai.
Era dietro di me. «Tutto bene?»
«Sì, tutto bene grazie!»
«Sembravi preoccupato.»
«No ero solo sovrappensiero.»
Mi guardò. «Sei sicuro?»
«Sì. È che qui è tutto nuovo devo ancora abituarmi. Dovresti saperlo!»
Mi sorrise. «Okay. Si hai ragione, anche per me è tutto così strano!» Poi sollevò la busta. «Credo di aver bisogno di aiuto.»
Guardai i libri. «Ma quanti ne hai comprati?»
«Non lo so, ma sembravano interessanti!»
«Sono pesanti.»
«Per questo ti sto chiedendo aiuto.»
Presi la busta. «D'accordo, li porto io!»
Lei mi seguì. Camminammo insieme. Niente di speciale. Niente di pericoloso. Niente che avrebbe dovuto farmi battere il cuore. Eppure lo sentivo. Ogni volta che si avvicinava. Ogni volta che rideva. Ogni volta che pronunciava il mio nome.
E, mentre camminavamo verso la residenza, mi resi conto di una cosa. La terza regola era già diventata molto più difficile di quanto avessi previsto. Perché Charlotte non era più soltanto la ragazza nella fotografia. Era una persona. E io avevo appena iniziato a conoscerla.
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