Storia · capitolo 7

CAPITOLO 5 - Charlotte

Watch Over Me - Un amore sotto copertura. di Jessy VIbes

La mia prima notte al college dormii con la porta aperta. Non perché avessi paura. Perché potevo. Sembrava una cosa stupida. Una porta aperta. Eppure, per me, significava moltissimo. A casa mia c'erano telecamere nei corridoi, sistemi d'allarme, agenti davanti agli ingressi e almeno una persona della sicurezza che sapeva sempre dove mi trovassi. Qui non c'era niente. Solo il rumore delle voci nel corridoio. Una ragazza che rideva nella stanza accanto. Una porta che sbatteva. Qualcuno che ascoltava musica a volume troppo alto. Era meraviglioso.

Mi girai nel letto e guardai il soffitto. Sorrisi. Poi il telefono cominciò a vibrare sul comodino. Papà.

Sospirai. Risposi. «Ciao papà!»

«Sei ancora sveglia?»

Guardai l'orologio. 00:47. «No. È il mio fantasma che ti sta rispondendo.»

Sentii la sua risata dall'altra parte. «Come sta andando?»

«Benissimo.»

«Hai mangiato?»

«Sì.»

«Hai conosciuto qualcuno?»

«Sì.»

«Quante persone?»

«Papà…»

«Era una domanda per parlare!»

«Ho conosciuto tre persone.»

«Ragazzi o ragazze?»

Mi misi a ridere. «Sei serio?»

«Molto, tesoro. Lo sai che la tua sicurezza viene prima di tutto.»

«Lo so papà. Sophie e Olivia sono le mie vicine di stanza. E poi ho conosciuto... Nathan.»

Ci fu un brevissimo silenzio. «Nathan chi?»

Alzai gli occhi al cielo. «Un ragazzo.»

«Che tipo di ragazzo?»

«Normale.»

La risposta arrivò immediatamente. «Non esistono ragazzi normali.»

«Questo spiega moltissime cose sulla tua carriera politica.»

Rise. «Va bene divertiti, Charlie. Anche la mamma ti saluta.»

Il tono era diventato più dolce. «Lo farò.»

«Ti voglio bene.»

La mia voce si abbassò. «Anch'io, papà.»

Chiusi la chiamata. Posai il telefono sul comodino. Poi guardai di nuovo il soffitto.

Forse... forse ce l'avevo davvero fatta.

 

Il giorno dopo capii che vivere da ragazza normale era molto più difficile di quanto immaginassi.

La prima difficoltà era trovare l'aula. La seconda era arrivare in aula senza inciampare. La terza era capire perché tutti sembrassero sapere dove andare tranne me.

Alle nove meno dieci ero in piedi davanti a una mappa del campus. La fissavo o era la mappa che fissava me. Nessuna delle due sembrava intenzionata a cedere.

«Se continui a guardarla così, non cambierà.»

Mi voltai. Nathan. Indossava una maglietta nera e dei jeans scuri. Una borsa su una spalla. E quell'aria dannatamente tranquilla che cominciava a darmi fastidio. «Speravo proprio che lo facesse.»

«Quale edificio cerchi?»

Gli mostrai il telefono. «Barker Hall.»

Indicò dietro di me. «È dall'altra parte.»

«Lo sapevo.»

«Certo.»

«Stavo solo controllando la tua conoscenza del campus.»

«E come è andata?»

«Promosso.»

Scosse la testa. «Andiamo.»

«Dove?»

«Ti accompagno.»

Lo guardai. «Non ho bisogno di una guida.»

«Non ho detto che ne hai bisogno.»

«Hai detto che mi accompagni.»

«Sì.»

«Perché?»

Si strinse nelle spalle. «Perché sto andando nella stessa direzione.»

Lo fissai.

«Bugia.»

«Come fai a saperlo?»

«Perché Barker Hall è da quella parte e tu stavi andando di là.» Indicai l'opposto.

Lui rimase zitto. Poi sorrise. «Va bene.»

«Va bene cosa?»

«Mi hai scoperto.»

Scoppiai a ridere. Non riuscivo a capire se fosse sempre così o se lo facesse apposta con me. In ogni caso, funzionava. Camminammo insieme. Per qualche minuto non parlammo. Non era un silenzio imbarazzante. Era stranamente facile.

Poi gli chiesi: «Che cosa studi?»

«Scienze politiche.»

Mi voltai. «Sul serio?»

«Sì.»

«Allora ti sei scelto il corso peggiore possibile.»

«Perché?»

«Perché a me la politica fa venire sonno.»

«Neanche fossi la figlia del Presidente!» Mi fermai. Lui si fermò a sua volta. Il cuore mi perse un battito. Poi Nathan continuò: «Voglio dire... con tutto quello che succede a Washington, immagino sia impossibile non sentirne parlare. E pensa la figlia del Presidente che, tutto il giorno, deve sentir parlare di politica.»

Sorrisi. «Ah…»

Lui mi osservò. «Che c'è? Ho detto qualcosa di sbagliato?»

«Per un secondo ho pensato che sapessi…»

Nathan rimase impassibile. «Mmm, non hai l'aria di una persona famosa. Lo sei?»

Scoppiai a ridere. «Ah grazie!»

«Era un complimento!»

«Ok, allora lo accetto.»

Riprendemmo a camminare. Ma quella frase rimase da qualche parte nella mia testa. “Non hai l'aria di una persona famosa.” Era esattamente ciò che volevo sentirmi dire.

 

All'ora di pranzo, Sophie mi raggiunse in caffetteria. «Stasera festa.»

«No.»

«Non era una domanda.»

«Non mi piace come hai cominciato questa conversazione!»

Lei appoggiò il vassoio sul tavolo. Olivia si sedette di fronte a noi. «E’ la prima settimana di college... devi venire.»

«Perché?»

«Perché ci vanno tutti.»

«Io sono tutti?»

«Da stasera sì. Sei una di noi ormai!»

Sorrisi. Forse era proprio quello che mi serviva. Una festa.  Musica. Persone. Nessuna telecamera. Nessuna limousine. Nessuno che mi dicesse quando potevo andarmene. «Va bene.»

Sophie alzò entrambe le mani. «Sapevo che ti avremmo convinta.»

«Non ho detto che rimarrò fino alla fine.»

«Vedremo.» Olivia mi guardò. «Hai già un accompagnatore?»

«No.»

«Perfetto.»

«Perché perfetto?»

Sophie sorrise. «Perché alla festa ci sarà anche Nathan.»

Alzai gli occhi. «Perché sapete tutti chi è?»

«Perché è impossibile non notarlo.»

Aggrottai la fronte. «È qui da due giorni.»

«Appunto.»

«E allora?»

Olivia si sporse verso di me. «Charlotte.»

«Sì?»

«Il ragazzo è bello.»

Scoppiai a ridere. «Questo non significa niente.»

«Significa tutto.»

«No.»

«Ti piace?»

Presi la bottiglietta d'acqua. «Lo conosco appena.»

Sophie sorrise. «Non hai risposto.»

«Perché non c'è niente a cui rispondere.»

Ma mentre pronunciavo quelle parole, nella mia testa comparve l'immagine della sua mano sulla mia quando mi aveva aiutato con la valigia. La stretta breve. Il calore. Il modo in cui aveva lasciato andare la mia mano quasi immediatamente. Scossi la testa. No. Niente. Era solo un ragazzo. Uno dei tanti. E io ero al college per vivere. Non per innamorarmi.

 

Alle dieci e mezza la festa era già enorme. Musica ovunque. Luci colorate. Persone sui divani. Persone sulle scale. Persone che ballavano in cucina. Mi sentivo completamente fuori posto. E incredibilmente libera.  Sophie mi afferrò il polso. «Vieni!»

«Dove?»

«A ballare.»

«No.»

«Sì.»

«Sophie.»

«Charlotte.»

Mi trascinò in mezzo alla stanza. Dopo cinque minuti avevo smesso di pensare. Ridevo. Ballavo. Bevevo una bibita. Parlavo con ragazzi che non sapevano nulla di me. Era tutto così semplice. Nessuno mi chiedeva chi fosse mio padre. Nessuno mi domandava dove abitassi. Nessuno mi guardava come se fossi fatta di vetro. Fino a quando sentii qualcosa. Qualcuno mi stava osservando. Mi voltai. Nathan. Era appoggiato al muro dall'altra parte della stanza. Una bottiglia d'acqua in mano.  Mi guardava. Non sorrideva. Ma non sembrava neppure infastidito. I suoi occhi erano semplicemente su di me.

Mi avvicinai. «Ti stai divertendo?»

«Molto.»

«Non mi sembra.»

«Io ho questa faccia.»

«Quale faccia?»

«Questa.»

Indicò se stesso. Risi. «Quella da uomo che sta pensando troppo?»

«E tu che ne sai?»

«Non lo so.» Feci un passo più vicino. «Ma ho ragione.»

Per la prima volta lo vidi abbassare lo sguardo sulle mie labbra. Fu un istante. Minuscolo. Ma lo vidi. E il mio cuore accelerò. Nathan tornò subito a guardarmi negli occhi. «Dovresti divertirti.»

«Mi sto divertendo.»

«Bene.»

«Tu no.»

«Non sono un tipo da feste.»

Mi avvicinai ancora un po'. «Sei sempre così misterioso?»

«Probabilmente.»

«È irritante.»

«Me l'hanno già detto.»

«Chi?»

«Persone che mi conoscono.»

«Allora sono curiosa di conoscerti.»

Le parole mi uscirono prima che potessi fermarle. Nathan non rispose. Per qualche secondo ci guardammo.

Poi qualcuno mi chiamò. «Charlotte!»

Mi voltai. Sophie. Alzai una mano. «Arrivo!» Quando mi rigirai, Nathan era ancora lì. «Devo andare.»

«Va bene.»

Feci per allontanarmi. Poi tornai indietro. «Nathan?»

«Sì?»

«Non sei poi così antipatico.»

Lo vidi sorridere. «Tu invece sì.»

Gli lanciai un'occhiata. «Buonanotte.»

«Buonanotte, Charlotte.»

Mi allontanai. E non appena fui abbastanza lontana, mi toccai le labbra con due dita. Non era successo niente. Non mi aveva baciata. Non mi aveva toccata. Eppure sentivo ancora il suo sguardo addosso. Quella notte, tornando in camera, mi ritrovai a sorridere da sola. Forse il college sarebbe stato davvero diverso. Forse Nathan sarebbe diventato un amico. Forse qualcosa di più. Non potevo ancora saperlo.

E non avevo idea che, mentre io pensavo al suo sorriso, Nathan stava controllando ogni porta del corridoio prima di permettersi di tornare nella sua stanza. Per lui quella non era una festa. Era un incarico. Per me, invece, era l'inizio di qualcosa che ancora non sapevo nominare.

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