Storia · capitolo 5

CAPITOLO 3 - Charlotte

Watch Over Me - Un amore sotto copertura. di Jessy VIbes

Non avevo mai preparato una valigia così in fretta. E non avevo mai sorriso così tanto mentre la facevo. «Questa la porto.» La lanciai sul letto. «Questa anche.» Un'altra maglietta. «Questa decisamente no.» La presi e la infilai nell'armadio. Poi la recuperai tre secondi dopo.

Dalla porta, mia madre mi osservava divertita. «Sei sicura di aver bisogno di tutto quello?»

Mi voltai. «Mamma, sto andando al college.»

«Lo so.»

«Non posso presentarmi con tre vestiti.»

«Quanti ne hai già messi?»

Guardai il letto. Poi il pavimento. Poi l'altra valigia. «Un po'!.» Lei rise.

Mi sedetti sul bordo del materasso e guardai la stanza. Avrei dovuto essere triste. Era la mia camera da sempre. Avevo segnato sul muro l'altezza di quando avevo cinque anni. Avevo ancora una fotografia di me a otto anni con un dente mancante. C'erano libri ovunque. Fotografie.  Vecchi biglietti. Ricordi. Ma non riuscivo a sentire nostalgia. Non ancora. Sentivo soltanto una cosa. Libertà.

Tra pochi giorni sarei partita. E nessuno avrebbe potuto fermarmi. Presi il telefono. Avevo già aperto la chat del gruppo creato dalle ragazze che avevo conosciuto online durante l'estate. Non le avevo ancora incontrate davvero. Ma per la prima volta non sapevano chi fossi. Quando avevamo iniziato a parlare, avevo usato soltanto il mio nome. Charlotte. Niente cognome. Niente Presidente. Niente Casa Bianca. Niente fotografie sui giornali. Solo Charlotte. Era stato incredibilmente facile.

«A cosa sorridi?»

Alzai gli occhi. «A niente., pensavo.»

Mamma si avvicinò. Prese una maglietta dal letto. «Questa la porti?»

«Mmm si.»

«E questa?»

«Decisamente no!»

«Perché?»

«Perché sembro una nonna con quella!»

Lei scoppiò a ridere. «Hai diciotto anni.»

«Appunto.»

Ripiegò la maglietta. Poi la rimise nell'armadio. «Sei felice?»

La domanda mi colse di sorpresa. La guardai. «Sì.»

«Davvero?»

Annuii. «Sono felice mamma.»

Mamma sorrise. Ma nei suoi occhi vidi qualcosa che non avevo mai imparato a ignorare. Preoccupazione. Era la stessa cosa che vedevo in papà. Quella paura che nessuno nominava.

«Mamma.»

«Sì?»

«Non succederà niente.» Lei rimase in silenzio. «Papà ha promesso.»

«Tuo padre promette molte cose.»

«Questa volta manterrà la promessa.»

Lei mi guardò per qualche secondo. Poi annuì. «Lo spero.»

 

Due giorni dopo ero seduta sul divano dello studio di papà. Lui aveva appena finito una riunione. Sul tavolo c'erano tre telefoni. Due cartelline. Un computer.  E una tazza di caffè ormai fredda. La Casa Bianca non dormiva mai. Nemmeno quando lui era a casa.

«Allora.» Si tolse gli occhiali. «Ultime raccomandazioni.»

Alzai gli occhi al cielo. «Sapevo che ci fossero!»

«Charlotte.»

«Vai.»

«Non lasciare mai il campus da sola di notte.»

«Va bene.»

«Non salire in macchina con persone che non conosci.»

«Ok.»

«Non dare a nessuno il tuo indirizzo.»

«Papà.»

«È importante.»

«Lo so.»

«Tieni sempre il telefono carico e acceso.»

«Sì.»

«Se succede qualcosa…»

«Chiamo la sicurezza che alloggia proprio fuori dal campus, hai salvato il numero tra le chiamate veloci al tasto uno.»

«Esatto.»

Lo guardai. «La sicurezza che non dovrebbe seguirmi?»

Si fermò. «La sicurezza che non sarà visibile, ma l’avrai.»

Sorrisi. «Hai studiato la differenza, vedo.»

Lui sospirò. «Sto cercando di venirti incontro.»

«Lo so.»

Per la prima volta non volevo litigare. Mi alzai. Andai verso di lui. Poi lo abbracciai. Sentii le sue braccia stringermi. Per qualche secondo restammo così. «Grazie papà!»

«Per cosa?»

«Per avermi lasciata andare.»

Lo sentii inspirare. «Non ti sto lasciando andare.» Mi staccai. Lui mi guardò. «Ti sto lasciando crescere.»

Quella frase mi rimase dentro. «Mi mancherai.»

«Anche tu tesoro.»

«Non piangere.»

«Non sto piangendo.»

Indicai il suo viso. «Hai gli occhi lucidi.»

«È colpa tua.»

Risi. Poi lo abbracciai di nuovo. Questa volta più forte.

 

La mattina della partenza mi svegliai alle cinque e quarantacinque. Non avevo puntato la sveglia. Ero semplicemente troppo emozionata per dormire. Mi alzai. Indossai jeans e una felpa. Presi lo zaino. Poi rimasi qualche secondo davanti allo specchio. Mi guardai. Non vedevo la figlia del Presidente. Vedevo una ragazza. Una ragazza con i capelli spettinati e gli occhi ancora assonnati. Sorrisi. «Piacere, Charlotte.»

Mi venne da ridere da sola. Poi presi la valigia. Scendendo le scale, sentii un rumore alle mie spalle. Mi voltai. Un agente. Ovviamente. «Buongiorno.»

«Buongiorno, signorina.» Lo guardai. «Viene con noi?»

Esitò. «Ho il compito di accompagnarla alla macchina e attendere fino alla partenza.»

Chiusi gli occhi. «Papà.»

 

Fuori dalla residenza c'erano due SUV pronti e già carichi. Mi fermai. «No.»

L'agente mi guardò. «Signorina.»

«No.» Indicai i veicoli. «Aveva detto che non ci sarebbero state guardie.»

«Non sono guardie.»

«Sono quattro uomini armati dentro due macchine nere.»

«Sono incaricati della sicurezza.»

«Che è esattamente la stessa cosa.»

Poi sentii la voce di papà dietro di me. «Charlotte.» Mi raggiunse. «Tutto bene?»

Lo guardai. «Sì.»

«Sicura?» Annuii. Poi sorrisi. «Sei venuto a salutarmi?»

Lui sorrise. «Certo! Non potevo perdermelo.» Mi abbracciò. Poi mi mise una mano sulla guancia. «Vai e stai attenta!»

Inspirai profondamente. Guardai il vialetto. La casa.  La macchina. La mia famiglia. Tutto ciò che conoscevo. Salutai tutti di nuovo. Poi presi lo zaino e andai.

 

Il viaggio sembrò durare cinque minuti. Quando arrivammo al campus, rimasi a bocca aperta. Studenti ovunque. Biciclette.  Zaini. Musica. Gruppi di amici seduti sul prato. Qualcuno correva verso una lezione. Qualcuno correva nella direzione opposta. Una ragazza stava litigando al telefono. Un ragazzo suonava la chitarra sui gradini. Era rumoroso.  Caotico. Perfetto.

La macchina si fermò. L'autista scese. Mi aprì la portiera. «Siamo arrivati, signorina.»

Guardai davanti a me. Il cuore mi batteva forte. Scesi. Non c'erano agenti. Nessun auricolare. Nessun uomo in completo. Nessuno che mi camminasse a due metri. Solo me. Charlotte. E improvvisamente mi venne voglia di ridere. Lasciai andare la valigia. Aprii le braccia. Inspirai. Aria. Libera. «Ce l'ho fatta.»

Il mio telefono vibrò. Un messaggio di papà. “Fammi sapere quando sei sistemata.”

Sorrisi. Gli risposi: “Sono arrivata proprio adesso. E’ bellissimo!”

Dopo pochi secondi arrivò la sua risposta. “Divertiti, tesoro.”

Alzai lo sguardo. Davanti a me c'era il campus. Decine di edifici. Migliaia di persone. Una vita completamente nuova. E nessuno sapeva chi fossi. Nessuno sapeva che mio padre era il Presidente. Nessuno sapeva che ogni volta che uscivo da una porta avevo avuto qualcuno a controllare prima di me. Nessuno sapeva che avevo trascorso diciotto anni dentro una bolla. Potevo essere chiunque. Scelsi di essere me stessa.

Presi la valigia e cominciai a camminare. Non sapevo ancora che, a pochi metri da me, qualcuno mi stava già osservando.  Non sapevo che quell'uomo conosceva già il mio nome. La mia data di nascita. Le mie abitudini. Le persone della mia famiglia. I miei spostamenti. E non sapevo che, mentre io pensavo finalmente di essere libera qualcuno aveva già iniziato a proteggermi.

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