CAPITOLO 2 - Nathan
Il poligono era quasi vuoto alle sei e trenta del mattino. Era uno dei motivi per cui mi piaceva. Niente telefoni. Niente domande. Niente persone. Solo il rumore degli spari. Alzai la pistola. Presi la mira. Inspirai. Espira. Premetti il grilletto. Bang. Il colpo centrò il bersaglio. Abbassai l'arma. Controllai il centro. Un altro foro quasi perfetto.
«Ancora.» La voce di Mason arrivò alle mie spalle.
Non mi voltai. «Non sono io quello che ha bisogno di migliorare.»
«È per questo che ti detesto.»
Un accenno di sorriso mi attraversò il viso. «Lo so.»
Mason si avvicinò. Era uno dei pochi uomini che conoscevo abbastanza da poter permettersi di parlarmi in quel modo.
Guardò il bersaglio. «Novantotto su cento.»
«Novantanove.»
«Quello non era un dieci.»
«Lo era.»
«Era un nove.»
«Mason.»
«Bayle.»
Ci scambiammo uno sguardo. Lui scoppiò a ridere. Io no. Non perché non trovassi divertente la cosa. Semplicemente non ridevo molto. Avevo smesso. O forse avevo dimenticato come si faceva. Riposi la pistola sul tavolo. Mason prese la bottiglia d'acqua. «Quando hai dormito l'ultima volta?»
«Stanotte.»
«Per quanto?»
«Tre ore.»
«Non è dormire.»
«Per me lo è.»
Scosse la testa. Stavo per andarmene quando il telefono vibrò nella tasca dei pantaloni. Guardai lo schermo. Numero privato. Risposi. «Bayle.»
«Nathan.» Quella voce la conoscevo. Il mio responsabile. «Dove sei?»
«Al poligono.»
«Puoi essere in ufficio tra un'ora?»
Mi fermai. Non era una richiesta. «Sì, arrivo.» La telefonata terminò.
Mason mi osservò. «Problemi?»
«Non lo so.» Presi la giacca. «Lo scoprirò tra un'ora.»
Alle otto e cinque ero seduto davanti a una scrivania che conoscevo fin troppo bene. Il direttore dell'agenzia teneva davanti a sé una cartellina nera. Non aveva ancora parlato. Io la guardai. Poi guardai lui. «Chi è?»
«Come fai a sapere che c'è un chi?»
«Perché se fosse un cosa avresti chiamato qualcun altro.»
Un angolo della sua bocca si sollevò. «Sei sempre stato troppo sveglio.»
«È quello per cui mi pagate.»
Aprì la cartellina. Una fotografia. Una ragazza. Diciotto anni. Capelli chiari. Occhi chiari. Un sorriso che sembrava appartenere a una persona completamente ignara del mondo che la circondava. Lessi il nome. Charlotte Laurenz.
Alzai lo sguardo. «No.»
Il direttore non sembrò sorpreso. «Non ti ho ancora detto cosa devi fare.»
«Non importa.» Chiusi la cartellina. «No.»
«Nathan.»
«È la figlia del Presidente?»
«Esatto.»
«Allora non sono la persona giusta.»
«Sei l'unica persona che ho scelto.»
Restai in silenzio. Lui riaprì la cartellina. C'erano fotografie, rapporti, mappe, itinerari. Un fascicolo spesso almeno cinque centimetri.
«Da quando suo padre è entrato alla Casa Bianca, le minacce sono aumentate.»
«Lo so.»
«Lo sappiamo tutti.» Indicò una delle pagine. «Tentativi di estorsione. Minacce dirette. Persone che hanno cercato di avvicinarsi alla famiglia attraverso il personale.»
«Hanno la sicurezza presidenziale che si occupa di questo.»
«Sì.» Fece una pausa. «Ma Charlotte ha fatto una richiesta precisa a suo padre.» Lo guardai. «Non vuole più una scorta evidente.»
«Immaginavo.»
«Vuole andare al college senza agenti che le camminino dietro.»
«E suo padre ha accettato.»
Alzai un sopracciglio. «Davvero?»
«A quanto pare.»
Quasi sorrisi. «Il Presidente degli Stati Uniti che decide di fidarsi a lasciare sua figlia senza scorta?»
«Infatti non si fida.» Aprì un'altra pagina. «Per questo ti ho chiamato.»
Guardai la fotografia di Charlotte. Diciotto anni e una vita intera vissuta dietro vetri oscurati.
«Sentiamo, qual è la copertura?»
«Sarai uno studente. Ma hai ventisei anni, ormai, sei troppo vecchio per essere una matricola, quindi abbiamo optato per un master.»
Annuii. «Quale facoltà?»
«Scienze politiche.»
Lo guardai. «Davvero?»
«È il corso che frequenterebbe una persona con il tuo curriculum senza attirare troppo l'attenzione.»
«Il mio curriculum è il problema.»
«Il tuo curriculum non lo conoscerà nessuno.» Richiuse la cartellina. «Da questo momento non sei più Nathan Bayle, ex militare e agente di protezione.» Una pausa. «Sei Nathan Bayle, studente di ventisei anni.»
«E lei? Che cosa sa?»
«Nulla.»
Lo fissai. «Nulla?»
«È questo il punto dell'incarico.»
Sentii una pressione strana nello stomaco. «Non deve sapere che sono la sua guardia.»
«No.»
«Nemmeno se me lo chiede?»
«Non dovrà mai saperlo.»
«Nemmeno se pensa che qualcosa non torni?»
«Soprattutto in quel caso.»
Presi di nuovo la fotografia. Charlotte sorrideva. Mi fermai su quella foto qualche secondo più del necessario. «Per quanto tempo?»
«Finché sarà al college.»
«Quanto durerà?»
«Almeno quattro anni.»
Lasciai uscire lentamente l'aria. Quattro anni. «E se rifiuto?»
Il direttore non rispose subito. Poi disse: «Rifiuterai?»
Lo guardai. Conosceva già la risposta. Non avevo mai rifiutato un incarico. Non ne avevo mai abbandonato uno. E non intendevo iniziare quel giorno. Presi la cartellina. «Quando parto?»
«Domani.»
Annuii. Feci per andarmene. «Nathan una cosa…» Mi fermai sulla porta. Il suo sguardo era cambiato, adesso era più serio. «Questa ragazza non è solo una cliente.» Aspettai. «È un bersaglio.»
Uscii dall'edificio e rimasi qualche secondo sul marciapiede. Washington aveva già iniziato a correre. Auto. Clacson. Persone. Telefoni. Io invece rimasi fermo. Aprii la cartellina. Guardai di nuovo la fotografia. Charlotte Laurenz. Non sapevo ancora niente di lei. Non sapevo che cosa le piacesse. Che cosa odiasse. Chi fossero i suoi amici. Che cosa sognasse. Sapevo soltanto una cosa. Dovevo proteggerla. A ogni costo. E quello, dopo Jackson, era diventato l'unico genere di promessa che sapevo mantenere.
Il mio appartamento era quasi completamente vuoto. Non avevo mai avuto bisogno di molto. Un letto. Un armadio. Una cucina. Una pistola nel cassetto del comodino. E una fotografia.
La presi dal ripiano sopra la libreria. Eravamo giovani. Troppo giovani. Io e Jackson. Uniformi impolverate. Sorrisi enormi. Braccia sulle spalle dell'altro. La foto era stata scattata pochi mesi prima dell'ultima missione. Rimasi a guardarla.
Poi appoggiai un dito sul volto di Jackson. «Domani parto.» Silenzio. «Ho un nuovo incarico.» Mi lasciai sfuggire una risata appena accennata. «Non preoccuparti. Non è così pericoloso.»
La frase mi morì sulle labbra. Perché era una bugia. Non sapevo ancora quanto fosse pericolosa quella ragazza. Non sapevo chi la volesse colpire. Non sapevo da dove sarebbe arrivato il pericolo. Ma sapevo una cosa. Ogni volta che chiudevo gli occhi, vedevo ancora il momento in cui Jackson era caduto. Il rumore. La polvere. Il sangue. La mia mano che cercava di fermare qualcosa che non poteva essere fermato. Avevo promesso a me stesso che non sarebbe successo mai più. Mai più.
Aprii l'agenda sul tavolo. La data della partenza era cerchiata. Pochi giorni. Poi notai un'altra data. Quella di sempre. La stessa ogni anno. La stessa ogni mese in cui capitava. Il giorno della morte di Jackson. Avrei avuto bisogno di una sola giornata libera. La chiesi sempre. Qualunque fosse l'incarico. Qualunque fosse il cliente. Qualunque fosse la città. Quel giorno non lavoravo. Quel giorno andavo da lui. Non perché fossi obbligato. Perché era l'unica cosa che mi permetteva di sentirmi ancora suo amico. Presi il telefono e scrissi a sua madre. “Sono stato chiamato per una missione, ma arrivo, come sempre.”
La risposta arrivò dopo pochi secondi. “Ti aspettiamo, Nathan.”
Posai il telefono. Poi guardai ancora una volta la fotografia di Charlotte. Non lo sapevo ancora. Ma presto quella ragazza avrebbe stravolto tutte le regole che avevo imparato a seguire. E io avrei commesso l'errore più pericoloso della mia vita. Avrei smesso di proteggerla soltanto perché era il mio lavoro. Avrei iniziato a farlo perché era diventata la persona più importante del mondo per me.
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