CAPITOLO 1 - Charlotte
La prima cosa che vidi quella mattina fu un uomo con un auricolare nell’orecchio. La seconda fu il fucile. La terza, la mia valigia.
Per un istante rimasi ferma sulla soglia della mia camera e fissai la scena. «Non è possibile.»
L’agente davanti a me abbassò appena lo sguardo. «Signorina Laurenz?»
«Lo vedo che sei qui.»
Lui rimase impassibile. Naturalmente. Avevo imparato da tempo che gli uomini della sicurezza presidenziale possedevano una capacità quasi soprannaturale di ignorare il sarcasmo. Presi la valigia. «Posso almeno arrivare viva alla colazione senza essere circondata?»
«È il nostro lavoro, signorina.»
«Il vostro lavoro è impedire che qualcuno mi uccida. Non impedirmi di respirare, dentro casa tra l’altro.»
Nessuna risposta. Sospirai. Era inutile. Attraversai il corridoio della residenza presidenziale con due agenti davanti e due dietro. Quattro. Sempre quattro. A volte sei. Dipendeva da dove dovessi andare. Avevo diciotto anni. E ancora non potevo attraversare un corridoio da sola.
Una delle porte si aprì mentre passavo. «Buongiorno, signorina.»
«Buongiorno.»
Sorrisi automaticamente. Continuai a camminare. Fuori dalle finestre il giardino della Casa Bianca era immerso nella luce del mattino. Il prato era perfetto. Gli alberi potati. Le siepi impeccabili. Tutto era sempre perfetto. Tranne me. Io ero stanca.
Quando arrivai nella sala da pranzo, papà era già seduto. Aveva ancora addosso la camicia bianca e la cravatta scura che portava durante gli incontri ufficiali. Il giornale era aperto davanti a lui, anche se ero abbastanza sicura che non avesse avuto il tempo di leggere neppure una riga. A pochi metri dalla porta c’era un altro agente. Mi fermai.
Papà sollevò lo sguardo. «Buongiorno.»
«Ciao.»
Mi sedetti. Una cameriera versò il succo d’arancia nel mio bicchiere.
Papà mi osservò per qualche secondo. «Hai dormito?»
«Sì.»
«Sicura?»
«No.»
Corrugò la fronte. «Perché no?»
«Perché ieri ho ricevuto la terza telefonata di mia madre che mi ricordava di non lasciare mai il campus senza avvisare la sicurezza.»
Papà fece un piccolo sorriso. «Tua madre è preoccupata.»
«Tua moglie è preoccupata.»
«Anche questo.»
Presi una fragola dal piatto. «E sai qual è la parte divertente?»
«Sentiamo.»
«Tra due settimane partirò per il college.»
Il sorriso di papà sparì. «Lo so.»
«E io non voglio portarmi dietro una squadra di agenti.»
Silenzio. Eccolo. Il momento. Quello che aspettavo da mesi. Papà posò lentamente la tazza sul tavolo. «Charlotte...»
«No.» Lo interruppi prima ancora che potesse iniziare. «Non fare quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella da presidente.»
«Sono il presidente.»
«Appunto.» Mi alzai. Non avevo intenzione di essere aggressiva. Ma avevo preparato quel discorso così tante volte nella mia testa che, ormai, usciva da solo. «Ho diciotto anni.»
«Lo so.»
«Sono entrata alla Stanford.»
«Lo so.»
«Ho fatto tutto quello che mi avete sempre chiesto.»
«Charlotte…»
«Sono stata accompagnata a scuola per tutta la vita. A ogni festa c’erano almeno due agenti fuori dalla porta. Al mio primo appuntamento c’erano tre uomini in macchina a cinquanta metri da noi.»
Papà abbassò lo sguardo. «Quello non era un appuntamento.»
«Perché?»
«Perché quel ragazzo aveva mentito sulla sua identità.»
«Aveva sedici anni.»
«Era comunque una bugia.»
Risi. Una risata breve, amara. «Capisci? È proprio questo il problema.»
Papà si appoggiò allo schienale. «Quale problema?»
«Che voi vedete pericoli ovunque.»
«Perché ce ne sono.»
«No. Perché tu non riesci più a vedere me.»
Quella frase rimase sospesa tra noi. Per la prima volta quella mattina, papà non sembrò il Presidente degli Stati Uniti. Sembrò soltanto mio padre. «Io ti vedo.»
«Allora guardami.» Lo fissai. «Guardami e dimmi che vuoi che io continui a vivere così.»
Lui non rispose. Sentii la gola stringersi, ma non avrei pianto. Non davanti a lui. Non quel giorno. «Al college voglio essere una persona normale.»
«Non puoi essere normale.»
La risposta arrivò troppo velocemente. Mi fece male. Papà se ne rese conto. «Non intendevo…»
«Sì, invece.» Mi voltai. «Voi avete deciso chi sono prima ancora che potessi scegliere.»
«Charlotte.»
«Sono la figlia del Presidente.» Pronunciai quelle parole lentamente. «Lo so.» Indicai l’agente fermo vicino alla porta. «Lui lo sa.» Indicai la finestra. «Quelli là fuori lo sanno.» Mi toccai il petto. «Tutti sanno chi sono.» Poi abbassai la voce. «Tranne io.»
Papà rimase immobile. Non avevo mai visto il dolore comparirgli così chiaramente sul volto. Per un momento pensai di aver esagerato. Poi ricordai tutte le volte in cui ero stata costretta a far finta che andasse bene. Le feste alle quali non potevo andare. I ragazzi che avevano smesso di scrivermi dopo aver saputo chi fossi. Le amicizie che duravano al massimo fino a quando qualcuno scopriva il mio cognome. I compleanni festeggiati dentro stanze sorvegliate. E quella maledetta sensazione che qualcuno mi stesse sempre guardando.
«Papà, io non voglio essere la First Daughter.»
Lui inspirò lentamente. «Che cosa vuoi essere?»
Lo guardai. La risposta arrivò senza bisogno di pensarci. «Charlotte.»
Un silenzio lungo. Poi lui si alzò. Venne verso di me. Istintivamente pensai che avrebbe discusso. Invece mi abbracciò. Come faceva quando ero bambina. Quando avevo paura dei temporali. Quando avevo perso il primo dentino. Quando tornavo da scuola fingendo di non essere ferita. Solo che quella volta non ero più una bambina. E lui lo sapeva. «Va bene.»
Mi allontanai lentamente. «Cosa?»
«Va bene.»
Lo fissai. «Davvero?»
«Vai al college.»
Il cuore iniziò a battermi forte. «Senza guardie?»
Questa volta esitò. Solo un secondo. Ma lo notai. «Senza guardie visibili.»
Aggrottai la fronte. «Visibili?»
Papà mi sorrise. «Non sto dicendo che smetterò di preoccuparmi per te.»
«Papà...»
«Sto dicendo che proverò a lasciarti andare, non avrai guardie all’interno del campus, ma saranno appena fuori e le chiamerai per qualsiasi cosa.»
Finalmente sorrisi. Un sorriso vero. Quello che non riuscivo a fare da anni. «Grazie papà.» Lo abbracciai. «Grazie, grazie, grazie.»
Lui rise piano. «Piano.»
«No.» Lo strinsi ancora più forte. «Hai appena reso questo giorno, il giorno più bello della mia vita.»
Papà chiuse gli occhi. Mi accarezzò i capelli. E per un istante mi sembrò davvero di aver vinto. Di aver ottenuto la mia libertà.
Non sapevo ancora che, nello stesso momento, mio padre aveva già preso una decisione. Una decisione che avrebbe cambiato tutto. Una decisione che io non avrei scoperto fino a quando non sarebbe stato troppo tardi.
Perché mentre io sognavo di andare al college da sola, qualcun altro stava già preparando le valigie.
Altre opere da leggere
La mia storia tragicomiconcologica
OTTOBRE! mese dedicato alla prevenzione del cancro al seno. Anche nelle situazioni più drammatiche si può trovare la forza di sorridere... Vivere un tumore è sempre difficile. In questa storia autobiografica condivido esperienze, pensieri e un pizzico di i
RIFLESSI D'UMANA FRALEZZA
Due gemelli, Francesco e Gianni, crescono nella stessa casa ma sembrano appartenere a due mondi opposti: uno prigioniero delle proprie paure, l’altro incapace di accettare qualsiasi limite. Le loro vite si intrecciano con amori, dipendenze, violenza, rimpianti
Sceglimi ancora
L'incidente non ha cancellato i ricordi. Lukas sa chi è e ricorda perfettamente i quattro anni passati con Connor. Eppure, cercando di tornare alla normalità, si accorge che qualcosa si è spento. Le vecchie passioni lo lasciano indifferente e il suo sguardo su
INCONTRO A ETEREA
Francesco ha vent'anni e da cinque vive chiuso nella sua stanza. Il mondo reale gli fa paura; quello virtuale, invece, è diventato il suo rifugio. L'incontro con Ludo, una programmatrice che condivide la sua stessa passione per i videogiochi, incrina l'equilib