Storia · capitolo 2

PROLOGO - Charlotte

Watch Over Me - Un amore sotto copertura. di Jessy VIbes

Avevo otto anni quando ho capito che la mia vita non sarebbe mai stata normale. Non fu per una televisione accesa sulle notizie durante la cena. Non fu per i giornalisti davanti a casa. E nemmeno per il modo in cui gli adulti abbassavano la voce quando parlavano di mio padre.

Lo capii nella nuova scuola. Era il primo giorno di terza elementare, la limousine nera si fermò davanti all'ingresso poco prima delle otto. Ricordo ancora il rumore dei freni, un sibilo breve, quello dei pneumatici sull'asfalto bagnato. Ricordo il mio zaino rosa. Le scarpe nuove che mi facevano male ai piedi. E il fiocco, ovviamente rosa, che la mamma mi aveva sistemato tra i capelli quella mattina.

Ricordo anche di aver sorriso. Perché ero convinta che sarebbe stata una giornata bellissima.  Avevo passato tutta la settimana a immaginare come sarebbe stato il primo giorno di scuola. Avrei trovato un'amica? Forse due. Avrei mangiato il pranzo insieme a qualcuno? Avrei giocato durante l'intervallo? E poi sarei corsa a casa, felice di raccontare tutto quello che avevo fatto, alla mamma.

Per qualche secondo, mentre guardavo fuori dal finestrino, ci credetti davvero. Poi la portiera si aprì.

«Buongiorno, signorina Laurenz.»

Scesi. E dietro di me cominciarono a scendere loro. Quattro uomini in completo scuro. Uno prese posizione davanti a me. Uno dietro. Gli altri due ai lati. Auricolari. Occhiali da sole. Facce serie. Sembravano tutti uguali. Io li conoscevo bene. Loro conoscevano ogni mia abitudine. Sapevano a che ora uscivo. In quale macchina salivo. Dove mi sedevo in classe. Perfino quale merendina preferivo. Io, invece, non sapevo quasi nulla di loro. Tranne i loro nomi. E che non ridevano mai.

Mi sistemai lo zaino sulle spalle. Poi guardai verso l'ingresso. C'erano bambini dappertutto. Correvano. Gridavano. Si rincorrevano. Un gruppo di bambine aveva formato un cerchio vicino a una panchina. Due maschi si contendevano un pallone. Una bambina con i capelli ricci teneva per mano quella che sembrava essere la sua migliore amica. Le guardai. E pensai che volessi essere come loro. Normale. Semplicemente normale.

Feci un passo. Poi un altro. E sentii una risata. «È lei.» Mi fermai. Un bambino mi stava indicando. «La figlia di quello famoso.»

«Quello della televisione?»

«Sì.»

«Quello che vuole diventare presidente?»

Qualcuno rise. Io abbassai lo sguardo. Continuai a camminare. Fingevo di non sentirli. Era una cosa che avevo già imparato a fare. «Perché ha le guardie del corpo?»

«Perché è ricca.»

«Mio padre dice che suo padre ha un sacco di nemici.»

«Magari rapiscono lei.»

Questa volta non riuscii a ignorarlo. Alzai gli occhi. Il bambino che aveva parlato mi stava guardando

con un sorriso. Non sembrava cattivo. Sembrava divertito. Per lui era un gioco. Per me no.

Mi strinsi al petto lo zaino. Uno dei miei uomini fece un passo avanti. «Signorina?»

Scossi la testa. «Va tutto bene.»

Non volevo che intervenisse. Non volevo che facesse niente. Non volevo che tutti si voltassero a guardarmi ancora di più. Ma ormai era troppo tardi.

Quando entrai nell'edificio, sentivo gli occhi di tutti sulla mia schiena. La mia maestra mi accolse sulla porta. «Charlotte! Che bello conoscerti finalmente.» Mi sorrise.

Io ricambiai. «Piacere.»

«Vieni, ti presento alla classe.»

Entrai. Ventidue bambini. Quarantaquattro occhi. Per qualche secondo nessuno disse niente.Poi il bambino seduto nell'ultima fila alzò la mano. «Ma lei ha davvero quattro guardie?»

Le risate partirono tutte insieme. La maestra cercò di mantenere l'ordine. «Ragazzi, basta.» Io rimasi immobile. «Charlotte è una vostra compagna, esattamente come tutti gli altri.»

Volevo crederle. Davvero. Ma sapevo che non era vero. Non ero come tutti gli altri. Lo vedevo nelle loro facce. Lo vedevo negli uomini fuori dalla porta. Lo vedevo nel modo in cui nessuno si avvicinava al mio banco.

Durante la ricreazione uscii in cortile. Gli altri bambini corsero verso i giochi. Io rimasi ferma. Aspettai. Forse qualcuno sarebbe venuto da me. Forse una bambina mi avrebbe chiesto di giocare.  Forse un bambino mi avrebbe offerto il pallone. Nessuno venne. Alla fine mi sedetti sull'altalena. Le scarpe toccavano appena il terreno. Mi spinsi lentamente. Avanti. Indietro. Avanti. Indietro. Dietro la recinzione vedevo i miei quattro uomini. Uno parlava al telefono. Uno guardava il cancello. Uno osservava il cortile. L'ultimo teneva gli occhi su di me. Sempre su di me.

Mi chiesi se si sarebbe accorto che avevo voglia di piangere. Probabilmente sì. Loro si accorgevano di tutto. Avrei voluto chiedergli di smettere di guardarmi. Invece continuai a dondolarmi. Avanti. Indietro. Come se niente fosse.

 

Quando tornai a casa, trovai papà nel suo studio. Era seduto dietro la grande scrivania di legno. Aveva il telefono accanto alla mano e una montagna di documenti davanti.  Quando mi vide, sorrise.

«Ehi, principessa.»

Non risposi. Entrai e chiusi la porta. Lui si accorse subito che qualcosa non andava. «Com'è andata?»

Mi strinsi nelle spalle. «Bene.»

«Hai conosciuto qualcuno?»

«Sì.»

«Una nuova amica?»

Scossi la testa. Papà lasciò il telefono. «Charlotte.» Mi avvicinai. Lui mi prese la mano. Aveva mani grandi. Calde. Le mani che da bambina cercavo sempre quando avevo paura.

«Che cosa è successo?»

Lo guardai. Per qualche secondo non riuscivo a parlare. Poi sentii gli occhi riempirsi di lacrime. «Papà...»

«Sì?»

«C'è qualcosa che non va in me?»

Il sorriso scomparve dal suo volto. «Che cosa?»

«Perché nessuno vuole giocare con me?»

Lui rimase in silenzio. Io abbassai lo sguardo. «Dicono che sono diversa.»

Papà si alzò. Si inginocchiò davanti a me. «Tu non sei diversa.»

«Lo sono.»

«No.»

«Allora perché ho quattro guardie?» 

Non rispose. Ed è quello che mi fece più paura. Perché papà aveva sempre una risposta. Sempre. Quella volta no. Mi prese il viso tra le mani. «Un giorno capirai.»

Scossi la testa. «Io non voglio capire.»  Una lacrima mi scese sulla guancia. «Voglio solo essere come gli altri.»

Papà mi abbracciò. Io affondai il viso nella sua giacca. E mentre mi stringeva forte, sentii la sua voce sopra la mia testa. «Ti prometto che farò di tutto per tenerti al sicuro.»

Allora non sapevo ancora che quella promessa avrebbe cambiato tutta la mia vita.

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Non sapevo che dieci anni dopo gli avrei chiesto esattamente il contrario.  Non sapevo che avrei pregato mio padre di smettere di proteggermi. E, soprattutto, non sapevo che l'uomo incaricato di farlo sarebbe diventato la persona dalla quale avrei avuto più paura di essere protetta. Perché Nathan Bayle sarebbe entrato nella mia vita come una guardia del corpo. E sarebbe rimasto nel mio cuore come qualcosa di molto più pericoloso. L'uomo che amavo.

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