Storia · capitolo 1 · finale

Sotto la luce sbagliata

Lei palpita, lui la sogna di Francesco Tavola

Gloria e Stefano tra Milano e Londra
Le persone che ci mentono hanno la mano calda, noi ce ne accorgiamo troppo tardi
Si perdona il buio, mai la lampadina   

Mancavano tre ore all’apertura delle porte di Palazzo delle Stelline e Stefano stava allacciando i polsini della camicia bianca, quella buona, che usava solo nei panel in cui doveva sembrare un manager e non un creativo. Si guardò il bicipite nello specchio dell’albergo. Sulla spalla sinistra spuntava il bordo della data di Berlino, il festival di cinque anni prima, il giorno in cui aveva conosciuto Gloria. Sul polso sinistro, sotto la manica, aveva una pellicola trasparente che il tatuatore di via Tortona gli aveva detto di tenere ancora due giorni. La pelle sotto era rossa e bruciava.

Il problema era un altro. In una sala con cento persone, tra buffet e schermi, come avrebbero gestito i primi dieci secondi?

Gloria Marini non entrava nelle stanze, le occupava. Bastava il rumore dei suoi tacchi sul parquet e la gente si girava, lui per primo. Per cinque anni erano stati colleghi, complici, quasi amanti una notte di pioggia in cui il taxi di lei era arrivato troppo presto, o il coraggio di lui troppo tardi. Poi otto mesi di mail firmate “Cordiali saluti, Dott.ssa Gloria Marini”. Nessun litigio, nessuna spiegazione. Una porta chiusa da un giorno all’altro.

Quella sera era l’ultimo incontro obbligato. Lunedì lui aveva firmato per Londra e lei ancora non lo sapeva.

Alle otto la sala era piena di quadri intermedi che cercavano di farsi notare dai direttori. Stefano passava tra i gruppetti con un bicchiere di prosecco, rispondendo ai saluti con battute veloci. Biondo, i capelli corti sui lati, la camicia che gli tirava sulle spalle. Poi la vide.

Era ferma vicino alla vetrata che dava sul chiostro, abito nero, mento un po’ alto, e lasciava parlare il responsabile marketing senza ascoltarlo. Il naso importante, dritto come il profilo di una moneta, le dava un’aria austera che metteva soggezione agli stagisti. Il corpo invece diceva un’altra cosa, pieno e morbido nei fianchi, con quella vita stretta che lui ricordava a memoria e disegnava nella fantasia nelle notti vuote e solitarie negli alberghi di mezzo mondo. Muoveva le dita intorno al gambo del bicchiere, in cerchio, piano. Stefano sapeva cosa voleva dire. Voleva dire che lei sapeva già che lui era nella stanza.

Attraversò la sala in diagonale. Il collega del marketing lo vide arrivare e disse: “Stefano! Parlavamo del tuo intervento di domani.”

“Domani sarà una bella giornata per i bilanci” rispose lui, guardando lei.

Gloria non si mosse. Aveva gli occhi grandi e scuri e li piantò nei suoi con una domanda precisa: con che faccia vieni qui dopo otto mesi? Per due decimi di secondo le palpebre le tremarono. Il responsabile marketing capì l’aria e se ne andò verso i rustici.

“Sei venuta, allora.”

“È il mio lavoro. Gli eventi importanti non li salto.”

“Pensavo che avresti trovato una scusa. Un’influenza. Un treno cancellato.”

“Ho solo rimesso in ordine le priorità. Con chi non ha niente da dire non perdo tempo.”

“Quindi adesso sarei uno che non ha niente da dire.”

Fece un passo e le arrivò il suo profumo, ambra e legno secco, lo stesso da cinque anni. Gloria posò la mano sinistra sul tavolo alto tra loro. Aveva un anello di ferro nero all’indice destro, quello che toccava quando era nervosa, e lo stava toccando. Le dita si aprirono sul piano di cristallo, una dopo l’altra, finché occuparono quasi tutto lo spazio tra i due. Le parole dicevano una cosa. Le dita dicevano che il territorio era suo e che lui ci stava dentro.

“Ho applicato la regola dell’efficienza” disse lei. “Si tagliano i rami secchi.”

“Otto mesi di silenzio non si chiamano potatura. Si chiamano ritirata. Hai avuto paura che il gioco diventasse vero.”

“Tu non sai niente dei miei standard. E non hai mai avuto le chiavi per accedere alla mia sicurezza”

“Le chiavi le ho buttate stamattina” disse Stefano, e abbassò la voce fin quasi a sparire sotto i brindisi. “Mi sono dimesso. Tra due settimane lascio la holding.” Lei diventò rosa. “Ho firmato con un gruppo di Londra.” Diventò rossa. “Direzione della divisione europea.” Bordeaux. “Questa è l’ultima volta che mi vedi, a meno che tu non decida di cercarmi.”

Gloria si piegò in avanti. I quaranta centimetri che li separavano diventarono venti.

“Londra” disse. Un sibilo.

Dentro di lei c’era una frase che non poteva dire. Sei settimane prima aveva scritto a Del Belletto chiedendo il trasferimento a Londra. Lui le aveva risposto “valuteremo”, con una faccina. Stava per rispondergli, e lei da sei settimane stava scappando nella stessa città.

“Pensi che mi importi?” disse invece. La voce adesso aveva una crepa. “Londra, Parigi, l’inferno. Vai, sparisci. Con i tuoi tatuaggi da ragazzino e le tue camicie.”

Ma le mani erano arrivate a pochi millimetri dalla sua giacca, aperte, come se qualcosa le tenesse lì senza lasciarle toccare. Gli occhi dicevano altro. "Prendimi, anche se la mia bocca dice di no."

“Se non ti importasse niente saresti già al buffet a parlare di fatturati.”

“Io sono qui perché ti odio.”

“L’odio costa troppa energia. Tu hai sempre fatto attenzione ai consumi.”

La mano destra di lei, intanto, aveva violato la regola. Stava appoggiata sul suo petto, all’altezza del cuore. Gloria se ne accorse un secondo dopo di lui e non la ritirò.

“A Londra troverai qualcuna che si incanterà quando ti sentirà raccontare le tue slide piene di fumo” disse. “Una che non si accorge quanto sei vuoto quando smetti di parlare di lavoro.”

“E tu troverai un consulente con la cravatta abbinata che supplicherà anche il permesso per respirare. Si accontenterà del tuo silenzio perché non avrà il coraggio di vedere come sei quando spegni la luce.”

Si fermarono. Dietro di loro Del Belletto, il direttore generale, spiegava a due stagisti l’allineamento dei valori aziendali con una tartina in mano. Il silenzio tra i due era quello che viene prima di un cedimento.

Stefano fece mezzo passo indietro. Lei tese le dita un’ultima volta, nel vuoto, dove era appena stato il suo calore.

“Sei un bastardo, Stefano,” disse, quasi con ammirazione, la voce stabile, priva di quelle flessioni emotive che l’avevano tradita un attimo prima. “Hai pianificato tutto questo solo per vedere che effetto avrebbe fatto su di me. Questa messinscena, le dimissioni, Londra... tutto per un’ultima verifica del tuo potere.”

“Ti sottovaluti, o forse sottovaluti la mia pigrizia. Non cambio nazione solo per farti fare una smorfia, Gloria. Vado via perché qui non c’è più spazio per entrambi. Abbiamo esaurito l’ossigeno in questa stanza e in questa holding molto tempo fa. Il gioco è bello finché dura, poi diventa solo pallosa amministrazione.”

Stefano si allontanò di dieci centimetri, ridando a entrambi la possibilità di respirare senza sentire il calore della pelle dell’altro. Il movimento fu rapido. Gloria avvertì lo spostamento d’aria e tese le dita un’ultima volta, come a voler trattenere il calore che si allontanava.

“Allora vai,” disse lei, rimettendosi dritta, ricomponendo la linea delle spalle e sollevando il mento con la solita altera determinazione. “Non aspettare le due settimane. Prendi le tue cose e sparisci domani. Non ho bisogno di quattordici giorni di agonia per abituarmi alla tua assenza. Sono mesi che mi alleno a non considerarti più parte del panorama.”

“L’allenamento è finito, Gloria. Da domani sei sola sul ring.”

Si voltò e se ne andò verso le porte di vetro. Sentì il suo sguardo tra le scapole per tutta la sala, come il caldo di una mano piena di desiderio.

 

In camera Gloria tornò al dialogo e, a voce bassa, ripeteva le parole che le avevano dato noia, camminando sulla moquette a piedi nudi.

“‘Quindi adesso sarei uno che non ha niente da dire.’ Stronzo.”

“‘Hai avuto paura che il gioco diventasse vero.’ Stronzo.”

“‘Ho firmato per Londra.’ Vattene. Stronzo.”

“‘A meno che tu non decida di cercarmi.’ Esci dalla mia vita. A parte che non ci sei mai entrato, stronzo!”

“Quindi adesso se Del Belletto porta avanti la mia richiesta di trasferimento a Londra questo pensa che sia andato a cercarlo… Che situazione! E, certo non rinuncio per evitare quest’imbarazzo…O forse è solo il destino… Non ci voglio neanche pensare!”

Si guardò allo specchio, si vide spettinata e rossa in viso. Non si piacque ma dentro sentiva qualcosa, qualcosa a cui non sapeva ancora dare un nome.

“Vaffanculo”

Si sedette sul letto con le scarpe ancora ai piedi. Non era la partenza di lui a spaventarla. Era che per otto mesi aveva vissuto con la sicurezza che bastasse un errore su una pratica, un caffè alla macchinetta, e tutto sarebbe ripartito. Adesso il campo da gioco lo smontavano. E la richiesta per Londra, scritta quando ancora pensava che il campo fosse suo, dopo il dialogo con Stefano le sembrava una cosa da ragazzina.

Per un’ora non fece altro che guardare il telefono. Aprì WhatsApp e controllò l’ultimo accesso di lui: oggi alle 23.41. Chiuse. Riaprì. Oggi alle 23.41. Pensò che se era in linea a quell’ora la stava cercando. Poi pensò che guardasse una partita. Poi che scriveva a un’altra. Scrisse “Sei uno stronzo” e lo cancellò. Scrisse “Buon viaggio” e lo cancellò. Scrisse “Ok”, una sola parola con il punto, e si accorse che anche così sembrava una che aspetta una risposta. Mise il telefono sotto il cuscino. Dopo quattro minuti, lo tirò fuori.

Stefano invece era uscito e camminava senza meta per corso Magenta con la giacca sul braccio. A quell’ora i lampioni buttavano sull’asfalto una luce arancione, giallastra, bugiarda. In quella luce tutto aveva lo stesso colore di cartone, anche i palazzi e le facce. Anche la sua camicia, che di giorno era bianca. Pensò che da otto mesi viveva sotto un lampione. Gli sembrava di vederci chiaro, e invece ci vedeva soltanto quello che la lampada voleva fargli vedere.

Sotto la pellicola il polso gli pulsava.

 

Il giorno dopo, la sala buffet aveva l’aria inutile di tutti gli ultimi giorni. Piatti tiepidi, cartelline che nessuno avrebbe riaperto, gente che guardava l’orologio parlando di altro. Gloria stava vicino alla finestra con l’abito color carta da zucchero e una tazza vuota in mano. Aveva dormito due ore.

Stefano si avvicinò al vassoio del riso venere e tese il braccio per prendere il cucchiaio da portata nello stesso momento in cui lei si metteva in fila.

Il polsino scivolò indietro.

Sull’interno del polso c’era un’ape. Piccola, con le ali aperte, un po’ inclinata, con le righe fatte a mano e il contorno ancora gonfio.

Gloria si fermò con il piatto a mezz’aria.

Anni prima, una notte di cancellazione voli a Francoforte, gli aveva raccontato che da bambina salvava le api finite nella piscina della nonna. Le tirava fuori con un cucchiaio, le metteva ad asciugare sul bordo e aspettava che ripartissero. La nonna diceva che ogni ape rimessa in aria si sarebbe ricordata la strada di casa anche per lei. “Io non ci credo” aveva detto Gloria. “Ma mi piace che qualcuno ci abbia creduto abbastanza da dirmelo.” Da quella notte l’ape era diventata una parola solo loro. Un disegno su un post-it dopo una riunione andata male. Un’ape nel nome di un file. Voleva dire resisti. Qualche volta voleva dire torna.

“Da quanto ce l’hai?” chiese lei.

“Domanda tardiva.”

Si allontanò prima che lei potesse aggiungere altro. Aveva immaginato quel momento molte volte e in nessuna Gloria rimaneva senza una battuta. Provò una soddisfazione piccola e subito rovinata dal pensiero che stava ancora usando un disegno al posto delle parole.

La raggiunse davanti agli ascensori. Le porte si aprirono su una cabina vuota. Entrarono insieme.

“Devo dirti una cosa” disse lei.

“Anch’io.”

“Comincia tu.”

“No. Sei arrivata prima.”

Gloria guardò lo specchio, non lui. “Sei settimane fa ho chiesto a Del Belletto di mandarmi a Londra. Mi ha risposto che avrebbe valutato.”

Stefano la fissò. La notizia gli si vide in faccia prima che potesse fermarla.

“Quando pensavi di dirmelo?”

“Adesso.”

“No. Adesso hai dovuto dirmelo.”

Al quarto piano uscirono. Il corridoio era vuoto e la moquette spessa. Lei passò la tessera nella serratura, la luce diventò verde ma non aprì la porta. Erano a dieci centimetri. Lui sentiva il suo respiro. Lei guardava il polsino. Le dita di lui le sfiorarono il fianco, e Gloria sentì una scossa fino ai piedi. Mancava un millimetro.

Clack.

La porta di fronte si spalancò e ne uscì Del Belletto, in mutande e camicia, con la cravatta già annodata al collo perché si vestiva dall’alto in basso e si era fermato a metà. Aveva i capelli all’indietro con il gel e una scarpa in mano. Dietro di lui, nella stanza, un televisore trasmetteva una telenovela.

“Ah, Gloria! E vedo che sei in ottima compagnia” disse, e la squadrò dalle caviglie al collo con una faccia che voleva essere complice. “Stefano, caro, sbrighiamoci. La navetta per Centrale parte tra dieci minuti.” Guardò la scarpa che aveva in mano. “Dov’è l’altra?”

Si allontanarono di mezzo passo. Gloria si ricompose con una smorfia di fastidio, Stefano sorrise con la bocca e con gli occhi disse addio. Del Belletto lo prese sottobraccio. “Ho la scarpa nel bagno. Aspettami un attimo.” Sparì. Si sentì un tonfo. Poi un’imprecazione milanese.

Stefano le sussurrò: “Buon viaggio, Gloria.”

“Non sono ancora partita.”

“Nemmeno io.”

Scese con Del Belletto che zoppicava con una scarpa sola.

Gloria entrò in camera e si appoggiò alla porta. Il cuore le batteva nel collo. Si sedette sul letto davanti al trolley aperto, e per due ore non fece niente. L’ape. Perché adesso? Per lei? Un addio? Un ritorno? Lo sapeva lui cosa voleva dire quell’ape per lei? Certo che lo sapeva. Sì. Cazzo, sì.

Alle quattro e mezza chiuse la valigia, consegnò la tessera, pagò il frigobar e uscì. Nel piazzale c’era la navetta dell’organizzazione, un minibus bianco con i vetri scuri e il motore acceso.

Salì i gradini salutando l’autista, che stava smanettando sul telefono. Girò l’angolo del corridoio e si fermò.

Nell’ultima fila, dalla parte del finestrino, c’era Stefano. Da solo. Con la testa appoggiata al vetro.

“Ma non dovevi andare con Del Belletto?”

“Ha preso un taxi. Diceva che la navetta è roba da popolino” disse Stefano. “Io ho cambiato il biglietto. Volevo vederti.”

Gloria lasciò cadere il trolley in mezzo al corridoio. Non disse niente, camminò fino in fondo e si fermò davanti a lui.

“L’ape.”

“Vola anche quando i fisici dicono che non potrebbe.”

“Questa è una frase che hai preparato. Sbagliata. Quello è il bombo.”

“Ci ho messo tre notti. E l’ho trovata quella giusta.”

“Quello è il bombo.”

“Ti ha dato la possibilità di correggermi… era gius…”

Lei non resistette più. Lo prese per il colletto. Si baciarono. Il minibus sbandò all’uscita del piazzale e finirono contro il finestrino con un colpo secco. Di quei momenti avrebbe ricordato il polso di lui contro la sua guancia, il caldo della pelle sotto la camicia, la voce di Stefano che pronunciava il suo nome come se gli costasse fatica. Avrebbe ricordato sopratutto di avergli detto “zitto”, e che lui aveva obbedito, e che per una volta il silenzio non fece male.

Poi una voce dall’altoparlante, gracchiante: “Signori, siamo arrivati a Centrale da dieci minuti. C’è il gruppo delle pulizie che deve salire.”

Davanti alle porte, in piedi sul marciapiede con carrelli e secchi, due donne in divisa blu li guardavano con le braccia incrociate. Una aveva un mocio in mano e sorrideva. Gloria cercò la scarpa sinistra sotto il sedile. Stefano si abbottonò la camicia sbagliando un’asola. Scesero, rossi fino alle orecchie.

“Complimenti” disse la donna del mocio, e salì.

 

Stefano prese il Frecciarossa per Bologna, dove aveva una riunione con quelli della Compliance. Gloria il regionale per Monza, dove viveva da undici anni con Ettore e un ficus. Si salutarono davanti ai tabelloni. Lui le appoggiò il polso contro il suo, con l’ape in mezzo ai due battiti. “Questa volta scrivimi tu” disse. “Non darmi ordini.” “È una richiesta. Devo ancora imparare il tono.”

Gloria si sedette vicino al finestrino con la sensazione di avere ancora addosso l’odore del minibus. Aveva le guance calde e la gonna stropicciata. Pensò a Ettore. Pensò quella sera l’avrebbe guardato in faccia e gli avrebbe detto tutto, con calma, a tavola, dopo il minestrone. Provava una felicità che le faceva quasi paura.

“Gloria! Ma sei su questo treno anche tu! Che combinazione!”

Clara. Clara Fumagalli, ufficio marketing, amiche da vent’anni, la sola persona al mondo a cui avrebbe affidato le chiavi di casa e la sola a cui non avrebbe mai affidato un segreto, perché le usciva dalla bocca come l’acqua da un rubinetto rotto. Piccola, con i capelli corti e un entusiasmo fuori misura, si lasciò cadere sul sedile accanto e scaricò una borsa piena di cataloghi.

“Che convegno, eh? Hai visto Stefano?”

Gloria prese la cinghia della borsa tra le dita. “Sì, l’ho visto.”

“È sempre così bello. Poverino, però, con quello che sta passando. Lo sai, no?”

“Cosa?”

Clara abbassò la voce al livello del pettegolezzo. “Silvia. La moglie. Ha aperto il negozio a Brera, quello di cui parlava da anni. Si chiama Alveare, vende solo miele, pappa reale, cera. Una cosa elegantissima. Stefano ha firmato una fideiussione per aiutarla. Hanno fatto anche il logo, indovina cos’è.”

Gloria non rispose.

“Un’ape! Lui se l’è fatta tatuare sul polso, dicono, un gesto bellissimo. Per sostenerla, capisci?” Clara si sporse ancora. “E poi c’è la novità grossa. Silvia aspetta un bambino. Lo sanno tutti, in ufficio. Per questo va a Londra, mi ha detto lui. Per soldi.”

Il treno entrò nella galleria dopo Greco Pirelli e la luce della carrozza diventò livida. Gloria vide la propria faccia nel finestrino. Era pallida. Gli occhi grandi e fermi, la bocca tirata.

Un’ape. Il logo. Il mutuo. Un bambino.

Dentro di lei la cosa, a cui la sera prima non aveva saputo dare un nome, si spense, lasciando quel vuoto ricco di eco a cui era abituata. Era quella sensazione che aveva ogni volta che tornava da Ettore dopo aver passato molto tempo con Stefano. L’ape che le era sembrata una dichiarazione aveva un altro proprietario. Pensò a Stefano che la sera prima le diceva tra i denti “l’ultima volta”, mentre il suo polso portava il marchio di fabbrica della moglie incinta. Pensò a come le aveva risposto sul minibus, quella frase preparata in tre notti. Una frase da pubblicità.

“Gloria? Ti trovo bianca.”

“È l’aria condizionata.”

“Ma dai, se qui si gela… Senti, tu comunque non dire niente a nessuno, eh. Io te l’ho detto perché sei la mia migliore amica.”

“Certo, Clara.”

Clara le strinse la mano. Aveva le dita calde. Gloria non fece caso a quanto l’amica fosse tronfia. Solo dopo, molto dopo, ripensò a quella mano e all’espressione dell’amica.

 

Ettore, a cena, le chiese com’era andato il convegno. Gloria rispose “bene” e mise il minestrone in tavola. Lo guardò mangiare. Quarantaquattro anni, cravatta allentata, gli occhiali sul naso, la stessa tazza con il manico incrinato da dieci anni. Non aveva niente da rimproverargli. Non gli disse niente.

Il telefono vibrava sul comodino. “Gloria, perché non rispondi?” “Ci siamo lasciati su un minibus come una cosa sola.” “Scrivi, ti prego. Mi manca l’aria.” Gloria teneva lo schermo rovesciato. A lui mancava l’aria, certo. La sera tornava a casa e contava i vasetti di pappa reale con Silvia.

Per tre giorni fu un automa. Mangiava poco, rispondeva a monosillabi, passava ore in bagno a guardarsi nello specchio. Odiava il suo corpo, quei fianchi pieni che a Stefano erano piaciuti tanto.

Scoprì cose di sé che avrebbe preferito ignorare. Sapeva a memoria gli orari in cui lui di solito era in linea. Aveva letto su un forum come guardare le storie di Instagram senza lasciare traccia e le guardava tutte, anche quelle di un anno prima, con il fiato corto. Una notte mise un cuore a una sua foto di tre anni fa. Lo tolse dopo due secondi. Il cuore sparì dallo schermo e la vergogna rimase. A Ettore rispondeva con gli occhi sul telefono e lo schermo girato verso il tavolo, come se Ettore avesse mai guardato. Una sera disse “vado a prendere il pane” e rimase venti minuti in macchina sotto casa a rileggere “mi manca l’aria”. Una voce dentro le diceva che era una stupida. Un’altra le diceva di rileggerlo ancora. Vinse la seconda.

La terza notte, alle due e un quarto, aveva ancora gli occhi aperti. Sul soffitto la luce del lampione di via Cavallotti, a strisce, attraverso le persiane. Un arancione sporco, che faceva sembrare tutto vecchio. Prese il telefono e scrisse, di getto, con il pollice che correva.

“Santo, non ce la faccio più. Sul pullman mi sono presa in giro da sola. Siete tutti uguali, cercate il corpo e poi tornate alle mogli e ai mutui. Di’ al tuo amico dal polso marchiato di non chiamarmi più. Se devo essere usata preferisco i tuoi metodi senza poesia. Ci vediamo a Londra.”

Premette invio. Spense e dormì.

Alle sette, davanti alla macchinetta del caffè, riaprì la chat. In cima non c’era Stefano. C’era la foto di Santo con il ciuffo color pece, che sorrideva verso l’obiettivo. Due spunte azzurre.

“No”, sussurrò. “No, no, no.”

Santo era il consulente per i mercati esteri. In azienda lo chiamavano “il gigolò”. Aveva cinquant’anni, nessun rimorso, e un archivio orale di avventure in ufficio che raccontava a ogni cena di Natale. Compresa la volta di Torino, in un parcheggio sotterraneo sotto la pioggia, con la responsabile della comunicazione e una lezione pratica di anatomia che aveva fatto arrossire anche i camerieri. Gloria c’era, a quella cena. Aveva detto, ad alta voce, che se quello era il sesso allora avrebbe preferito il celibato.

Cancellare non serviva. Quel messaggio parlava del pullman, del polso. Era una confessione con la firma. Quel che è peggio, comunicava che sapeva del progetto di Silvia. E Santo doveva partire per Londra con Stefano.

Prese un volo per Londra quel pomeriggio. Risoluta. Era la cosa di lei che Stefano più di ogni altra cosa amava. Imprevedibile e risoluta.

 

Nella fila dell’imbarco Santo stava mangiando un cornetto con una mano e scorreva il telefono con l’altra. Stefano accanto a lui non dormiva da una settimana.

“Tu hai la sindrome del prigioniero del miele” disse Santo. “La tua bionda ti fa il trattamento del silenzio. È una tattica. Le donne lo usano per alzare il prezzo.”

“Si è rotto qualcosa e non so cosa.”

Aveva scritto a Gloria quarantasette messaggi in sei giorni e ne aveva mandati sette. Gli altri li aveva scritti, riletti, trovati patetici e cancellati. Uno l’aveva mandato e poi eliminato per tutti, ma sul telefono di lei era rimasta la scritta “Questo messaggio è stato eliminato”, che è peggio di qualsiasi messaggio. Da allora la immaginava davanti allo schermo a chiedersi cosa le stesse scrivendo. Lo sapeva lui cosa c’era scritto. C’era scritto “Ciao”. Aveva eliminato per tutti un ciao.

“Ti racconto di Porta Nuova.”

“No.”

“Ascensore panoramico, ventesimo piano, l’assistente del direttore generale preme lo stop e mi dice che adesso o le dimostro che la mia fama è meritata oppure restiamo appesi fino a domani. Io ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi professionista. Abbiamo sbloccato il pulsante dopo l’obiettivo bilaterale.” Santo si strofinò le dita sul petto a dire: “so’ gaiardo”.

“Ah, a proposito. Stanotte mi è arrivato un messaggio strano. Da Gloria. Sarà uno sbaglio, cercava te.” Gli porse il telefono. Stefano lesse.

I pezzi che gli rimasero in mente furono tre. “Sul pullman mi sono presa in giro.” “Preferisco i tuoi metodi senza poesia.” “Come quella volta del parcheggio.” Il suo cervello, bruciato da sette notti di sonno rotto, li mise in fila con una logica spaventosa. Il parcheggio di Torino. La lezione di anatomia. La donna del parcheggio era lei.

“Lei sa del parcheggio” disse piano. “Parla dei tuoi metodi. Voi due siete stati insieme.”

“Cosa?” Santo smise di masticare. “Ma che dici? Quella era la responsabile della comunicazione!”

“Dice che mi ha usato. Che preferisce te. Sul bus mi ha preso come un giocattolo mentre pensava a te!”

“Stefano, calmati. Gloria non l’ho mai toccata nemmeno con un dito! Chiaro che è un errore! Le S, le S sulla rubrica...”

Una signora in fila con un bambino in braccio si voltò e lo guardò male. Stefano non vedeva più niente. Salì la scaletta con un veleno nero in corpo, convinto di avere capito tutto, il peggio di tutto, e nel frattempo il suo amico gli diceva da dietro “Guarda che sei un idiota” e lui non lo sentiva.

 

Il Savoy aveva l’aria di un impero che non si era accorto di essere finito. Legni scuri, tappeti che mangiavano i passi, specchi con le cornici dorate che mostravano tutti due volte. Gloria entrò nell’American Bar con l’impermeabile bagnato e li vide in fondo, a un tavolino sotto una luce bassa. Stefano aveva la cravatta allentata e il polso destro nascosto sotto il tavolo. Il polso sinistro, quello dell’ape, nella manica.

Per arrivare fin lì aveva provato in taxi la frase da dire. “Sono qui per lavoro.” Solo quella, con calma, guardandolo negli occhi. L’aveva ripetuta venti volte a mezza voce, finché il tassista le aveva chiesto se stava bene. Poi era rimasta bloccata nella porta girevole del Savoy con il trolley, per due giri interi, sotto lo sguardo educatissimo del portiere che fingeva di non vedere. Al terzo giro era uscita nell’atrio con i capelli in faccia e l’aria di una che si è appena salvata da un annegamento.

Al rumore dei suoi tacchi Stefano si alzò di scatto.

“Che ci fai qui?” disse a bassa voce, ringhiando. “Sei venuta a un’altra lezione empirica? Sul pullman di Milano non avevi finito?”

Gloria lo guardò. Poi guardò Santo, che alzò le mani con una smorfia di puro terrore professionale.

“Te l’ho detto in aeroporto e te lo ripeto davanti a lei” disse Santo. “Sei un cretino.”

“Stai zitto.” Stefano tremava. “Ho letto il messaggio. Preferisci i suoi metodi. Il parcheggio di Torino eri tu!”

Per un attimo il bar fu un silenzio di ghiaccio. Poi Gloria si mise a ridere.

“Quel messaggio era per te attraverso lui. Il parcheggio è una storia che ci ha raccontato a cena di Natale e che mi ha fatto schifo. Ho scritto così per ferirti.”

“Per ferirmi.”

“Perché so tutto, Stefano.” La voce le si incrinò. “So di Alveare. So del mutuo. So che l’ape è il logo del negozio di tua moglie. So che aspetta un bambino.”

Stefano rimase in piedi. Si voltò a guardare Santo, poi di nuovo lei. Il rossore gli salì dal collo fino alle orecchie.

“Chi te l’ha detto?”

“Una persona di cui mi fido.”

Lui rise. Fu una risata strana, senza niente di allegro. “Quindi mi hai preso a pugni per una settimana, e mi hai scritto quelle cose, e sei salita su un aereo, per una voce. Senza chiedermi niente. Senza una telefonata. Mi hai processato in contumacia.”

“Rispondimi. È vero o no?”

“Se credi a questo, allora credi a tutto.” Prese la giacca dalla spalliera. “Io non rispondo. A una cosa così. No.”

“Stefano, è una domanda semplice.”

“Per te. Per me no.”

“Allora è vero.”

“Pensala come vuoi.”

Santo, tra i due, guardava l’uno e l’altra come a Wimbledon. “Ragazzi, davvero, è un malinteso, basta una frase...”

La porta dell’American Bar si spalancò. Entrò Del Belletto in impermeabile beige, con un ombrello che sgocciolava sul parquet e un sorriso trionfale.

“Sorpresa!” urlò. “Ho ottimizzato! Sono arrivato col volo delle sette, mi sono detto, perché mandare due persone in due alberghi? Vi ho messi tutti qui. Gloria, tu e Stefano condividete la suite, c’era solo quella, ho visto che andate d’accordo.”

Stefano prese il suo bicchiere e lo posò sul tavolo. “Cambio albergo. Ma come cazzo ti permetti? Cosa cazzo insinui, verme dai capelli insoliti! Gloria Marini è la donna più seria, più morigerata, più accorta che io abbia mai conosciuto. Devi vergognarti al sol pensare di prenotare una camera e intestarla a noi due. Cos’è un parcheggio sotterraneo a ore?” Santo avrebbe voluto sprofondare. Gloria non poteva credere alle proprie orecchie. Erano quelle le performance di Stefano che le facevano palpitare cuore animo e mente all’unisono.

“Ma la suite è pagata!”

“La Marini avrà maggior agio per le pedicure e la manicure.”

Si mise la giacca e uscì, vedendosi doppio negli specchi di passaggio. Gloria rimase in piedi con l’impermeabile bagnato. Santo si passò una mano sulla faccia. Del Belletto capì soltanto che c’era un posto libero e si sedette.

Alle tre di notte Gloria, dal balcone della suite, vide un uomo in piedi sotto il lampione davanti all’ingresso del Savoy, a guardare in alto. Quando lei fece un passo avanti, l’uomo si girò e andò via. Forse non era lui.

Alle sei le arrivò un messaggio.

“Ti ho aspettata fino alle tre. Poi sono andato.”

 

Anche il lampione di Monza, quell’inverno, diventò una figura di rilievo. Gloria ci passava sotto ogni sera, uscendo dall’ufficio, e ogni sera pensava la stessa cosa: che quella luce non era di nessuno. Arancione, tremolante, buona solo per far sembrare le cose finte. Sotto quel lampione aveva annunciato a Ettore, il quattordici gennaio, che voleva separarsi. Lui l’aveva guardata come si guarda un conto che non torna. “Hai un altro?” aveva chiesto. “Sì. Ma è solo nella mia testa” aveva risposto lei. “Non capisco, scopi con un altro?” “No, ma vorrei.” E il marito di rimando: “Se avessi dovuto lasciarti ogni volta che avrei voluto far sesso con qualcun altro ti avrei lasciato ogni settimana.” “È come la luce di questo lampione, Ettore. È una luce falsa. È una luce che non è vera. Ma illumina e se ti cadono le chiavi le puoi raccogliere.” “Gloria, dimmi la verità. Hai bevuto?” Gloria guardò Ettore e capì che la scelta era quella giusta.

Stefano non rispose più a nessun messaggio di Gloria. Poi smise di leggerli. Poi smise di essere raggiungibile. A febbraio seppe da Santo, durante un caffè, che era sparito per davvero. Lavorava ventidue ore al giorno e aveva affittato un monolocale a Wapping. “Ha detto che non vuole sapere nemmeno come stai” disse Santo, accarezzandosi il ciuffo. “Gloria, ti dico una cosa da vecchio ruffiano. Lui le bugie non le dice. E pensa che chi lo ama debba fidarsi.”

Una sera di gennaio, sul divano, scrisse il nome di lui nella barra di ricerca di LinkedIn. Solo per vedere. C’era la foto nuova, in giacca scura, con un’espressione che a lei sembrò stupida e bellissima. Diceva “Head of European Division”. Rimase tre minuti a guardarla. Poi aprì le esperienze precedenti, poi le competenze, poi i commenti di una collega che lo definiva “un leader empatico”. Pensò che la collega fosse una lecchina. Solo dopo, mentre chiudeva l’applicazione, le tornò in mente che LinkedIn avvisa chi viene guardato. Il giorno dopo ci ripensò per un’ora intera, a letto, al buio, con il cuscino sulla faccia.

A marzo Gloria prese la metropolitana per Brera e cercò un negozio chiamato Alveare.

L’insegna era verde, con un disegno in vetrina che ricordava gli alveari. Dentro c’era profumo di cera e legno, scaffali pieni di vasetti ambrati e una donna di trentacinque anni con i capelli raccolti in una matita, che incollava un’etichetta. Dietro il bancone un uomo alto con un trapano montava una mensola.

“Buongiorno”, disse la donna. “Cerca qualcosa?”

Gloria non seppe cosa rispondere. Cercò con gli occhi la pancia, istintivamente. Era piatta come un banco di scuola.

“Il vostro logo” disse alla fine. “È un’ape?”

“Un esagono” disse la donna, ridendo. “Un favo. L’ha disegnato mio fratello. Perché, scusi?”

Gloria si appoggiò allo scaffale e fece cadere un vasetto, che il compagno della donna prese al volo con un riflesso da portiere. Silvia la fece sedere su uno sgabello. Parlarono con semplicità e con tenerezza Silvia le rispondeva. Le chiese se lei fosse la Gloria collega di Stefano. Gloria le chiese della gravidanza.

“Stefano e io ci siamo separati un anno e mezzo fa. È stato gentilissimo. Ha firmato lui la fideiussione quando nessuna banca mi dava credito e io gli restituisco una rata ogni mese. Questo è Matteo, il mio compagno. Un bambino? Io? Chi gliel’ha detto?”

“Una collega.”

“Ah. Clara.” Silvia aggiustò la matita nei capelli. “Mi telefona ogni sabato per sapere come sto. Ogni sabato. Mi chiede sempre di Stefano, con una scusa. Pensavo fosse solo gentile.”

“Lui lo sapeva che chiamava?”

“Lui non ha mai saputo niente. Non è uno che nota.”

Gloria uscì nella luce di marzo di via Solferino e rimase ferma sul marciapiede. Il sole le arrivò in faccia. Per la prima volta dopo mesi sentì caldo davvero, un caldo che veniva da fuori e non da dentro.

 

Clara la ricevette in cucina con una teiera e una torta di mele. Aveva i capelli corti e un maglione con le renne.

“Che bella sorpresa! Siediti, ti faccio un tè.”

“Silvia non è incinta.”

La teiera si fermò a mezz’aria. Clara non cambiò espressione, e questo fu peggio di una confessione. Poi la cambiò, d’un colpo, e per un istante le si vide in faccia tutta la fatica di sei anni.

“L’ho detto per te” disse. “Stavi per fare una stupidaggine. Lui è sposato.”

“Non è sposato da un anno e mezzo. Lo sapevi.”

“Lo sapevo.” Clara si sedette. “Lo amo da sei anni, Gloria. Mi guarda e non mi vede. Mi vede soltanto quando parla di te. E tu non lo volevi. Sei sempre stata fredda con lui, avevi un marito, avevi la tua vita. Poi sul treno ti ho vista in faccia e ho capito che lo volevi eccome. E ho avuto paura. Ho fatto la cosa più vigliacca che potessi fare.”

“Mi hai tenuto la mano.”

“Lo so.”

“Eri contenta.”

“Lo so.”

Gloria prese la borsa. Non gridò e non pianse. Aveva imparato in otto mesi che il silenzio, se lo usi bene, fa più male di qualsiasi parola.

“Ti ho sempre voluto bene” disse, e fu la frase più crudele che le venne in mente.

 

Alle undici di sera di un giovedì di aprile Gloria era sotto il lampione davanti all’ingresso del Savoy, con una valigia piccola e un impermeabile. Lo stesso lampione, la stessa luce arancione. Le ci erano voluti mesi per capire che l’aveva sempre guardata come se fosse l’unico sole possibile nella sua vita.

Scrisse un messaggio. Lo cancellò. Ne scrisse un altro, peggiore. Alla fine, mandò solo: “Sono sotto il lampione. Scendi.”

Le rispose all’una. Il messaggio diceva soltanto: “Ho smesso di sperare tanto tempo fa.”

“Lo so” scrisse. “Aspetto.”

Non pioveva. Faceva freddo, un freddo asciutto di primavera. Alle due passarono due ragazze con le scarpe in mano. Alle tre un taxi vuoto. Alle quattro il portiere del Savoy uscì in livrea e le chiese se voleva un tè caldo. Lei rispose di sì e lo bevve in piedi, sotto la luce del lampione, con le mani congelate intorno alla tazza.

Aveva il telefono all’undici per cento. Spense i dati, abbassò la luminosità, lo teneva con tutte e due le mani come un uccellino. Alle cinque, quando il portiere le aveva permesso di sedersi nell’atrio per cinque minuti, le scappò la pipì. Rimase mezz’ora a fare i conti. Se andava, e lui arrivava proprio in quei quattro minuti? Andò di corsa, e tornò di corsa, e sotto il lampione non c’era nessuno. Dopo mesi di orgoglio si trovò a ringraziare un uomo in livrea perché le aveva tenuto il posto.

Verso le cinque e mezza il cielo sopra il Tamigi cominciò a perdere il nero. Poi una striscia grigia, poi una chiara. Gloria si sentì una mano sulla spalla.

Stefano era in giacca, con le occhiaie e due bicchieri di caffè in mano, e uno glielo offrì senza parlare. Era dimagrito, aveva la barba di tre giorni. Si guardarono per un tempo che nessuno dei due volle misurare.

“Mi dispiace” disse lei. “Ti chiedo scusa per non averti chiesto niente. Mi sono fidata della persona sbagliata e non mi sono fidata di te.”

“Chi è stata?”

“Clara.”

Lui chiuse gli occhi un secondo. “Clara.” Rise piano, amaro. “Mi chiama ogni mese da sei anni per chiedermi come sto.”

“Lo so. Ha detto che Silvia aspettava un bambino. Sono andata da Silvia, Stefano. È una persona buonissima. Il logo è un esagono.”

“Un favo.”

“Un esagono.”

Stefano si mise a ridere davvero, e smise subito. “Hai avuto mesi.”

“Lo so.”

“Mi hai guardato il profilo il quattordici gennaio alle 23.12. Mi è arrivata la notifica. Ho passato tre giorni a pensare che fosse un errore.”

“Era un errore. Un pochino autistico è vero che lo sei.” Gli accarezzò la guancia con la sinistra.

“Lo so che era un errore.”

“Ho scritto il tuo nome per sbaglio.”

“E poi hai guardato anche le mie competenze… dì la verità!”

Gloria chiuse gli occhi. “Una collega ti ha dato dell’empatico.”

“Mi ha pagato la colazione.”

“Ho smesso perché non reggevo la fatica di aspettare. Adesso mi dici che mi ami e io non so più che farmene di una frase.”

“Non ti ho detto che ti amo.”

“Appunto.”

“Ti chiedo scusa. È la prima cosa. L’amore viene dopo, se tu vuoi che venga.”

Camminarono fino ai Victoria Embankment Gardens senza dire altro. Dietro di loro, uno alla volta, i lampioni si spensero con un piccolo clic. L’arancione sparì dalla strada e tutto prese il colore giusto, il verde dell’erba, il marrone del fiume. Il sole uscì da dietro il Waterloo Bridge e arrivò sul volto di Gloria, e lei capì che quello era il sole, e che la luce sotto cui aveva vissuto negli ultimi mesi era soltanto quella falsa di un lampione.

Si sedettero su una panchina. Stefano appoggiò il bicchiere sulle assi e il polsino gli scivolò indietro.

L’ape era lì, con le ali aperte.

In quel momento, sul bordo del suo bicchiere di carta, atterrò un’ape. Piccola, infreddolita, bagnata di rugiada. Camminò sul bordo, scivolò dentro il caffè e si mise a battere le ali nel liquido.

Gloria prese dalla tasca l’agitatore di legno del suo caffè. Lo infilò sotto il corpo dell’insetto e lo tirò fuori. La posò sul bracciolo, nel sole, e rimase a guardarla. Stefano guardava lei.

L’ape si asciugò le ali. Le agitò. Rimase ferma ancora un istante, poi salì. Passò sopra i loro due volti, sopra il fiume, e sparì nella luce.

“Mia nonna diceva che si ricordano la strada di casa” disse Gloria. “Anche per te.”

“Tu non ci credi.”

“No. Mi piace che qualcuno ci abbia creduto abbastanza da dirmelo.”

Stefano non rispose. Le prese la mano, quella con cui aveva tenuto l’agitatore, e la girò con il palmo in alto. Ci appoggiò sopra il proprio polso.

“Non ho più speranze” disse. “Ma sono qui.”

“Per ora mi basta.”

“Allora ricominciamo da qui” disse lui. “Piano.”

Il sole saliva sul Tamigi. Qualche passante in tuta passò correndo. Gloria appoggiò la testa sulla spalla di Stefano e per la prima volta dopo otto mesi chiuse gli occhi senza aspettarsi niente. Aveva già tutto. Finalmente.

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