Storia · capitolo 1

Capitolo 1

La danza dei sommersi di Chris Robley

LA DANZA DEI SOMMERSI

Chris Robley

© 2026 Chris Robley. Tutti i diritti riservati.

PARTE I — LA SCOMPARSA

UNO LA FINESTRA VERSO IL MARE

A Vaelra tutte le case avevano una finestra rivolta verso il mare, anche quelle da cui il mare non si vedeva affatto.

Era una consuetudine scomoda per i muratori, soprattutto nelle strade strette, dove una finestra poteva affacciarsi soltanto sul muro del vicino. Eppure, nessuno avrebbe comprato una casa che ne fosse priva. Gli abitanti dicevano che era sempre stato così e, quando non si sapeva più chi avesse deciso una cosa, a Vaelra diventava abitudine.

La finestra di Sivra guardava sopra tre tetti, un comignolo storto e il fico del vasaio. Fra le foglie, nei giorni limpidi, si vedeva una striscia di mare.

Quella mattina, sul davanzale, c’erano anche una tazza sbeccata, mezzo panino e un piccolo animale che non avrebbe dovuto trovarsi lì.

«Scendi», disse Erian.

Tìmir continuò a masticare.

Aveva il corpo lungo e flessuoso dei nìveli, il ventre bianco e il dorso color miele chiaro. La coda gli ricadeva oltre il davanzale, terminando in un ciuffo grigio. Le orecchie, invece, non somigliavano a quelle di nessun altro nìvelo che Erian avesse visto: erano appuntite e troppo grandi, e una si inclinava sempre un poco quando sembrava aspettarsi una sgridata.

In quel momento erano entrambe rivolte verso di lui.

«Ti vedo.»

Tìmir abbassò il muso dietro il pane.

Seduta al tavolo, Neris soffocò una risata nella propria tazza.

«Crede che adesso non lo vedi più.»

«Lo vedo benissimo.»

«Forse dovresti dirglielo.»

Erian allungò una mano. Il nìvelo gli passò sopra il polso, risalì la manica e si infilò nel cappuccio, portando con sé la crosta rubata.

«Magnifico», disse Erian. «Adesso ho la colazione sulla schiena.»

Neris rise apertamente.

Aveva una macchia di farina sulla guancia e i capelli raccolti in una treccia che si stava disfacendo dal momento stesso in cui Erian aveva finito di intrecciarla. Il nastro pendeva quasi sciolto.

Lui lo indicò.

«Non toccarla più.»

Neris portò subito una mano alla treccia.

Dal focolare arrivò il rumore del mestolo contro il bordo della pentola.

«Erian», disse Sivra, «se continui a guardarle i capelli in quel modo, finirai per scioglierli tu.»

La nonna teneva ferma la pentola con un panno ripiegato. Da qualche tempo usava entrambe le mani anche per i recipienti piccoli. Erian aveva notato il bastone sempre più vicino alla sedia, le pause a metà della scala.

Si alzò per aiutarla.

«Posso ancora versare il latte.»

«Lo so.»

«Allora prendi le scodelle.»

Era il modo in cui Sivra accettava aiuto: assegnando a tutti un compito abbastanza diverso da quello che stavano cercando di toglierle.

Erian sistemò le scodelle e, passando accanto al davanzale, guardò il mare.

Una raffica fece battere l'imposta contro il fermo. Erian la trattenne con una mano. Sul bordo del legno si era depositata una crosta bianca; la grattò con l'unghia e il sale gli rimase sotto il dito.

Il tassello con cui Teren aveva rinforzato l'angolo era più chiaro del resto. Suo padre conservava anche i ritagli piccoli: il legno buono arrivava dall'interno, e una tavola costava più di quanto Erian avesse immaginato prima di accompagnarlo a comprarla.

Il vento agitava le foglie del fico del vasaio. Un gabbiano passò basso fra le case e scomparve verso il mare. Dal vicolo arrivava l'odore del pesce messo a seccare.

Erian sistemò meglio il fermo. Sentiva il sale sulle labbra.

C’era una vela scura oltre il fico.

Si fermò.

«Non è la sua», disse Neris.

«Non stavo guardando quello.»

«Quella di papà ha una striscia chiara.»

«Papà non ha una nave. Lavora sulle navi degli altri.»

Neris abbassò gli occhi sulla tazza.

Sivra posò il mestolo.

«La nave su cui è arrivato l’ultima volta aveva una striscia chiara», disse. «Tua sorella ricorda bene.»

Erian prese il pane. Sotto il bordo della tazza della nonna spuntava la lettera di Teren, ripiegata in quattro. Era arrivata dodici giorni prima, con un mercante di corde.

Un altro lavoro, nello stesso porto. Due settimane, forse meno.

Erian aveva contato i giorni, poi aveva smesso di farlo davanti a Neris.

«Odel passa dopo mezzogiorno», disse Sivra. «Mi porterà il filo.»

«Vado a prenderlo io», si offrì Erian.

«Tu vai a ritirare l’olio. E porta anche tua sorella.»

Neris si raddrizzò sulla sedia. «Possiamo passare dal porto?»

Erian scosse la testa. «L’olio si vende in piazza.»

«Il porto è quasi sulla strada.»

«È dalla parte opposta.»

Sivra divise il pane in tre pezzi. «Allora farete una strada un poco più lunga.»

Al porto stavano caricando sacchi di sale su una nave dal ventre largo. Il legno nuovo di una riparazione spiccava sul fianco scuro, ed Erian si fermò a osservare il bordo delle tavole.

Suo padre gli aveva insegnato a distinguere un lavoro ben fatto. Le giunture dovevano seguire la curvatura dello scafo senza forzarla; i chiodi andavano disposti con criterio, non infittiti per nascondere l’incapacità di chi li piantava.

Quella riparazione gli sembrò buona.

Sotto il molo, un pescatore ritirò una cima per lasciare il passo a un rovàscio. L’animale avanzava di traverso su sei zampe, con alghe nelle conche del dorso. Infilò le placche della bocca sotto una pietra e la sollevò. Accanto ai piedi dell’uomo, una rete era stata rammendata con un filo più chiaro.

Neris, invece, guardava la passerella.

«Credi che ci lascerebbero salire?»

«No.»

«Non gliel’abbiamo chiesto.»

«Stanno lavorando.»

Neris si sporse fra due pali del molo.

«Guarda.»

Un nàluro frugava con i barbigli sotto una pietra. Ne estrasse una conchiglia e la batté due volte contro lo scoglio. Le quattro pinne larghe si muovevano appena; la cresta sul dorso era ripiegata fra le squame scure.

La bambina si accovacciò.

L’animale abbandonò il guscio e si voltò verso una pozza. Fra lui e l’acqua c’era una striscia di roccia asciutta.

Le pinne cominciarono a remare.

Il nàluro scivolò sopra lo scoglio, avvolto in una fascia d’acqua tanto sottile che Erian vedeva la pietra attraverso di essa. Percorse poche lunghezze del proprio corpo. Poi la fascia si disfece in gocce e lui scomparve nella pozza.

«Il mare tornerà fin lì?» chiese Neris.

«Prima c’era. Gli resta addosso per un poco.»

Erian indicò quattro pinne dipinte sul fianco di una barca vicina.

«È lui.»

Neris confrontò il disegno con la pozza.

«Perché lo mettono sulle barche?»

«Per augurare a chi parte di tornare.»

La bambina si rialzò. Guardò ancora il segno, poi la nave carica di sale.

Un marinaio passò accanto a loro con un sacco sulle spalle. Aveva una striscia di stoffa annodata sulla fronte e il collo arrossato dal sole.

«Dove andate?» gli domandò Neris.

«Io? A posare questo, se riesco.»

Lei si spostò subito.

Il marinaio tornò poco dopo, battendosi le mani sui pantaloni.

«La nave va a ponente. Tre porti, forse quattro, se il vento ci tratta bene.»

«Quanto lontano?» chiese Erian.

L’uomo lo guardò meglio.

«Abbastanza.»

Erian sentì Tìmir muoversi nel cappuccio. Una zampetta gli premette contro la nuca.

«Vi serve qualcuno?»

Neris si voltò verso di lui.

Il marinaio indicò i sacchi.

«Qualcuno serve sempre. Sai tenere una cima?»

«Sì.»

«Svegliare un uomo senza farti colpire?»

Erian esitò.

«Imparerai.»

La nave scricchiolò contro gli ormeggi. Da bordo arrivò un richiamo.

«Si parte fra sei giorni», disse l’uomo. «Se cerchi lavoro a bordo, chiedi del capitano.»

Quando si fu allontanato, Neris rimase a fissare il fratello.

«Perché gliel’hai chiesto?»

«Per sapere.»

«Vuoi andare?»

Erian guardò le corde, i barili assicurati sul ponte, lo spazio aperto oltre l’imboccatura del porto.

«Un giorno.»

«Vengo anch’io.»

«Non è una passeggiata.»

«Lo so.»

«E Tìmir?»

«Viene anche lui.»

Il nìvelo fece capolino dalla sua spalla, come se l’accordo lo riguardasse e fosse già stato concluso.

Erian sorrise, ma Neris non ricambiò.

«Fra sei giorni?» domandò.

«Ho detto un giorno.»

Lei gli prese la mano. Lo faceva ancora, qualche volta, quando attraversavano una strada affollata. Quella mattina il molo era quasi vuoto.

Tornarono con l’olio e un piccolo cartoccio di fichi troppo maturi che il venditore aveva regalato a Neris.

Sivra dormiva sulla sedia.

Erian posò la brocca senza fare rumore. La testa della nonna era inclinata verso la spalla e, sul grembo, teneva un lavoro a maglia dal quale era scivolato un ferro.

Neris aprì la bocca per chiamarla.

Lui le toccò il braccio.

«Lasciala riposare.»

Mangiarono i fichi sui gradini dietro casa. Neris ne mise da parte uno, il meno schiacciato, per Sivra.

Dal vicolo arrivavano colpi regolari: il vasaio stava riparando un ripiano. Più lontano, una donna chiamava qualcuno che evidentemente non aveva intenzione di rispondere. Tìmir esplorò un vaso vuoto, vi si infilò con tutto il corpo e ne uscì deluso.

«Mamma sapeva nuotare?» domandò Neris.

Erian si pulì le dita sui pantaloni.

«Sì.»

«Bene?»

«Meglio di papà.»

«Me lo ricordo?»

La domanda gli fece sollevare il capo.

Neris stava separando il picciolo da un fico.

«Non lo so.»

«Mi ricordo una donna nell’acqua. Ma forse è una storia che mi hai raccontato.»

Erian cercò nella propria memoria. Vide un lembo di stoffa bagnata, il braccio della madre che si tendeva verso di lui, il riflesso del sole così forte da costringerlo a socchiudere gli occhi.

«Ti teneva sotto la pancia», disse. «Tu muovevi le gambe e le spruzzavi l’acqua in faccia.»

Neris sorrise.

«Si arrabbiava?»

«Faceva finta.»

«E io ridevo?»

«Moltissimo.»

La bambina rimase in silenzio per un poco.

«Allora forse mi ricordo quello.»

Erian avrebbe voluto esserne sicuro.

Le porse l’ultimo fico del cartoccio.

Quella sera Sivra insegnò a Neris a rammendare una calza.

Erian sedeva dall’altra parte del tavolo con una fibbia rotta e due piccoli attrezzi. Tìmir cercava di tirarsi sotto la pancia una striscia di cuoio.

«Quella mi serve.»

Il nìvelo serrò i denti.

Erian tirò piano. Tìmir scivolò sul tavolo senza mollare la presa.

«Hai scelto una creatura molto ragionevole», osservò Sivra.

«Era l’unico che nessuno voleva.»

«E adesso vuole tutto lui.»

Neris rise, poi punse la calza e anche un poco il proprio dito.

La nonna le prese la mano per guardarlo.

Fu allora che Tìmir lasciò il cuoio.

Sollevò il muso verso la parete rivolta alla montagna. Le orecchie si tesero, tanto dritte da sembrare più lunghe del solito.

Sivra smise di parlare.

L’odore arrivò qualche istante dopo.

Erian pensò a un uovo guasto caduto dietro la credenza. Poi sentì qualcosa di più acre, simile alle alghe rimaste fra gli scogli, e un pizzicore in gola.

«Chiudete le finestre», disse Sivra.

Erian rimase seduto.

La nonna si voltò verso di lui.

«Subito.»

Non alzò la voce. Fu questo a farlo muovere.

Chiuse le imposte della cucina e attraversò il corridoio. Nella camera della nonna la finestra era socchiusa; mentre tirava il legno verso di sé, sentì nel vicolo un recipiente andare in pezzi.

Qualcuno chiamò un bambino.

Un cane cominciò ad abbaiare, poi guaì.

Erian tornò in cucina. Sivra aveva versato del sale lungo la soglia e Neris stringeva Tìmir contro il petto. L’animale non cercava di liberarsi: continuava a guardare la parete.

«È il drago?» chiese la bambina.

Erian conosceva quella storia. Sotto la fortezza di Orven dormiva una bestia così vecchia che gli alberi erano cresciuti sopra la sua schiena. Il suo respiro avvelenava le grotte e chi vi entrava poteva dimenticare la via del ritorno.

Gli alberi gli erano sempre sembrati il particolare meno credibile.

Ora guardò il soffitto, come se sopra le travi potesse comparire una risposta.

«Nonna?»

Sivra prese un panno, lo bagnò e lo porse a Erian.

«Sotto la porta. Premilo bene.»

Lui obbedì.

«È il drago?» ripeté Neris.

La nonna aspettò che Erian si rialzasse.

«È il suo respiro.»

Nessuno disse nulla.

La pentola sul fuoco cominciò a bollire. Sivra la tolse con una cautela insolita e rimase un momento con le mani appoggiate al tavolo.

Poi guardò verso il corridoio.

«Erian, porta qui la cassa che tengo sotto il letto.»

Lui conosceva quella cassa. Da piccolo aveva provato ad aprirla usando un chiodo, una forchetta e, una volta, il coltello buono di suo padre. La serratura aveva resistito a tutto.

«Adesso?»

Sivra tirò fuori da sotto l’abito una chiave appesa a un cordoncino.

Neris si sporse per vederla.

«Che cosa c’è dentro?»

La nonna fece scorrere il pollice sui denti della chiave.

«Una cosa che avrei dovuto insegnarvi prima.»

Erian trovò la cassa esattamente dove ricordava, spinta contro il muro sotto il letto della nonna.

Dovette inginocchiarsi per raggiungerla. Il pavimento gli gelò le ginocchia attraverso i pantaloni. Tirò la maniglia, ma la cassa si mosse appena.

Provò con entrambe le mani.

La cassa scivolò fuori con un breve lamento.

Dietro era rimasta una piccola raccolta di oggetti: un bottone, una noce vuota e la fibbia che Erian aveva cercato per tre giorni all’inizio dell’inverno.

Tìmir, arrivato silenziosamente alle sue spalle, afferrò la noce.

«Quindi era qui.»

Il nìvelo si immobilizzò.

Erian raccolse la fibbia.

«Di questo parleremo.»

Tìmir arretrò sotto il letto con la propria refurtiva.

La cassa era di legno chiaro, scurito negli angoli. Sul coperchio correvano pochi segni incisi, quasi cancellati dalle mani che vi erano passate sopra. Erian li aveva sempre presi per un ornamento.

La sollevò contro il petto. All’interno qualcosa diede un colpo sordo.

«Non rovesciarla», chiamò Sivra dalla cucina.

«Non la sto rovesciando.»

La sistemò meglio fra le braccia.

Quando tornò, Neris aveva sparecchiato il tavolo senza che nessuno glielo chiedesse.

Posò la cassa davanti alla nonna.

Sivra fece scorrere la chiave sul cordoncino senza toglierselo dal collo. Si chinò per raggiungere la serratura. Erian mosse una mano per aiutarla, poi la ritirò: lei teneva la chiave stretta fra le dita.

La serratura scattò.

Neris si sollevò sulle punte.

Dentro c’erano un quaderno dalla copertina scura e un involto azzurro. Sivra appoggiò il quaderno sulle ginocchia e aprì il panno.

Comparve un piccolo tamburo.

La cornice di legno era tanto sottile che Erian si domandò come potesse reggere la pelle tesa. Non c’erano chiodi visibili. Sul bordo correvano incisioni simili a quelle del coperchio, interrotte qua e là da piccoli dischi di metallo opaco.

Neris allungò un dito.

La nonna le fermò dolcemente la mano.

«Prima ascolta.»

«Non ho ancora fatto niente.»

«Appunto.»

Erian spostò la sedia accanto a lei.

«È tuo?»

Sivra annuì.

«Perché non l’hai mai tirato fuori?»

«L’ho tirato fuori.»

Neris la guardò.

«Quando ero piccola.»

La nonna le sorrise appena.

Erian aggrottò la fronte. Non ricordava nessun tamburo. Ricordava però certe sere in cui, tornando tardi dal porto, aveva sentito Sivra cantare nella camera della sorella. Si era fermato qualche volta dietro la porta, senza entrare.

La melodia gli era sembrata sempre la stessa.

Sivra ruotò il tamburo, mostrando un gruppo di segni vicino alla giuntura del legno.

«Questa parola si legge nàmar.»

Neris la ripeté subito. Erian provò a distinguere dove finisse un segno e cominciasse quello successivo.

«Che cosa significa?»

«Nome. Ma anche qualcosa di più.»

«Quanto di più?»

Sivra lo guardò con l’espressione che assumeva quando lui voleva sapere quanto sale mettere nell’impasto e pretendeva una risposta più precisa di “quello che serve”.

«Se chiamo tua sorella Neris, tu sai di chi parlo.»

«Certo.»

«Sai che si tocca la treccia quando non vuole rispondere. Sai che lascia i fichi meno schiacciati per me. Sai come ride.»

Neris abbassò la mano dai capelli.

«Tutto questo», continuò Sivra, «viene insieme al suo nome. Anche se non lo dici.»

Erian guardò la sorella. Lei stava ancora cercando di vedere il tamburo senza avvicinare le dita.

«E questa lingua riesce a dirlo?»

«A volte.»

«Come si chiama?»

«Sàren.»

Fu Neris a rispondere.

Sivra si voltò verso di lei.

«Ti ricordi.»

La bambina annuì, soddisfatta.

Erian provò un piccolo fastidio e subito se ne vergognò.

«A me non l’hai insegnato.»

«Quando provavo a cantare, dicevi che eri troppo grande e andavi a cercare tuo padre.»

Era vero. Se lo ricordava.

Gli sembrò ingiusto che una decisione presa a sei anni potesse ancora essere usata contro di lui.

Sivra passò il pollice sulla cornice.

«Volevo riprendere con te. Poi c’era sempre qualcosa da fare.»

Fuori, una porta sbatté. La nonna sollevò gli occhi verso la finestra e attese.

L’odore del monte si sentiva ancora, più debole ma persistente, come qualcosa rimasto attaccato ai vestiti.

«È per questo che l’hai tirato fuori?» domandò Erian.

Sivra piegò un lembo del panno sul tamburo.

«Sì.»

«Che cosa c’entra con il drago?»

Lei rimase in silenzio abbastanza a lungo da fargli pensare che non avrebbe risposto.

«Conosce questa lingua.»

Neris si avvicinò alla sedia della nonna.

«Il drago sa parlare?»

«Un tempo sapeva.»

«E adesso?»

«Non so che cosa sia rimasto della voce di Vorath.»

Erian sollevò lo sguardo. «È il suo nome?»

La nonna annuì.

«Non ce l’hai mai detto.»

«Non me l’avete mai chiesto.»

Questa volta, però, la risposta non bastò a nessuno dei due.

Erian la fissò. La nonna non stava raccontando una delle storie che cominciavano mentre si sgranavano i legumi e finivano quando la ciotola era piena.

Si accorse che aveva paura.

«Dovremmo chiamare qualcuno.»

«Chi?»

Erian pensò a Odel, al vasaio, agli uomini del porto. Nessuno gli sembrò adatto.

«Papà.»

Sivra abbassò lo sguardo sulla chiave.

«Gli abbiamo scritto.»

«Possiamo scrivergli di nuovo.»

«Lo faremo domattina.»

La risposta lo rassicurò soltanto un poco.

Tìmir uscì dal corridoio con la noce fra i denti. Si fermò accanto alla gamba del tavolo, annusò l’aria e lasciò cadere la noce. Poi si arrampicò sulle ginocchia di Erian senza cercare nulla da rubare.

Sivra cominciò a riavvolgere lo strumento.

Neris protestò.

«Non ci insegni a suonarlo?»

«Stasera no.»

«Hai detto che dovevi insegnarci una cosa.»

La nonna tenne il tamburo fra le mani.

«Dovete imparare a riconoscere quando stare lontani da una musica.»

Erian si appoggiò allo schienale. Quella frase non gli piaceva.

Sivra li guardò uno alla volta.

«Se sentite tamburi sulla spiaggia e il vento viene da sud, restate in casa.»

«Anche se c’è una festa?» domandò Neris.

«Se c’è una festa, qualcuno avrà acceso fuochi, portato panche, preparato da mangiare. Avrete sentito parlarne per giorni. Io parlo di una musica che arriva quando nessuno dovrebbe essere lì.»

«Perché dovremmo andarci?» chiese Erian.

La nonna lo osservò con tanta attenzione che lui distolse gli occhi.

«Potreste credere che vi stiano chiamando.»

Nella cucina si sentì soltanto il crepitio di un pezzo di legna.

Neris si strinse nelle spalle.

«Chi?»

Sivra posò il tamburo nella cassa.

«Qualcuno che desiderate rivedere.»

Erian sentì il peso di Tìmir sistemarsi contro il suo ventre. Gli passò una mano sul dorso, troppo in fretta, e l’animale sollevò il muso.

«Non è divertente.»

«Non sto cercando di divertirvi.»

«Allora spiegaci.»

La voce gli era uscita più dura di quanto volesse.

Sivra non lo rimproverò. Si portò una mano al petto e aspettò che un breve accesso di tosse passasse. Neris le avvicinò la tazza.

La nonna bevve.

«Hai ragione», disse infine. «Vi devo una spiegazione.»

Erian attese.

«Ma devo mettere in ordine alcune cose.»

Indicò il quaderno sulle proprie ginocchia. Fra le pagine spuntavano fili colorati e piccoli pezzi di carta.

«Domani lo leggeremo insieme. Per stanotte, mi basta la vostra promessa.»

Neris rispose subito.

Erian guardò il quaderno, poi la finestra chiusa.

«Va bene.»

«Erian.»

«Prometto che non andrò sulla spiaggia.»

Sivra tese una mano. Lui gliela prese.

Aveva la pelle sottile, asciutta, più fredda del solito.

Più tardi, quando Neris fu a letto, Erian riportò la cassa nella camera della nonna.

Sivra aveva chiuso a chiave il tamburo, ma aveva tenuto fuori il quaderno.

Lo trovò aperto sul tavolino, accanto alla lampada. Su una pagina c’erano righe di scrittura fitta; sull’altra, un disegno che sembrava una strada fra due file di case. La nonna coprì il foglio con la mano quando lui si avvicinò.

«Non riesci a dormire?»

«Devo finire una cosa.»

Erian guardò la penna.

«Domani hai detto che lo leggeremo.»

«Sì.»

Si inginocchiò e spinse la cassa sotto il letto. Questa volta Tìmir lo seguì, controllando con attenzione che la noce fosse ancora al proprio posto.

Dalla camera vicina arrivò la voce di Neris.

«Erian?»

«Arrivo.»

Fece per uscire, ma Sivra lo richiamò.

«Tuo padre tornerà.»

Lui rimase sulla soglia.

«Lo so.»

La nonna sembrò sul punto di aggiungere qualcosa. Poi abbassò gli occhi e raddrizzò il bordo del quaderno.

Erian andò dalla sorella.

Neris aveva lasciato scoperta metà del cuscino. Tìmir salì sul letto e occupò immediatamente quello spazio, avvolgendosi nella coda.

«La nonna conosce qualcuno che vive sulla spiaggia?» chiese lei.

«Non credo.»

«Allora perché ha detto quella cosa?»

Erian si sedette accanto al letto.

«Domani glielo chiediamo.»

Neris accarezzò con un dito l’orecchio piegato di Tìmir.

«Se sentissi la mamma, io vorrei andare.»

Erian guardò la coperta, dove una cucitura aveva cominciato a cedere.

La stessa idea gli era venuta in cucina. Aveva sperato che non venisse in mente anche a lei.

«Lo so», disse.

Neris gli prese due dita, come faceva da piccola per addormentarsi.

Lui rimase finché la stretta non si allentò.

Quando tornò nel corridoio, la luce filtrava ancora da sotto la porta della nonna. Sentì la penna muoversi sulla carta, poi fermarsi.

Dopo un momento Sivra cominciò a cantare.

Piano, quasi senza voce.

Erian riconobbe la melodia delle sere in cui si credeva troppo grande per ascoltare. Questa volta rimase davanti alla porta.

La nonna arrivò alla fine di una frase, tacque e ricominciò da capo.

Al terzo tentativo, Erian capì che la nonna non riusciva a ricordare come continuasse.

                                                                             DUE LE PAROLE MANCANTI

Erian bussò con una nocca.

Il canto si interruppe.

«Non dormi?» domandò Sivra.

Lui aprì la porta quanto bastava per affacciarsi. La nonna era seduta al tavolino, con uno scialle sulle spalle. Il quaderno giaceva aperto davanti a lei; accanto, la fiamma della lampada illuminava una piccola pozza d’inchiostro.

«Nemmeno tu.»

«Io sono vecchia. Posso permettermi di essere poco ragionevole.»

Erian entrò.

Aveva preparato una domanda, ma vedendo il viso della nonna si sentì sciocco a pronunciarla. Forse aveva soltanto dimenticato una canzone. A lui succedeva continuamente.

Sivra posò la penna.

«Che cosa c’è?»

«Ti sei fermata sempre nello stesso punto.»

Per un momento lei guardò la pagina. Poi vi appoggiò sopra un foglio, senza fretta.

«Ascoltavi dietro la porta?»

«Si sentiva dal corridoio.»

«Capisco.»

Erian aspettò il rimprovero.

La nonna, invece, spostò il panno dalla sedia accanto alla propria.

Lui si sedette. Da vicino vide che la nonna aveva una macchia d’inchiostro sulla punta delle dita. Le tremavano appena.

«Non ti ricordi come finisce?»

Sivra scosse il capo.

«Ricordo che cosa viene dopo. È il passaggio che non trovo.»

«Magari domani ti torna.»

«Magari.»

La risposta non gli piacque.

Sul tavolino c’era una tazza. Erian la toccò: era fredda.

«Ti preparo qualcosa di caldo.»

Sivra gli fermò il polso.

«Prima prendimi la scatola del cucito.»

Lui guardò verso il letto.

«Ora?»

«È nel cassetto.»

Erian la recuperò. La scatola aveva un angolo annerito da una pentola sulla quale Neris l’aveva appoggiata anni prima. Sivra non l’aveva mai sostituita.

La nonna sollevò il coperchio e cercò fra rocchetti, aghi e pezzi di stoffa. Ne estrasse un nastro verde, corto e sfilacciato.

Lo tenne fra le dita.

«Questo era di tua madre.»

Erian lo riconobbe. Maelin lo usava per raccogliersi i capelli quando cuciva le vele, e finiva sempre per stringere il nodo con i denti perché aveva le mani occupate.

Sivra sorrise.

Poi il sorriso scomparve.

«Che cosa ricordi?» chiese al nipote.

«Del nastro?»

«Di lei che lo portava.»

Erian glielo raccontò.

La nonna ascoltò guardandogli la bocca, come se volesse essere certa di non perdere nessuna parola.

«Sì», disse infine. «Faceva così.»

Depose il nastro nella scatola.

Erian avvertì un freddo improvviso lungo le braccia.

«Tu non te lo ricordavi?»

Sivra richiuse il coperchio.

«È tardi.»

«Nonna.»

Lei si voltò verso di lui.

Per la prima volta quella sera sembrò molto stanca.

«Ricordo tua madre», disse. «Non tutto viene quando lo chiamo.»

Erian abbassò gli occhi sulla scatola. Aveva cercato di immaginare che cosa significasse e se ne pentì subito.

«È per quello che abbiamo respirato?»

«Potrebbe avermi fatto male.»

«Allora vado a chiamare Odel.»

«A quest’ora?»

Erian si alzò.

Sivra prese fiato per fermarlo, ma un colpo di tosse le impedì di parlare.

Lui aspettò che passasse. Poi prese la tazza.

«Torno subito.»

Questa volta la nonna non protestò.

Odel aprì la porta con una coperta sulle spalle e una scarpa sola.

«Chi è morto?»

Erian rimase immobile.

La donna mise a fuoco il suo viso e raddrizzò la schiena.

«Che succede?»

Lui glielo spiegò in poche parole. Odel lo lasciò sulla soglia, cercò l’altra scarpa e tornò con un piccolo fagotto sotto il braccio.

«Da quanto tossisce?»

«Un po’.»

«Un po’ non è una misura.»

«Da prima di stasera. Ma adesso di più.»

Odel chiuse la porta.

Attraversarono il vicolo senza parlare. L’odore era quasi scomparso; ne restava un sentore vicino alle grate e nelle rientranze dei muri. Erian camminava in fretta, ma Odel lo raggiunse con facilità.

«Hai fatto bene a venire», disse.

Lui annuì, senza guardarla.

Quando entrarono, Sivra era ancora seduta al tavolino. Aveva chiuso il quaderno.

«Potevi mandarlo di giorno», osservò Odel.

«Di giorno non era così preoccupato.»

«Adesso siamo in due. Vediamo se riesco a convincerti a metterti a letto.»

Erian respirò un poco meglio.

Odel aiutò Sivra a distendersi, le portò acqua e le tastò la fronte. Poi ascoltò il suo respiro, tenendole una mano fra le scapole.

Non nominò Vorath. Non parlò di canzoni o di memoria.

Fece domande precise: da quanto tempo mangiava meno, se si sentiva debole anche al mattino, se il dolore arrivava quando tossiva.

Erian scoprì che alcune risposte non le conosceva.

Gli sembrò di aver abitato per settimane in una casa nella quale qualcuno aveva spostato lentamente i mobili, senza che lui se ne accorgesse.

«Domattina mando a chiamare chi può visitarti», disse Odel. «Stanotte rimango.»

Sivra fece una smorfia.

«La poltrona è scomoda.»

«La conosco. Me ne sono lamentata anche l’ultima volta.»

Dalla porta arrivò un fruscio.

Neris era in piedi nel corridoio, scalza, con Tìmir fra le braccia. L’animale pendeva lungo il suo avambraccio come una piccola sciarpa contrariata.

«Che succede?»

Erian si avvicinò.

«La nonna riposa.»

«Perché c’è Odel?»

«Per aiutarmi.»

Neris cercò di guardare oltre di lui.

Sivra sollevò una mano dal letto.

«Vieni qui, piccola.»

La bambina attraversò la stanza. Tìmir saltò a terra e si infilò sotto la sedia, mentre lei si arrampicava con un ginocchio sul materasso.

«Ti fa male qualcosa?»

«Mi hai appena messo un piede sulla caviglia.»

Neris lo ritirò subito.

La nonna le accarezzò la treccia disfatta.

«Ecco. Molto meglio.»

Al mattino il vento era girato.

Dalle finestre aperte entrarono l’odore del pane e il rumore dei carretti. Nel vicolo, due uomini discutevano di una botte rimasta fuori durante la notte. Uno sosteneva che il vino fosse da buttare; l’altro voleva assaggiarlo prima di prendere una decisione tanto grave.

Vaelra aveva ripreso le proprie occupazioni.

Erian trovò rassicurante quella discussione finché non rientrò nella camera della nonna.

Sivra aveva gli occhi chiusi. Odel sedeva accanto al letto e stava infilando un ago.

«Ha dormito?»

«Un poco.»

«Sta meglio?»

Odel appoggiò il cucito sulle ginocchia.

«La tosse si è calmata.»

Erian riconobbe la differenza fra quella risposta e un sì.

Sul tavolino c’erano il quaderno e la scatola del cucito. La chiave della cassa era tornata sotto la camicia di Sivra; il cordoncino segnava una linea sottile contro il collo.

Lui si avvicinò al letto.

«Nonna?»

Sivra aprì gli occhi.

Gli sorrise, e per un istante tutto sembrò tornare al proprio posto.

«Hai mangiato?»

Erian annuì.

Odel lo guardò.

«Mangio dopo.»

«Allora non annuire», mormorò Sivra.

Gli venne quasi da ridere.

Si sedette.

«Avevi detto che avremmo letto il quaderno.»

La nonna voltò lentamente la testa verso il tavolino.

«Sì.»

Erian lo prese, ma quando glielo porse lei non lo aprì. Gli posò invece una mano sopra.

«Prima scriviamo a tuo padre.»

Odel si alzò per cercare carta pulita.

La lettera fu breve.

Sivra dettò l’inizio, poi dovette fermarsi. Erian rimase con la penna sospesa mentre lei riprendeva fiato.

Aveva scritto che non si sentiva bene, che Odel era con loro e che sarebbe stato opportuno tornare appena concluso il lavoro.

Erian rilesse l’ultima frase.

«Non appena concluso.»

Sivra lo guardò.

Lui intinse di nuovo la penna.

Sotto le righe della nonna scrisse:

Vieni appena ricevi questa lettera.

Esitò, poi aggiunse:

Abbiamo bisogno di te.

Lasciò asciugare l’inchiostro senza chiedere il permesso di tenere quelle parole.

Odel piegò il foglio.

«Conosco chi parte oggi. Gliela faccio portare.»

Erian si offrì di andare con lei.

«Tu resta qui», disse la donna. «E mangia davvero.»

Nei giorni successivi la casa cambiò ritmo.

Il fuoco veniva acceso prima dell’alba. Sul tavolo comparvero tazze che nessuno finiva, panni ripiegati e piatti mandati dai vicini. Erian imparò quali assi del corridoio scricchiolavano e dove appoggiare la brocca per non svegliare la nonna.

Sivra ebbe ore migliori.

Una mattina volle sedersi vicino alla finestra e correggere il rammendo di Neris. Un’altra mangiò quasi tutta la minestra e domandò se il fico del vasaio fosse stato potato, perché qualcuno prima o poi avrebbe dovuto ricordargli che gli alberi non si sistemavano da soli.

In quelle ore Erian si concedeva piccoli progetti.

Il giorno dopo avrebbero letto il quaderno. Avrebbe chiesto di Vorath. Avrebbero aspettato Teren al porto.

Poi arrivava la sera e Sivra si stancava anche soltanto a rispondere.

Neris cominciò a misurare le giornate dal cibo rimasto nelle scodelle.

Tìmir, che non aveva mai rispettato il sonno di nessuno, imparò a salire sul letto della nonna senza saltare. Si sistemava vicino ai suoi piedi e la osservava muovere le dita sotto la coperta.

Una volta Sivra lo chiamò con un fischio.

Tìmir rizzò le orecchie.

«Almeno tu», disse lei piano.

Erian, seduto accanto alla finestra, sollevò la testa.

«Almeno lui cosa?»

La nonna accarezzò il dorso dell’animale.

«Viene quando lo chiamo.»

Il sesto giorno Erian udì la campana del porto.

Stava sciacquando una tazza. Rimase con le mani nell’acqua, contando i rintocchi senza volerlo.

Neris era sul gradino della porta con una fetta di pane.

«È la nave?» chiese.

Lui guardò oltre il fico.

Fra le foglie si muoveva una vela.

«Forse.»

La bambina si voltò verso di lui.

«Non vai a vedere?»

Erian asciugò la tazza e la ripose sullo scaffale.

«Non serve.»

Neris si spostò un poco sul gradino, lasciandogli posto.

Lui si sedette accanto a lei.

Rimasero a guardare finché la vela scomparve dietro il comignolo.

Poi, dalla camera, Sivra chiamò.

Erian si alzò per primo.

La trovò sveglia, con il quaderno appoggiato sulla coperta. Aveva infilato fra le pagine il nastro verde di Maelin.

«Chiudi la porta», disse.

La accostò, lasciando uno spiraglio per sentire Neris.

Sivra seguì il suo sguardo verso il corridoio.

«Bravo.»

Erian si sedette vicino a lei.

La nonna gli porse il quaderno. Lui lo prese con entrambe le mani.

«Non capisco tutte le parole.»

«Non pretendere di capirle in fretta.»

«Mi aiuterai.»

Sivra abbassò gli occhi sulla copertina.

«Ci sono persone che possono farlo meglio di me.»

Erian sentì irrigidirsi la schiena.

«Chi?»

«Dovrai scegliere con attenzione.»

Quella risposta gli fece montare una rabbia improvvisa.

«Continui a dirmi di stare attento, ma non mi dici a cosa.»

Sivra chiuse gli occhi.

Lui si pentì del tono, ma non delle parole.

«Scusa.»

«No», disse lei. «Hai ragione.»

Aspettò qualche respiro prima di continuare.

«Ho rimandato troppo.»

Dal vicolo arrivò lo stridio di una ruota. Tìmir si mosse sotto il letto, facendo rotolare qualcosa sul pavimento.

Erian tenne fermo il quaderno.

«Possiamo cominciare adesso.»

La nonna lo guardò.

Per un momento lui credette che avrebbe raccontato tutto: la strada disegnata, la lingua, Vorath, la musica sulla spiaggia. Si sporse persino un poco, per non costringerla ad alzare la voce.

Sivra gli toccò la guancia.

«Ricordati che hai sedici anni.»

Erian si ritrasse appena.

«Lo so.»

«A volte sembri convinto di averne quaranta.»

Lui tentò un sorriso.

La nonna lasciò scivolare la mano sulla sua.

«Quando tuo padre arriva, lascia che faccia il padre.»

Erian guardò il bordo della coperta.

«Se arriva.»

Le dita di Sivra si strinsero debolmente.

«Quando arriva.»

Quella notte Odel rimase di nuovo.

Erian dormì sulla panca della cucina con una coperta troppo corta e Tìmir rannicchiato nell’incavo del braccio. Si svegliò diverse volte: per un passo, per il tintinnio di una tazza, per un sogno nel quale sentiva la campana del porto e non riusciva a trovare la strada.

Poco prima dell’alba, qualcuno gli toccò la spalla.

Aprì gli occhi.

Odel era inginocchiata accanto alla panca.

Non aveva bisogno di chiederglielo. Odel rimase lì, alla sua altezza, senza dirgli subito che cosa bisognava fare.

Erian si mise seduto.

Tìmir scivolò dalla coperta e atterrò sul pavimento.

«Neris dorme ancora», disse Odel.

Lui guardò verso il corridoio.

Nella camera della nonna la lampada era accesa.

Aspettò di sentire un colpo di tosse, il letto che scricchiolava, la voce di Sivra che chiedeva perché fossero tutti in piedi a quell’ora.

Odel gli teneva ancora una mano sulla spalla.

Erian si accorse di avere freddo.

Sul tavolo c’era il quaderno. Lo aveva lasciato lì la sera prima, accanto alla tazza della nonna.

Il nastro verde spuntava fra le pagine.

La porta della camera di Neris si aprì.

«È già mattina?»

Erian si alzò così in fretta che Odel dovette scostarsi.

Sua sorella era ferma nel corridoio, con gli occhi socchiusi e una guancia segnata dal cuscino.

«Che succede?»

Lui le andò incontro.

Aveva passato anni a cercare le parole giuste per spiegarle le cose.

Quella mattina riuscì soltanto ad abbracciarla.

TRELA CHIAVE SOTTO TERRA

La mattina in cui seppellirono Sivra, Neris si rifiutò di indossare le scarpe buone.

Erano rimaste sotto il letto dall’ultima festa d’autunno. Erian le aveva pulite la sera prima, togliendo con la punta di un coltello il fango secco dalle suole.

«Mi stringono», disse lei.

Era seduta sulla panca della cucina, con una scarpa infilata a metà.

Erian si inginocchiò.

«Prova ad appoggiare il tallone.»

«Mi stringono.»

«Allenta il laccio.»

Neris tirò via il piede.

Lui rimase con la scarpa in mano.

Dall’altra stanza arrivava il mormorio dei vicini. Odel aveva aperto la porta molto presto. Da allora la gente entrava e usciva con recipienti coperti, parlando a bassa voce.

Neris si strofinò il tallone.

Erian guardò la scarpa. Sulla punta c’era una piccola abrasione che non era riuscito a far sparire.

«Metti quelle di tutti i giorni», disse.

Sua sorella non si mosse subito.

«La nonna diceva che non si va alle cerimonie con le scarpe sporche.»

Erian posò quella buona sotto la panca.

«Le puliamo.»

Il luogo delle sepolture si trovava sopra gli orti, dove gli ulivi diventavano più radi e la terra era difficile da scavare.

Erian conosceva il sentiero. Lo aveva percorso con Sivra per portare fiori a Maelin, e qualche volta da solo, senza dire a nessuno dove andava.

Quella mattina gli sembrò più lungo.

Neris camminava al suo fianco. Tìmir era rimasto a casa: Odel aveva insistito, e Erian non aveva avuto la forza di discutere. Prima di uscire gli aveva lasciato un pezzo di pane e la propria giacca sulla panca.

Il vasaio li seguiva tenendo il cappello fra le mani. Non l’aveva mai visto senza.

Vicino alla fossa, il vento muoveva le foglie degli ulivi mostrando a tratti il loro lato chiaro.

Odel si avvicinò a Erian.

«Vuoi tenerla?»

Nel palmo aveva la chiave della cassa, ancora appesa al cordoncino.

Gliel’aveva tolta mentre preparava Sivra.

Erian guardò il metallo. Un dente era più consumato degli altri; sul gambo correva un graffio sottile.

Ripensò alla nonna china sulla serratura, al modo in cui aveva protetto la chiave quando lui aveva cercato di aiutarla.

Prima che potesse rispondere, Neris allungò una mano.

Odel gliela consegnò.

La bambina la tenne stretta.

«Deve averla lei.»

Erian aprì la bocca.

Avrebbe potuto dire che serviva per la cassa. Che dentro c’era il tamburo. Che Sivra aveva lasciato troppe cose senza spiegazione.

Neris guardava il cordoncino.

«Non se la toglieva mai.»

Odel attese.

Erian annuì.

Vide la chiave tornare fra le pieghe dello scialle della nonna.

Più tardi, quando la prima terra colpì il legno, si accorse di aver trattenuto il respiro.

Per tre giorni la casa fu piena di cibo.

C’erano pagnotte grandi e piccole, una pentola di legumi, formaggio avvolto in foglie e una torta che nessuno aveva voglia di tagliare. Ogni persona che arrivava raccomandava ai ragazzi di mangiare, poi guardava Odel perché si assicurasse che lo facessero davvero.

Erian imparò a ringraziare prima ancora di sapere che cosa gli stessero porgendo.

Il quarto giorno restituì due recipienti.

Il quinto non ricordava più a chi appartenesse una scodella dipinta e dovette chiedere al vasaio, che la girò fra le mani e disse che non era sua, ma che poteva rifargliela meglio.

Odel continuava a passare al mattino e alla sera. Avrebbe voluto che andassero a dormire da lei.

Neris si era opposta.

Erian aveva detto che potevano rimanere a casa.

La donna lo aveva osservato a lungo, poi aveva indicato la propria finestra, visibile dall’altra parte del vicolo.

«Se chiamate, vi sento.»

La notizia mandata a Teren non aveva ancora avuto risposta. Al porto, Erian cercò l’uomo che aveva portato la lettera. Era partito con una barca diretta lungo la costa; nessuno seppe dirgli quando sarebbe tornato.

«Ha preso il foglio», assicurò il mercante di corde. «L’ho visto metterlo nella custodia.»

Erian annuì.

Avrebbe preferito qualcosa di meno rassicurante e più utile.

La sedia di Sivra rimase accanto al focolare.

Il primo a usarla fu Tìmir.

Vi salì un pomeriggio, girò due volte sul cuscino e infilò il muso nella piega dello scialle di Odel, rimasto sullo schienale.

Neris lo vide e si fermò sulla soglia.

Erian, che stava tagliando il pane, posò il coltello.

«Lo sposto?»

Lei scosse il capo.

Si sedette per terra vicino alla sedia.

Tìmir aprì un occhio, allungò il collo e le annusò i capelli. Poi tornò ad arrotolarsi.

Neris rimase lì fino a quando Erian chiamò per mangiare.

Quella sera lasciò sul davanzale una briciola più grande del solito.

Lui la vide, ma non disse nulla.

Il quaderno non offriva risposte facili.

Erian cominciò dalla prima pagina. C’erano un elenco di nomi, alcune cifre e il disegno di un arco. Più avanti trovò frasi intere nella grafia di Sivra, alternate a segni che non sapeva leggere.

Alcune annotazioni erano chiarissime.

Il guado non è più sicuro dopo le piogge.

Altre lo irritavano.

Non seguire il secondo richiamo.

Quale richiamo? E dove?

Girò pagina.

Una linea sinuosa attraversava un foglio quasi da un margine all’altro. Poteva essere un fiume, una strada o il profilo di una costa. Accanto, Sivra aveva disegnato tre cerchi e una specie di ala.

Erian avvicinò il quaderno alla lampada.

Tìmir salì sulla panca e cercò di mettere il naso fra le pagine.

«Tu almeno sai leggere?»

Il nìvelo afferrò con i denti il nastro verde.

«No. Quello no.»

Erian lo recuperò con cautela.

Dall’altra parte del tavolo, Neris sollevò gli occhi.

«Che cosa hai trovato?»

«Ancora niente.»

«Posso vedere?»

Lui girò il quaderno verso di lei.

La bambina osservò il disegno, poi indicò un piccolo segno sul bordo.

«Quello l’ho fatto io.»

Era una figura con quattro zampe troppo lunghe e due orecchie appuntite.

Erian guardò Tìmir.

«Spero molto tempo fa.»

Neris gli diede un colpo sul braccio.

Per un momento sorrisero entrambi.

Lei fece scorrere un dito accanto alla figura, senza toccare l’inchiostro.

«La nonna mi aveva detto di disegnare qui mentre cercava una cosa.»

«Quale cosa?»

Neris si strinse nelle spalle.

Erian tornò a osservare i segni.

«Queste parole le conosci?»

La bambina ne seguì alcune con gli occhi. Mosse appena le labbra, poi scosse il capo.

«Forse se sentissi la musica.»

Erian guardò verso il corridoio.

Il tamburo era ancora chiuso nella cassa.

Provò ad aprirla il giorno successivo.

Prima usò un filo di metallo, poi la punta di un piccolo attrezzo lasciato da suo padre. Sapeva che le serrature avevano un ordine interno; Teren gliel’aveva mostrato una volta, smontandone una rotta sul tavolo.

Quella non voleva rivelargli il proprio.

Neris lo trovò seduto sul pavimento della camera di Sivra.

«Che fai?»

«Cerco di aprire.»

«La rompi.»

«Non la rompo.»

Il metallo scivolò e gli graffiò un dito.

Neris guardò la goccia di sangue.

Erian si portò il dito alla bocca.

«Non dire niente.»

Lei si inginocchiò dall’altra parte della cassa.

«Possiamo aspettare papà.»

Erian tolse l’attrezzo dalla serratura.

«Certo.»

Aveva risposto troppo in fretta. Neris abbassò gli occhi.

Lui si passò una mano sul viso.

«Scusa. Non ce l’ho con te.»

Sotto il letto, Tìmir stava lavorando con grande impegno a qualcosa che non avrebbe dovuto avere.

Erian allungò un braccio e recuperò il filo di metallo appena abbandonato.

«Tu peggiori soltanto le cose.»

Il nìvelo cercò di riprenderselo.

Neris lo raccolse contro il petto.

«Lui almeno ci prova.»

Passarono altri giorni.

Il paese cominciò a chiedere cose normali.

Il venditore dell’olio voleva la brocca vuota. Un uomo del porto cercava Erian per scaricare un carretto. Odel gli ricordò che la legna sotto la tettoia non sarebbe durata per sempre.

Lui accettò il lavoro.

Quando tornò, aveva le mani indolenzite e abbastanza monete per comprare farina, uova e un po’ di miele. Si fermò davanti al banco più del necessario, domandandosi se fosse una spesa stupida.

Poi lo comprò.

Neris trovò il vasetto a cena.

«È per noi?»

«No. Aspettiamo qualcuno molto importante.»

Lei tolse il coperchio.

Tìmir si alzò sulle zampe posteriori.

«Tu no», dissero insieme.

Mangiarono pane e miele, lasciando per dopo la minestra. Odel avrebbe avuto qualcosa da dire, ma Odel era già passata.

Neris si leccò il pollice.

«Oggi ho rifatto il letto della nonna.»

Erian smise di tagliare.

«Perché?»

«La coperta era storta.»

Lui guardò il corridoio.

Non era entrato nella stanza quel giorno.

«Va bene.»

«Ho lasciato tutto il resto com’era.»

Erian annuì e le passò un’altra fetta di pane.

Quella notte non c’era luna.

Il vento aveva soffiato dalla collina per tutto il pomeriggio, facendo battere il ramo del fico contro il muro del vasaio. Dopo cena era caduto, e il silenzio aveva lasciato spazio ai rumori delle case: stoviglie, passi sulle scale, una discussione soffocata da una finestra chiusa.

Erian stava rattoppando la propria giacca.

Non era bravo come Maelin. La cucitura gli veniva rigida e un poco storta, ma avrebbe tenuto.

Neris aveva appoggiato la testa sulle braccia.

«Vai a letto.»

«Non ho sonno.»

Tìmir dormiva nel suo grembo, con un orecchio piegato sotto la coda.

Erian infilò l’ago un’ultima volta.

Dal porto arrivò il colpo isolato di una campana.

Neris sollevò la testa.

«È tornato qualcuno?»

«Domattina guardo.»

Lei annuì e cominciò a canticchiare.

Erano poche note. Erian le riconobbe prima ancora di alzare gli occhi: la melodia di Sivra, quella che si era spezzata davanti al quaderno.

La mano gli rimase ferma sulla giacca.

Neris proseguì.

Arrivò al punto in cui la nonna aveva esitato e lo superò senza difficoltà, con la naturalezza di chi scende un gradino conosciuto anche al buio.

«Aspetta.»

La bambina tacque.

«Rifalla.»

«Che cosa?»

«La canzone.»

Neris si raddrizzò.

«Ho cantato?»

«Sì.»

Lei parve sorpresa.

Erian appoggiò la giacca sul tavolo.

«Quella che ti cantava la nonna. Prova a ricominciare.»

Neris guardò il focolare.

Mormorò le prime note, poi si fermò.

Scosse il capo, contrariata.

«Adesso non mi viene.»

Erian si sforzò di parlare con calma.

«Prima la sapevi.»

«Non lo facevo apposta.»

Tìmir aprì gli occhi.

L’orecchio piegato scattò verso l’alto.

Erian stava per rispondere quando dal corridoio arrivò un piccolo rumore.

Un colpo leggero, seguito da un tintinnio.

Sembrava una moneta caduta su una pietra.

Neris guardò verso la porta della camera di Sivra.

Tìmir saltò a terra.

Erian si alzò e prese la lampada.

«Resta qui.»

La sorella gli venne dietro.

Lui non si fermò a discutere.

La porta era socchiusa. La spinse con due dita, aspettandosi di trovare un oggetto caduto dal tavolino, forse qualcosa che Tìmir aveva spostato nel pomeriggio.

La coperta era ben tesa sul letto.

La sedia vuota.

Il cassetto del cucito era chiuso.

Erian abbassò la lampada.

Davanti alla cassa giaceva una chiave.

Il cordoncino formava un cerchio irregolare sul pavimento.

Neris gli urtò leggermente la schiena.

«Che cos’è?»

Lui non rispose.

Si chinò senza posare la lampada e toccò il cordoncino.

Era umido.

Lo raccolse fra il pollice e l’indice. La chiave girò lentamente, mostrando un dente consumato e un graffio sottile lungo il gambo.

Dalle fibre del cordoncino cadde un granello di terra.

Erian sentì Neris inspirare.

«È quella della nonna.»

Lui strinse la chiave nel palmo.

Aveva visto Odel rimetterla fra le pieghe dello scialle.

Aveva visto la terra coprire il legno.

Neris gli prese il braccio.

«Come ha fatto a tornare?»

Nella cucina, qualcosa batté piano contro la finestra.

Entrambi si voltarono.

La tenda si era gonfiata verso l’interno. L’aria portava odore di sale.

Poi, dalla spiaggia, arrivarono tre colpi di tamburo.

Una pausa.

Altri due.

QUATTROLA DANZA SULLA RIVA

Erian chiuse la mano sulla chiave.

Per qualche istante rimase fermo nella camera della nonna, aspettando che il suono si ripetesse. Forse aveva contato male. Forse veniva dal porto, dove qualcuno stava ancora lavorando, e ciò che aveva scambiato per un tamburo era soltanto il colpo di un attrezzo contro una cassa.

Tre battiti.

Una pausa.

Altri due.

Neris gli strinse il braccio.

«È quella.»

Erian guardò verso la cucina. La tenda si muoveva lentamente, gonfiandosi e ricadendo contro il muro.

Il vento veniva dal mare.

«Andiamo da Odel», disse.

Neris rimase accanto alla cassa.

«Prima aprila.»

«Non adesso.»

«Se la chiave è tornata, forse dobbiamo farlo.»

Erian abbassò gli occhi sul metallo. Sentiva ancora l’umidità del cordoncino contro il palmo.

Avrebbe voluto inginocchiarsi e infilare subito la chiave nella serratura.

La nonna aveva tenuto quel tamburo nascosto per anni. Poi aveva cercato di insegnare loro qualcosa e non aveva fatto in tempo. Adesso la chiave era lì, mentre sulla spiaggia qualcuno suonava la stessa musica.

«Forse ci aiuta a capire», disse Neris.

Erian posò la lampada sul tavolino.

«Non toccare niente.»

Si inginocchiò.

La chiave entrò senza resistenza. Bastò girarla di poco perché la serratura scattasse.

Il coperchio si sollevò.

All’interno, il panno azzurro conservava la piega fatta dalle mani di Sivra. Erian lo aprì piano, cercando di non alterarne la forma.

Il tamburo apparve.

Neris si chinò sopra la sua spalla.

Dalla spiaggia arrivarono altri tre battiti.

I piccoli dischi inseriti nella cornice vibrarono.

Erian ritrasse la mano.

«L’hai toccato?» chiese alla sorella.

Neris scosse il capo.

Durante la pausa, i dischi si fermarono. Poi, ai due colpi successivi, tremarono di nuovo.

Dalla porta giunse un soffio acuto.

Tìmir era fermo sulla soglia, con le zampe rigide e la coda sollevata. Guardava il tamburo. Le sue orecchie si muovevano separatamente, una verso lo strumento e l’altra verso la cucina.

Neris allungò una mano.

«Vieni.»

Il nìvelo arretrò.

Erian coprì il tamburo.

Il lieve tintinnio cessò sotto la stoffa.

«Lo portiamo con noi», disse.

«Da Odel?»

«Sì.»

Prese lo strumento avvolto nel panno e lo sistemò nella sacca che usava per le commissioni. Neris gli porse il quaderno dal tavolino della cucina; lui esitò, poi infilò anche quello nella sacca.

La chiave finì nella tasca della giacca.

«Mettiti le scarpe.»

«Le ho.»

Era vero.

Erian guardò i lacci, assicurandosi che fossero stretti. Neris seguì il suo sguardo e tirò con impazienza il bordo della gonna.

«Possiamo andare?»

Lui annuì.

Prima, però, raggiunse la finestra rivolta verso il mare.

La striscia d’acqua oltre i tetti era quasi invisibile. In basso, dove la strada scendeva verso le dune, gli parve di distinguere una luce. La cercò fra il comignolo e le foglie del fico, ma il ramo si mosse e la nascose.

Le briciole lasciate da Neris rotolarono sul davanzale.

Erian serrò le imposte.

Alle sue spalle, la sorella mormorò qualcosa.

«Che hai detto?»

Lei guardava la porta.

«Mi sembrava…»

Non terminò la frase.

Erian le si avvicinò.

«Che cosa?»

Neris scosse il capo.

Lui raccolse Tìmir, che questa volta si lasciò prendere senza protestare, e lo sistemò nel cappuccio. Sentì subito le unghie aggrapparsi alla stoffa.

Prese la lampada con una mano e offrì l’altra alla sorella.

«Andiamo insieme.»

La casa di Odel era a pochi passi.

Erian avrebbe potuto raggiungerla a occhi chiusi: superare il gradino rotto, evitare la pietra sporgente al centro del vicolo e attraversare fino alla porta sotto la piccola tettoia.

Quella sera si accorse di ogni passo.

La luce della lampada si piegava verso di lui. Il vento correva lungo il vicolo e gli entrava nelle maniche. Neris camminava stretta al suo fianco, voltando continuamente la testa verso la discesa.

Erian bussò.

Aspettò.

Da dentro non arrivò nulla.

Bussò una seconda volta, più forte.

«Odel? Sono Erian.»

La finestra sopra la tettoia era buia.

Neris gli tirò la mano.

«Lì.»

In fondo al vicolo, all’incrocio con la strada delle dune, c’era una donna.

Portava uno scialle sulle spalle.

Erian sentì la bocca asciugarsi.

La figura era voltata di tre quarti. Un lembo dello scialle le copriva la testa, e il viso rimaneva nell’ombra. Aveva la statura di Sivra. Anche il modo in cui teneva un braccio vicino al corpo era lo stesso.

«Nonna?» sussurrò Neris.

Erian le strinse la mano.

«No.»

La donna alzò il capo.

Dal fondo della strada arrivò una voce.

«Venite. Qui fa freddo.»

La lampada tremò.

Erian riconobbe quella lieve pausa dopo la prima parola, il modo in cui Sivra prendeva fiato quando li chiamava dalla finestra. Per un istante gli sembrò impossibile essere rimasto lì a bussare a un’altra porta.

Fece mezzo passo.

Tìmir gli affondò le unghie nella spalla.

Il dolore lo fermò.

Erian urtò la porta di Odel con il pugno.

«Odel!»

Dentro la casa si udì finalmente un tonfo, poi una voce assonnata.

«Arrivo! Chi è?»

La figura in fondo al vicolo si voltò e scomparve dietro l’angolo.

Neris cercò di seguirla.

Erian la trattenne.

«Hai sentito la nonna», disse lei. «L’hai sentita anche tu.»

«Ci aveva detto di non andare.»

«Ma è tornata.»

Neris aveva cominciato a piangere, senza singhiozzi. Le lacrime le correvano lungo le guance e lei sembrava non accorgersene.

«La chiave è tornata», insistette.

Dall’interno arrivò il rumore del chiavistello. Erian si voltò, sperando di vedere Odel, una persona adulta e viva che prendesse la lampada e dicesse loro che cosa fare.

La porta urtò un oggetto appoggiato dietro.

«Un momento», borbottò la donna.

Neris chiamò la nonna.

Erian si girò di nuovo verso di lei.

La bambina piegò il polso, sfilandogli la mano con un movimento rapido che conosceva fin troppo bene: lo faceva da piccola quando non voleva farsi lavare le dita.

Poi corse.

«Neris!»

Erian posò la lampada sulla soglia con tanta forza che il vetro batté contro il metallo.

La porta si aprì.

«Che succede?» domandò Odel.

«Neris va alla spiaggia!»

Non aspettò la risposta.

Raggiunse l’angolo in pochi passi.

La sorella era già a metà della discesa.

Erian conosceva quel tratto di strada: le lastre lisce vicino alla fontana, lo scalino davanti alla bottega chiusa, il rigagnolo nel quale si raccoglievano le foglie. L’avevano percorso insieme decine di volte.

Neris correva senza guardare dove metteva i piedi.

«Fermati!»

Lei rallentò appena, come se lo avesse sentito da molto lontano.

La figura con lo scialle comparve oltre la fontana.

Erian cercò di guardarle il viso, ma proprio allora la figura passò sotto il tratto di muro dove non arrivava la luce del cielo.

Il tamburo suonò di nuovo.

Tìmir si mosse nel cappuccio, cercando un appiglio. Erian portò una mano dietro la nuca per impedirgli di cadere. La sacca gli sbatteva contro il fianco.

Neris imboccò il sentiero delle dune.

Quando lui raggiunse l’inizio della sabbia, la vide fermarsi in cima al primo rialzo.

Per un istante credette di avercela fatta.

Lei si voltò.

«Erian, guarda!»

Poi scese dall’altra parte.

Lui affondò fino alle caviglie.

La sabbia asciutta cedette sotto il suo peso, costringendolo a piegarsi in avanti. Si aggrappò alle erbe del pendio e sentì i bordi delle foglie tagliargli la pelle.

Arrivò sulla sommità ansimando.

La spiaggia era quasi bianca.

Non c’era luna, ma un chiarore si stendeva sulla battigia e rendeva visibili i sassi, le alghe e i solchi lasciati dalle barche. Più lontano il mare rimaneva scuro.

Neris camminava verso l’acqua.

La donna con lo scialle non c’era più.

C’erano due persone.

Danzavano dove le onde avrebbero dovuto spezzarsi.

La ragazza portava un abito lungo, con le maniche strette ai polsi. La stoffa si muoveva intorno alle sue gambe senza bagnarsi. Aveva i capelli raccolti e una ciocca sciolta contro la guancia.

Del giovane distingueva la giacca, le mani e i piedi nudi. Il volto era girato verso la compagna; ogni volta che la danza avrebbe dovuto mostrarglielo, la luce sembrava abbandonarlo.

La musica continuava, ma nessuno dei due teneva un tamburo.

Erian scese dalla duna.

«Neris, torna qui.»

La ragazza danzante voltò il capo verso di lui.

I loro sguardi si incontrarono.

Erian aveva pensato che un’apparizione dovesse avere occhi vuoti o terribili. Quelli della ragazza erano attenti. Guardarono lui, poi la bambina, poi di nuovo lui.

Le sue labbra si mossero.

Erian non sentì le parole.

Neris fece un altro passo.

La ragazza allungò un braccio verso di lei. Il giovane la riprese per la mano e la danza la portò via, costringendola a voltarsi.

Erian cominciò a correre sulla sabbia bagnata.

Raggiunse la sorella prima che entrasse in acqua.

Le afferrò una manica.

«Basta.»

Neris si girò bruscamente.

«Lasciami.»

«Torniamo a casa.»

«È lì.»

La bambina indicò il mare.

Erian guardò.

Fra i due danzatori si vedeva una strada.

All’inizio gli parve il riflesso della spiaggia. Poi distinse le lastre, i gradini e i muri di case che non potevano trovarsi in quel punto.

La strada scendeva.

L’acqua si sollevava ai suoi lati in due pareti trasparenti, attraversate da lente ombre di pesci. Una porta aperta lasciava uscire una luce calda. Sotto un arco c’erano vasi, una panca e qualcuno seduto.

Neris sollevò la mano libera.

«Nonna!»

Erian vide una donna alzarsi dalla panca.

Non riuscì a distinguerne il volto. Era troppo lontana.

Eppure, riconobbe lo scialle.

La donna fece un gesto verso di loro.

«Venite dentro.»

La voce arrivò nitida.

Erian sentì un dolore improvviso al petto.

Gli sembrò di poter raggiungere quella porta, posare la sacca sul tavolo e sentire la nonna rimproverarlo per i vestiti bagnati. Avrebbero aspettato suo padre. Avrebbero finito la minestra rimasta sul fuoco.

Neris gli tirò il braccio.

Lui avanzò con lei.

L’acqua gli coprì le scarpe.

Sotto la suola sentì pietra.

Si fermò.

Guardò in basso. La sabbia finiva esattamente davanti ai suoi piedi. Oltre iniziavano lastre grandi e irregolari, coperte da uno strato d’acqua così limpida da sembrare vetro.

Tìmir emise un verso strozzato.

Erian portò una mano al cappuccio. Il piccolo animale tremava. Premeva il muso contro la sua nuca, cercando di nascondersi.

La ragazza danzante ricomparve al suo fianco.

Questa volta era abbastanza vicina perché lui vedesse le pieghe dell’abito e una minuscola cucitura sul colletto.

Scosse il capo.

Una volta sola.

Poi abbassò lo sguardo verso Neris.

Erian tirò la sorella verso di sé.

«Non è lei.»

Neris oppose resistenza.

«Non lo sai.»

La frase lo colpì più di un grido.

Non lo sapeva.

La chiave era tornata. Davanti a loro c’era una strada sotto il mare. Da una porta illuminata arrivava la voce di una donna che avevano sepolto.

Ma ricordava anche la mano di Sivra stretta alla propria.

Potreste credere che vi stiano chiamando.

Erian lasciò la manica e afferrò la mano della sorella.

«Mi fido di quello che ci ha detto.»

Neris lo guardò.

Per un istante il suo viso cambiò. Abbassò gli occhi sui loro piedi immersi nell’acqua, poi sulle pareti trasparenti ai lati della strada.

«Erian?»

Il tamburo accelerò.

La bambina si voltò di scatto verso la porta.

Erian tirò più forte.

Lei fece un passo verso di lui, inciampò sul bordo di una lastra e cadde in ginocchio.

Lui si chinò per aiutarla.

Alle loro spalle il mare batté sulla sabbia.

Una sola onda.

Erian si voltò abbastanza da vederla arrivare, bassa e scura, lungo la strada di pietra.

Gli colpì le gambe.

Perse l’equilibrio.

La sacca gli scivolò davanti e il tamburo urtò il suo ginocchio. Tìmir si aggrappò alla giacca mentre Erian cadeva su un fianco.

Non lasciò la mano di Neris.

La corrente prese la bambina.

Erian sentì il braccio tendersi fino alla spalla. Piantò il tallone fra due lastre e cercò un appiglio con la mano libera, ma le dita trovarono soltanto pietra liscia.

«Alzati!» gridò. «Neris, devi alzarti!»

Lei provò.

L’acqua le passava intorno senza sommergerla, ma a ogni tentativo le ginocchia scivolavano più lontano.

Il suo viso era cambiato del tutto.

«Tirami.»

«Ti tengo.»

Erian strinse fino a sentire le proprie unghie contro la pelle.

Il tamburo batteva troppo in fretta. Non riusciva più a distinguere i colpi.

La ragazza nell’abito lungo si mosse verso di loro. Il giovane si fermò per un istante e la sua figura sembrò perdere consistenza, come un riflesso attraversato da una mano.

Lei gli rivolse uno sguardo e tornò a stringergli le dita.

La danza riprese.

Neris scivolò ancora.

Erian cercò di raggiungerle il polso con l’altra mano. Spostò il peso e il tallone si staccò dall’incastro.

La corrente lo trascinò in avanti.

Poi qualcosa gli colpì la schiena e lo spinse verso la spiaggia.

La mano di Neris gli sfuggì fino alle dita.

«Non lasciarmi.»

Erian gridò il suo nome.

Per un istante vide tutto con una chiarezza insopportabile: il nastro allentato nella treccia, il graffio sul mento, le labbra aperte.

Le loro dita si separarono.

Lui afferrò il polsino.

La stoffa si tese.

Si strappò.

L’acqua gli entrò in bocca.

Erian batté un ginocchio contro qualcosa di duro e rotolò sulla sabbia.

Quando riuscì a rialzare il capo, la strada non c’era più.

Il mare si ritirava dalla riva con un rumore leggero.

I due danzatori erano scomparsi.

«Neris!»

Erian si rimise in piedi.

Un dolore gli attraversò la gamba, ma entrò di nuovo in acqua. Un passo, poi un altro, fino a quando un’onda gli bagnò la cintura.

Guardò il fondo.

Sabbia.

Si chinò, immergendo le mani, e cercò le lastre. Spostò alghe, sassi, una conchiglia tagliente.

«Neris!»

Tìmir si agitò contro il suo collo.

Erian lo prese e tornò sulla riva solo quanto bastava per posarlo all’asciutto. Il nìvelo gli rimase attaccato alla manica; dovette liberargli le unghie una alla volta.

Lasciò cadere la sacca vicino a lui.

Poi tornò verso il mare.

Qualcuno lo afferrò da dietro.

Erian si divincolò.

«Lasciami!»

«Fermo!»

Era una voce maschile. Un braccio gli passò davanti al petto, trascinandolo indietro.

Erian cercò di colpirlo.

«C’è mia sorella!»

L’uomo non allentò la presa.

Un’altra luce comparve sulle dune. Poi una seconda.

«Portalo qui», chiamò Odel.

Erian smise di lottare soltanto quando si ritrovò seduto sulla sabbia.

L’uomo che lo aveva tirato fuori era un pescatore del porto. Aveva i pantaloni bagnati fino alle cosce e respirava forte.

Odel si inginocchiò davanti al ragazzo.

«Guardami.»

Erian indicò l’acqua.

«Neris è lì. C’era una strada. Devi chiamare qualcuno con una barca.»

Odel guardò il pescatore.

«Hai visto qualcuno?»

«Solo lui.»

«Perché è sparita!» gridò Erian. «Non significa che non ci fosse!»

Il pescatore prese la lanterna di un altro uomo e tornò verso la riva.

Questo bastò a farlo tacere per qualche istante.

Odel gli aprì la giacca.

«Sei ferito?»

«Sto bene.»

«Hai sangue sulla mano.»

Erian abbassò lo sguardo.

Stringeva ancora il pezzo di stoffa.

Era chiaro, con una piccola cucitura lungo un bordo. Il polsino della sorella.

Provò ad aprire le dita, ma gli facevano male.

Odel seguì il suo sguardo.

«Che cos’è?»

«La sua manica.»

La donna rimase immobile.

Dietro di lei, le lanterne si muovevano lungo l’acqua. I due uomini parlavano a voce bassa, indicando il largo.

Erian cercò il viso di Odel.

«L’hai vista correre.»

Lei non rispose subito.

«Sono uscita e tu eri già in fondo al vicolo.»

«Ti ho detto che andava alla spiaggia.»

Odel si passò una mano sulla bocca.

Erian sentì il freddo dei vestiti arrivargli fino alle ossa.

«Ho detto il suo nome.»

La donna guardò il brandello di stoffa, poi lui.

«Erian…»

Lui scosse il capo, prima ancora che continuasse.

Odel gli posò una mano sul braccio.

«Chi è Neris?»

CINQUEIL POSTO VUOTO

Erian guardò la mano di Odel sul proprio braccio.

Era la stessa mano che aveva pettinato Neris prima della sepoltura, fermandole la testa quando lei cercava di voltarsi. Lo ricordava bene: la sorella si era lamentata perché il pettine tirava e Odel le aveva detto che i nodi non si scioglievano con le buone maniere.

«Non fare così», disse.

La donna si chinò un poco.

«Come?»

«Lo sai chi è.»

Odel guardò verso i pescatori. Uno di loro sollevò la lanterna, poi scosse il capo.

Erian si alzò.

Le gambe gli cedettero quasi subito. Il pescatore più vicino lo prese per un gomito.

«Piano.»

«Devo cercarla.»

«Stiamo guardando.»

«Non qui. Più avanti. C’era una strada.»

L’uomo seguì la direzione del suo dito.

Il mare si muoveva sotto la luce della lanterna, opaco e scuro. Un piccolo ramo veniva spinto sulla sabbia e ripreso dall’acqua.

«Come si chiama?» domandò il pescatore.

«Neris.»

L’uomo annuì, poi si allontanò lungo la riva chiamando quel nome.

Erian avrebbe voluto abbracciarlo.

Odel si tolse lo scialle e glielo mise sulle spalle.

«Torniamo a casa. Ti levi questi vestiti e ci racconti tutto.»

«Non la lascio qui.»

«Loro continuano a cercare.»

«E se torna mentre io non ci sono?»

Odel esitò.

Da dietro una piega della sacca emerse Tìmir. Aveva il pelo del ventre bagnato e sabbia sul muso. Si avvicinò al brandello che Erian stringeva ancora, lo annusò e si voltò verso il mare.

Fece pochi passi.

Si fermò.

Poi tornò indietro e ripeté il percorso.

Erian lo seguì con gli occhi.

«La cerca anche lui.»

Odel raccolse la sacca.

«Viene con noi.»

Il pescatore rimasto accanto a loro si sfilò una corda dalla spalla.

«Guardo anche fra le barche», disse. «E mando a chiamare gli uomini della guardia del porto. Tu non puoi entrare di nuovo in acqua in queste condizioni.»

Erian si passò una mano sul viso.

Non sentiva più bene le dita.

«Prometti che non smettete.»

L’uomo lo guardò senza sorridere.

«Per stanotte resto qui.»

Erian abbassò la testa e lasciò che Odel lo conducesse verso le dune.

Sulla soglia di casa c’erano due lampade.

Una era quella di Odel. L’altra, la loro, aveva una crepa nel vetro.

Erian ricordò di averla posata troppo forte.

Si fermò a guardarla.

Poche ore prima aveva avuto paura di romperla. Gli sembrò una preoccupazione appartenuta a un’altra persona.

Odel aprì la porta e accese il focolare.

«I vestiti.»

Lui rimase in piedi vicino al tavolo.

«Vai in camera. Prendi qualcosa di asciutto.»

Erian attraversò il corridoio.

Si tolse la giacca, che cadde a terra con un rumore pesante. Dalla tasca scivolò la chiave con il cordoncino. La raccolse e la appoggiò sulla propria coperta insieme al pezzo di manica.

Aveva le mani così rigide che non riusciva a slacciare la cintura.

Dopo due tentativi sentì salire le lacrime.

Tirò più forte.

La fibbia si aprì all’improvviso e gli batté contro il polso.

Rimase immobile, respirando dalla bocca.

Dal corridoio arrivò un rumore di unghie.

Tìmir passò davanti alla porta e proseguì verso la stanza di Neris.

Erian lo seguì senza infilarsi la camicia pulita.

La porta era aperta.

All’interno c’erano due ceste, una coperta ripiegata e una piccola cassapanca contro il muro.

Il letto non c’era.

Erian appoggiò una mano allo stipite.

Guardò l’angolo sotto la finestra.

Il letto di Neris aveva un piede più corto degli altri. Teren aveva infilato sotto il legno una zeppa che ogni tanto si spostava, e allora bastava che lei si girasse nel sonno perché tutta la struttura dondolasse.

Sul pavimento non c’era nessuna zeppa.

Erian entrò.

Spostò la cesta più grande, come se il letto potesse essere nascosto dietro.

Poi aprì la cassapanca.

Dentro trovò lenzuola, un sacco di lana e una tenda arrotolata.

Tìmir si sollevò sulle zampe posteriori vicino al muro. Annusò l’aria dove avrebbe dovuto trovarsi il cuscino.

Erian rovesciò il sacco.

La lana si sparse sulle sue scarpe.

Odel comparve sulla soglia.

«Che fai?»

«Dov’è?»

La donna guardò il pavimento.

«Che cosa cerchi?»

«Il letto.»

Odel rimase in silenzio.

Erian indicò la finestra.

«Dormiva qui. La testa da questa parte. Sul muro c’era un segno: una volta ha cercato di schiacciare un insetto con la scarpa.»

Si avvicinò alla parete.

C’era una macchia.

Piccola, grigia, poco sopra la sua cintura.

La toccò.

«Questa.»

Odel guardò la macchia, poi le ceste.

«Questa stanza è sempre stata usata per la biancheria.»

Erian si voltò.

«Non dire sempre.»

La donna non si mosse.

«Erian…»

«Ieri eri qui.»

La voce gli si spezzò.

«Le hai portato una mela. Non la voleva mangiare con la buccia e tu hai detto che non eri venuta a fare la serva.»

Odel abbassò gli occhi.

Lui aspettò.

Bastava che lo ricordasse. Una mela, una frase qualunque. Non serviva che credesse alla strada sotto il mare.

La donna si chinò a raccogliere la lana.

«Vieni vicino al fuoco.»

Erian rimase davanti al muro finché lei non ebbe finito.

Nella cucina, Odel mise a scaldare dell’acqua e gli fasciò il palmo.

La ferita era superficiale. Il ginocchio, invece, si era gonfiato e faceva male ogni volta che lo piegava.

«Questo domani sarà peggio», disse la donna.

Erian fissava il tavolo.

C’erano due scodelle usate per la cena.

Le indicò.

«Perché sono due?»

Odel seguì il suo sguardo.

«Avrai preso un’altra scodella.»

«Ho mangiato con lei.»

«Può darsi che una fosse già sul tavolo.»

Erian spinse indietro la sedia.

Odel smise di avvolgere la benda.

«Non so che cosa sia successo», disse. «Ti ho sentito gridare. Ti ho visto correre. Quando sono arrivata in spiaggia eri nell’acqua e cercavi qualcuno. Questo lo so.»

«Cercavo mia sorella.»

La donna strinse le labbra.

Non lo contraddisse.

Ma non pronunciò neppure il nome di Neris.

Erian tirò a sé la sacca. La stoffa esterna era fradicia; il quaderno, protetto dal panno del tamburo, si era bagnato soltanto lungo un bordo.

Lo aprì con cautela.

Alcune pagine si incollavano fra loro. Le separò usando l’unghia, temendo di strappare qualcosa.

Trovò il disegno.

Quattro zampe troppo lunghe. Due orecchie appuntite.

Tìmir, come lo aveva disegnato Neris.

Lo mise davanti a Odel.

«Questo l’ha fatto lei.»

La donna si avvicinò alla lampada.

«Quando?»

«Non lo so. Me l’ha detto qualche giorno fa.»

Odel osservò il segno.

«Potresti averlo fatto tu da piccolo.»

Erian chiuse gli occhi.

Ogni cosa che mostrava diventava qualcos’altro nelle parole di lei.

Aprì il quaderno su una pagina vuota.

«Mi prendi l’inchiostro?»

Odel esitò, poi andò alla credenza.

Erian tenne la penna troppo stretta.

Scrisse il nome della sorella.

Neris.

Sotto aggiunse:

Nove anni. Le manca un pezzetto dell’unghia del pollice sinistro. Ha paura delle vespe. Quando ride molto non riesce a finire le frasi.

Si fermò.

La penna lasciò una macchia.

Scrisse ancora:

Lascia il pane sulla finestra.

Odel gli mise accanto una tazza.

Lui continuò finché il polso non cominciò a fargli male.

Qualcuno bussò prima dell’alba.

Erian alzò la testa dal tavolo. Non ricordava di averla appoggiata.

Per un istante pensò che fosse Neris e si alzò così in fretta da urtare la panca.

Odel raggiunse la porta prima di lui.

Era il pescatore.

Aveva il viso segnato dal vento e portava la lanterna spenta.

«Abbiamo controllato fino agli scogli», disse. «E sotto le barche.»

Erian rimase vicino al tavolo.

«Niente?»

L’uomo scosse il capo.

«Con la luce usciamo un poco al largo. Ho avvisato gli altri.»

Odel lo ringraziò.

Il pescatore guardò Erian.

Sembrava trattenere una domanda.

Alla fine, si limitò a dire: «Se ti viene in mente altro, sono al molo.»

Quando la porta si richiuse, Erian tornò a sedersi.

Non c’era niente da trovare al largo.

Aveva visto Neris sulla strada. Aveva sentito la pietra sotto le scarpe.

Se avesse continuato a parlare di questo, però, Odel avrebbe assunto di nuovo quell’espressione prudente. E il pescatore avrebbe smesso di cercare.

Erian riaprì il quaderno.

Teren arrivò quando la luce cominciava a entrare fra le imposte.

Erian riconobbe prima il rumore dei suoi passi, poi il colpo alla porta: due battiti decisi, una breve pausa, il palmo che si appoggiava al legno.

Odel stava versando acqua nella pentola.

Si fermò.

Erian era già in piedi.

Quando aprì, vide il padre con una sacca sulla spalla e la barba più lunga di come la ricordava. Aveva polvere sulle scarpe, il colletto piegato e una piccola ferita sopra un sopracciglio.

Teren lasciò cadere la sacca.

«Erian.»

Gli mise le mani sulle spalle e lo attirò a sé.

Il ragazzo sentì l’odore del legno, del cuoio bagnato e del fumo rimasto nei vestiti. Era un odore conosciuto così bene che per un momento cedette.

Si aggrappò alla giacca del padre.

«È sparita.»

Teren gli passò una mano dietro la testa.

«Lo so.»

Erian si staccò appena.

«Lo sai?»

Il padre guardò oltre di lui. Vide Odel, la sedia di Sivra, la tazza rimasta sul ripiano.

«Mi hanno detto al porto.»

Erian sentì il sollievo spegnersi.

«Non parlo della nonna.»

Teren abbassò lo sguardo sulle sue mani fasciate.

«Che cosa è successo?»

«Neris.»

Il padre non rispose.

Erian glielo disse di nuovo, più lentamente.

«Neris. È andata sulla spiaggia. Ho provato a tenerla, ma l’acqua…»

La voce gli mancò.

Teren lo accompagnò verso la panca.

«Siediti.»

«Non voglio sedermi.»

Odel intervenne piano.

«Stanotte l’ho trovato sulla riva. Gli uomini hanno cercato.»

Teren guardò lei, poi il figlio.

«Chi stavate cercando?»

Erian sentì il tavolo contro la schiena.

Non ricordava di essersi spostato.

Odel cominciò a spiegare, ma lui la interruppe.

«Tua figlia.»

Il padre rimase immobile.

«Neris è tua figlia.»

Teren aprì la bocca e la richiuse.

Erian conosceva quell’esitazione. L’aveva vista quando avevano chiesto a suo padre di raccontare come era morta Maelin, quando Neris gli domandava perché restasse via così tanto.

Questa volta gli fu insopportabile.

«Dillo.»

Teren corrugò la fronte.

«Che cosa?»

«Il suo nome.»

Il padre posò una mano sul tavolo.

«Neris», disse.

Erian scosse il capo.

Non era bastato sentirlo. Lo aveva pronunciato come il nome di una persona appena incontrata.

Teren ascoltò il racconto fino in fondo.

Non rise. Non ordinò a Erian di smetterla. Fece domande sui pescatori, sull’ora, sul punto della spiaggia.

Poi volle vedere la chiave.

Erian gliela mise in mano.

Il padre la girò sotto la luce.

«L’avete sepolta con Sivra?»

«Sì.»

Teren si voltò verso Odel.

Lei annuì.

«L’ho rimessa io al collo.»

Per la prima volta il silenzio ebbe un peso diverso.

Teren guardò il cordoncino ancora umido.

«Sei sicura che sia la stessa?»

«L’ho vista per anni», rispose Odel. «Mi sembra proprio quella.»

Erian si sporse.

«È tornata. E poi abbiamo sentito la musica.»

Il padre passò il pollice sul graffio del gambo.

«Potrebbe esserci stata una seconda chiave.»

Erian si allontanò dal tavolo.

«Anche tu.»

Teren sollevò gli occhi.

«Sto cercando di capire.»

«Stai cercando un modo per dire che non è successo.»

«Sto cercando di capire come una chiave possa tornare da una tomba.»

«E io sto cercando mia sorella!»

Tìmir, addormentato nello scialle di Odel, si svegliò di colpo.

Nessuno parlò per qualche istante.

Teren posò la chiave accanto al quaderno.

«Andrò alla spiaggia», disse. «Parlerò con gli uomini che ti hanno trovato. Poi torneremo insieme nel punto che mi indicherai.»

Erian guardò il padre.

«Per cercarla?»

Teren esitò.

Fu una pausa brevissima.

«Per vedere che cosa è successo.»

Erian abbassò la testa.

Il padre fece un passo verso di lui.

«Non me ne vado.»

Quelle parole avrebbero significato molto il giorno prima.

Adesso Erian non sapeva dove metterle.

Odel uscì con Teren per accompagnarlo dal pescatore.

Prima di andare, il padre gli chiese di restare in casa.

«Devi riposare il ginocchio.»

Erian non rispose.

Teren rimase sulla soglia.

«Torno presto.»

Quando la porta si chiuse, il ragazzo prese il brandello della manica e lo stese sul tavolo.

Si era asciugato.

Lungo il bordo c’erano piccoli punti irregolari. Uno troppo lungo, due quasi sovrapposti.

Li aveva fatti lui.

Neris aveva strappato il polsino contro il fermo di una finestra e gli aveva chiesto di ripararlo senza dirlo alla nonna. Erian ricordava di essersi punto e di averla rimproverata perché rideva.

Ora poteva mostrarlo a chiunque e nessuno avrebbe visto altro che stoffa.

Tìmir saltò sulla panca.

Erian gli avvicinò la mano.

Il nìvelo la annusò, poi si infilò il brandello sotto il petto e vi appoggiò il muso.

Il ragazzo rimase a guardarlo.

«Tu la cerchi.»

Tìmir chiuse gli occhi.

Erian recuperò il quaderno.

Non provò più a leggerlo dall’inizio. Sfogliò cercando disegni: il guado, l’ala, i tre cerchi. Trovò la strada fra le case, quella che aveva visto nella camera di Sivra.

La osservò a lungo.

Due file di edifici. Una discesa. Un arco segnato con una linea più scura.

Non era identica alla strada apparsa nel mare, o almeno lui non l’aveva vista abbastanza bene da esserne certo. Ma la curva vicino ai gradini gli fece contrarre lo stomaco.

Girò il foglio.

Sul retro c’era il profilo di un monte.

In cima, una parete spezzata e una torre bassa.

Orven.

Sotto la fortezza, Sivra aveva tracciato una linea che penetrava nella roccia. Accanto c’erano parole in sàren e, più in basso, una frase nella lingua comune.

Da qui udii per la prima volta il mare sotto la montagna.

Erian la lesse due volte.

Poi guardò la finestra.

Oltre il fico e i tetti, dalla parte opposta alla costa, la rupe era chiara nella luce del mattino.

Ricordò Sivra con il pollice appoggiato sul tamburo.

Non so che cosa sia rimasto della voce di Vorath.

La nonna conosceva il nome della creatura.

Aveva disegnato una via dentro il monte.

Aveva sentito il mare dove il mare non avrebbe dovuto trovarsi.

Erian si alzò.

Il ginocchio protestò subito. Appoggiò una mano al tavolo e aspettò che il dolore diminuisse.

Tìmir sollevò il capo.

«Non andiamo in acqua», gli disse.

Prese il pane rimasto, lo avvolse in un panno e riempì la borraccia. Controllò la piccola lanterna da lavoro che Teren lasciava in casa, quella schermata da una griglia di ferro.

La fiamma si accese al primo tentativo.

Erian la spense e la sistemò vicino alla sacca.

Sul tavolo lasciò un foglio.

Vado a cercare una cosa nel quaderno della nonna. Torno.

Lo rilesse.

Gli sembrò una frase di suo padre.

Accartocciò il foglio.

Ne prese un altro e scrisse:

Vado alla Rocca. C’è un disegno delle grotte. Non riesco ad aspettare qui.

Firmò il proprio nome.

Prima di uscire tornò nella stanza dove Neris aveva dormito.

Le ceste erano al loro posto. La coperta ripiegata. La macchia grigia sul muro.

Erian infilò il brandello della manica fra le pagine del quaderno, accanto al disegno di Tìmir.

Poi chiuse la copertina.

Non poteva costringere gli altri a ricordarla.

Poteva ancora trovarla.

DAL QUADERNO DI ERIAN

Neris ha nove anni. Le manca un pezzetto dell’unghia del pollice sinistro. Ha paura delle vespe. Quando ride troppo, devo aspettare che riprenda fiato per capire che cosa vuole dirmi.

Lascia il pane sul davanzale, anche quando le diciamo che attira le formiche.

Il disegno di Tìmir in questo quaderno l’ha fatto lei. La manica che tengo fra le pagine l’ho rammendata io: riconosco i punti storti.

Il suo letto è sparito. Sul muro è rimasta la macchia dell’insetto che aveva schiacciato con una scarpa.

Papà non la ricorda. Nemmeno Odel.

Ho paura di dimenticare qualcosa anch’io. Per questo scrivo anche le cose piccole.

Nel quaderno della nonna c’è una strada che entra sotto Orven. Voglio vedere dove porta.

PARTE II — SULLE TRACCE DI SIVRA

SEILA RAGAZZA SULLA RUPE

La strada per Orven cominciava dietro l’ultimo frantoio.

Erian aveva percorso il primo tratto molte volte, soprattutto da bambino, quando il monte gli sembrava un posto fatto apposta per trovare cose da portare a casa: pietre attraversate da venature chiare, gusci vuoti, rami che somigliavano a mani.

Sivra gli aveva sempre vietato di superare la vecchia cava.

Lui, naturalmente, l’aveva superata.

Una volta.

Aveva nove anni e si era convinto che sotto la fortezza ci fosse una stanza piena di armi abbandonate. Era tornato con un pezzo di ferro arrugginito e una zecca dietro il ginocchio. La nonna aveva dato più importanza alla seconda scoperta.

Quella mattina la cava gli sembrò più lontana di quanto ricordasse.

Il ginocchio si irrigidiva a ogni salita. Erian provò a camminare senza piegarlo troppo, ma dopo un poco cominciò a fargli male anche l’anca. La notte trascorsa in acqua e sulla sabbia gli pesava addosso come se i vestiti fossero ancora bagnati.

Tìmir preferì scendere.

Corse per qualche tratto lungo il margine del sentiero, fermandosi ad aspettarlo sulle pietre. Ogni volta che Erian si avvicinava, il nìvelo lo osservava con entrambe le orecchie dritte.

«Non guardarmi così.»

Tìmir passò fra due cespugli e ricomparve più avanti.

Il sentiero piegò dietro uno sperone di roccia.

Da lì Vaelra appariva raccolta fra gli orti e il mare. Erian cercò il fico del vasaio, ma i tetti erano troppo vicini e troppo simili. Distinse invece il molo, dove tre barche si stavano allontanando.

Suo padre era probabilmente laggiù.

Forse aveva già trovato il biglietto.

Erian riprese a salire.

Alla cava il sentiero si divideva.

Un ramo proseguiva verso la fortezza; l’altro scendeva in un avvallamento pieno di pietre rotte e cespugli bassi.

Erian aprì il quaderno.

Nel disegno di Sivra, sotto la linea della rupe, c’erano tre brevi tratti inclinati. Sembravano gradini. Cercò qualcosa di simile fra le rocce.

Non trovò nulla.

Voltò il quaderno di lato.

Tìmir si arrampicò su un blocco e annusò l’aria.

Da qualche parte arrivò una nota di flauto.

Era lunga e sottile. Salì di poco, esitò e si interruppe con un fischio sgradevole.

Seguì una voce.

«Splendido. Adesso sembri un’oca strozzata.»

Erian sollevò la testa.

Sopra il margine della cava, dove iniziavano i resti di un muro, una ragazza sedeva con una gamba distesa e l’altra piegata. Aveva un piccolo flauto in mano e diversi oggetti disposti su un panno.

Non poteva avere molti più anni di lui.

I capelli scuri erano raccolti sulla nuca con un laccio di cuoio, ma alcune ciocche le cadevano davanti agli occhi. Indossava una giacca corta dalle maniche arrotolate e portava al polso una striscia di stoffa macchiata di colla.

Soffiò di nuovo.

Il flauto produsse un altro suono incerto.

«Il difetto è nel legno», disse Erian.

La ragazza abbassò lo strumento.

Lo guardò.

«Davvero?»

Erian indicò il flauto.

«Forse è spaccato.»

Lei lo ruotò fra le dita, poi si chinò a osservare meglio il ragazzo.

«E tu forse hai un sasso nella scarpa. Visto? Siamo già molto utili l’uno all’altra.»

Erian richiuse il quaderno.

La ragazza si accorse della benda sulla sua mano e del modo in cui teneva la gamba.

«Sei caduto?»

«Sì.»

«Dalla parte sbagliata del monte, spero. Non vorrei scoprire che questo posto restituisce tutti così.»

Lui non rispose.

Lei appoggiò il flauto sul panno.

«Stai cercando la fortezza? Devi salire dall’altra parte.»

«Cerco una grotta.»

Il sorriso le scomparve.

«Quale?»

Erian guardò di nuovo l’avvallamento.

«Non lo so.»

La ragazza si alzò.

«Allora è una pessima grotta da cercare.»

Si chiamava Lethra.

Si presentò mentre scendeva dal muro, portando con sé il flauto e una piccola borsa di attrezzi.

Atterrò piegando le ginocchia, con la sicurezza di chi era salita e scesa da lì parecchie volte.

Tìmir le si avvicinò, annusando il bordo della borsa.

«Tu almeno sembri sapere dove vai», gli disse.

Il nìvelo infilò il muso sotto la patta.

Lethra la chiuse con una mano.

«No. Anche se apprezzo l’interesse per il mestiere.»

Erian richiamò Tìmir.

«Non prende quasi mai niente.»

La ragazza guardò il cordoncino che spuntava già dalla bocca dell’animale.

«Una reputazione impeccabile.»

Erian recuperò il cordoncino e glielo restituì.

Lethra non rise. Si limitò a infilarselo in tasca, poi indicò l’avvallamento.

«Ci sono due aperture laggiù. Una finisce dopo pochi passi. Nell’altra, da qualche giorno, l’aria è cattiva.»

«Ci sei entrata?»

«Abbastanza da uscire.»

Erian spostò la sacca sulla spalla.

«È quella che cerco.»

Lethra lo fissò.

«Naturalmente.»

Lui cominciò a scendere.

La ragazza gli camminò accanto.

«Hai sentito quello che ho detto?»

«Sì.»

«E ti è sembrato un invito?»

Erian si fermò.

«Non devi venire.»

Per la prima volta, Lethra parve irritarsi sul serio.

«Non avevo alcuna intenzione di farlo. Ti sto dicendo che non c’è aria buona.»

«Devo soltanto guardare una cosa.»

«È quello che dicono tutti prima di fare una stupidaggine.»

Erian riprese a camminare.

Dopo qualche passo sentì che lei si era fermata.

Ne fu sollevato.

Poi provò vergogna per quel sollievo, perché una parte di lui avrebbe voluto che continuasse a seguirlo.

L’apertura si trovava sotto una parete inclinata, quasi nascosta da un arbusto cresciuto di traverso.

Erian la riconobbe dai gradini.

Erano tre, consumati e irregolari, ricavati direttamente nella pietra. Il primo era quasi del tutto coperto di terra.

Si inginocchiò con cautela e aprì il quaderno sulla pagina del monte.

La linea disegnata da Sivra piegava verso destra subito dopo l’ingresso.

Davanti a lui, oltre la luce, la grotta faceva la stessa curva.

Tìmir si arrestò sul primo gradino.

Le orecchie si piegarono all’indietro.

Erian accese la lanterna.

Una nota di flauto arrivò dalla cava. Questa volta era limpida, ma troppo breve per riconoscere una melodia.

Lui guardò alle proprie spalle.

Lethra non si vedeva.

«Resta fuori», disse a Tìmir.

Il nìvelo gli sfiorò la scarpa con il muso.

Erian lo spostò dolcemente.

«Torno subito.»

Scese.

Il passaggio iniziale era abbastanza alto da permettergli di stare quasi diritto. Il pavimento, però, pendeva verso l’interno ed era ricoperto da un velo di umidità.

Erian appoggiò la mano sana alla parete.

La pietra era tiepida.

L’odore gli arrivò dopo la curva.

Si coprì il naso con la manica, ma non bastò. Gli sembrò di aver infilato la testa in un recipiente pieno di acqua stagnante e uova guaste.

Ricordò Lethra.

Fece ancora un passo.

La luce della lanterna raggiunse una nicchia scavata nel muro. Poco sotto c’erano segni incisi nella roccia.

Erian avvicinò il viso.

Una delle figure somigliava a quella sul coperchio della cassa.

Nàmar.

O forse era soltanto una curva simile. Non sapeva leggere il sàren e improvvisamente quella sua ignoranza gli parve intollerabile.

Estrasse il quaderno.

La fiamma oscillò.

Erian aspettò che tornasse ferma, poi mise la pagina accanto alla pietra.

Dall’interno arrivò un rumore.

Lungo e profondo.

Si fermò ad ascoltare.

Il suono crebbe, raschiando nelle cavità della montagna. Erian sentì l’aria muovergli la manica.

Per un istante gli parve il mare dentro una conchiglia.

Poi diventò qualcosa di più lento.

Un respiro.

Erian ripose il quaderno e sollevò la lanterna.

«Neris?»

La propria voce tornò da più direzioni, spezzata.

Si morse l’interno della guancia. Non aveva voluto chiamarla; il nome gli era uscito prima che riuscisse a fermarlo.

Aspettò.

Il rumore cessò.

Nel silenzio una goccia cadde vicino al suo piede.

Più avanti il passaggio si allargava. Da una fessura verticale filtrava un poco di luce, troppo debole per capire se venisse dall’esterno o da un’altra apertura.

Erian avanzò fino al margine.

La lanterna illuminò una discesa.

Sotto si apriva una cavità così vasta che il suo fondo rimase invisibile.

Sulla parete opposta correvano grandi rilievi scuri, sovrapposti come lastre. Uno era largo quanto il tavolo della cucina. Fra l’uno e l’altro si raccoglieva una polvere chiara.

Erian abbassò la luce per cercare una via.

Non vide scale.

Solo roccia, un salto nel vuoto e una sporgenza lungo il muro.

Gli girò la testa.

Si appoggiò con una spalla alla parete.

Doveva tornare fuori. Cercare una corda, riposare, capire il disegno. Poteva farlo con suo padre.

Mos­se il piede.

Il ginocchio cedette e lui urtò la lanterna contro la roccia.

Il suono metallico si propagò nella cavità.

Le grandi lastre sulla parete opposta si sollevarono.

Non tutte insieme.

Prima una, poi quelle accanto, in un movimento lento che spinse la polvere nell’aria.

Erian rimase immobile.

La parete stava respirando.

Qualcosa si mosse più in alto, oltre il bordo della luce. Sentì un raschio, il rumore di pietre che cadevano, poi una vibrazione tanto bassa da attraversargli il petto.

Sulla superficie scura si aprì una linea chiara.

La linea si allargò.

Un occhio guardò verso la lanterna.

Erian fece un passo indietro.

Il tallone incontrò la parete.

La pupilla era una fessura irregolare dentro un colore pallido, simile all’ambra velata. Attorno, le squame erano incrostate di terra e di depositi biancastri.

L’occhio si mosse.

Lo trovò.

Erian aprì la bocca, ma non riuscì a parlare.

Il respiro ricominciò.

Questa volta portava un suono spezzato, quasi una sillaba, trascinata attraverso una gola troppo grande.

La fiamma si piegò.

Erian tossì.

Provò a voltarsi, ma non sapeva più da quale lato fosse arrivato.

C’erano due aperture.

Oppure una sola e la sua ombra.

Sollevò la lanterna, ma il braccio sembrò diventare pesantissimo.

Doveva scegliere.

Sivra gli aveva detto qualcosa.

La chiave. Il tamburo. Una porta.

Non riusciva a mettere le cose in ordine.

Il pavimento gli venne incontro.

La prima cosa che sentì fu uno strappo contro la spalla.

Qualcuno lo tirava per la giacca.

«Muovi i piedi.»

Erian cercò di voltarsi.

Una mano gli afferrò il mento e gli girò il viso dall’altra parte.

«Di qua. Guardami.»

Lethra.

Aveva legato il fazzoletto davanti alla bocca. Gli occhi le lacrimavano.

Una corda correva dal suo fianco verso l’uscita.

La luce oltre la curva gli sembrò molto lontana.

«Alzati.»

«C’è…»

Tossì senza riuscire a finire.

Lethra gli passò un braccio sotto l’ascella.

Quando cercò di sollevarlo, il ginocchio di Erian si piegò e finirono entrambi contro il muro.

La ragazza imprecò, con una precisione che in altre circostanze lo avrebbe sorpreso.

«La gamba buona», disse. «Usa quella.»

Lui obbedì.

Fecero pochi passi.

La sacca si impigliò in una sporgenza. La tracolla gli tirò il collo e lui provò a fermarsi.

Lethra la liberò con uno strattone.

Dal fondo della grotta arrivò un nuovo respiro.

Erian guardò indietro.

«Non voltarti.»

La ragazza glielo disse senza alzare la voce.

Non c’era nulla di scherzoso, adesso.

Erian fissò la corda.

Seguì quella.

Un passo, poi un altro, finché vide i tre gradini e la sagoma di Tìmir controluce.

Uscì quasi carponi.

Lethra lo trascinò ancora per qualche metro, lontano dall’apertura, prima di lasciarlo cadere sulla terra.

Per un poco esistette soltanto l’aria.

Erian la inspirava e gli sembrava che non bastasse mai. Aveva la gola in fiamme, la testa dolorante e un sapore amaro sulla lingua.

Lethra sedeva accanto a lui, piegata in avanti, il fazzoletto abbassato sul collo.

Anche lei tossiva.

Tìmir correva dall’uno all’altra. Si arrampicò sul petto di Erian, gli annusò la bocca e cominciò a leccargli il mento.

Il ragazzo provò a sollevare una mano.

«Sto…»

Un altro colpo di tosse gli impedì di continuare.

Lethra lo guardò.

«Se la parola dopo è “bene”, ti rimetto dentro.»

Erian chiuse gli occhi.

Sentì qualcosa di duro contro il fianco. La sacca.

Allungò subito la mano.

«Il quaderno.»

«È lì.»

«Il tamburo.»

«Anche lui. A differenza tua, ha avuto il buon gusto di non lamentarsi mentre lo trascinavo.»

Lethra si alzò lentamente e recuperò la borraccia dalla propria borsa.

Gliela porse.

«Poco.»

Erian bevve un sorso. Tossì di nuovo, poi riuscì a trattenerne un secondo.

Quando abbassò la borraccia, la ragazza stava controllando un taglio sull’avambraccio. Vi passò il pollice e lo pulì sulla stoffa già macchiata.

Lui fissò il sangue.

«Ti sei fatta male.»

«Che occhio.»

Erian guardò la grotta.

«Come hai fatto a…»

Tìmir gli salì sulla spalla.

Lethra indicò il nìvelo.

«È venuto a prendermi.»

L’animale le aveva lasciato un piccolo strappo sul fondo dei pantaloni.

«Prima ha cercato di rubarmi un pezzo di legno. Quando l’ho seguito, ha deciso che non ero abbastanza veloce.»

Erian posò le dita sul dorso di Tìmir.

«Grazie.»

La ragazza si lasciò cadere di nuovo sulla pietra.

«A lui o a me?»

«A tutti e due.»

Lethra annuì.

Per qualche tempo rimasero in silenzio.

«C’è davvero», disse Erian.

La ragazza stava riavvolgendo la corda.

«Che cosa?»

«Vorath.»

Le mani di Lethra si fermarono.

Lui raccontò dell’occhio.

Non parlò subito di Neris. Descrisse le squame che aveva preso per pietra, il respiro, il suono nella gola.

Lethra ascoltò senza interromperlo.

Alla fine, guardò l’ingresso.

«Io ho sentito qualcosa», ammise. «Mentre ti tiravo fuori.»

«Non era acqua.»

«No.»

Erian aspettò di sentirsi dire che aveva immaginato tutto.

La ragazza fece scorrere la corda fra le dita.

«Non torno dentro a controllare.»

Lui annuì.

Poi, quasi contro la propria volontà, cominciò a parlare della spiaggia.

Lethra appoggiò la corda sulle ginocchia.

Erian le raccontò della chiave, della musica, della strada sotto il mare. Quando arrivò al momento in cui la stoffa si era strappata, dovette fermarsi.

Tìmir scese dalla sua spalla e si sistemò vicino alla sacca.

«Gli altri non la ricordano», concluse Erian.

Lethra si passò una mano fra i capelli.

«Tuo padre?»

«Nemmeno lui.»

«E tu pensi che sia sotto questa montagna.»

«Penso che la nonna sapesse come arrivarci.»

Prese il quaderno e lo aprì sul disegno di Orven.

Lethra si avvicinò.

Aveva dita sottili, con piccoli tagli sulle nocche e una macchia scura sotto l’unghia del pollice. Seguì la linea che penetrava nella roccia senza toccare il foglio.

«Questo non l’hai disegnato tu.»

«No.»

«Posso?»

Erian le consegnò il quaderno.

Fu il primo gesto di fiducia che gli riuscì da quando era tornato dalla spiaggia.

Lethra girò alcune pagine, fermandosi sulle annotazioni più fitte.

«La lingua non la conosco», disse. «Qualche segno l’ho visto su strumenti vecchi. Mio padre dice che spesso gli artigiani copiano decorazioni senza sapere che cosa significano.»

Erian si sporse.

«Conosci qualcuno che sa leggerla?»

«Forse.»

Lui sentì risalire l’impazienza.

Lethra gli sollevò un dito davanti al viso.

«Forse significa forse. Non scuotermi come un sacco di monete: non ne escono altre.»

Voltò pagina.

Sul foglio successivo c’erano piccoli gruppi di tratti, separati da spazi di diversa larghezza.

La ragazza inclinò il capo.

Li contò con il dito.

Poi batté piano due volte sulla copertina.

Si fermò.

Riprovò, cambiando l’intervallo.

«Dov’è il tamburo?»

Erian aprì la sacca, ma trattenne il panno fra le mani.

«Ha risposto alla musica. A casa.»

Lethra guardò prima lui, poi l’involto.

«Allora per il momento lo guardiamo soltanto.»

Distese il panno sulle ginocchia.

La luce del sole rese visibili particolari che Erian non aveva notato: minuscoli incastri nel legno, segni quasi nascosti sotto il bordo della pelle, una serie di fori chiusi da sottilissime placche.

Lethra smise di muoversi.

«Questo non può essere costruito così.»

Erian sentì una fitta di delusione.

«È rotto?»

«No.»

La ragazza lo girò con estrema cautela.

«È fatto benissimo. È questo il problema.»

Avvicinò il bordo all’occhio e cercò una giuntura.

Erian aspettò, questa volta senza interromperla.

Lethra confrontò le incisioni con i gruppi di tratti sul quaderno. Appoggiò un dito su un segno, poi sul corrispondente intervallo della pagina.

«Qui», disse. «E qui.»

«Che cosa?»

«Gli spazi.»

Erian guardò.

«Non sono uguali.»

«Appunto.»

La ragazza sollevò il viso. Per la prima volta da quando si erano incontrati sembrava aver dimenticato sia il taglio sul braccio sia la propria irritazione.

«Queste righe indicano quando aspettare. Non sono tutte parole.»

Erian sentì il cuore accelerare.

«È una canzone?»

«Potrebbe essere il modo di eseguirla.»

«E sai farlo?»

Lethra tornò a osservare il tamburo.

Prima di rispondere, lo avvolse di nuovo nel panno.

«Posso provare a capirlo.»

La frase era prudente. Non conteneva una promessa, né la certezza che Neris fosse viva.

Erian vi si aggrappò comunque.

Lethra si alzò e gli tese una mano.

«Prima scendiamo. Ti serve mangiare, a me serve lavare questo taglio e a entrambi serve stare lontani dal buco che respira.»

Erian prese la sua mano e riuscì a mettersi in piedi.

Il ginocchio gli fece male, ma tenne.

«Vieni a casa mia?»

«Se mi dai qualcosa da mangiare.»

«C’è pane.»

«Un’offerta commovente.»

Lethra raccolse la borsa degli attrezzi e se la mise a tracolla.

Erian sistemò il quaderno sopra il tamburo. Tìmir tentò di infilarsi nella sacca, poi cambiò idea e risalì fino al cappuccio.

Prima di imboccare il sentiero, il ragazzo si voltò verso la grotta.

Dall’interno non arrivava più alcun suono.

Lethra se ne accorse.

«Hai visto abbastanza per oggi.»

Erian annuì.

Mentre scendevano, provò a ripetere mentalmente quel poco che aveva udito nella gola di Vorath.

Un respiro spezzato.

Una sillaba.

La pronunciò sottovoce, senza sapere se fosse una parola o soltanto il verso di una creatura sofferente.

Tìmir sollevò entrambe le orecchie.

SETTEUNA STRADA FRA LE NOTE

Teren li trovò poco sotto la cava.

Saliva con una corda sulla spalla e il viso di chi aveva smesso da tempo di scegliere con cura dove mettere i piedi. Quando vide Erian, si fermò così bruscamente che alcune pietre rotolarono lungo il sentiero.

Per un momento nessuno parlò.

Poi il padre raggiunse il figlio e gli afferrò le braccia.

«Sei entrato?»

Erian non rispose.

Teren guardò la polvere sulla giacca, la benda sporca, il rossore degli occhi. Gli bastò.

«Ti avevo detto di aspettare.»

«Ho lasciato un biglietto.»

«L’ho letto.»

La voce del padre era bassa. Erian avrebbe preferito che gridasse.

Lethra spostò la borsa sull’altra spalla.

«È uscito», disse.

Teren si voltò verso di lei.

Vide il taglio sul suo braccio e la corda che portava avvolta intorno alla borsa.

«L’hai tirato fuori tu?»

«Ha collaborato negli ultimi passi.»

Il padre lasciò lentamente le braccia di Erian.

«Grazie.»

Lethra annuì, improvvisamente meno sicura di dove mettere le mani.

Erian guardò la corda sulla spalla di Teren. Il nodo all’estremità era già preparato. Suo padre aveva portato anche una lanterna, quella grande da lavoro, con il vetro protetto da una gabbia di metallo.

Era salito per andarlo a prendere.

Il pensiero gli fece abbassare gli occhi.

«L’ho visto», disse.

Teren si irrigidì di nuovo.

«Che cosa?»

«Il drago.»

Il vento passò fra i cespugli.

Lethra smise di sistemarsi la tracolla.

«Dentro c’è qualcosa di enorme», disse. «L’ho sentito muoversi.»

Teren li guardò entrambi.

«Ne parliamo a casa.»

Erian cercò di parlargli della parete che respirava, dell’occhio, del mare udito da Sivra. Dopo poche parole, però, la tosse lo costrinse a piegarsi.

Il padre gli prese la sacca.

Questa volta Erian gliela lasciò.

Odel aveva acceso il fuoco e messo una pentola sul tavolo.

Quando li vide entrare, guardò prima Erian, poi Teren, infine Lethra.

«Ne abbiamo trovata un’altra?»

«Questa funziona meglio», rispose la ragazza.

Odel le indicò una sedia.

«Vediamo il braccio.»

Lethra cominciò a dire che non era niente. La donna le prese il polso e la fece sedere prima che riuscisse a finire.

Erian si tolse la giacca. Tìmir ne uscì con fatica, infilò il muso nella piega del gomito e poi saltò sulla panca.

Teren posò la sacca sul tavolo.

Nessuno toccò il quaderno finché Odel non ebbe pulito il taglio di Lethra e controllato il ginocchio del ragazzo.

«Oggi questo non sale più da nessuna parte», dichiarò.

«Sono d’accordo», disse Teren.

Erian serrò la mascella.

Lethra lo vide, ma non commentò.

Quando arrivò il pane, ne prese un pezzo e lo spezzò con entrambe le mani. Mangiare sembrò restituirle subito un po’ di buonumore.

«Avevi promesso soltanto questo», disse a Erian, indicando la fetta. «La minestra è un miglioramento notevole.»

Lui riuscì a sollevare appena un angolo della bocca.

Odel le mise davanti una scodella.

«Da quale casa vieni?»

«Dalla bottega degli strumenti, dietro la fontana grande.»

«Conosco tua madre.»

Lethra abbassò il cucchiaio.

«Temevo che prima o poi sarebbe successo.»

Odel le rivolse uno sguardo severo, ma per un istante Erian credette che stesse trattenendo un sorriso.

Teren volle sentire il racconto dall’inizio.

Erian descrisse la nicchia, i segni incisi e il punto in cui la grotta si apriva sul vuoto. Evitò di parlare del momento in cui non era più riuscito a riconoscere l’uscita.

Lethra lo aggiunse.

«Non capiva da quale parte dovesse andare.»

Erian la guardò male.

Lei continuò a mangiare.

Teren posò i gomiti sul tavolo.

«Quell’aria può averti confuso.»

«Non ha inventato un occhio.»

«Non ho detto questo.»

Il padre si passò una mano sulla barba, poi chiese a Lethra: «Tu che cosa hai visto?»

La ragazza ci pensò prima di rispondere.

«Lui a terra. Il bordo di una cavità. Non sono andata oltre.»

Erian sentì una fitta di delusione.

«Ma l’hai sentito.»

«Sì», disse lei. «Ho sentito qualcosa respirare. E ho sentito muoversi pietre molto più grandi di quelle che potevamo spostare noi.»

Teren rimase in silenzio.

Erian avrebbe voluto che quelle parole risolvessero tutto. Che suo padre si alzasse e dicesse di credere finalmente a ogni cosa.

Invece Teren prese il quaderno.

«Fammi vedere il disegno.»

La pagina di Orven passò da una mano all’altra.

Teren riconobbe la fortezza, poi seguì con un dito la linea che entrava nella montagna.

Lethra gli chiese di voltare il foglio.

«Qui.»

Gli mostrò i gruppi di tratti che aveva osservato alla cava.

Teren inclinò il quaderno.

«Sembrano tacche per contare.»

«Alcune lo sono. Ma gli spazi cambiano.»

La ragazza avvicinò a sé due scodelle vuote e un cucchiaio.

Odel aprì la bocca.

«Piano», le disse Lethra prima che protestasse.

Batté con l’unghia, non con il cucchiaio: due colpi sul bordo della prima scodella, una pausa, un colpo sulla seconda.

Poi ripeté la sequenza più lentamente.

«Anche lo spazio conta.»

Indicò una lunga interruzione nella riga.

«Qui è segnata l’attesa.»

Erian tirò fuori il tamburo.

La cornice toccò il tavolo con un rumore sordo.

Tìmir si alzò subito.

Lethra fermò la mano del ragazzo.

«Non lo suoniamo.»

«Non volevo.»

Lei confrontò le incisioni sulla cornice con quelle sulla pagina.

Teren si chinò sullo strumento. Lo sollevò per osservarne il bordo e, per la prima volta dall’arrivo, il suo viso assunse un’espressione che Erian conosceva bene: quella che aveva davanti a un lavoro difficile, eseguito da qualcuno più abile di lui.

«Dov’è la giuntura?»

Lethra lo guardò.

«È quello che mi sono chiesta.»

Teren girò lentamente il tamburo.

Erian li osservò passarselo senza fare altre domande. Le loro mani cercavano le stesse cose: un punto in cui il legno fosse stato piegato, un incastro, un segno dell’attrezzo.

Alla fine, il padre lo posò.

«Non ho mai visto niente del genere.»

Lethra si pulì un dito sul palmo.

«Nemmeno io.»

Fu una piccola ammissione. Erian se la tenne stretta.

Ci vollero quasi due ore per trovare qualcosa che non fosse soltanto strano.

Lethra lavorava con il quaderno davanti, una sottile scheggia di legno usata come segnalibro e il cucchiaio che Odel le aveva ormai concesso di trattenere.

Non provava a tradurre le parole. Cercava ripetizioni.

Erian le voltava le pagine. Teren, seduto dall’altra parte del tavolo, confrontava i disegni.

«Questa figura compare tre volte», disse Lethra.

Era un segno formato da una linea curva e due piccoli tratti rivolti verso l’alto.

Erian lo ricordava accanto al disegno dell’ala.

«Un uccello?»

«Forse. Ma qui è vicino all’acqua.»

La ragazza tornò indietro di alcuni fogli.

Su quella pagina Sivra aveva scritto nella lingua comune.

Al mattino rispondono dall’altra riva. Aspettare che finisca il richiamo.

Più sotto c’era un disegno di alberi.

Teren si sporse.

«Questa è una pietra di confine.»

Indicò un rettangolo inclinato, tracciato fra i tronchi. Nella parte alta c’erano tre incavi.

«Ne mettevano di simili lungo la vecchia via dei mulattieri. Ne ho vista una vicino al ponte del torrente.»

Erian sentì il corpo tendersi.

«Dove?»

«A nord. Prima del bosco.»

Lethra voltò un’altra pagina.

«Velisar?»

Teren annuì.

La ragazza guardò Erian.

«Il Bosco delle Mille Ali.»

Il ragazzo conosceva il nome. Al mercato arrivavano uomini con ceste intrecciate, miele scuro e storie di uccelli tanto numerosi da spezzare i rami. Non aveva mai pensato di poterci andare.

«La nonna ci è stata», disse.

Teren passò il pollice lungo il bordo del foglio.

«Sembra di sì.»

Lethra avvicinò la pagina alla luce.

Sul margine inferiore, la scrittura di Sivra era diventata molto piccola.

Dalla pietra, seguire l’acqua. Le campane si vedono soltanto dopo la salita.

Erian cercò le pagine precedenti.

C’erano un guado, alberi e una fila di piccoli quadrati collegati da una linea.

Più avanti, una torre.

Poi gli scafi di alcune navi.

Aveva guardato ogni disegno come se fosse un enigma separato.

Ora cominciava a vedere la successione.

«Sono tappe.»

Lethra annuì lentamente.

«Credo di sì.»

Erian sfogliò fino alla strada fra le case.

La tenne aperta davanti a loro.

«E questa è alla fine.»

«Non sappiamo se sia una mappa», disse Teren.

Erian sollevò il viso.

«Hai riconosciuto la pietra.»

«Ho detto che somiglia a quelle lungo una strada. Potrebbero essere appunti presi in anni diversi.»

«Allora perché sono in ordine?»

«Non sappiamo neppure questo.»

La rabbia tornò così in fretta che Erian dovette allontanare le mani dal quaderno per non stringerlo.

Lethra fece scorrere il cucchiaio sul tavolo.

«Si può verificare la prima parte», disse. «La pietra, il torrente, il bosco. Se corrispondono, sapremo qualcosa in più.»

Teren la guardò.

«Tu vuoi andarci?»

La ragazza si fermò.

Era la prima domanda alla quale non aveva una risposta pronta.

«Io devo andare da quella parte.»

Erian si voltò verso di lei.

«Perché?»

Lethra sistemò la scheggia di legno fra le pagine.

«Nella città sul ponte c’è una bottega che vorrei visitare.»

«Una bottega», ripeté Teren.

«Costruiscono strumenti. Ho scritto alla maestra che la dirige.»

Erian si accorse che stava scegliendo con cura ogni parola.

«Ti aspetta?»

Lethra annuì.

«Fra qualche giorno.»

Il padre guardò la benda sul suo braccio.

«La tua famiglia lo sa?»

«Sa che voglio andarci.»

Non era la stessa cosa, ma nessuno lo disse.

Teren uscì nel pomeriggio.

Prima di andare controllò ancora il ginocchio di Erian e gli ordinò di tenere la gamba distesa. Doveva parlare con gli uomini del porto e recuperare il resto delle proprie cose, lasciate sulla nave.

«Quando torno decidiamo che cosa fare», disse.

Erian fissò il quaderno.

«Hai già deciso.»

Il padre rimase vicino alla porta.

«Ho deciso che non ti lascio entrare di nuovo in una grotta dove quasi muori.»

«Non voglio tornare nella grotta.»

Teren inspirò lentamente.

«Aspettami.»

Questa volta Erian non promise.

Odel li lasciò poco dopo, portando con sé le scodelle da lavare e la certezza che almeno uno dei due ragazzi avrebbe ricordato di bere.

Quando furono soli, Lethra si appoggiò allo schienale.

«Tuo padre è spaventato.»

«Lo sono anch’io.»

«Si vede.»

Erian guardò la ragazza.

«Tu non credi che esista.»

Lethra abbassò gli occhi sul quaderno.

«Neris», precisò lui.

Lei annuì, per mostrargli che aveva capito.

«Non la ricordo», disse.

Erian distolse lo sguardo.

«Come tutti.»

«Ma non ricordo nemmeno un tamburo costruito così. E non so spiegare quello che c’è sotto il monte.»

La ragazza si sporse verso il tavolo.

«Posso aiutarti a cercare la strada. Questo sì.»

Erian studiò il suo viso, cercando la prudenza pietosa che aveva visto in Odel.

Non la trovò.

Lethra sembrava curiosa, stanca e ancora un poco arrabbiata per averlo dovuto trascinare fuori dalla grotta.

Gli parve una combinazione più sopportabile.

«Fino alla città sul ponte?» chiese.

«Fino a lì.»

«E poi?»

«Poi ho un appuntamento.»

La risposta gli dispiacque, ma era chiara.

Erian annuì.

Lethra se ne andò per tornare in bottega.

Sulla soglia si fermò.

«Non provare il tamburo mentre sono via.»

«Non sono stupido.»

Lei guardò verso la Rocca.

Erian sospirò.

«Va bene.»

La ragazza si chinò a stringere un laccio dello stivale.

«E mangia qualcosa che non venga fuori soltanto perché lo chiedi a una vecchia pagina.»

«Hai mangiato quasi tutto tu.»

«Allora vedi di procurartene altro. Viaggiare con me richiede preparazione.»

Uscì prima che lui riuscisse a rispondere.

Erian rimase seduto ancora per qualche minuto.

Poi prese un foglio e cominciò a ricopiare le indicazioni leggibili vicino ai disegni. Scrisse il nome di Velisar. Tracciò la pietra con i tre incavi. Contò le pagine fra il bosco e la torre.

Tìmir gli salì accanto.

Il ragazzo gli grattò la base delle orecchie.

«Lei parte comunque», disse.

Il nìvelo infilò una zampa sotto il bordo del foglio.

Erian lo spostò.

«Non è poco.»

Teren tornò prima del tramonto.

Portava una pagnotta, una piccola forma di formaggio e notizie che Erian non voleva sentire.

Gli uomini avevano controllato il tratto di mare davanti alla spiaggia.

Nessuno aveva trovato nulla.

Il padre posò il cibo sul tavolo e rimase in piedi.

«Domani possono cercare ancora.»

Erian scosse il capo.

«Non è lì.»

Teren guardò la pagina che aveva copiato.

«Vuoi seguire queste indicazioni.»

«Sì.»

«Con una ragazza che hai incontrato stamattina.»

«Mi ha tirato fuori.»

«Lo so.»

«E ha capito qualcosa che noi non capivamo.»

Il padre si sedette.

Per qualche istante Erian rivide il marinaio al porto, quello che gli aveva detto di presentarsi fra sei giorni. Avrebbe potuto essere su una nave, adesso. Avrebbe potuto non aver mai sentito la musica.

Il pensiero gli diede nausea.

Teren si strofinò le mani.

«Dammi il tempo di parlare con lei e con la sua famiglia. Di procurare quello che serve. Se c’è davvero una strada da controllare, non ci vai in queste condizioni e senza sapere dove dormirai.»

Erian lo fissò.

«Verresti?»

«Non ti lascio andare da solo.»

La risposta lo colse impreparato.

Per un istante immaginò il padre accanto a lui sul sentiero: le corde ben sistemate, un attrezzo per ogni necessità, qualcuno capace di decidere quando fermarsi.

Poi guardò il quaderno.

«E Neris?»

Teren chiuse gli occhi brevemente.

«La stiamo cercando.»

«Se torna qui e non trova nessuno?»

«C’è Odel.»

Erian si alzò, facendo attenzione al ginocchio.

«Non sa nemmeno chi è.»

Il padre non rispose.

Nella stanza accanto, Tìmir mosse una cesta.

Erian sentì quel rumore e pensò al posto vuoto sotto la finestra.

«Voglio che ci sia qualcuno», disse. «Qualcuno a cui ho raccontato tutto. Che sappia il suo nome, anche se non lo ricorda.»

Teren guardò verso il corridoio.

Quando tornò a fissare il figlio, sembrava più stanco.

«Non possiamo decidere questa cosa stanotte.»

Erian raccolse il foglio copiato.

Suo padre gli prese una mano.

«Una giornata», disse. «Ti chiedo una giornata per capire come aiutarti.»

Erian guardò le dita di Teren intorno alle proprie.

Erano mani forti. Avrebbero saputo trattenere Neris.

Quel pensiero gli fece male.

«Domani», rispose.

Durante la notte si svegliò due volte.

La prima perché il ginocchio pulsava.

La seconda perché gli sembrò di sentire la sorella chiamarlo dalla stanza accanto.

Rimase immobile, ascoltando.

Era il legno della finestra, mosso dal vento.

Si alzò e andò a controllare lo stesso.

Le ceste erano al loro posto.

Tìmir lo seguì, annusò il pavimento e si fermò vicino al muro.

Erian tornò in cucina.

Teren dormiva sulla panca, con un braccio sotto la testa. Aveva lasciato gli stivali accanto alla porta e la giacca appesa alla sedia.

Il ragazzo si fermò a guardarlo.

Poi tirò su la coperta che gli era scivolata dalle spalle.

Sul tavolo il quaderno era rimasto aperto alla pagina di Neris.

Il padre aveva letto quello che Erian aveva scritto.

Accanto al nome aveva appoggiato il pezzo di manica, ben disteso.

Erian lo prese con cautela e lo rimise fra i fogli.

Non aggiunse altro.

Lethra tornò il mattino seguente con una borsa diversa.

Era più grande, robusta, chiusa da due cinghie. Lethra portava un mantello arrotolato sopra la tracolla e una custodia lunga legata al fianco.

Teren la fece entrare.

La ragazza salutò, poi vide pane, formaggio, una borraccia e una piccola lanterna disposti sul tavolo.

Guardò Erian.

Lui non sapeva ancora che cosa significassero.

Il padre indicò una sedia.

«Prima parliamo.»

Lethra si sedette.

Tìmir si avvicinò alla sua borsa con l’aria di chi stava soltanto passando.

Lei la spostò sotto la sedia.

«La mia famiglia sa dove vado», disse. «Ho lasciato l’indirizzo della bottega e ho parlato con mia madre.»

Teren annuì.

«Conosci la strada?»

«Fino al torrente. Ho una descrizione del tratto successivo.»

«E il bosco?»

«Dobbiamo attraversarlo di giorno.»

Erian sollevò il capo.

Lethra continuò: «Lo dicono tutti quelli che portano merci da quella parte.»

Teren rimase pensieroso.

Poi prese la borraccia e la porse al figlio.

«Vi accompagno fino al ponte del torrente.»

Erian la ricevette senza parlare.

«Da lì torni?» domandò infine.

Il padre guardò il corridoio.

«Da lì torno.»

Erian sentì stringersi la gola.

Teren indicò il quaderno.

«Tu mi lasci una copia delle indicazioni. E dalla città sul ponte mandi un messaggio. Anche se non avete scoperto niente.»

«Sì.»

«Non cambi strada senza farlo sapere.»

Erian esitò.

Il padre lo vide.

«Fai tutto il possibile per farmelo sapere», corresse.

«Lo farò.»

Teren si alzò e prese il mantello dalla spalliera.

«Vado a dire a Odel di controllare la casa finché non torno.»

Quando fu uscito, Lethra aprì la propria borsa e verificò il contenuto. Erian intravide attrezzi avvolti nella stoffa, un cambio di vestiti e una busta ripiegata.

«Ti lascia andare», disse lei.

Erian guardò la borraccia.

«Resta ad aspettarla.»

Lethra non fece battute.

Riprese a stringere le cinghie.

Erian sistemò il tamburo nella sacca, protetto dal panno azzurro. Sopra mise il quaderno e il pane. La chiave della nonna rimase nella tasca interna della giacca.

Tìmir si arrampicò sulla panca.

Erian piegò un braccio e il nìvelo gli risalì fino alla spalla, poi si accomodò nel cappuccio.

La casa era piena della luce del mattino.

Prima di uscire, Erian si avvicinò alla finestra rivolta verso il mare.

Sul davanzale non c’era più pane.

Ne staccò una briciola dalla pagnotta e la posò vicino al bordo.

Poi raggiunse gli altri alla porta.

DAL QUADERNO DI ERIAN

Ricopio le indicazioni nell’ordine in cui le abbiamo trovate.

— Pietra con tre incavi, vicino al ponte del torrente.— Dalla pietra, seguire l’acqua.— Velisar, il Bosco delle Mille Ali.— Le campane si vedono dopo la salita.

Più avanti ci sono il disegno di un ponte, una torre e alcune navi. Non sappiamo ancora se appartengano allo stesso viaggio. Per adesso cercheremo la pietra.

Lethra dice che gli spazi fra certi segni indicano quanto aspettare. Io avevo contato soltanto i tratti.

Papà ci accompagna fino al torrente. Poi torna a casa ad aspettare Neris.

Gli lascio una copia delle indicazioni. Dalla città sul ponte gli scriverò.

Devo ricordarmi di chiedere a Lethra quando ha il suo appuntamento.

OTTOIL BOSCO DELLE MILLE ALI

Teren porse il bastone a Erian appena oltre le ultime case.

Non gli chiese se ne avesse bisogno.

Il ragazzo lo prese e continuò a camminare. Sul terreno piano gli sembrava inutile; alla prima salita cominciò a usarlo.

Lethra li precedeva di qualche passo. La custodia legata al fianco le urtava la coscia, e dopo un po’ la spostò dietro la schiena.

«Che cosa c’è dentro?» chiese Erian.

«Un flauto.»

«L’hai costruito tu?»

«Sì.»

«Funziona?»

La ragazza si voltò.

«Quasi tutte le volte.»

Teren sorrise appena.

Trovarono la pietra di confine vicino al ponte del torrente.

Era inclinata verso l’acqua, con il muschio raccolto sul lato più basso. Nella parte alta c’erano tre incavi.

Erian aprì il quaderno.

Lethra gli tenne ferma la pagina mentre confrontava il disegno con la pietra.

Anche l’angolo spezzato era al suo posto.

«È questa», disse.

Teren annuì.

Mangiarono sul muretto del ponte. Il padre controllò la fasciatura, poi lasciò a Erian il resto del formaggio.

Quando si alzarono, li accompagnò fino al sentiero che seguiva il torrente.

Lì si fermò.

Erian guardò la tasca interna del suo mantello.

«Hai il foglio?»

Teren la toccò.

«Ce l’ho.»

Le indicazioni del viaggio e il nome di Neris erano scritti sulla stessa facciata.

«Se torna…»

«Le dico dove sei.»

Erian abbassò gli occhi.

Il padre gli posò una mano dietro la nuca e lo avvicinò a sé. Il ragazzo rimase rigido per un momento, poi appoggiò la fronte alla sua spalla.

Quando si separarono, Lethra stava controllando la chiusura della custodia.

«Dalla città mi scrivi», disse Teren.

«Sì.»

Il padre aspettò che imboccassero il sentiero.

Erian si voltò una volta.

Era ancora lì.

Il primo albero di Velisar aveva una cesta incastrata fra le radici.

Accanto c’era un mulo.

Il giovane che cercava di liberare la cesta tirava da una parte; l’animale, che aveva ancora un lembo del carico legato al basto, tirava dall’altra.

«Boro. Fermati.»

Il mulo mosse un orecchio.

«Non ti ho chiesto un’opinione.»

Lethra posò la borsa.

«Se sciogli quella cinghia, la cesta viene via.»

Il giovane guardò prima lei, poi il nodo.

«Lo stavo per fare.»

Boro fece un passo.

La cesta si inclinò e dal coperchio uscì una ciotola.

Erian la raccolse prima che rotolasse nel torrente.

Il ragazzo sospirò.

«Adesso lo faccio.»

Si chiamava Darel.

Trasportava sacchi di farina e due casse di stoviglie alla città sul ponte. Era la prima consegna che gli avevano affidato senza qualcuno più esperto al fianco.

«Prima venivo con mio padre», spiegò mentre sistemava la cesta. «Questa volta conoscevo già la strada.»

Lethra guardò il carico.

«Quanto manca?»

«Tre ore. Poco più.»

«Con tutta questa roba?»

Darel tirò una cinghia e controllò che non premesse contro il fianco del mulo.

«Boro tiene il passo.»

L’animale abbassò il muso verso la sacca di Erian.

Il ragazzo la spostò.

«Qui c’è il mio pane.»

Darel si mise davanti al mulo.

«Lui crede che sia il suo.»

Partirono insieme.

Il sentiero tratteneva l'acqua anche dove non c'erano pozzanghere. Le felci sfioravano le gambe di Erian, lasciando gocce fredde sul tessuto. Fra i tronchi l'aria sapeva di foglie bagnate.

Su un ramo caduto si mosse una scaglia di corteccia.

Erian guardò meglio. Sei zampe sottili sostenevano un piccolo corpo bruno. L’animale infilò il muso in una fessura e ne estrasse una larva; sul dorso si aprirono tre ventagli color ruggine, attraversati da nervature.

«Un talìsco», disse Darel, passando. «Ne ho trovato uno nel cesto delle mele. Mio padre voleva sapere dove avessi preso le foglie.»

L’animale ripiegò i ventagli e scomparve dietro il ramo. Erian continuò a camminare, cercando con gli occhi un altro movimento fra il legno bagnato.

Boro urtò una radice. Dal carico venne un tintinnio e Darel si fermò a controllare una cassa. Spinse fra due stoviglie un fascio di steli segnati da nodi scuri.

«Perché ci metti dell'erba?» domandò Erian.

«Giunco a nodo. Cresce lungo i canali.»

Darel ne piegò uno fra le dita. Lo stelo curvò senza spezzarsi.

«Tiene separati i pezzi. Se il carico sobbalza, le ciotole non battono una contro l'altra.»

Risistemò il fascio e controllò la corda, tirandola due volte. Poi tastò il telo sopra la farina e ne rimboccò un lembo.

Tìmir si sporse dalla spalla di Erian verso una felce. Una goccia gli cadde sul muso; si ritrasse e si strofinò il naso contro la stoffa.

Nel Bosco delle Mille Ali il canto degli uccelli copriva quasi ogni altro suono.

Piccoli stormi attraversavano il sentiero. Alcuni uccelli avevano il ventre giallo, altri una striscia bianca sulle ali. Sui rami più alti ce n’erano tanti che Erian non riusciva a distinguere dove finisse una sagoma e cominciasse la successiva.

Un ramo sfiorò la spalla di Erian. Sotto una foglia pendeva una creatura dalle quattro ali color cenere, larghe insieme quanto le sue mani aperte. Le venature erano così simili a quelle della foglia che l’aveva scorta soltanto quando le antenne si erano mosse.

«Una velaria», disse Darel.

L’animale si liberò con uno strappo da una membrana sottile. Aprì le ali e raggiunse il rovescio di un’altra foglia, poco più in alto.

L’involucro rimasto sul ramo continuò a battere.

Un uccello dal ventre giallo si gettò su quelle ali. Le afferrò e si allontanò con qualcosa di grigio e vuoto appeso al becco.

Erian guardò la foglia dove la velaria si era nascosta.

«Si muoveva ancora.»

«Per poco. Mio padre le chiama ali rimaste indietro.»

Tìmir allungò il muso verso il ramo. Erian gli mise una mano davanti.

«Quella la lasci.»

La creatura aveva ripiegato le ali sul corpo sottile. Un’antenna seguì il movimento del nìvelo, poi tornò a sfiorare la foglia.

«Dopo la muta sono delicate», aggiunse Darel. «Meglio lasciarle stare.»

Boro procedeva lentamente.

Alle strettoie, Darel doveva passargli davanti e controllare che le casse non urtassero i tronchi. Quando il sentiero saliva, si fermavano per lasciarlo riprendere fiato.

Dopo la seconda sosta, Lethra guardò il sole.

«Le tre ore le hai contate quando viaggiavi con tuo padre?»

«Sì.»

«Con lo stesso carico?»

Darel non rispose subito.

«Al ritorno.»

Le casse, allora, erano state vuote.

Il giovane guardò Boro, poi il tratto di strada ancora da percorrere.

«Camminiamo. C’è un passaggio più largo oltre la curva.»

Erian vide il segno sul masso mentre stavano superando una biforcazione.

Una linea curva, con due piccoli tratti rivolti verso l’alto.

Si fermò tanto bruscamente che Lethra gli urtò la sacca.

«Che c’è?»

Il ragazzo aprì il quaderno.

Il segno compariva vicino al disegno dell’acqua.

«È qui.»

Darel tornò indietro.

«Quel sentiero scende al torrente.»

«La nonna scrive di seguirlo.»

Lethra guardò il pendio.

«Possiamo cercare il punto sulla strada principale.»

Erian voltò la pagina.

C’erano tre radici, un guado e una linea che risaliva verso alcuni alberi.

«Se lo superiamo, poi dovremo tornare indietro.»

Darel osservò il masso.

«La discesa non è lunga. In fondo dovrebbe esserci un raccordo con il sentiero.»

«Dovrebbe?» chiese Lethra.

«L’ho percorso con mio padre.»

Erian aveva già rimesso il quaderno nella sacca.

«Andiamo a vedere.»

Lethra guardò entrambi.

Poi sollevò la propria borsa.

«Ci fermiamo poco.»

Il guado non era più un guado.

L’acqua copriva le pietre e correva abbastanza forte da trascinare piccoli rami. Sulla riva opposta, una frana aveva portato via parte del sentiero.

Darel rimase a guardarla.

«Non era così.»

«Quando?» domandò Lethra.

«Prima delle ultime piogge.»

Erian cercò il disegno delle radici.

L’albero c’era.

Tre grossi archi di legno emergevano dalla terra e raggiungevano l’acqua. Sotto uno di essi, però, non c’era nessun passaggio.

Il ragazzo si chinò, spostò alcune foglie, controllò il lato del tronco.

Lethra aspettò qualche minuto.

Poi gli toccò una spalla.

«Dobbiamo risalire.»

«C’è qualcosa che non abbiamo visto.»

«Può darsi. Ma non lo troveremo restando qui fino a sera.»

Erian guardò il quaderno.

Una macchia d’umidità aveva reso quasi illeggibile la parte bassa della pagina.

La sfiorò con un dito.

Darel mosse Boro verso il pendio.

«Da questa parte non si passa.»

Il ragazzo chiuse il quaderno.

Risalire richiese più tempo che scendere.

Boro scivolò due volte e Darel dovette alleggerire un fianco del carico. Lethra portò una piccola cesta per un tratto. Erian tentò di aiutarla, ma il ginocchio lo costrinse presto a restituirgliela.

Quando tornarono alla biforcazione, il sole era basso.

Fra i tronchi la luce aveva già perso colore.

Lethra posò la cesta.

«Quanto manca adesso?»

Darel guardò il sentiero.

«Più di un’ora.»

«Non ce l’abbiamo.»

Erian abbassò gli occhi.

«Possiamo tornare al ponte.»

«È ancora più lontano», disse Darel.

Boro sollevò la testa.

Per la prima volta dall’ingresso nel bosco, gli uccelli tacquero tutti insieme.

Il rumore venne da un ceppo.

Era accanto al sentiero, largo e quasi marcio. Darel ci aveva appoggiato un piede mentre stringeva le cinghie.

Una crepa attraversò il legno.

Erian pensò che stesse cedendo.

Poi il centro del ceppo si sollevò.

Le fibre grigie si aprirono, spinte da legno scuro. Un tronco crebbe davanti ai loro occhi, tanto rapidamente che Darel arretrò inciampando.

La corteccia si distese lungo il fusto.

Comparvero rami, foglie, una cavità nella quale qualcosa si mosse.

Boro tirò la corda.

Darel la strinse.

Più avanti, un secondo tronco stava ricrescendo in mezzo al sentiero.

«Indietro», disse Lethra.

Si voltarono.

Fra due alberi che avevano superato poco prima ne era comparso un terzo.

Un ramo attraversava il passaggio all’altezza delle casse.

Gli uccelli tornarono con gli alberi.

Erian vide un nido comparire nella biforcazione di un ramo. Dentro c’erano sagome scure, immobili per un istante.

Poi una aprì le ali.

Sul tronco vicino, gli uccelli che avevano cantato durante il giorno cominciarono a gridare.

Due stormi si urtarono sopra il sentiero.

Un nido nuovo e uno riapparso occupavano quasi lo stesso spazio.

Le ali riempirono l’aria.

Darel cercò di guidare Boro sotto un ramo, ma il mulo si impennò appena qualcosa gli sfiorò il muso.

Una cassa batté contro il tronco.

Il coperchio cedette.

Le ciotole caddero fra le radici.

«Lascia quella!» gridò Lethra.

Darel aveva allungato una mano per salvare la merce. La ritirò quando uno stormo scese verso di loro.

Erian si coprì la testa con un braccio.

Sentì un urto contro la sacca. La stoffa si strappò lungo una cucitura e il pane cadde a terra.

Tìmir gli affondò le unghie nel colletto.

Da qualche parte, più in basso, un grande uccello lanciò un richiamo aspro.

Gli stormi si voltarono.

Poi scesero di nuovo.

Boro tirò tanto forte che la corda si staccò dalla cavezza.

Il mulo passò sotto un ramo, strappò una cinghia e scomparve fra gli alberi.

«Boro!»

Darel gli corse dietro.

Lethra lo afferrò per il mantello.

«Non da solo!»

Un sacco di farina era rimasto impigliato a un ramo. Si aprì lentamente, versando polvere bianca sulle foglie.

Erian cercò il pane.

Un uccello gli colpì la mano.

Lethra gli prese il braccio e lo tirò verso una parete di roccia.

Darel li seguì, con la corda ancora stretta nel pugno.

Si rannicchiarono sotto una sporgenza.

Il richiamo aspro risuonò di nuovo.

Sopra di loro le ali battevano contro i rami.

Erian guardò il sentiero dal quale erano arrivati.

Al suo posto c’erano tre tronchi.

La strada non si vedeva più.

NOVEL’ULTIMO RICHIAMO

Darel continuava a chiamare Boro.

Non gridava più. Si sporgeva dal riparo, aspettava che gli stormi si allontanassero e ripeteva il nome verso gli alberi.

Erian teneva la sacca contro il petto.

Il quaderno e il tamburo erano ancora dentro. Del pane era rimasto soltanto un pezzo, schiacciato sul fondo.

Lethra controllò il taglio nella stoffa.

«Questo lo chiudiamo dopo.»

Darel fece un passo fuori.

Il richiamo aspro attraversò il bosco.

Un gruppo di uccelli si staccò dai rami.

Il giovane tornò sotto la roccia.

Lethra li seguì con gli occhi.

«Aspetta che passino.»

Darel respirava troppo in fretta.

«Ha ancora il basto. Se si incastra…»

Da lontano arrivò un raglio.

Tutti e tre si voltarono.

Il suono veniva dal basso.

Darel riconobbe la direzione e cominciò a muoversi fra i tronchi, tenendo una mano davanti al viso.

Lethra lo seguì.

Erian piantò il bastone e cercò di non perdere terreno.

Gli alberi ricresciuti rendevano il bosco quasi impraticabile. Alcuni rami passavano attraverso le chiome degli alberi che c’erano già; in altri punti le radici avevano sollevato la terra e stretto le pietre.

Gli uccelli difendevano ogni tratto.

Uno stormo li scacciò da un cespuglio. Un altro piombò su di loro quando Darel sfiorò un ramo basso.

Il giovane si chinò su Erian per coprirlo con il mantello.

Proseguirono così, pochi passi alla volta.

Quando Boro ragliò di nuovo, erano abbastanza vicini da sentire il rumore degli zoccoli.

Poi il terreno finì.

Sotto di loro correva un canale.

Le pareti erano costruite con grosse pietre regolari. Sul fondo scorreva poca acqua, nera fra le foglie.

Un arco spezzato collegava le due sponde.

Boro era dall’altra parte.

Il carico rimasto pendeva da un fianco. Una cinghia si era avvolta intorno a una radice e lo tratteneva vicino al muro.

Darel lo chiamò.

Il mulo smise di tirare per un istante.

«Bravo. Resti lì.»

Lethra cercò un passaggio.

Dell’arco rimaneva soltanto una striscia di pietra. Era larga appena per una persona. Per attraversare serviva un appiglio.

Erian guardò il canale.

Le pareti erano troppo alte per scendere e risalire con il ginocchio in quelle condizioni.

Darel srotolò la corda.

«La passo dall’altra parte.»

«Prima dobbiamo arrivarci», disse Lethra.

La ragazza si tolse la borsa.

Posò la custodia del flauto vicino a Erian e provò la prima pietra con il piede.

Attraversò tenendosi bassa.

Darel le passava la corda poco alla volta. Erian, seduto contro un tronco, tratteneva l’altro capo e teneva lontana la borsa dall’acqua.

A metà dell’arco, Lethra si fermò.

Il richiamo del grande uccello risuonò vicinissimo.

Lei piegò la testa.

Uno stormo passò sopra il canale.

Le ali le sfiorarono i capelli.

La ragazza aspettò che si allontanasse, poi raggiunse l’altra sponda e legò la corda a un grosso tronco.

Darel la tese.

Erian guardò il tratto di pietra davanti a sé.

«Vai prima tu», disse.

Il giovane scosse il capo.

«Se ti serve una mano, devo essere dietro.»

Darel passò le borse a Lethra, una alla volta. Lei le posò lontano dal bordo.

Poi Erian si alzò.

Attraversò con la corda stretta fra le mani, trascinando il piede sulla pietra. A ogni movimento sentiva il ginocchio tirare.

Lethra gli afferrò il polso negli ultimi passi.

Quando Darel arrivò, il ragazzo era già seduto a terra.

Liberare Boro fu più semplice.

Darel gli parlò vicino al muso mentre Lethra tagliava la cinghia impigliata.

Il mulo tremava.

Aveva perso una cassa e due sacchi. Quello rimasto sul fianco era strappato, ma il nodo teneva ancora.

Darel gli tolse il peso e controllò le zampe.

«Non è ferito.»

La frase gli uscì quasi senza voce.

Erian abbassò la testa.

«Ho insistito io per scendere al torrente.»

Il giovane rimase con una mano sul collo di Boro.

«Io ho detto che avevamo tempo.»

Lethra si inginocchiò accanto al sacco.

«Ne parliamo quando siamo fuori.»

Il richiamo aspro li fece sussultare.

Questa volta veniva da sotto l’arco.

Il grande uccello era intrappolato fra una trave caduta e le radici di un albero ricresciuto.

Un’ala era aperta contro la pietra. L’altra sbatteva nello spazio stretto, sollevando acqua e foglie.

Ogni volta che tentava di liberarsi, lanciava quel richiamo.

Gli stormi rispondevano dai rami.

Lethra rimase a guardarlo.

Quando gridò di nuovo, due gruppi di uccelli scesero verso il canale e si urtarono sopra le loro teste.

La ragazza si coprì il viso.

Aspettò.

Un altro richiamo.

Un altro attacco.

«È lui», disse.

Darel teneva Boro per la cavezza.

«Che cosa?»

«Quando grida, arrivano.»

Erian guardò l’ala schiacciata.

L’uccello li aveva visti. Si agitò con più forza e il becco batté contro la trave.

«È incastrato», disse.

Lethra annuì.

Darel osservò il bosco alle loro spalle.

«Possiamo allontanarci.»

Un nuovo stormo attraversò il canale.

Il mulo arretrò, quasi trascinandolo.

Lethra indicò i tronchi.

«Per andare dove?»

Dovettero lasciare Boro sotto una piccola sporgenza, legato abbastanza lontano dalle radici.

Darel aprì l’ultima cassa.

Dentro erano rimaste alcune ciotole intere.

Le tolse e sfilò un’asse dal coperchio.

Erian lo aiutò a liberarne una seconda.

«Ti servono per la consegna.»

Darel guardò il legno spezzato.

Poi lo porse a Lethra.

«Adesso mi servono qui.»

La ragazza tirò fuori gli attrezzi dalla borsa.

Osservò la trave, le radici e il punto in cui l’ala era schiacciata.

«Non dobbiamo tirare l’uccello. Dobbiamo sollevare questo.»

Indicò il legno caduto.

Darel provò a spostarlo.

Non si mosse.

Erian guardò le pietre sotto la trave.

«Serve un appoggio.»

Usarono un blocco staccato dal muro.

Darel lo spinse sotto l’asse più robusta. Lethra infilò l’estremità del legno nella fessura, mentre Erian teneva ferma la pietra con il bastone.

L’uccello gridò.

Uno stormo piombò verso di loro.

Darel si piegò sopra l’asse. Lethra ritrasse le mani appena in tempo.

Erian sentì un’ala colpirgli la nuca.

Tìmir si rannicchiò contro il suo petto.

Aspettarono che gli uccelli risalissero.

Poi riprovarono.

La trave si sollevò di poco.

Lethra infilò una seconda tavoletta sotto la trave per tenerla sollevata.

«Ancora.»

Darel premette con tutto il peso.

Erian lasciò il bastone e premette sull’asse con lui.

Il ginocchio gli pulsava, ma da seduto riusciva a fare forza.

Il legno scricchiolò.

L’uccello ritirò parte dell’ala.

Una radice lo tratteneva ancora.

Lethra la raggiunse con la piccola sega.

Il becco scattò verso la sua mano.

Lei si ritrasse.

«Lo so», mormorò. «Lo so che fa male.»

Darel teneva l’asse premuta.

«Non posso restare così a lungo.»

La ragazza cambiò posizione.

Si sdraiò sul fianco, con il braccio teso sotto la trave. Erian le afferrò la cintura per impedirle di scivolare verso l’acqua.

Lethra cominciò a segare.

Il rumore era quasi coperto dai richiami.

La radice cedette quando Darel stava già perdendo la presa.

L’uccello si liberò con uno strappo.

Erian tirò indietro Lethra.

La trave ricadde.

Il grande uccello balzò sul muro del canale. Rimase fermo, con le ali aperte e una zampa sollevata.

Poi volò.

Passò tanto vicino a Darel da fargli abbassare la testa.

Aspettarono il richiamo successivo.

Non arrivò.

Gli uccelli sopra il canale continuarono a muoversi. Alcuni si affrontarono ancora fra i rami, altri tornarono ai nidi.

Ma nessuno stormo scese su di loro.

Darel lasciò cadere l’asse.

Erian si appoggiò al muro, respirando dalla bocca.

Lethra aveva un graffio sul polso. Lo guardò, poi si pulì le mani infangate sui pantaloni.

Il grande uccello era scomparso oltre la chioma.

Non tornò.

Darel andò da Boro.

Per un momento rimase con la fronte contro il suo collo.

Dal canale Erian vide due nidi quasi addossati. Uno stava nella forcella di un albero giovane; l'altro pendeva da un ramo grosso, comparso quella notte. Le fronde si attraversavano.

Un uccello si posò sul bordo del primo nido. Quello del secondo spalancò le ali e gli si gettò contro. Si separarono per un istante, poi tornarono a contendersi lo stesso spazio.

Gli stormi avevano smesso di assalire il gruppo, ma fra i rami continuavano le zuffe.

Darel appoggiò una mano sul collo di Boro quando un altro battito d'ali passò sopra il canale.

Passarono il resto della notte sotto la sporgenza.

Divisero il pane rimasto nella sacca di Erian. Lethra trovò nella propria borsa un piccolo pezzo di formaggio, schiacciato fra il mantello e gli attrezzi.

Darel non volle prenderne.

La ragazza glielo mise in mano.

«Devi guidare il mulo anche domani.»

Lui mangiò.

Erian controllò il quaderno alla luce della lanterna schermata.

Il disegno che aveva scambiato per un guado mostrava una parete diritta, con un piccolo arco sul margine.

Guardò il canale.

Voltò il foglio verso Lethra.

Lei si avvicinò.

«Sembra questo.»

Sotto l’arco disegnato, Sivra aveva aggiunto un segno piccolo: una curva e due tratti.

Erian cercò il punto corrispondente sulla parete.

Nel buio non riuscì a distinguerlo.

All’alba gli stormi si diradarono.

Il bosco era ancora fitto, ma fra i tronchi cominciavano ad aprirsi strisce di luce.

Erian tornò al muro del canale.

Lethra lo accompagnò con la lanterna ormai spenta.

Vicino alla trave che avevano sollevato trovarono il segno.

Era inciso su una pietra, quasi nascosto dal muschio.

Sotto c’era una piccola nicchia.

Dentro, protetta da una lastra, qualcuno aveva lasciato una sottile placchetta di metallo.

Erian la prese.

Le parole erano graffiate sulla superficie, nella lingua comune.

Risalire il canale fino alla scala. Da lì, al ponte delle campane. La bottega è oltre il ponte, con la torre a destra.

Sotto c’era un nome.

Sivra.

Il ragazzo passò il pollice accanto alle lettere, senza toccarle.

Lethra prese la propria busta e controllò le indicazioni.

Quando alzò il viso, aveva cambiato espressione.

«È la bottega dove devo andare.»

Darel li raggiunse con Boro.

Guardò la placchetta, poi il canale.

«Allora troviamo questa scala.»

Erian ripose il metallo nel quaderno.

Questa volta sapeva quale strada prendere.

DIECILA BOTTEGA OLTRE IL PONTE

La scala era in fondo al canale.

Darel la trovò seguendo il muro, con Boro dietro di sé e la corda tenuta corta.

I primi gradini erano coperti di foglie. Più in alto, una rampa di terra permetteva di salire anche al mulo.

Lethra aiutò Erian nei punti più ripidi.

Il ragazzo non protestò.

Quando raggiunsero la strada dei carri, si fermarono a guardarla.

Era larga, battuta, piena di tracce recenti.

Darel posò una mano sul collo di Boro.

«Questa la conosco.»

Arrivarono alla città poco prima di mezzogiorno.

Il ponte vecchio sosteneva case e botteghe. Sopra il tratto centrale erano appese piccole campane, allineate su una trave.

Erian tirò fuori il quaderno.

Lethra gli si avvicinò.

I quadrati collegati dalla linea erano lì, sopra le loro teste.

Darel guardò il disegno.

«Tua nonna disegnava meglio di me.»

Erian richiuse la pagina.

Darel aveva terra nei capelli e un taglio sul labbro. Sul basto di Boro rimanevano una cassa legata alla meglio e pochi sacchi.

Gli altri erano nel bosco.

«Prima devo andare ai magazzini», disse Darel.

Guardò il carico.

Nessuno gli chiese perché sembrasse meno felice di essere arrivato.

Il responsabile della consegna li fece aspettare in un cortile.

Contò i sacchi senza parlare. Poi aprì la cassa, sollevò una ciotola e la rimise dentro.

«Dov’è il resto?»

Darel teneva la cavezza di Boro.

«L’ho perso nel bosco.»

L’uomo si voltò.

«Sei passato di notte?»

«Non volevo.»

«Non ti ho chiesto che cosa volevi.»

Il giovane abbassò gli occhi.

Erian fece un passo avanti.

«Gli ho chiesto io una deviazione.»

Darel sollevò subito il viso.

«Ma prima avevo detto che saremmo arrivati in tempo.»

Il responsabile guardò entrambi.

Darel continuò.

«Ho calcolato il percorso come quando torno con il carico vuoto. Poi ho accettato di scendere al torrente senza sapere se il passaggio fosse ancora aperto.»

Si fermò per prendere fiato.

«Quando abbiamo provato a tornare, era troppo tardi.»

L’uomo indicò la cassa.

«E questa?»

«L’ho aperta per usare il legno.»

«Per che cosa?»

Darel raccontò del canale e dell’uccello.

Non cercò di rendere più bella la storia.

Il responsabile mise le ciotole intere su un tavolo.

«La merce rimasta la prendo. Per quella perduta devo parlare con chi te l’ha affidata.»

Darel annuì.

«Il pagamento sarà più basso.»

«Lo so.»

«Domani torni. Facciamo il conto preciso.»

L’uomo prese un registro rilegato in cuoio. Sul dorso era impresso il sigillo del consiglio dei mestieri. Annotò i sacchi rimasti, poi intinse di nuovo la penna.

«La deviazione scrivetela», disse Erian. «L’ho chiesta io.»

«E l’ho accettata io», aggiunse Darel.

Il responsabile segnò anche quello.

«Una piena improvvisa è una cosa. Entrare nel bosco senza avere il tempo di uscirne è un’altra.»

Darel si passò il pollice sul labbro tagliato.

«Se il conto non mi sembra giusto?»

«Lo porti al magistrato. Sente entrambe le parti, con due del mestiere che non abbiano preso parte alla consegna.»

L’uomo voltò il registro verso di lui. Darel lesse le righe e indicò il proprio nome.

«Qui manca una lettera.»

Il responsabile la aggiunse, poi lasciò asciugare l’inchiostro.

Il giovane rimase immobile per un momento.

Poi cominciò a scaricare Boro.

Erian e Lethra lo aiutarono.

Quando ebbero finito, Darel si sedette sul bordo di una vasca e si passò le mani sul viso.

«Speravo almeno di consegnare le ciotole.»

Lethra guardò il mulo, che beveva.

«Ne hai consegnate alcune.»

Darel abbassò le mani.

«Poche.»

Erian si sedette accanto a lui.

«Per la deviazione…»

Il giovane scosse il capo.

«Me l’hai chiesta. Potevo dirti di no.»

Boro sollevò il muso dalla vasca e gli bagnò una manica.

Darel lo guardò.

«Tu invece avresti potuto scegliere una fuga più comoda.»

La bottega era oltre il ponte, con la torre sulla destra.

Lethra confrontò la porta con il piccolo disegno nella lettera. Tre gradini, una finestra stretta, l’insegna appesa sopra lo stipite.

Si fermò prima di salire.

Darel teneva Boro sul margine della strada.

«È questa?»

La ragazza annuì.

Erian guardò le proprie scarpe infangate.

Lethra si pulì le mani sui pantaloni e bussò.

«È aperto», disse una voce.

Entrarono.

La donna vicino alla finestra stava controllando un flauto.

Aveva capelli grigi raccolti stretti e un grembiule con una tasca piena di sottili bacchette.

Lethra le porse la lettera.

«Sono Lethra. Le ho scritto dal paese sulla costa.»

La donna posò lo strumento.

«Sei in anticipo.»

La ragazza guardò Erian.

«Abbiamo fatto un viaggio diverso da quello previsto.»

«Si vede.»

La donna lesse la firma.

«Io sono Deyra. Fammi vedere il tuo lavoro.»

Lethra aprì la custodia.

Erian rimase vicino alla porta.

Fu contento che la maestra avesse cominciato da lei.

Deyra esaminò il flauto e suonò poche note.

Ne ripeté una due volte.

Lethra abbassò gli occhi.

«Quella sale troppo se soffio forte.»

«Perché?»

«Ho allargato il foro prima di controllare bene l’imboccatura.»

La maestra le consegnò lo strumento.

«Fammi sentire.»

La ragazza suonò.

Deyra ascoltò fino alla fine.

Poi indicò uno sgabello.

«Tuo padre costruisce strumenti?»

«Sì.»

«E perché hai scritto a me?»

Lethra si sedette con la custodia sulle ginocchia.

«Vorrei imparare a lavorare anche fuori dalla nostra bottega.»

Deyra aspettò.

La ragazza cercò le parole.

«A casa, quando sbaglio, qualcuno sa già come rimediare. Vorrei trovare io la soluzione, prima che lo facciano al posto mio.»

La maestra annuì.

«Domani controlliamo l’imboccatura.»

Lethra sollevò il viso.

«Posso restare?»

«Per una prova. Poi ne parliamo.»

Erian guardava una cassa piena di piccoli pezzi di legno.

Deyra se ne accorse.

«Tu che cosa cerchi?»

Il ragazzo avrebbe voluto rispondere con il nome di Neris.

Guardò Lethra, poi la sacca strappata.

«Un lavoro per qualche giorno.»

«Sai fare qualcosa?»

«Cucire. Riparare cose semplici.»

La maestra indicò un mucchio di custodie.

«Quelle hanno bisogno di lacci nuovi. E dietro c’è un banco che non vedo da una settimana.»

Erian annuì.

«Posso farlo.»

Deyra osservò il suo ginocchio.

«Da seduto, cominci dai lacci.»

Gli chiese dove avrebbero dormito.

Lethra spiegò che avevano perso parte delle provviste e non avevano ancora cercato una stanza.

La donna guardò entrambi.

«Sopra ci sono due letti. Il vitto ve lo guadagnate qui.»

Erian lasciò andare la cinghia della sacca.

Soltanto allora si accorse di quanto fosse stanco.

Darel entrò poco dopo.

Aveva sistemato Boro nel cortile dei magazzini e portava il pagamento rimasto in un piccolo sacchetto.

Offrì loro una parte.

Erian scosse il capo.

«Ti servirà per tornare.»

«Anche a voi serve.»

Deyra posò sul tavolo pane e una ciotola di minestra.

«Per oggi basta questo.»

Darel rimase sulla soglia.

Poi si sedette.

Mangiarono quasi senza parlare.

Prima di tornare ai magazzini, il giovane controllò il nodo che avevano usato per chiudere la sacca di Erian.

«Dopo te lo rifaccio meglio.»

«So cucirla.»

«Allora meglio ancora.»

Darel esitò.

«Domani vengo a dirvi come è andata.»

Lethra annuì.

«Sappiamo dove trovarti.»

Nel pomeriggio Erian sostituì tre lacci e riparò una cucitura.

Deyra controllò il lavoro.

Non gli disse che era bravo. Tirò i lacci, verificò i nodi e gli passò altre due custodie.

Lethra lavorava vicino alla finestra.

La maestra le faceva provare piccoli cambiamenti sul flauto, chiedendole ogni volta che cosa sentisse.

Erian aveva quasi terminato una cucitura quando Deyra gli indicò alcune tavolette appoggiate vicino alla finestra.

«Portale sul ripiano alto.»

«Anche i ritagli?»

«Anche quelli. Mi serviranno.»

Lethra passò due dita sulla parete e le guardò. Sulla pietra correva una striscia scura.

«È umida.»

«Succede spesso, qui sul fiume. Il legno va tenuto lontano dal muro.»

Erian raccolse i pezzi uno alla volta. Alcuni avevano le estremità segnate a matita; uno conservava ancora un bordo di corteccia. Lethra liberò il ripiano e sistemò due listelli sotto le tavolette, lasciando spazio fra loro.

«Così?»

Deyra controllò la disposizione e annuì.

«Prima di lavorarlo devi lasciarlo asciugare bene. Se prende umidità, poi cambia forma.»

Erian riprese a cucire. Ora badava anche a dove posava la custodia.

Quando aprì la sacca per cercare il filo rimasto, il panno azzurro scivolò verso il bordo.

Lethra lo vide.

Posò lo strumento.

«Potremmo farle vedere il quaderno.»

Erian rimase con una mano sul panno.

Poi annuì.

Raccontarono a Deyra quanto bastava per spiegare il viaggio.

La nonna, il tamburo, Neris scomparsa sulla spiaggia.

La donna ascoltò senza toccare lo strumento.

Quando Erian mostrò la placchetta recuperata nel canale, la lesse due volte.

«Questa bottega esisteva già quando ero bambina», disse. «Prima ci lavorava mio padre.»

Guardò il quaderno.

«I segni musicali posso provarli a leggere. Per il resto servirà qualcuno che conosca meglio la lingua.»

Lethra le mostrò i gruppi di tratti.

Deyra li contò.

«Questi indicano colpi e pause.»

Erian si sporse.

«Lo pensavamo.»

«Ma qui cambia il modo di tenere la mano.»

La donna indicò un piccolo segno vicino alla riga.

Lethra avvicinò il tamburo alla luce.

Lo stesso segno era inciso sulla cornice.

Portarono lo strumento sul banco del retro.

Deyra chiuse la porta che dava sul cortile.

Erian le aveva raccontato che il tamburo aveva risposto alla musica sulla spiaggia. Non voleva ripetere quel ritmo.

La maestra osservò la pelle e il legno.

«Cominciamo da un colpo solo.»

Il ragazzo si sedette.

Lethra gli sistemò la mano sul bordo, seguendo il disegno.

Erian colpì piano.

Il suono fu più profondo di quanto si aspettasse.

Rimase nella stanza per alcuni istanti. I piccoli dischi della cornice vibrarono, uno dopo l’altro, anche quando la sua mano era già ferma.

Deyra si chinò.

«Ancora, con le dita qui.»

Erian spostò la mano.

Il secondo colpo produsse una nota diversa.

Dal banco davanti arrivò il rumore della porta.

L’uomo che era entrato aveva una giacca ben pulita e un orlo scucito vicino al polso.

Erian lo notò perché aveva passato il pomeriggio a cucire.

L’uomo guardò la stanza sul retro.

Poi sorrise a Deyra.

«Un lavoro nuovo?»

La maestra si mise davanti al banco.

«Che cosa cerchi, Veyr?»

«Corde.»

«Le porta il ragazzo domattina.»

Veyr fece un passo di lato.

Da lì poteva vedere il tamburo.

«Quello ha un bel suono.»

Erian stese il panno sulla pelle.

L’uomo osservò il gesto.

«È tuo?»

«Sì.»

Deyra indicò la porta.

«Per le corde torni domani.»

Veyr sorrise ancora.

Si voltò per uscire e lasciò scivolare una mano verso una piccola custodia sul bordo del banco.

Deyra la riprese prima che lui la toccasse.

«Questa resta qui.»

L’uomo non sembrò sorpreso.

«Certo.»

Uscì.

Deyra aspettò che i passi si allontanassero.

Poi chiuse la porta.

«Se torna mentre sono fuori, non gli lasciate il banco.»

Lethra guardò la custodia.

«Stava per prenderla?»

«Se non la riprendevo, dopo avremmo dovuto cercarla.»

Erian strinse il panno intorno al tamburo.

La maestra lo osservò.

«Quello tienilo con le tue cose.»

Il ragazzo annuì.

Avrebbe voluto chiedere a Deyra di leggere ancora il quaderno. Invece portò lo strumento di sopra e lo sistemò sotto il letto.

Tìmir lo seguì.

Prima di sera, Erian scrisse a Teren.

Gli raccontò che erano arrivati alla città, che avevano trovato la bottega e che avrebbe lavorato lì per qualche giorno.

Aggiunse il nome di Darel e quello di Boro.

Scrisse anche del canale.

Si fermò prima di descrivere tutta la notte. Poi riprese la penna.

Ho chiesto io la deviazione. Abbiamo perso tempo. Non lo farò di nuovo senza controllare quanto ne abbiamo.

Sotto aggiunse:

Abbiamo trovato un’indicazione lasciata dalla nonna. La strada continua.

Piegò il foglio.

Deyra gli aveva detto che un mercante della costa sarebbe partito il mattino seguente.

Per la prima volta dalla partenza, Erian poteva dare al padre un indirizzo preciso.

Veyr non era tornato a casa.

Si fermò oltre il ponte, dove il rumore dei carri copriva quello delle botteghe.

Estrasse una tavoletta e annotò poche parole: un ragazzo, una sacca scura, un tamburo avvolto in un panno azzurro.

Da anni procurava al Custode oggetti che i proprietari non avevano intenzione di vendere.

Quel giorno passava davanti alla bottega di Deyra.

Il suono lo aveva fatto fermare.

Guardò verso la finestra sopra la bottega.

Poi ripose la tavoletta.

Prima di notte avrebbe riferito ciò che aveva trovato.

DAL QUADERNO DI ERIAN

Durante la notte sono ricresciuti gli alberi abbattuti. Con loro sono tornati gli uccelli che vi abitavano. I nidi vecchi e quelli nuovi erano troppo vicini.

Gli stormi ci attaccavano quando il grande uccello gridava. Dopo che lo abbiamo liberato, hanno smesso di scendere su di noi.

Cercando Boro abbiamo trovato il canale. All’alba, nella nicchia, c’era una placchetta firmata Sivra. Le indicazioni ci hanno portato alla bottega.

Darel ha ammesso di aver calcolato male il viaggio. Io avevo insistito per la deviazione. Abbiamo perso provviste e merce.

Adesso lavoriamo da Deyra. Lethra può provare a imparare qui. Io riparo i lacci delle custodie.

Quando ho suonato il tamburo, un uomo è entrato e ha fatto domande.

Ho scritto a papà dove siamo.

Devo continuare a leggere il quaderno. Le indicazioni della nonna ci hanno portato fin qui.

UNDICIIL NOME DI NERIS

Deyra mise due flauti sul banco.

Uno era quello di Lethra. L’altro aveva il legno consumato intorno ai fori e una piccola incrinatura vicino all’imboccatura.

«Questo torna al proprietario oggi», disse.

Lethra lo prese con cautela.

«Devo ripararlo?»

«Prima devi capire che cosa non va.»

La ragazza guardò la crepa.

Deyra le fermò un dito.

«Ascolta, prima di decidere.»

Erian sedeva dall’altra parte della stanza con una custodia sulle ginocchia. Aveva quasi finito di sostituire il laccio quando Lethra cominciò a suonare.

La nota si spezzò.

Lei riprovò, più piano.

Deyra rimase accanto alla finestra, senza suggerirle nulla.

Darel arrivò a metà mattina.

Aveva lavato il viso e sistemato il taglio sul labbro. Portava due mele, che posò davanti a Erian.

«Boro ha già mangiato.»

Il ragazzo prese una mela.

«Come è andata?»

Darel si sedette.

«Mi pagano la merce arrivata intera. Per il resto hanno scritto a chi mi ha affidato il carico.»

«A tuo padre?»

«Anche a lui.»

Il giovane guardò la custodia sulle ginocchia di Erian.

«Quella la fai tu?»

«Cambio il laccio.»

Darel seguì il nodo con gli occhi.

«Dovresti venire a legare le casse.»

Erian sollevò appena un angolo della bocca.

Deyra chiamò Lethra sul retro. La ragazza portò con sé il flauto incrinato e passò accanto al banco senza guardare le mele.

Darel la seguì con gli occhi.

«Sta andando bene?»

«Non lo so.»

«Lei sembra sapere che cosa sta facendo.»

Erian tagliò il filo.

«Anch’io sembravo saperlo quando vi ho portati al torrente.»

Darel abbassò lo sguardo.

Poi prese la seconda mela e la divise con il coltello.

Veyr entrò quando Darel era uscito a controllare Boro.

Erian lo riconobbe prima che parlasse.

La giacca pulita, la manica scucita, il modo di fermarsi sulla soglia come se stesse soltanto passando.

«Le corde sono arrivate?»

Il ragazzo indicò uno scaffale.

«Deve aspettare Deyra.»

Veyr guardò la porta sul retro.

Da lì arrivavano le voci della maestra e di Lethra.

«Aspetto.»

Erian riprese la custodia.

L’uomo camminò lentamente lungo il banco. Quando si avvicinò troppo a un piccolo vassoio di attrezzi, il ragazzo lo spostò dalla propria parte.

Veyr se ne accorse.

Sorrise.

«Ti ha già parlato di me.»

Erian non rispose.

L’uomo guardò la sacca, appoggiata sotto la sedia.

«Hai suonato ancora?»

«No.»

«Un peccato.»

Veyr si fermò vicino alla porta.

Sembrava sul punto di uscire.

Poi disse:

«Cerchi Neris.»

La custodia scivolò dalle ginocchia di Erian.

Il ragazzo la raccolse senza guardarla e si alzò.

«Che cosa hai detto?»

Veyr si voltò.

«Il nome è quello, giusto?»

Erian gli si avvicinò.

«La conosci?»

L’uomo osservò il suo viso prima di rispondere.

«Potrei aiutarti a trovare qualcuno che sa più di me.»

«Chi?»

«Dipende da dove stai andando.»

Erian guardò la porta sul retro.

Avrebbe dovuto chiamare Lethra.

Avrebbe dovuto aspettare Deyra.

Ma Veyr era già sulla soglia, con una mano appoggiata al legno.

«Come sai il suo nome?»

«Ci sono nomi che arrivano lontano.»

L’uomo fece mezzo passo verso la strada.

Erian lo fermò.

«Aspetta.»

Veyr guardò la mano che gli aveva afferrato la manica.

Il ragazzo lasciò subito la manica.

«Dimmi chi devo cercare.»

«Fammi vedere le indicazioni che stai seguendo.»

Erian prese il quaderno.

Lo tenne stretto mentre cercava una pagina con i disegni.

Veyr non provò ad avvicinarsi.

Aspettò.

Il ragazzo aprì il quaderno alla pagina delle torri e lo posò sul banco, mantenendo una mano sulla copertina.

«Qui.»

L’uomo si chinò.

Seguì una linea con il dito, senza toccare la carta.

«E prima di questo?»

Erian voltò una pagina.

Poi un’altra.

Veyr guardava i segni con attenzione. Non sembrava fingere.

«Questo punto lo riconosci?» chiese il ragazzo.

L’uomo indicò un disegno vicino al margine.

«Portalo alla luce.»

Erian sollevò il quaderno.

Veyr lo prese dall’altro lato.

Per un istante lo tennero entrambi.

«Qui», disse l’uomo.

Il ragazzo abbassò gli occhi verso il segno.

Veyr tirò.

La copertina sfuggì alle dita di Erian.

L’uomo fece un passo indietro, urtò una sedia e uscì.

Erian lo seguì prima ancora di riuscire a gridare.

Scese i gradini troppo in fretta.

Il ginocchio cedette sul secondo.

Si aggrappò allo stipite, recuperò l’equilibrio e vide Veyr voltare verso il ponte.

«Lethra!»

La ragazza comparve sulla porta con il flauto ancora in mano.

Erian indicò la strada.

«Il quaderno!»

Lei guardò la sacca aperta, poi la folla.

Rientrò soltanto per posare lo strumento.

Quando uscì, Deyra la chiamò.

Lethra non si fermò.

Veyr correva dove la strada si stringeva fra le botteghe.

Erian riusciva a vederlo sopra le spalle dei passanti: la giacca chiara, un gomito sollevato, il quaderno premuto contro il fianco.

Provò ad aumentare il passo.

Il dolore gli attraversò la gamba.

Lethra lo superò.

«Resta dietro!»

Il ragazzo non le rispose.

Un uomo con una cesta gli sbarrò la strada. Erian lo evitò urtando il muro e riprese a correre.

Darel comparve davanti a una bottega di sacchi.

Vide Lethra, poi Erian.

«Che succede?»

«Veyr!» gridò la ragazza. «Ha il quaderno!»

Darel si voltò.

L’uomo era già vicino a un carro fermo sul pendio.

Sul carro c’erano botti e casse.

Veyr passò dietro una ruota, si chinò e strappò il cuneo che la teneva ferma.

Il carro cominciò a muoversi.

All’inizio lentamente.

Poi una botte rotolò contro la sponda e il peso lo fece deviare verso il centro della strada.

Una donna gridò.

Due bambini erano fermi accanto a un banco di frutta.

Veyr li superò.

Erian vide il carro, i bambini e lo spazio sempre più stretto fra la ruota e il muro.

Smise di guardare il quaderno.

Afferrò il bambino più vicino per la giacca e lo tirò verso di sé.

La gamba gli cedette.

Caddero entrambi contro alcuni sacchi.

Lethra raggiunse l’altro bambino e lo spinse dentro la bottega.

Darel si lanciò verso il carro.

Non cercò di fermarlo da davanti. Afferrò il bordo e lo spinse di lato, gridando agli uomini vicini di aiutarlo.

La ruota urtò un gradino.

Il carro si inclinò contro il muro.

Una cassa cadde e si aprì sulla strada.

Per alcuni istanti non si sentì altro che legno spezzato e persone che chiamavano.

Il bambino sotto il braccio di Erian piangeva.

Il ragazzo lo lasciò soltanto quando la madre li raggiunse.

Lei prese il viso del figlio fra le mani, gli controllò le braccia e lo strinse contro di sé.

Erian si rialzò usando il muro.

Cercò Veyr.

Non lo vide.

Lethra tornò dalla bottega.

«Da che parte?»

Darel indicò un passaggio fra due case.

«È sceso lì.»

La ragazza riprese a correre.

Il giovane la seguì.

Erian mosse un passo, poi dovette fermarsi.

Dietro di lui la donna continuava a parlare.

Lo stava ringraziando.

Lui guardava soltanto il vicolo.

Raggiunse gli altri vicino a una scala che scendeva verso il fiume.

Darel era fermo al bivio.

Lethra stava già percorrendo il passaggio sulla sinistra.

«Quello torna alla stessa scala», disse il giovane.

Poi vide come Erian teneva la gamba.

Gli porse il braccio.

Il ragazzo lo prese.

Arrivarono sul ripiano mentre Veyr si fermava.

Lethra gli sbarrava il passaggio.

Alle sue spalle c’erano un muro e una porta chiusa.

Erian vide il quaderno.

«Ridammelo.»

Veyr guardò lui, poi Darel.

Non sembrava affannato.

«Dovresti stare più attento alle tue cose.»

Lethra avanzò.

L’uomo si mosse verso il parapetto.

Sotto c’era il tetto basso di un magazzino. Più in basso, il fiume.

Erian si fermò.

Veyr sollevò il quaderno.

«Non farlo.»

L’uomo lo lasciò cadere.

Il quaderno batté contro il tetto e scivolò verso il bordo.

Lethra si gettò sul parapetto.

Darel le afferrò il mantello.

La ragazza si allungò, con una mano stretta alla pietra e l’altra protesa verso la copertina.

Erian vide i fogli aprirsi.

Il brandello della manica era ancora fra le pagine.

Fece per avvicinarsi, ma Darel occupava quasi tutto il passaggio.

«Tienile il braccio!»

Erian afferrò il polso di Lethra.

Lei raggiunse il quaderno con la punta delle dita.

Lo spinse contro una tegola.

Poi riuscì a prenderlo.

Quando la tirarono indietro, Veyr non c’era più.

Darel guardò la porta accanto al muro.

Era aperta.

Erian prese il quaderno dalle mani di Lethra.

Non riusciva a girare i fogli.

Le dita gli tremavano troppo.

La ragazza lo fece sedere sul gradino.

«Piano.»

Lui cercò il disegno di Tìmir.

Lo trovò.

Il pezzo di manica era poco più avanti, piegato fra due pagine. Lo stese sul palmo.

Poi arrivò al nome di Neris.

Nove anni.

Paura delle vespe.

Pane sul davanzale.

Erian piegò la testa.

Darel rimase vicino al parapetto, controllando il passaggio.

Lethra gli toccò una spalla.

«Ce l’hai.»

Il ragazzo annuì.

Voltò ancora un foglio.

Si fermò.

Vicino alla cucitura c’era un bordo strappato.

Erian lo sfiorò.

La pagina era stata tirata via tanto vicino alla legatura che ne restava soltanto una striscia.

«Manca qualcosa.»

Lethra si chinò.

Controllò il foglio prima e quello dopo.

Darel tornò accanto a loro.

«Che cosa c’era?»

Erian chiuse gli occhi.

Aveva sfogliato il quaderno decine di volte. Ricordava disegni, macchie, parole che non riusciva a leggere.

Provò a rivedere quella pagina.

«Indicazioni», disse. «Credo.»

Lethra esaminò la striscia rimasta.

Sul margine c’erano ancora due piccoli segni.

«L’ha strappata.»

Erian guardò la porta attraverso la quale Veyr era fuggito.

Il nome di Neris gli era bastato per dimenticare le mani dell’uomo.

Tornarono in bottega nel pomeriggio.

Deyra era al banco.

Il flauto incrinato giaceva davanti a lei, accanto agli attrezzi che Lethra aveva lasciato.

La maestra guardò il quaderno.

Poi il ginocchio di Erian e le dita graffiate della ragazza.

«Veyr?»

Erian annuì.

Deyra posò gli attrezzi.

«Sedetevi.»

Ascoltò il racconto senza interromperli.

Quando Erian spiegò del carro, la donna strinse le labbra.

«Avete chiamato la guardia?»

Darel annuì.

«Al ponte. Ho detto dove l’abbiamo perso.»

Deyra guardò la pagina strappata.

«E questo lo tiene lui.»

«Sì», disse Erian.

La maestra rimase in silenzio.

Poi gli mise davanti una tazza d’acqua.

Lethra aspettò che Darel ed Erian salissero a riprendere le proprie cose.

Il ragazzo aveva quasi raggiunto la cima della scala quando la sentì parlare.

«Mi dispiace per il flauto.»

Deyra indicò il banco.

«Il proprietario tornerà domani. Lo finisco io.»

«Posso aiutarla.»

La donna guardò la custodia di Lethra.

«Puoi. Ma devo sapere se resti.»

Erian si fermò.

La ragazza non rispose subito.

Deyra continuò:

«Per imparare qui servono settimane. Poi mesi. Ci saranno lavori da finire anche nei giorni in cui vorresti fare altro.»

Lethra teneva una mano sul banco.

«Lo so.»

«Allora pensaci.»

Erian salì gli ultimi gradini prima che lei potesse accorgersi che aveva ascoltato.

Erian appoggiò la sacca accanto al letto.

Il tamburo era ancora avvolto nel panno azzurro.

Erian lo prese e controllò la cornice, senza scoprirlo del tutto. Poi sistemò il quaderno accanto allo strumento.

Tìmir gli si arrampicò sulla spalla.

Darel entrò con due borracce.

«Queste posso procurarle», disse.

Erian guardò le borracce.

«Non sappiamo ancora dove andare.»

«Allora per adesso beviamo.»

Il ragazzo prese una borraccia.

Darel si sedette sul letto vicino alla finestra.

«Quando usciamo dalla città, vi accompagno almeno fino alla strada buona.»

Erian abbassò gli occhi sul quaderno.

«Hai già perso abbastanza per noi.»

Il giovane si passò un dito sul taglio del labbro.

«Anche voi avete cercato Boro.»

Lethra arrivò poco dopo.

Portava il proprio flauto nella custodia e alcuni pezzi di legno avvolti in un panno.

Li posò sulla coperta.

Erian la guardò.

«Deyra ti tiene?»

La ragazza si sedette.

«Mi teneva.»

Lui rimase immobile.

Lethra aprì la custodia, controllò che il flauto fosse al suo posto e la richiuse.

«Le ho detto che continuo il viaggio.»

Erian cercò una risposta.

Non voleva ringraziarla come se avesse appena ricevuto qualcosa che gli spettava.

«Volevi venire qui.»

«Sì.»

«Hai rifatto quel flauto tre volte.»

La ragazza sorrise appena.

«Me lo ricordo.»

Poi guardò il quaderno.

«Veyr sa il nome di Neris. Ha preso una pagina con le indicazioni. Voglio capire che cosa sta succedendo.»

«Potresti perdere il posto.»

«L’ho perso per adesso.»

Lethra posò una mano sul panno dei pezzi di legno.

«Deyra mi ha lasciato questi. Mi ha detto di fare pratica.»

Erian annuì lentamente.

La ragazza guardò la cucitura strappata del quaderno.

«E di tenere meglio le cose importanti.»

Quella sera Erian rilesse la pagina di Neris.

Si fermò davanti al suo nome.

Aveva desiderato sentirlo pronunciare da qualcuno capace di aiutarlo. Quando Veyr lo aveva detto, gli era sembrato che tutto il resto potesse aspettare.

Adesso mancava una pagina.

Lethra riparava la sacca, seduta vicino alla lampada. Darel controllava le cinghie che avrebbero riutilizzato per Boro.

Erian tirò fuori la penna.

Sotto le ultime annotazioni scrisse:

Veyr conosce il suo nome. Non so come.

Aspettò che l’inchiostro si asciugasse.

Poi aggiunse:

Ha detto che poteva aiutarmi. Ha rubato il quaderno.

Chiuse la copertina e fece passare un laccio intorno ai fogli.

Lethra lo tirò per provarne la tenuta.

Questa volta il nodo rimase fermo.

DODICIAVELÙR

Neris riaprì gli occhi con le dita ancora strette.

Aveva sabbia sotto le unghie e il polso scoperto. La manica finiva in un bordo strappato.

Sotto il palmo trovò pietra asciutta.

«Erian?»

La voce uscì debole.

Era seduta sui gradini di una strada. Poco più avanti c’erano una porta aperta, alcuni vasi e una panca.

La riconobbe.

L’aveva vista dalla spiaggia.

Si alzò troppo in fretta e dovette aggrapparsi al muro. I vestiti le pesavano addosso. Una scarpa faceva rumore a ogni passo, piena d’acqua.

Guardò dietro di sé.

La strada risaliva fra due pareti chiare, attraversate da ombre lente. Un pesce passò vicino a un arco e scomparve oltre la pietra.

Neris cercò la spiaggia.

Fece alcuni passi verso la salita.

Il fondo della strada era coperto da un’acqua scura che si muoveva senza rumore.

«Erian!»

Aspettò.

Qualcuno uscì dalla porta alle sue spalle.

La donna portava un panno sulle braccia.

Quando vide Neris, lo posò sulla panca e le si avvicinò.

«Sei sola?»

La bambina indicò la salita.

«Mio fratello era lì.»

La donna guardò verso l’acqua.

Poi tornò a osservare lei.

«Come ti chiami?»

«Neris.»

«Io sono Mira.»

Si inginocchiò per controllarle una scarpa.

Neris ritrasse il piede.

«Devo tornare.»

«Lo so. Prima vieni all’asciutto.»

«Sono già all’asciutto.»

Mira guardò i vestiti bagnati.

«Tu un po’ meno.»

La bambina abbassò gli occhi.

Dalla manica gocciolava acqua sui gradini.

Neris si voltò verso la salita e mise un piede sul gradino più basso.

Mira le prese il polso.

«Da quella parte no.»

Sotto l’arco galleggiava una fila di piccole vesciche chiare. Sembravano legate a un filo. Una si contrasse, poi quella accanto; l’intera fila avanzò di poco contro la pietra.

La bambina vide ciò che pendeva sotto.

Filamenti sottili attraversavano l’acqua da un lato all’altro della strada. Alcuni portavano alle estremità un punto di luce. Un pesce passò fra due di quelle luci e scomparve in un groviglio che si richiuse quasi senza muoversi.

Neris ritirò il piede.

«Che cosa sono?»

«Catenàrie.»

Mira la lasciò soltanto quando fu tornata accanto alla panca. Sul gradino dove Neris aveva posato la scarpa c’era una riga umida, lucida come saliva.

«Possiamo passare dall’altra parte?»

La donna guardò l’arco, poi un piccolo sportello di ferro sulla parete.

«Il Custode sa quando si può passare.»

«Allora chiamalo.»

«Prima ti cambio quei vestiti.»

Neris continuò a fissare lo sportello. Dall’altra parte arrivarono due colpi brevi. Le vesciche scivolarono verso il centro della strada, come se l’acqua avesse cominciato a tirarle.

Mira prese il panno e glielo mise sulle spalle. Neris si lasciò coprire, ma continuò a guardare la salita.

«Potrebbe arrivare», disse.

«Dalla casa vediamo la strada.»

Questo la convinse a seguirla.

La stanza aveva una finestra bassa.

Mira fece sedere Neris su uno sgabello, le tolse le scarpe e le portò vestiti asciutti. La bambina cambiò la camicia dietro una tenda, senza smettere di chiedere se qualcuno fosse comparso.

Ogni volta Mira controllava la finestra.

Ogni volta scuoteva il capo.

«C’era anche la nonna», disse Neris.

La donna si fermò con la camicia bagnata fra le mani.

«È arrivata con te?»

«Ci chiamava.»

Neris cercò di ricordare il viso sotto lo scialle.

Ricordava la voce molto meglio.

«Poi c’erano due persone che danzavano.»

Mira appoggiò la camicia vicino al fuoco.

«Hai fame?»

La bambina avrebbe voluto dire di no.

Sentì un odore di pane caldo e guardò il tavolo.

Mira le portò una tazza e una fetta spessa.

Neris mangiò tenendo gli occhi sulla finestra.

L’uomo arrivò mentre lei raccoglieva le briciole dal grembo.

Mira si alzò.

«Custode.»

Lui le fece un cenno, poi si fermò a qualche passo dalla bambina.

«Posso sedermi?»

Neris annuì.

L’uomo prese lo sgabello dall’altra parte del tavolo.

Indossava una veste pulita, senza ornamenti che facessero rumore. Posò le mani sulle ginocchia e aspettò che lei finisse di bere.

«Mi chiamo Serevan.»

Neris lo guardò.

«Mira ha detto Custode.»

«Qui mi chiamano anche così.»

«Custodisci la casa?»

«La casa e molte cose di chi vive qui.»

La bambina si voltò verso la porta.

«Mio fratello non è arrivato.»

«Come si chiama?»

«Erian.»

Serevan ripeté il nome, piano.

Neris sentì allentarsi qualcosa nel petto.

«Mi teneva la mano», disse. «Poi è venuta l’acqua.»

L’uomo guardò il polso scoperto.

«Ti sei fatta male?»

Lei scosse il capo.

Poi aggiunse:

«Lui sì. Credo.»

Serevan le lasciò raccontare.

Neris cominciò dalla nonna, dalla chiave e dalla musica. Ogni volta che arrivava al mare, però, le parole diventavano difficili da mettere in ordine.

Ricordava la strada.

La donna sulla panca.

Gli occhi della ragazza che danzava.

Ricordava Erian che le stringeva la mano e le diceva di alzarsi.

Quando provò a raccontare il resto, si fermò.

Le dita le si erano chiuse di nuovo.

Serevan non le chiese di continuare.

Spostò la tazza più vicino a lei.

«Da dove venite?»

«Vaelra.»

«Con chi vivevate?»

«Con la nonna. Papà viaggia.»

«E la nonna si chiama?»

«Sivra.»

Neris lo guardò con attenzione.

«L’hai vista?»

L’uomo rimase per un momento con gli occhi sulla tazza.

«Chiederemo di lei.»

«Prima Erian.»

Serevan tornò a guardarla.

«Va bene.»

Fu Mira a mostrarle la stanza dove avrebbe dormito.

Era al piano di sopra, con un letto stretto e una finestra affacciata sulla stessa strada.

Neris controllò subito.

Da lì vedeva i gradini sui quali si era svegliata.

«Posso aspettarlo qui?»

«Sì.»

La bambina appoggiò le mani sul davanzale.

Mira sistemò le coperte.

Raddrizzò un cuscino e posò sul letto un secondo vestito.

«Questo è per domani.»

Neris guardò la stoffa.

«Dobbiamo pagarlo?»

«No. Il Custode fa dare agli ospiti quello che serve. Una stanza, gli abiti, da mangiare.»

«E se arriva Erian, può dormire qui?»

Mira passò una mano sulla coperta.

«Glielo chiederemo.»

«A Erian?»

«A Serevan. È lui che assegna le stanze.»

Neris tornò a guardare i gradini.

«Ma può venire a trovarmi?»

«Appena arriva, lo diremo al Custode e gli chiederemo di farvi incontrare.»

«Anche per vederlo dobbiamo chiedere?»

Mira le sfiorò la spalla.

«Così sappiamo sempre dove siete.»

Neris pensò che, a casa, per trovare suo fratello le bastava attraversare il corridoio. Appoggiò di nuovo le mani sul davanzale, una vicina all’altra.

«Sai dove sei?»

Neris scosse il capo.

«Ad Avelùr.»

Provò a ripetere il nome.

Mira glielo disse ancora, più lentamente.

La bambina guardò oltre i tetti. La luce era chiara, con un riflesso azzurro che si muoveva sulle pareti delle case.

In fondo alla strada passavano persone con ceste e piccoli carri. Una donna si fermò davanti a una bottega. Un uomo portava una scala sulla spalla.

Sembrava che sapessero tutti dove andare.

Neris tornò a guardare i gradini.

Nel pomeriggio Mira la accompagnò in un cortile.

C’era una fontana con il bordo abbastanza basso perché Neris potesse sedervisi. L’acqua cadeva da una bocca di pietra e raccoglieva la luce.

Una bambina stava disegnando cerchi sul pavimento con un pezzo di gesso.

Aveva un ginocchio sporco e due lacci diversi nelle scarpe.

Alzò il viso.

«Vuoi giocare?»

Neris guardò Mira.

La donna indicò la porta dalla quale erano arrivate.

«Resto lì.»

La bambina del gesso le porse un sassolino.

«Io sono Eda.»

«Neris.»

Eda si spostò per lasciarle vedere i cerchi.

«Devi lanciarlo nell’ultimo.»

Neris guardò la fila.

«È lontano.»

«Per questo.»

Provò.

Il sassolino cadde nel cerchio precedente.

Eda si chinò a raccoglierlo.

«Quasi.»

Neris riprovò e mancò di nuovo.

La terza volta il sasso rimbalzò contro il bordo della fontana.

Eda scoppiò a ridere.

Dopo un momento rise anche Neris.

Il suono le sembrò strano in bocca.

Giocarono finché Mira non le chiamò.

Eda fece un piccolo segno vicino all’ultimo cerchio.

«Così domani mi ricordo da dove abbiamo lanciato.»

Neris guardò la riga di gesso.

Avrebbe voluto chiedere se Eda conoscesse una strada per uscire dalla città. Non sapeva però come spiegare dove volesse andare.

«Abiti qui?» domandò invece.

«Vicino.»

«Con chi?»

La bambina si era già chinata per cancellare un cerchio venuto storto.

«Aspetta. Questo lo devo rifare.»

Mira chiamò ancora.

Neris le restituì il sassolino.

«Domani?»

Eda annuì.

Neris tornò verso la casa.

Prima di entrare guardò la salita.

Era vuota.

Quella notte si svegliò gridando.

Sentiva ancora l’acqua intorno alle gambe.

Le sembrava di avere la mano di Erian stretta nella propria, ma quando aprì gli occhi stringeva un lembo della coperta.

Mira arrivò con una lampada.

Si sedette sul letto e aspettò che Neris riuscisse a respirare più piano.

«È successo di nuovo», disse la bambina.

«Che cosa?»

Neris guardò le proprie dita.

«Non riesco a tenerlo.»

Mira le passò un panno sul viso.

«Era un sogno.»

«È successo davvero.»

La donna smise di muovere la mano.

Poi annuì.

«Sì.»

Rimase finché Neris non si sdraiò.

Quando la lampada fu portata via, la bambina chiuse gli occhi.

Rivide subito il viso del fratello.

Li riaprì.

Al mattino mangiò poco.

Il pane si spezzava sotto le dita e le briciole restavano nel piatto. Ogni volta che un passo risuonava fuori dalla porta, Neris si voltava.

Serevan venne a sedersi accanto a lei.

«Mira dice che hai dormito male.»

La bambina annuì.

«Succede quando chiudo gli occhi.»

«L’acqua?»

«La mano.»

L’uomo aspettò.

Neris cercò di spiegargli.

«Sento che scivola. Allora stringo. Anche quando sono sveglia.»

Gli mostrò le dita.

Serevan le guardò senza prenderle.

«Ci sono ricordi che continuano a far male anche quando il pericolo è passato.»

«Erian è ancora là.»

«Ti manca.»

«Voglio tornare.»

«Lo so.»

Neris abbassò gli occhi sul piatto.

Quelle parole non la portarono più vicina alla porta.

Serevan rimase con lei.

Non parlò finché la bambina non ebbe ripreso la tazza.

Poi disse:

«Puoi affidarmi quel momento.»

Neris lo guardò.

«Quale?»

«Quello che ti sveglia.»

La bambina non capì subito.

«Te l’ho già raccontato.»

«Puoi lasciarlo a me da custodire.»

Neris si strinse nelle spalle.

«E dopo?»

«Potrai riposare senza ritrovarti ogni volta in quell’acqua.»

La bambina guardò la porta, poi lui.

«Non voglio dimenticare Erian.»

Serevan annuì.

«Parliamo di un momento solo.»

«Mi ricorderò la nostra casa?»

«Sì.»

«E Tìmir?»

«Anche Tìmir.»

Neris mosse un dito lungo il bordo della tazza.

Era stanca. Aveva paura di tornare nel letto e di sentire ancora le dita del fratello scivolare.

«Soltanto quando ci siamo lasciati?» chiese.

«Soltanto quello che vuoi affidarmi.»

Serevan le fece posare la tazza.

Poi le porse una mano aperta.

Neris esitò.

Era una mano asciutta, ferma. Non assomigliava a quella di Erian.

La bambina vi appoggiò la propria.

«Raccontami il momento», disse l’uomo.

Neris guardò le loro dita.

«L’acqua mi tirava.»

Si fermò.

Serevan aspettò.

«Erian cercava di farmi alzare. Io non ci riuscivo.»

Le sembrò di sentire la pietra sotto le ginocchia.

La pressione al polso.

Il rumore della musica troppo veloce.

«Gli ho detto di tirarmi.»

La mano di Serevan rimase ferma.

«E poi?»

Neris chiuse gli occhi.

«Gli ho detto…»

La voce le mancò.

Inspirò.

«Di non lasciarmi.»

Serevan posò l’altra mano sopra la sua.

La bambina sentì il tremito passare lungo il braccio.

Provò a stringere ancora.

Poi il respiro le si allungò.

Quando riaprì gli occhi, la luce sul tavolo era la stessa.

La tazza era ancora accanto al piatto.

Serevan ritirò lentamente le mani.

«Come ti senti?»

Neris si toccò il polso.

Non le sembrava più di avere l’acqua sulle gambe.

«Meglio», disse.

La parola la sorprese.

L’uomo sorrise appena.

«Puoi dormire un poco, se vuoi.»

Neris guardò la porta.

«Quando cerchiamo Erian?»

«Ne parleremo quando avrai riposato.»

La bambina si alzò.

Le gambe le sembravano leggere. Aveva ancora voglia di piangere, ma riusciva a respirare senza fermarsi a metà.

Sulla scala incontrò Mira.

La donna si spostò per lasciarla passare.

«Ti porto qualcosa da mangiare?»

Neris annuì.

Poi aggiunse:

«Serevan mi ha aiutata.»

Mira guardò verso la stanza in fondo alla scala.

«Sì?»

«Adesso riesco a chiudere gli occhi.»

Nella camera, la camicia della spiaggia era stata piegata su una sedia.

Neris la prese.

Era asciutta. La stoffa conservava una piega dura vicino alla manica strappata.

La bambina infilò due dita nell’apertura.

Erian le aveva rammendato quel polsino una volta. Si era punto e lei aveva riso, anche se lui le aveva detto di smettere.

Questo lo ricordava bene.

Provò a ricordare lo strappo nuovo.

C’era stato il mare.

C’erano le persone che danzavano.

Erian era davanti a lei.

Neris aspettò che arrivasse il resto.

La stanza rimase silenziosa.

Si sedette sul letto con la camicia sulle ginocchia.

Conosceva il nome di suo fratello. Sapeva come rideva quando cercava di trattenersi e come piegava il capo mentre cuciva.

Ricordava la strada delle dune.

Ricordava di aver chiamato la nonna.

Poi si era svegliata sui gradini di Avelùr.

Fra quelle cose mancava un pezzo.

Provò ancora.

Guardò il bordo strappato e vi passò sopra il pollice.

Serevan le aveva detto che avrebbe custodito quel momento.

Lui doveva ricordarlo.

Neris posò la camicia accanto al cuscino e si sdraiò.

Prima di chiudere gli occhi pensò che, quando fosse tornata da Erian, avrebbe dovuto farsi raccontare come avevano perso la presa.

TREDICIIL SEGNO DI GESSO

Il segno era ancora vicino all’ultimo cerchio.

Neris lo vide appena entrò nel cortile. Una piccola riga bianca, tracciata da Eda per ricordare da dove avevano lanciato il sassolino.

La fontana faceva lo stesso rumore del giorno prima.

Eda era inginocchiata sul pavimento e stava correggendo un cerchio.

Alzò il viso.

«Vuoi giocare?»

Neris annuì.

La bambina raccolse il sassolino e glielo porse.

«Io sono Eda.»

Neris rimase con la mano aperta.

«Lo so.»

Eda aspettò.

«Abbiamo giocato ieri.»

La bambina guardò i cerchi.

«Qui?»

«Sì. Ho tirato troppo forte e il sasso ha battuto contro la fontana.»

Eda sorrise.

«Succede.»

Neris indicò la riga bianca.

«Quella l’hai fatta dopo.»

«La faccio per ricordarmi il punto.»

«Me l’hai detto.»

Eda la guardò, confusa.

Poi tornò a porgerle il sassolino.

«Devi lanciarlo nell’ultimo.»

Neris provò.

Il sasso cadde fuori dal cerchio.

Eda lo raccolse, proprio come il giorno precedente, e disse:

«Quasi.»

Neris le guardò il viso.

Non sembrava che la stesse prendendo in giro. Eda aspettava soltanto che giocasse.

Neris fece un altro tentativo.

Questa volta riuscì a centrare il cerchio.

Eda batté le mani.

Per qualche minuto giocarono senza parlare di ieri.

Poi Neris propose di spostare il punto di lancio vicino alla fontana.

Eda accettò.

Cancellarono insieme la riga vecchia e ne disegnarono una nuova, più corta, accanto a una pietra scura.

Quando Mira venne a chiamarla, Neris si voltò verso l’amica.

«Domani cominciamo da qui.»

Eda annuì.

«Così è più difficile.»

Il giorno successivo il sassolino era di nuovo nel primo cerchio.

La riga accanto alla pietra scura non era stata cancellata.

Eda, però, si mise nel punto vecchio.

Neris la raggiunse.

«Avevamo deciso di tirare da lì.»

Indicò la fontana.

Eda guardò la riga.

«Chi l’ha fatta?»

Neris sentì il petto stringersi.

«Noi.»

La bambina scosse il capo.

«Io gioco da qui.»

«Ieri hai detto che da lì era più difficile.»

Eda cominciò a pulirsi le mani sulla gonna.

Neris aspettò che smettesse.

Poi domandò:

«Come mi chiamo?»

La bambina alzò gli occhi.

«Non me l’hai detto.»

Neris non volle giocare.

Restò sul bordo della fontana mentre Eda riprendeva a sistemare i cerchi.

Ogni tanto l’amica la guardava, come se cercasse di capire perché fosse arrabbiata.

Neris avrebbe voluto dirle che non era colpa sua.

Non riusciva a trovare le parole.

Guardò la riga di gesso vicino alla pietra scura.

La ricordava bene. Eda aveva tenuto il gesso con due dita e glielo aveva passato perché finisse il tratto.

Quello era successo.

La riga era lì.

Quando Mira arrivò, Neris scese subito dal bordo.

«Voglio tornare nella stanza.»

La donna le prese la mano.

«Ti sei fatta male?»

Neris scosse il capo.

Quella domanda, adesso, le sembrava difficile.

Mira le portò dell’acqua.

Neris sedette sul letto e prese la camicia della spiaggia.

Il bordo della manica era ancora strappato.

«Eda non si ricorda di me», disse.

La donna posò la brocca.

«Forse non ha capito che cosa le chiedevi.»

«Le ho chiesto il mio nome.»

Mira rimase vicino al tavolo.

Neris passò un dito fra i fili della manica.

«Abbiamo giocato due volte. Ogni volta mi dice come si chiama.»

La donna si sedette accanto a lei.

«Tu ricordi tutti e due gli incontri?»

«Sì.»

«Anche il gioco?»

Neris annuì.

Poi guardò la propria mano.

«Io invece non ricordo come ho perso Erian.»

Mira abbassò gli occhi sulla camicia.

La bambina continuò:

«Ricordo che eravamo sulla spiaggia. Poi sono qui. Prima riuscivo a vedere quello che c’era in mezzo.»

«Prima di parlare con Serevan?»

Neris annuì.

«Gli ho affidato quel momento.»

Mira si mosse appena sulla coperta.

«Ti ha aiutata a dormire.»

«Sì.»

La bambina guardò la finestra.

«Ma se adesso dimentico anche Erian?»

Mira le chiese di aspettare.

Uscì dalla stanza e tornò con un foglio e una matita.

La punta era corta. La donna prese un piccolo coltello dalla tasca e la rifinì sopra un panno.

Neris seguì il movimento delle mani.

«Che cosa devo disegnare?»

«Puoi scrivere.»

Mira posò il foglio sul tavolo.

«Le cose che ricordi. Quelle che vuoi conservare.»

La bambina si avvicinò.

«Tutto?»

«Comincia dai nomi.»

Neris prese la matita.

Scrisse il proprio.

Poi quello del fratello.

Erian.

Si fermò a guardarlo.

Mira le rimase accanto.

«Chi altro?»

«Papà.»

«Scrivilo.»

Neris tracciò le lettere di Teren, poi quelle di Sivra.

Quando arrivò a Tìmir, esitò.

«L’accento non so dove va.»

Mira glielo mostrò.

La bambina aggiunse il piccolo tratto.

Sotto scrisse Vaelra.

Le vennero in mente altre cose.

Il davanzale.

Il pane.

La cesta dove Tìmir si infilava anche quando non poteva entrarci tutto.

Erian che teneva il filo fra le labbra mentre cercava l’ago.

Neris cominciò a scrivere una frase.

Le parole non entravano nella riga e l’ultima scese un poco più in basso.

Mira posò una mano sul tavolo.

«Non importa se sono dritte.»

La bambina continuò.

Erian sa cucire. Mi ha riparato la manica.

Guardò la camicia sul letto.

«Questo lo ricordo.»

Mira annuì.

Neris si voltò verso di lei.

«Se gli affido un’altra cosa, poi sparisce?»

La donna non rispose subito.

Dal corridoio arrivò il rumore di passi.

Mira abbassò la voce.

«Prima di affidare altri ricordi, pensaci. Anche una cosa che fa male può dirti qualcosa di importante.»

Neris strinse la matita.

Serevan comparve sulla porta.

«State lavorando?»

Mira si alzò.

La bambina lasciò il foglio sul tavolo.

Serevan si avvicinò e lesse i nomi.

Poi guardò la frase sulla manica.

«Ti piace scrivere?»

Neris annuì.

L’uomo osservò Mira.

«La vedo ancora preoccupata.»

La donna teneva il panno con i trucioli fra le mani.

«Teme di dimenticare suo fratello.»

«E per questo le fai tornare in mente la spiaggia?»

«Stavamo ricordando la casa.»

Serevan posò una mano sulla spalliera della sedia.

Neris guardava il foglio.

L’uomo l’aveva fatta dormire una notte intera. Mira le aveva dato una matita per conservare ciò che ricordava.

Non capiva perché quelle due cose sembrassero una colpa.

«Mira», disse Serevan, «vieni con me un momento.»

La donna piegò il panno.

«Finisco soltanto…»

«Lascia. Ci penso io.»

Serevan raccolse i trucioli rimasti sul tavolo e li mise nel panno.

Lo fece con calma.

Poi uscì.

Mira lo seguì.

Neris aspettò vicino alla porta.

Sentì i passi scendere la scala.

Più tardi arrivò la voce di Serevan, tanto bassa che non riuscì a capire tutte le parole.

Riconobbe soltanto il proprio nome.

Mira rispose.

Per qualche istante parlò più in fretta del solito.

Poi le voci cessarono.

Neris tornò al tavolo.

Guardò i nomi scritti sul foglio.

Passò la punta della matita sopra la prima lettera di Erian, rendendola più scura.

Aspettò ancora.

Quando sentì Mira sulla scala, si voltò.

La donna portava un piatto.

«Hai mangiato poco.»

Lo posò vicino alla brocca.

Poi vide il foglio.

«Chi ti ha dato la matita?»

Neris rimase ferma.

«Tu.»

Mira guardò la matita, poi il viso della bambina.

«Io?»

«L’hai portata prima. Hai fatto la punta con il coltello.»

La donna si toccò la tasca.

Il coltello era lì.

Lo tirò fuori e lo guardò per un momento.

Poi lo rimise a posto.

«Forse l’hai vista su un tavolo.»

Neris indicò il foglio.

«Mi hai detto di cominciare dai nomi.»

Mira si sedette.

«Quali nomi?»

La bambina girò la carta verso di lei.

La donna lesse.

Quando arrivò a Erian, sollevò il viso.

«Tuo fratello.»

Neris annuì.

«Ti ricordi di lui?»

«So che lo stai cercando.»

La bambina indicò Tìmir.

«Questo accento me l’hai mostrato tu.»

Mira sfiorò la lettera.

Sembrava sorpresa.

Non rideva. Non cercava di cambiare discorso.

Guardava davvero qualcosa che non ricordava di aver fatto.

Neris sentì salire le parole tutte insieme.

La matita, il coltello, il panno con i trucioli. La frase sulla casa. Il momento in cui Mira le aveva detto di pensare prima di affidare altri ricordi.

Avrebbe potuto ripetere tutto.

Aprì la bocca.

Poi guardò la porta.

Mira seguì il suo sguardo.

«Vuoi che chiami Serevan?»

Neris lasciò andare la matita.

«No.»

La risposta uscì troppo forte.

La donna si chinò un poco.

«Ti sei spaventata?»

Neris guardò le sue mani.

Erano le stesse che le avevano tolto le scarpe bagnate, che avevano temperato la matita e sistemato il foglio davanti a lei.

Adesso Mira voleva chiamare l’uomo con il quale era appena scesa.

La bambina scosse il capo.

«Forse mi sono confusa.»

Mira le passò una mano sui capelli.

«Può succedere. Hai avuto giorni difficili.»

Neris annuì.

Questa volta non provò a correggerla.

Mangiò il pane.

Mira rimase finché il piatto non fu vuoto, poi raccolse le stoviglie.

Sulla porta si fermò.

«Più tardi vuoi tornare da Eda?»

Neris guardò il foglio.

«Sì.»

«Allora ti accompagno.»

La donna uscì.

La bambina aspettò che i passi si allontanassero.

Poi piegò la carta.

Una volta, due.

La riaprì subito per controllare che il nome di Erian fosse ancora leggibile.

Lo era.

Neris guardò la camicia sul letto.

Infilò il foglio dentro la manica e ripiegò la stoffa sopra di esso. Posò tutto sulla sedia, come aveva fatto Mira.

La matita rimase sul tavolo.

Serevan la incontrò ai piedi della scala.

«Mira dice che stai meglio.»

Neris teneva le mani vicino al corpo.

«Sì.»

L’uomo si abbassò per guardarla negli occhi.

«C’è ancora qualcosa che ti tiene sveglia?»

La bambina pensò al foglio nascosto.

Pensò a Eda che non conosceva il suo nome e a Mira che non ricordava la matita.

Serevan aspettò.

Neris scosse il capo.

«Oggi voglio giocare.»

L’uomo sorrise.

«Bene.»

Le sistemò un lembo del vestito rimasto piegato sulla spalla.

La bambina non si mosse.

«Se un ricordo ti fa ancora male, puoi venire da me.»

Neris guardò la sua mano.

Poi alzò il viso.

«Te lo dirò.»

Nel cortile Eda aveva finito di sistemare i cerchi.

Vide Neris e le porse il sassolino.

Quel pomeriggio ricordava che si erano già incontrate.

«Adesso giochi?»

Neris lo prese.

Mira rimase vicino alla porta.

Serevan attraversò il cortile, salutò la bambina della fontana e proseguì verso una casa con le finestre aperte.

Neris aspettò che sparisse oltre l’arco.

Poi si mise vicino alla pietra scura.

«Da qui», disse.

Eda guardò il punto di lancio.

«È più difficile.»

«Lo so.»

La bambina sorrise.

Neris tirò il sassolino e mancò il cerchio.

Eda rise.

Questa volta Neris rise con lei, abbastanza forte perché Mira la sentisse dalla porta.

Quando si chinò a raccogliere il sasso, passò un dito sulla riga di gesso.

Era ancora lì.

QUATTORDICILA PAGINA DI TÌMIR

Neris aspettò che i passi di Mira si allontanassero lungo il corridoio.

Poi prese la camicia dalla sedia e infilò due dita nella manica. Il foglio era ancora lì, piegato contro la cucitura.

Lo aprì sul tavolo.

Neris. Erian. Teren. Sivra. Tìmir. Vaelra.

Passò il dito sui nomi. Quando arrivò alla frase sulla manica, ricordò Erian seduto vicino alla finestra, con il filo troppo corto e la stoffa stretta fra le dita.

Si era punto. Lei aveva riso e lui le aveva detto di stare ferma.

Quel ricordo c’era ancora.

Neris voltò il foglio e prese la matita che Mira aveva lasciato sul tavolo.

Voleva disegnare Tìmir.

Cominciò dalle orecchie, poi tracciò la schiena e quattro zampe sottili. Le vennero troppo lunghe, proprio come nell’altro disegno, quello che aveva fatto nel quaderno di Sivra.

Allora era stata sola. Aveva trovato una pagina con abbastanza spazio e ci aveva messo Tìmir, convinta che la nonna avrebbe apprezzato. Soltanto dopo lo aveva detto a Erian.

Adesso si domandò dove fosse quel quaderno.

Forse a casa. Forse Erian lo aveva preso.

Ripassò una zampa.

La punta della matita incontrò una piccola piega che sul foglio non c’era.

Neris si fermò.

Davanti a lei, il bordo della carta sembrava diverso. Era più scuro, consumato in un angolo. Accanto alle orecchie di Tìmir comparve una riga di parole minute.

La scrittura di Sivra.

Neris sollevò la matita.

Il disegno era il suo, ma la coda finiva più vicino al margine. Ricordava quel tratto storto: aveva cercato di correggerlo, ottenendo soltanto una coda più grossa.

Il cuore cominciò a batterle forte.

«Erian?»

Nessuno rispose.

La riga di Sivra tremò, come se la carta si muovesse benché il tavolo fosse fermo.

Neris abbassò subito la matita.

Scrisse il nome del fratello nello spazio sotto il disegno.

Poi si fermò per scegliere le parole.

Doveva dirgli dov’era. Doveva fargli capire che era lei.

Con la mano stretta intorno alla matita, scrisse:

Erian. Sono ad Avelùr. Ti sei punto per cucire la mia manica. Neris.

Avrebbe voluto aggiungere altro. Che voleva tornare. Che Mira era buona, ma aveva dimenticato. Che non bisognava consegnare i ricordi a Serevan.

Dal corridoio arrivarono dei passi.

La pagina si fece pallida.

Neris premette la mano sul tavolo, cercando di tenerla ferma. Le parole di Sivra scomparvero. Il bordo tornò chiaro.

Davanti a lei rimase il foglio dei nomi, voltato sul retro.

C’erano il nuovo disegno di Tìmir e tre lettere sotto le zampe.

Eri.

«Neris?» chiamò Mira. «La cena è pronta.»

La bambina guardò ancora il foglio.

Non sapeva se qualcuno avesse visto le altre parole. Non sapeva neppure come avesse fatto.

«Arrivo.»

Piegò la carta e la rimise nella manica della camicia. Lasciò la matita sul tavolo, poi raggiunse la porta.

Mira le sorrise.

«Hai fame?»

Neris annuì e le prese la mano.

Erian aveva controllato il quaderno già due volte.

La pagina strappata lasciava un piccolo margine irregolare vicino alla legatura. Continuava a guardarlo, sperando di ricordare con precisione ciò che c’era stato scritto.

«Se lo fissi ancora, non ricresce», disse Lethra.

Era seduta dall’altra parte del tavolo, nella stanza sopra la bottega. Davanti a lei c’erano il flauto portato per la prova e i pezzi di legno ricevuti da Deyra.

Darel stava vicino alla finestra. Aveva lasciato Boro ai magazzini e sarebbe tornato a prenderlo prima di sera.

Erian voltò alcune pagine.

Il disegno di Tìmir era intatto.

Il nìvelo, rannicchiato sulla sua spalla, allungò il muso verso la carta.

«Questo almeno c’è», mormorò Erian.

Lethra si sporse.

«E anche il brandello della manica. Veyr ha preso una pagina, ma—»

Si interruppe.

Sotto una delle zampe disegnate era comparso un tratto grigio.

Erian avvicinò il viso.

La linea si piegò, si fermò, poi riprese. Una seconda linea la raggiunse.

Formavano una lettera.

«Darel», disse Lethra.

Il giovane lasciò la finestra.

Nessuno toccava il quaderno.

Eppure, sotto il disegno, qualcuno stava scrivendo.

Erian.

Lui trattenne il respiro.

Le lettere comparivano una alla volta, con una pressione diversa da quella dei segni di Sivra. La prima era grande. Le altre si stringevano verso la fine del nome.

Conosceva quella scrittura.

«Neris», disse.

Lethra gli posò una mano sul braccio.

Erian non riuscì a guardarla. Seguì la punta invisibile che proseguiva sulla pagina.

Sono ad Avelùr.

«Avelùr», lesse Darel piano.

La frase successiva arrivò più in fretta.

Ti sei punto per cucire la mia manica.

Erian sentì il tavolo contro il petto. Si era piegato in avanti senza accorgersene.

Rivide la stoffa chiara, l’ago, Neris che cercava di smettere di ridere e ripartiva ogni volta che lui la guardava.

Di quella puntura non aveva scritto nel quaderno.

L’ultima parola comparve vicina al margine.

Neris.

Poi tutto si fermò.

Erian rimase immobile.

Per giorni aveva ripetuto il nome della sorella a persone che non lo riconoscevano. Aveva mostrato il brandello della manica e cercato di spiegare il posto vuoto nella loro casa.

Adesso c’erano parole nuove sulla carta.

Parole che non aveva scritto lui.

«È viva.»

La voce gli uscì appena.

Lethra guardava ancora la pagina. Anche Darel.

«L’abbiamo visto», disse lei.

Erian si coprì la bocca con una mano. Provò a parlare e non ci riuscì.

Tìmir gli sfiorò la guancia con il muso.

Fu quel piccolo movimento a fargli abbassare la testa. Le lacrime caddero sul dorso della mano, lontano dal quaderno.

Lethra aspettò.

Darel tirò una sedia e si sedette accanto a lui.

Dopo un poco, Erian prese la matita sul tavolo.

Sotto il nome della sorella scrisse:

Ti cerco. Verrò a prenderti.

Lasciò la punta sospesa.

Aspettarono.

Dalla bottega arrivò il rumore di un attrezzo appoggiato sul banco. Fuori, qualcuno chiamò un bambino. Una campana del ponte batté nell’aria.

Sulla pagina non comparve altro.

Erian sfiorò il bordo del disegno.

«Forse ha dovuto smettere.»

«Può darsi», disse Lethra.

Lui guardò le parole ancora una volta.

«Dobbiamo andare ad Avelùr.»

Darel annuì.

«Prima dobbiamo sapere dov’è.»

Erian si asciugò gli occhi con la manica.

Quel nome gli aveva dato una certezza. Non gli aveva dato una strada.

In bottega, Deyra lesse il messaggio in silenzio.

Poi guardò il disegno, la scrittura nuova e quella aggiunta da Erian.

«È comparso mentre eravate qui?»

«Sì. L’abbiamo visto tutti e tre», rispose Darel.

La maestra tornò sulla frase della manica.

«Tu riconosci questo ricordo?»

Erian annuì.

«Lei rideva. Le avevo detto di smettere.»

Deyra chiuse gli occhi per un istante, poi restituì il quaderno.

«Non conosco una strada per Avelùr.»

Erian abbassò lo sguardo sulle pagine.

Lethra le voltò con attenzione. Superò il disegno del ponte e si fermò davanti a una serie di sagome sottili, alte sopra una linea ondulata. Accanto c’erano segni che non riusciva ancora a leggere.

Darel indicò una delle sagome.

«Sull’altopiano ci sono campanili come questi. Li ho visti quando facevo le consegne con mio padre.»

«Da che parte si sale?» chiese Erian.

«La strada grande comincia oltre le ultime case. Fa parecchie curve, ma è quella che prendono quasi tutti.»

Lethra lasciò un dito fra le pagine e tornò al margine strappato.

«Veyr ha un pezzo delle indicazioni.»

Erian fissò lo strappo.

«Non ricordo bene che cosa ci fosse.»

«Appunto. Potrebbe sapere dove aspettarci.»

Darel si sporse sul banco.

«C’è un altro accesso. Passa dai terrazzamenti e sale dalla parte dei tagliapietre. Ci sono andato con mio padre.»

«Arriva allo stesso altopiano?» domandò Lethra.

«Sì. È più lungo.»

Erian pensò alla pagina nascosta da Veyr, alle sue dita sul quaderno, al carro lasciato scivolare verso i bambini.

«Prendiamo quello.»

Darel non rispose subito.

«Domattina.»

Erian sollevò gli occhi.

«Possiamo partire adesso.»

«Per la prima salita ci serve luce. E dobbiamo riempire le borracce.»

Lethra guardò il ginocchio di Erian.

Il dolore era aumentato dopo l’inseguimento. Lui aveva cercato di nasconderlo sedendosi appena tornato in bottega.

Si passò una mano sulla gamba.

Nel bosco aveva voluto guadagnare un’indicazione, e li aveva trattenuti fino al buio.

Chiuse il quaderno con cautela.

«All’alba, allora.»

«Vi accompagno per quel sentiero», disse Darel. «Lì so dove andare.»

Deyra prese un foglio dal cassetto.

«Scrivi a tuo padre. Lascia qui la nuova direzione. Posso affidare la lettera a chi scende verso Vaelra.»

Erian tirò il foglio davanti a sé.

Cominciò dal nome di Teren.

Gli raccontò che Neris aveva fatto comparire un messaggio nel quaderno e che Lethra e Darel erano presenti. Scrisse Avelùr, poi indicò l’altopiano dei campanili e il sentiero che avrebbero seguito.

Rilesse tutto.

Infine aggiunse:

Se vieni a cercare notizie, chiedi di noi alla bottega di Deyra, oltre il ponte, con la torre a destra.

Piegò la lettera.

Lethra ne scrisse una più breve per sua madre. Rimase a lungo sulla prima riga, poi proseguì fino in fondo.

Quella sera prepararono i bagagli sul pavimento della stanza.

Darel tornò con Boro e controllò le cinghie una alla volta. Deyra mise da parte pane, formaggio e un sacchetto di frutta secca per il viaggio.

Erian avvolse il tamburo nel panno azzurro.

Poi riaprì il quaderno.

Il messaggio era ancora lì.

Lethra lo trovò seduto sul bordo del letto, con la pagina sulle ginocchia.

«Non è cambiato», disse lui.

«Lo vedo.»

«Avevo paura che sparisse.»

Lei si sedette accanto a lui.

Per un poco guardarono insieme il disegno di Tìmir.

«Ha pensato a una cosa che avresti riconosciuto», disse Lethra.

Erian annuì.

Sua sorella aveva trovato il modo di chiamarlo. Da un luogo di cui lui non conosceva neppure il nome, fino a poche ore prima.

Tornò alla frase che aveva scritto sotto la sua.

Verrò a prenderti.

Questa volta riuscì a chiudere il quaderno.

Prima dell’alba, Lethra scese in bottega con il proprio flauto in mano.

Deyra era già sveglia. Stava sistemando gli attrezzi sul banco.

«Hai preso il legno?»

«Sì.»

«Tienilo asciutto.»

Lethra annuì.

Guardò il posto dove aveva lavorato. La luce bassa della lampada cadeva sul banco e lasciava il resto della stanza in ombra.

Aveva immaginato di sedersi lì per settimane. Di imparare a correggere un foro, scegliere un legno, sentire un difetto prima ancora di vederlo.

Passò il pollice sul flauto.

«Il quarto foro è ancora sbagliato.»

Deyra le prese lo strumento e lo girò verso la luce.

«È ancora troppo stretto.»

Glielo restituì.

«Quando ci lavori, togli poco alla volta. E ascolta dopo ogni passaggio.»

Lethra serrò le dita intorno al flauto.

«Grazie.»

Deyra le posò una mano sulla spalla.

Non aggiunse altro.

Fuori, Darel stava distribuendo i bagagli sul dorso di Boro. Erian teneva il quaderno nella borsa, vicino al corpo. Il tamburo era assicurato sopra la borsa, nel panno azzurro.

Tìmir sbucò dal cappuccio e annusò l’aria fredda.

Deyra rimase sulla soglia mentre si allontanavano.

Attraversarono le vie basse della città, dove le imposte erano ancora chiuse. Presero un passaggio fra due magazzini e raggiunsero i terrazzamenti oltre le ultime case.

Darel si fermò al bivio.

Da una parte, la strada larga curvava verso il ponte. Dall’altra, un sentiero saliva fra muretti di pietra e campi abbandonati.

«Di qui.»

Boro imboccò il sentiero con passo tranquillo.

Erian lo seguì appoggiandosi al bastone. Il ginocchio protestò alla prima salita, costringendolo a rallentare.

Darel adattò il passo del mulo. Lethra rimase accanto a Erian.

Camminarono mentre il sole raggiungeva le terrazze più alte.

A una svolta, Darel indicò il profilo del terreno davanti a loro.

Sopra l’altopiano si distinguevano alcune torri strette. Una conservava ancora la cima; un’altra finiva con un bordo spezzato.

I campanili.

Erian si fermò per riprendere fiato.

Aprì la borsa e scostò appena le pagine del quaderno.

Sono ad Avelùr.

La scrittura di Neris era piccola, inclinata verso il margine. Aveva avuto poco spazio, e lo aveva usato tutto.

Erian richiuse il libro.

Poi alzò gli occhi verso i campanili e raggiunse gli altri.

QUINDICISOTTO I CAMPANILI

Da vicino, i campanili sembravano ancora più vecchi.

Uno era inclinato verso il pendio. Un altro conservava due finestre strette, aperte sul cielo. Intorno alle torri restavano muri bassi, gradini consumati e qualche arco che non conduceva più da nessuna parte.

Il vento correva fra le pietre.

Al margine del pianoro, un càlvoro strappava erba fra due massi. Le placche del dorso formavano due file arrotondate; lungo le scanalature restavano strisce scure d’acqua. Quando abbassò la testa, una delle corna piatte gli toccò quasi il piede.

Darel guidò Boro verso il muro.

«Lasciamogli quel tratto.»

Sulla terra correva un solco largo, levigato fra le pietre.

«Passa sempre di lì?» chiese Lethra.

«Quando portavamo le stoviglie, mio padre mi faceva mettere le casse dall’altra parte.»

Il càlvoro avanzò nel solco, senza sollevare il muso dall’erba.

Erian si fermò accanto a Boro e appoggiò il peso sul bastone. La salita gli aveva indurito il ginocchio.

«Le cave sono da quella parte», disse Darel. «Quando venivo con mio padre, lasciavamo le consegne vicino alla torre bassa.»

Lethra guardò il pianoro.

«Non vedo nessuno.»

Una porta si aprì alla base del campanile più vicino.

Ne uscì una donna con una matassa di corda sulla spalla. Aveva i capelli raccolti dietro la nuca e polvere chiara sulle maniche.

Attraversò lo spiazzo senza guardarli, poi si fermò davanti a Boro.

«Il mulo può portare un carico?»

Darel raddrizzò la schiena.

«Sì. Che cosa serve?»

«Tavole. Sono sotto quella tettoia.»

Indicò un riparo appoggiato a un muro.

«C’è stata una frana. Tre ragazzi sono rimasti nel deposito inferiore.»

Erian strinse la presa sul bastone.

«Sono vivi?»

«Ci hanno risposto. Uno si è fatto male a una caviglia.»

La donna guardò la corda che Darel teneva legata al basto.

«Possiamo usare anche quella?»

«Certo.»

Darel si avvicinò alla tettoia.

Lethra cominciò a togliere i bagagli da Boro. Erian portò quelli più piccoli vicino alla porta, tenendo con sé la borsa del quaderno.

«Io sono Ivara», disse la donna. «Lasciate qui le vostre cose. Qualcuno le terrà d’occhio.»

Poi si voltò verso l’ingresso del campanile e chiamò due uomini.

Dietro la porta cominciava una scala.

Erian scese lentamente, con una mano contro la parete. L’aria diventò più fresca, ma dopo pochi gradini arrivarono voci e rumori di lavoro.

La scala si apriva su una galleria larga.

C’erano porte fissate nella pietra, lampade appese a ganci di ferro e una canaletta lungo il pavimento. Da una stanza veniva odore di pane. In un’altra, una donna stava togliendo tazze da uno scaffale per passarle a un bambino.

Più avanti, un uomo lasciò una porta aperta e corse verso Ivara.

«Li abbiamo sentiti ancora. Lio dice che non riesce a camminare.»

«Gli altri due?»

«Stanno bene.»

Ivara accelerò il passo.

Erian guardò Lethra.

«Vivono tutti qui sotto?»

Lei indicò una porta dietro la quale si vedevano un letto e una coperta stesa.

«Pare di sì.»

«Le vecchie cave», spiegò Ivara, voltandosi appena. «Le abbiamo allargate dove la roccia lo permetteva. Sopra, d’inverno, il vento si porta via anche i tetti.»

Giunsero a un incrocio.

Uno dei passaggi era chiuso da pietre e terra. Una trave sporgeva dalla massa del crollo, spezzata a un’estremità. Due uomini stavano controllando la volta con una lampada.

Ivara alzò una mano.

«Da lì non si passa. Ogni volta che togliamo una pietra, si muove qualcosa più in alto.»

Dall’altra parte arrivò una voce soffocata.

«Siamo qui!»

Un uomo si avvicinò senza toccare il crollo.

«Lo sappiamo. State lontani dal corridoio.»

Ivara indicò una scala laterale.

«C’è un’apertura sopra il deposito. Serviva a sollevare i materiali quando questa parte era ancora una cava. Stiamo preparando l’accesso.»

Darel raggiunse il gruppo con una tavola sotto il braccio. Dietro di lui, gli uomini chiamati da Ivara portavano il resto del legno.

«Boro è all’ingresso», disse. «Un vecchio gli ha dato dell’acqua.»

Posò la tavola.

«Dove vi serve questa roba?»

Ivara lo condusse verso la scala.

Erian li seguì. Lethra gli rimase accanto, senza provare a spingerlo a camminare più in fretta.

Il passaggio superiore terminava in una stanza spoglia.

Nel pavimento c’era un’apertura quadrata, chiusa da una grata. Attraverso le sbarre arrivavano le voci dei ragazzi.

Un uomo stava cercando di liberare uno dei perni.

«È piegato», disse Lethra.

Si accovacciò accanto a lui e guardò il punto dove il metallo entrava nella pietra.

«Avete una pinza più piccola?»

Ivara gliela passò.

Mentre l’uomo tratteneva la grata, Lethra lavorò sul perno. Lo mosse poco alla volta, cambiando presa quando la pinza scivolava.

Darel appoggiò le corde sul pavimento.

«Quanto è profondo?»

«Circa cinque metri», rispose Ivara. «Abbiamo una scala abbastanza lunga. Due dei ragazzi potranno usarla.»

«E Lio?»

«Dobbiamo tirarlo su.»

Darel guardò le tavole, poi l’apertura.

Erian si sedette su una cassa vicino al muro, con la gamba dolorante distesa. Da lì poteva sentire bene le voci.

«Mi sentite?» chiamò.

«Sì!»

«Sono Erian. Come vi chiamate?»

Dal basso risposero in tre, uno dopo l’altro.

L’ultimo parlò a fatica.

«Lio.»

«Dove sei, Lio?»

«Vicino ai sacchi. Non riesco ad appoggiare il piede.»

«Sta arrivando qualcuno da voi. Gli altri due sono accanto a te?»

«Sì.»

Erian guardò Ivara e alzò tre dita.

Lei annuì.

Il perno uscì con un piccolo scatto.

Lethra lo depose sul pavimento e aiutò l’uomo a sollevare la grata. La portarono contro la parete.

Ivara si affacciò.

«Allontanatevi dal centro. Prima scende la lampada.»

Legarono una lanterna e la calarono lentamente.

La luce rivelò il deposito: sacchi accatastati, due scaffali e tre visi rivolti verso l’alto. Una ragazzina teneva un braccio intorno alle spalle del più piccolo. Lio era seduto a terra.

Un cavatore controllò la scala prima di farla scendere. Poi la percorse e raggiunse i ragazzi.

Darel, intanto, aveva scelto una tavola larga.

La posò fra due casse, controllò che fosse sana e ci fece passare sotto le cinghie. Lethra tornò accanto a lui.

«Un sedile?»

«Sì. Ma deve restare diritto quando lo solleviamo.»

Lei prese una seconda tavola.

«Questa può rinforzarlo.»

Darel annuì e cominciarono a lavorare.

Ivara controllò gli appoggi della trave sopra l’apertura. Due uomini fissarono la carrucola e provarono la corda.

«Quella pietra tiene», disse uno di loro, battendo la mano contro la parete.

Darel sistemò le cinghie, tirandole con forza per vedere se si spostavano. Poi caricò il sedile con il proprio peso.

Il sedile si inclinò.

Lui cambiò la posizione di una corda e riprovò.

Questa volta rimase fermo.

Dal deposito arrivò il rumore della scala.

«Sale la ragazza», annunciò il cavatore.

Ivara e uno degli uomini si prepararono a riceverla.

La ragazzina comparve nell’apertura con le labbra strette. Appena raggiunse il pavimento, si voltò.

«Lio è ancora sotto.»

«Lo tiriamo su fra poco», disse Ivara.

Il più piccolo cominciò a salire dopo di lei.

A metà della scala si fermò.

«Non guardare giù», gli disse il cavatore.

Il ragazzo mosse un piede, poi lo ritirò.

Erian si sporse dalla cassa quanto gli permetteva la gamba.

«Guarda verso la luce. Io sono qui sopra.»

Il bambino alzò il viso.

«Un gradino alla volta», continuò Erian. «Ti aspettiamo.»

Il ragazzo riprese a salire. Quando arrivò, Ivara gli passò un braccio sotto le ascelle e lo accompagnò lontano dal bordo.

Una donna lo accolse sulla soglia. Lo strinse tanto che lui cominciò a protestare.

Erian rimase ad ascoltare quelle proteste mentre Darel preparava il sedile.

Calarono la tavola nel deposito.

Il cavatore aiutò Lio a sistemarsi e controllò le cinghie. Darel gli spiegò dove tenere la seconda corda, quella che avrebbe impedito al sedile di girare.

«Non tirarla verso il basso», disse. «Accompagnalo mentre sale.»

Poi stese un sacco ripiegato sul bordo dell’apertura, dove la corda poteva sfregare contro la pietra.

Lethra si mise accanto alla carrucola.

Erian rimase vicino al muro. Da lì vedeva il viso di Lio fra le corde.

«Sei pronto?» chiese Ivara.

Il ragazzo annuì, ma le mani gli tremavano.

Darel guardò gli uomini che avrebbero tirato.

«Piano. Tutti insieme.»

La corda si tese.

Il sedile si staccò dal pavimento.

Lio chiuse gli occhi.

«Va bene così», gli disse il cavatore. «Tieni ferme le mani.»

Lo sollevarono poco alla volta.

Erian seguiva il movimento della tavola. Ogni volta che il ragazzo spariva dietro una sporgenza, continuava a parlargli.

«Sono ancora qui, Lio.»

«Quanto manca?»

«Ti vedo già meglio.»

Il sedile salì ancora.

Poi si fermò con un colpo secco.

Lio si piegò di lato.

Uno degli uomini aumentò la presa sulla corda.

«Fermi!» disse Darel. «Tenetela così.»

Tutti si bloccarono.

Una delle estremità della tavola era finita sotto una sporgenza di pietra. Il peso del ragazzo la teneva incastrata.

Lio cominciò a muovere il piede sano.

«Mi fa male.»

«Lo so», disse Erian. «Guarda me.»

Il ragazzo sollevò gli occhi.

Erian sentì le dita irrigidirsi sul bordo della cassa. Per un istante gli tornarono davanti la stoffa bagnata e la mano di Neris.

Si costrinse a restare fermo.

«Guarda me», ripeté.

Darel si affacciò, osservando la tavola.

«Dobbiamo abbassarlo un poco.»

«Qui sotto posso girarlo», disse il cavatore.

Ivara prese posto accanto agli uomini.

«Al tuo comando.»

Darel alzò una mano.

«Piano.»

Lasciarono scendere la corda di pochi centimetri.

Il sedile si liberò, ma Lio gridò quando la gamba si mosse.

Lethra si abbassò accanto al bordo.

«La corda laterale è rimasta contro la pietra.»

Usò il manico di un attrezzo per spostarla. Dal basso, il cavatore guidò il sedile con la corda laterale finché tornò diritto.

Darel controllò entrambe le corde.

«Adesso.»

Ripresero a tirare.

Questa volta la tavola superò la sporgenza.

Lio arrivò all’altezza del pavimento. Erian si alzò dalla cassa, si avvicinò al bordo e gli tese una mano. Il ragazzo gli afferrò il polso.

La mano di Lio era calda e asciutta.

Ivara e un altro uomo portarono il sedile oltre il bordo, mentre Darel manteneva la corda tesa.

Solo quando la tavola fu appoggiata a terra, Erian lasciò la presa.

Lio respirava a piccoli colpi. Aveva la caviglia gonfia e una striscia di sangue secco sul mento.

La donna che aveva accolto il ragazzo più piccolo si inginocchiò vicino a lui.

«Non provare ad alzarti.»

Lio la guardò.

«Gli attrezzi sono rimasti sotto.»

«Gli attrezzi possono aspettare.»

Ivara tornò all’apertura.

«Sali anche tu», chiamò al cavatore.

Aspettarono che uscisse.

Poi allontanarono la scala e rimisero la grata al suo posto.

Erian si appoggiò contro il muro.

Darel lasciò andare la corda soltanto allora.

Aveva i palmi rossi.

Quando tornarono nella galleria delle case, la luce che scendeva dalle aperture alte era cambiata.

La comunità si era raccolta intorno ai ragazzi.

Qualcuno portava acqua. Qualcuno cercava una coperta. La ragazzina raccontava che avevano sentito il primo rumore mentre spostavano gli attrezzi dal deposito. Avevano provato a raggiungere il corridoio, ma la terra era caduta davanti a loro.

Lio era stato accompagnato in una stanza. Gli altri due continuavano a entrare e uscire per controllare come stava.

Darel aveva riportato il sedile nella galleria. Cominciò a sciogliere le corde; Ivara raccolse le tavole e ne controllò i bordi.

«Teniamole. Qui la pietra la trovi anche dove non la vuoi. Il legno deve salire dalla valle.»

Darel mise da parte anche le traverse più corte.

Erian si sedette vicino a una porta. Una donna puliva un mazzo di foglie ancora sporche di terra. Le radici finirono in un cestino; i gambi ancora da ripulire in una ciotola.

«Crescono quaggiù?» domandò.

«In superficie. Dietro il muro, dove il vento le lascia stare.»

Un uomo passò con un secchio e si accovacciò presso lo scolo lungo la parete. Tolse alcuni sassolini e l'acqua riprese a scorrere. Dall'apertura alta arrivò una corrente fresca, facendo tremare il lembo di una tenda.

La donna porse la ciotola a Erian.

«Tieni questa. Se resti seduto, almeno puoi aiutarmi a scegliere le foglie.»

Erian appoggiò la ciotola sulla gamba sana e prese il primo gambo.

Dalla stanza dietro la donna venne un raschio.

In una conca piena di pietre umide, qualcosa si mosse. Sei zampe corte sollevarono un corpo coperto di placche grigie, lungo poco più della mano di Erian. Due antenne tozze tastarono il bordo.

«Un cucipietra», disse la donna, seguendo il suo sguardo.

Tìmir si sporse dal cappuccio. L’animale ritrasse le zampe e si chiuse: ora sembrava uno dei sassi della conca.

«Lascialo stare.»

Erian trattenne il nìvelo, che rientrò contro la sua nuca.

La donna prese una brocca con una crepa vicino al fondo. Da un piattino raccolse una pasta grigia e la stese sulla fessura con un listello.

«La fa lui?»

«Con il calcare. Gli serve per costruirsi il riparo. Ne raccogliamo un poco quando ne avanza.»

Posò la brocca su uno scaffale.

«Fino a domani deve restare vuota.»

Lasciò una fettina di fungo accanto alla conca.

«Quello lo mangia. La pietra la raspa. Se dimentico di dargliene, comincia con il muro.»

Le antenne ricomparvero fra le placche.

Erian guardò Tìmir.

«Almeno tu lasci stare le pareti.»

Darel si fermò vicino a un abbeveratoio e si lavò le mani.

Poi tornò alla corda. La fece scorrere fra le dita, cercando i punti consumati.

Lethra lo osservò.

«Con tuo padre facevi anche questo?»

«Controllavo le corde. Lui preparava i carichi.»

«Il sedile ha tenuto bene.»

Darel abbassò lo sguardo sulla matassa.

«Lio si muoveva. I sacchi non hanno paura.»

Lethra annuì.

Erian arrivò accanto a loro, zoppicando.

«Quando si è fermato, pensavo che avrebbero tirato più forte.»

«Anch’io, prima», disse Darel. «Ma se qualcosa si incastra, tirando rischi di romperlo.»

Avvolse la corda e la legò.

Ivara li raggiunse con tre tazze d’acqua.

Un uomo si fermò accanto a lei con una tavoletta coperta di piccoli segni.

«Ho controllato le cisterne. Quella sopra i laboratori perde ancora.»

Ivara guardò il segno che le indicava.

«Portalo all’assemblea. Bisogna decidere chi può fermare il lavoro per ripararla.»

Quando l’uomo si allontanò, Lethra le domandò:

«Non puoi deciderlo tu?»

«Ho guidato il soccorso perché conoscevo i passaggi. Delle cisterne si occupa un altro. Lo scegliamo ogni anno, insieme a chi segue le scorte e la manutenzione.»

Erian guardò le tazze. A Vaelra aveva visto uomini discutere sul prezzo di un secchio d’acqua portato fino alle barche.

«Qui l’acqua è di tutti?»

«Anche gli scoli e le uscite. Le stanze possono essere di una famiglia; i passaggi devono restare liberi.»

Da una porta spuntò una donna con una cesta. Vide l’uomo arrivare e la tirò contro il muro, lasciandogli spazio.

«Restate qui stanotte.»

Erian prese la propria tazza.

«Dobbiamo attraversare l’altopiano.»

«Lo so. E tu fai fatica a stare in piedi.»

Lui guardò il ginocchio.

Ivara indicò il corridoio alle sue spalle.

«Domani potete passare dalla galleria che esce sull’altro versante. È separata dal deposito franato. Vi accompagnerò fino al primo bivio.»

Darel si voltò verso di lei.

«Non la conosco.»

«È il passaggio che usiamo quando sopra c’è troppo vento. Una volta portavamo fuori la pietra da lì.»

Erian guardò Lethra.

Lei bevve, poi disse:

«Mangiamo qualcosa. Domattina vediamo la strada.»

Lui annuì.

Nel corridoio, Tìmir si sporse dalla spalla di Erian e tese le orecchie.

Sopra una canaletta crescevano due grandi ventagli pallidi. Erian li prese per funghi, finché uno si chiuse. Comparvero una testa piccola e quattro zampe; l’animale piegò quelle posteriori e balzò sulla parete, dove rimase aggrappato con le dita aperte. La coda appiattita gli pendeva accanto al corpo.

«Un nèbrio», disse Ivara, accompagnandoli. «Ce n’è uno anche nel deposito della farina.»

Un moscerino passò vicino alle lamelle. Il nèbrio scattò e tornò immobile.

«Non lo mandate via?» domandò Erian.

«Perché? Gli insetti se li mangia lui.»

Tìmir continuò a fissarlo finché svoltarono.

La stanza preparata per loro aveva tre giacigli, una lampada e una piccola apertura vicino al soffitto. Boro sarebbe rimasto all’ingresso, al riparo sotto la tettoia.

Erian appoggiò la borsa accanto al letto, dove poteva raggiungerla senza alzarsi.

Si tolse la scarpa e distese la gamba. Tìmir uscì dal cappuccio, annusò la coperta e si acciambellò contro il suo fianco.

Dalla stanza accanto arrivò una voce.

«Lio, vuoi ancora del pane?»

Il ragazzo rispose qualcosa che Erian non capì.

Poi sentì ridere gli altri due.

Rimase ad ascoltarli mentre Lethra sistemava il flauto e Darel deponeva la corda vicino alla porta.

Quella sera erano tutti tornati a casa.

SEDICIUN RICORDO IN MENO

Il pane era ancora caldo.

Erian lo prese dal piatto e cambiò subito mano, lasciandosi sfuggire una piccola smorfia.

Lethra sorrise.

«Puoi anche aspettare.»

Erano seduti nella stanza comune, vicino a una delle aperture che portavano luce dall’alto. Darel era uscito per controllare Boro. Dalla cucina arrivavano il rumore delle stoviglie e una voce che chiedeva altra acqua.

Erian appoggiò il pane sul bordo del piatto.

Quel gesto gli fece tornare in mente Sivra.

Una mattina, quando era più piccolo, aveva cercato di prendere la crosta appena tagliata. Il pane scottava e lui l’aveva lasciato cadere sul tavolo, fingendo subito dopo che non gli avesse fatto male.

Sivra lo aveva guardato senza commentare.

Aveva preso un canovaccio, ci aveva avvolto la crosta e gliel’aveva rimessa fra le mani.

«Così forse riusciamo a tenerci anche le dita.»

Ricordava la farina sul polso di Sivra. Un piccolo foro nella stoffa. Il vapore che saliva dal pane mentre lui lo teneva vicino al viso.

La nonna era rimasta lì, aspettando che desse il primo morso.

«Che c’è?» chiese Lethra.

Erian si accorse di sorridere.

«La nonna mi dava il pane così. Avvolto in un canovaccio, quando era troppo caldo.»

Lethra guardò il pezzo sul piatto.

«Avevi fretta anche allora?»

«Un po’.»

Lui ne staccò un boccone.

Il ricordo era arrivato intero, senza che dovesse cercarlo. Gli fece bene averlo raccontato.

Poco dopo comparve Darel.

«Boro ha mangiato. Ho rimesso i bagagli.»

Ivara entrò dietro di lui, con una lampada spenta in mano.

«Siete pronti?»

Erian si alzò lentamente. Il ginocchio era meno gonfio, ma si era irrigidito durante la sosta.

«Lio come sta?» chiese.

«Si lamenta perché non lo lasciamo scendere dal letto.»

Darel annuì, stringendo una cinghia rimasta libera sulla propria borsa.

Ivara li accompagnò fuori.

Boro aspettava sotto la tettoia.

Tìmir sporse il muso dal cappuccio di Erian e guardò il mulo, poi rientrò al caldo.

Darel controllò un’ultima volta i bagagli. Il tamburo, avvolto nel panno azzurro, rimase con Erian, assicurato alla sua borsa. Il quaderno era dentro, vicino al corpo.

Seguendo Ivara, costeggiarono la base del campanile e raggiunsero un ingresso più largo, aperto sul fianco del pendio.

Una rampa scendeva sotto un arco di pietra.

«Da qui passavano i carrelli», spiegò lei. «Il vostro mulo non avrà problemi.»

Boro entrò dietro Darel.

Sul pavimento restavano due solchi paralleli. In alcuni punti la pietra era stata sostituita con tavole; in altri, piccoli canali raccoglievano l’acqua delle pareti.

Ivara accese la lampada.

La galleria era abbastanza larga da camminare in coppia. Lethra si mise accanto a Erian, adattando il passo al suo.

Dopo un tratto, le voci delle case scomparvero.

Si sentivano gli zoccoli di Boro, il rumore del bastone e qualche goccia.

«Questa parte non la conoscevi?» chiese Erian a Darel.

«No. Le consegne le lasciavamo fuori.»

Il giovane passò una mano sul collo del mulo.

«Mio padre preferiva tornare dalla strada. Diceva che gli faceva bene vedere il cielo.»

Ivara alzò la lampada davanti a una biforcazione.

Il passaggio di destra continuava quasi diritto. Quello di sinistra saliva e scompariva dietro una curva.

«La galleria verso l’altro versante è questa.»

Indicò la destra.

«Più avanti troverete un’altra apertura alta. Dopo quella, il pavimento comincia a salire. Continuate lungo i solchi.»

Lethra guardò il passaggio.

«Ci sono altri bivi?»

«Uno, ma il ramo laterale è chiuso.»

Ivara fece un passo avanti per mostrare loro una pietra incisa.

In quel momento Tìmir uscì di scatto dal cappuccio.

Si arrampicò sulla spalla di Erian e si fermò con le orecchie abbassate.

Boro mosse la testa, tirando indietro la cavezza.

Darel gli parlò piano.

Erian sentì l’odore.

Era debole, ma lo riconobbe subito.

Si fermò.

«Lethra.»

Lei aveva già sollevato il viso.

Per un istante si guardarono senza dire altro.

Ivara tornò verso di loro.

«Che succede?»

Lethra prese Erian per il braccio.

«Quest’aria. L’abbiamo sentita sotto Orven.»

Il cattivo odore diventò più forte.

Erian avvertì una pressione dietro gli occhi.

«Il drago», disse.

Darel guardò il fondo della galleria.

«Qui?»

Ivara si avvicinò alla parete e sollevò la lampada. La fiamma si piegava verso il passaggio da cui erano arrivati.

«Quest’aria ieri non c’era.»

Poi indicò il ramo di sinistra.

«Di là. C’è un’uscita di servizio. È più vicina dell’ingresso.»

Nessuno si mosse.

Per Erian, le sue parole arrivarono un poco dopo il movimento delle labbra.

Ivara se ne accorse.

«Adesso.»

Lethra lo tirò verso il passaggio in salita.

Erian provò a seguirla, ma il ginocchio cedette appena caricò il peso sulla gamba.

Si appoggiò al bastone.

La lampada sembrava troppo lontana.

Ivara tornò indietro di due passi.

«Riesci a camminare?»

Lui annuì.

Non era sicuro.

La parete alla sua destra pareva inclinarsi, benché sapesse che era ferma. Le ombre si confondevano con le aperture nella roccia.

Tìmir gli affondò le unghie nella stoffa.

Quel piccolo dolore gli fece abbassare gli occhi.

Vide le dita di Lethra intorno al proprio braccio.

«Sono qui», disse lei. «Seguimi.»

Erian cercò il pavimento con il bastone.

Dietro di loro, Boro rifiutò di avanzare.

Darel non lo strattonò. Gli si mise vicino alla testa e gli parlò a bassa voce. Erian non riusciva a distinguere le parole.

Poi gli zoccoli ripresero a battere sulla pietra.

Ivara precedeva il gruppo. A ogni curva alzava la lampada, aspettando che tutti tornassero a vederla.

Il passaggio si restringeva.

Lethra continuò a sostenere Erian per il braccio mentre saliva. Lui cercava di muoversi più in fretta, ma ogni passo richiedeva uno sforzo diverso.

Sentiva il cuore nella gola.

«Quanto manca?» chiese Darel.

«La porta è oltre la curva.»

Erian guardò avanti.

La curva sembrava uguale a quella appena superata.

Per un momento non seppe dire se stessero salendo o tornando indietro.

«Lethra.»

«Ti tengo.»

Lui si aggrappò al suo braccio.

Ivara raggiunse la porta e sollevò la sbarra.

Dall’apertura entrò una striscia di luce.

Erian la vide sul pavimento, chiara e immobile. Si concentrò su quella.

Un passo.

Poi un altro.

Quando arrivò alla soglia, l’aria fredda gli colpì il viso.

Lethra lo accompagnò fuori e lo fece sedere contro un muro basso, lontano dall’apertura.

Darel uscì con Boro.

Il mulo tirò verso lo spiazzo e si fermò soltanto quando fu abbastanza lontano dalla porta.

Ivara contò il gruppo con lo sguardo.

Poi abbassò la lampada.

Erian chiuse gli occhi.

Sentiva ancora il pavimento muoversi sotto di sé.

C’erano due uomini vicino a un riparo per gli attrezzi.

Ivara li chiamò.

Parlò rapidamente, indicando la galleria e poi il sentiero che costeggiava il pendio.

«Tornate dall’esterno. Avvertite le case. Fate risalire chi è nelle camere basse e tenete tutti lontani dai passaggi inferiori.»

Uno dei due lasciò cadere gli attrezzi e partì.

L’altro raggiunse la porta.

«La frana?» domandò.

«Potrebbe avere aperto qualcosa. O cambiato il corso dell’aria. Per adesso chiudiamo il passaggio.»

Lethra rimase accanto a Erian.

Gli porse la borraccia, aspettando che la prendesse.

Lui bevve un piccolo sorso.

L’acqua aveva il sapore di sempre. Il sole era caldo sulla mano. Il rumore di Boro, che muoveva il basto, tornò nitido.

«Meglio?» chiese lei.

«Un po’.»

Darel si accovacciò davanti a lui.

«Che cosa c’entra Orven?»

Lethra guardò Erian, poi rispose.

«L’abbiamo incontrato lì, il drago. Le sue esalazioni ci hanno fatto perdere l’orientamento.»

«È lontano da qui.»

«Lo so.»

Ivara tornò vicino al muro.

«Sotto le cave ci sono fenditure che non abbiamo mai seguito. Non so da dove venga quell’aria.»

Guardò Erian.

«Puoi stare seduto ancora un poco. Abbiamo mandato l’avvertimento alle case.»

Lui annuì.

Darel si alzò e andò a controllare Boro.

Ivara indicò a Lethra il sentiero sotto lo spiazzo. Le spiegò dove avrebbe incontrato la strada che scendeva verso la valle.

Erian ascoltò le prime parole.

Poi smise.

Aveva sentito qualcosa mancare.

Non un oggetto. La borsa era lì. Il tamburo era al suo posto. Tìmir si era rannicchiato contro il suo fianco.

Eppure, cercando di tornare con il pensiero alla colazione, si era fermato davanti a un vuoto.

Si ricordava il piatto.

Lethra seduta di fronte.

Il pane caldo.

E la propria voce che raccontava il gesto di Sivra.

Provò a ripercorrere quel gesto.

La nonna aveva preso un canovaccio e avvolto la crosta. Lo aveva detto lui stesso, quella mattina.

Ma il momento in cui era successo non tornò.

Erian strinse la borraccia.

Cercò la cucina di casa, il tavolo, la luce sulla finestra.

Riuscì a vedere la stanza.

Provò a metterci Sivra.

Il volto della nonna c’era ancora. Poteva ricordarlo.

Ma quando cercò le sue mani che gli porgevano il pane, trovò soltanto le parole appena raccontate a Lethra.

Gli si fece freddo il petto.

Quella mattina aveva ricordato la farina sul polso. Il foro nella stoffa. Qualcosa che Sivra gli aveva detto.

Adesso sapeva di averli ricordati.

Non riusciva più a raggiungerli.

«Erian.»

Lethra era tornata davanti a lui.

Lui sollevò il viso.

«Hai smesso di rispondere.»

Erian guardò la borraccia, ancora stretta fra le mani.

«Mi gira un po’ la testa.»

Lei si sedette accanto a lui.

«Allora aspettiamo.»

Erian annuì.

Lethra non gli chiese altro. Rimase vicino al muro, mentre Darel scioglieva una cinghia per togliere un bagaglio dalla schiena di Boro.

Lui abbassò lo sguardo sulla borsa.

La aprì.

Il quaderno era asciutto. Le pagine si mossero sotto le dita con il rumore consueto.

Trovò il disegno di Tìmir.

Erian. Sono ad Avelùr. Ti sei punto per cucire la mia manica. Neris.

Ricordava quella puntura.

L’ago gli era entrato nel dito mentre cercava di passare attraverso la stoffa. Neris aveva riso, nascondendosi la bocca con la mano.

Riusciva ancora a sentire quella risata.

Il ricordo del pane rimaneva vuoto.

Voltò una pagina, poi tornò indietro.

La scrittura di Sivra era lì, piccola e ordinata.

Gli venne l’impulso di dire tutto a Lethra.

Bastava chiamarla. Raccontarle che cosa stava succedendo.

Lei avrebbe ascoltato.

Ma poco prima aveva avuto bisogno del suo braccio per riuscire a uscire dalla galleria. Darel aveva dovuto rallentare Boro. Ivara era tornata indietro a cercarlo.

Non voleva essere quello per cui dovevano fermarsi ancora.

E se fosse soltanto una conseguenza del capogiro?

Aspettò.

Guardò il sentiero, seguendo il movimento di una lucertola fra le pietre.

L’animale sparì sotto il muro.

La pressione dietro gli occhi diminuì. Riuscì a ricordare con chiarezza la voce di Darel durante il salvataggio, la tavola incastrata, la presa di Lio sul polso.

Tornò alla cucina.

Niente.

«Vuoi mangiare qualcosa?» chiese Lethra.

Darel aveva aperto il sacchetto del pane.

Erian esitò prima di prendere il pezzo che gli offriva.

Era freddo, ormai.

Lo girò fra le dita.

«Non hai fame?» domandò Darel.

«Sì.»

Diede un morso.

Il sapore non gli restituì nulla.

Ivara arrivò con un’altra borraccia.

«Il messaggio è passato. Stanno facendo uscire le persone dalle camere basse.»

Appoggiò l’acqua vicino a loro.

«La galleria resterà chiusa finché non avremo capito da dove arriva l’esalazione.»

Lethra annuì.

«Prenderemo il sentiero.»

Ivara guardò Erian.

«Quando riesci a camminare senza sentirti cadere.»

Lui distese la gamba e provò ad appoggiare il piede.

Il ginocchio faceva male, ma il terreno era fermo.

«Adesso va meglio.»

Lethra gli studiò il viso.

«Davvero?»

Erian si costrinse a sostenerne lo sguardo.

«Il capogiro sta passando.»

Era vero.

Lasciò che bastasse.

Rimasero nello spiazzo ancora un poco.

Darel ridistribuì i bagagli, tenendo quelli più pesanti su Boro. Lethra riempì le borracce. Ivara tornò alla porta per controllare che nessuno entrasse.

Quando Erian si alzò, riuscì a reggersi sul bastone.

Tìmir si arrampicò lungo la sua manica e rientrò nel cappuccio.

Prima di partire, Ivara ripeté le indicazioni.

«Seguite il sentiero fino alla strada bassa. Da lì potete continuare verso la valle.»

Darel guardò il tratto in discesa.

«Questo lo riconosco.»

Salutarono Ivara.

Lei rimase nello spiazzo, accanto all’ingresso chiuso.

Camminarono lentamente.

Dopo la prima svolta, Erian si fermò per sistemare la borsa. Il quaderno gli premeva contro il fianco.

Lethra si voltò.

«Serve una pausa?»

«No. Si era spostata la cinghia.»

Lei aspettò che lo raggiungesse.

Erian guardò le proprie mani.

Quella mattina, nel ricordo, avevano tenuto il pane dentro un canovaccio.

Ora conservava il racconto di quel gesto, e la certezza che poche ore prima fosse stato ancora suo.

Serrò la cinghia della borsa.

Poi raggiunse Lethra senza dirle niente.

DICIASSETTEIL LAGO

Il sentiero scendeva fra pietre chiare e ciuffi d’erba.

Erian camminava dietro Boro, appoggiandosi al bastone. Il ginocchio faceva male, ma la testa era tornata lucida. Riusciva a seguire la strada e a riconoscere i rumori intorno a sé.

Il vuoto nel ricordo, invece, era rimasto.

Aveva provato a tornarci ancora, durante la discesa. Ogni volta ritrovava il racconto fatto a Lethra e si fermava lì.

Quando gli alberi si diradarono, videro il lago.

Occupava il fondo della valle, stretto fra due pendii. La strada ne seguiva la riva per un tratto, poi scompariva dietro una fila di salici.

Darel condusse Boro verso il ruscello che entrava nel lago.

«Lo faccio bere.»

Lethra indicò una pietra piatta, poco distante dall’acqua.

«Possiamo fermarci qui.»

Erian si sedette e distese la gamba.

Tìmir uscì dal cappuccio, scese lungo il suo braccio e cominciò a esplorare le fessure fra le pietre.

La superficie del lago era quasi ferma. Rifletteva le nuvole e i rami dei salici.

Erian la guardò senza cercare niente.

Poi vide un tavolo.

All’inizio sembrò una forma sotto l’acqua.

Una linea scura, diritta. Accanto, qualcosa di bianco.

Erian si sporse appena.

Il tavolo diventò più nitido.

Dietro il tavolo c’era una finestra. Una donna stava tagliando il pane.

Lui si alzò, dimenticando per un momento il ginocchio. Il dolore lo costrinse a fermarsi e a riprendere il bastone.

«Lethra.»

Lei si voltò.

Erian indicò l’acqua.

«Lo vedi?»

Lethra si avvicinò alla riva.

Rimase in silenzio.

«C’è una donna», disse infine. «E un bambino.»

Erian sentì il cuore battere più forte.

Conosceva quella finestra.

Conosceva il tavolo, il bordo rovinato vicino al muro e la luce che cadeva sulla stoffa.

La donna abbassò il coltello.

Sivra.

Erian fece un altro passo.

Nell’acqua, il bambino allungò una mano verso la crosta appena tagliata. La prese, la lasciò cadere e ritrasse le dita.

Poi si raddrizzò subito, come se non fosse successo niente.

Erian riconobbe anche quel gesto.

Era lui.

Sivra guardò il bambino. Prese il canovaccio, avvolse il pane e glielo mise fra le mani.

Le sue labbra si mossero.

Le parole tornarono a Erian con la voce della nonna.

Così forse riusciamo a tenerci anche le dita.

Gli mancò il respiro.

Ricordò il calore attraverso la stoffa. La vergogna per aver finto che il pane non scottasse. La farina sul polso di Sivra e il piccolo foro nel canovaccio.

Ricordò il primo morso.

E la nonna rimasta davanti a lui, ad aspettarlo.

Chiuse gli occhi.

La scena continuò dentro di lui.

Non doveva più ricostruirla usando le parole dette a colazione. Era di nuovo quel bambino, con la crosta fra le mani e Sivra vicina al tavolo.

Quando riaprì gli occhi, aveva le guance bagnate.

«È tua nonna?» chiese Lethra.

Lui annuì.

Darel li raggiunse, lasciando Boro vicino al ruscello.

Guardò l’acqua e si fermò.

Per qualche istante rimasero tutti e tre sulla riva.

Sivra era rivolta al bambino della scena. Aspettava che desse il primo morso e gli guardava le mani.

Erian avrebbe voluto sentire ancora la sua voce.

Un soffio di vento attraversò il lago.

La finestra si spezzò in strisce di luce. Il tavolo si allungò fra le increspature e scomparve.

Rimasero le nuvole.

Erian aspettò.

Lethra si sedette sulla pietra vicino a lui.

Non gli chiese di partire.

Darel tornò da Boro e gli tolse un bagaglio dal dorso. Il mulo abbassò la testa sull’erba, mentre Tìmir si arrampicava sopra la borsa di Erian.

Dopo un poco, altre figure affiorarono nell’acqua.

Due persone attraversavano una passerella di legno. Una portava una cesta sulla schiena. Dietro di loro c’erano alberi diversi da quelli sulla riva.

La scena durò pochi istanti.

Erian cercò il tavolo di casa.

Si spostò lungo il bordo del lago, fermandosi dove l’acqua era più quieta. Guardò sotto i rami, fra le pietre, oltre una chiazza di foglie.

Sivra non ricomparve.

Lethra lo seguì con lo sguardo.

«Erian, siediti. Stai sforzando troppo la gamba.»

Lui tornò alla pietra.

Provò a ricordare.

Il pane era ancora caldo nelle sue mani, dentro quel momento lontano. Sivra lo guardava. La voce era tornata.

Soltanto allora riuscì a sorridere.

«Che cosa hai visto?» domandò Darel.

«La cucina di casa.»

Indicò un punto del lago.

«Proprio lì.»

Darel guardò la superficie ormai vuota.

«Io ho visto la donna che ti dava qualcosa.»

Erian annuì.

Avrebbe voluto spiegargli quanto fosse importante, ma le parole gli sembrarono troppo piccole.

Rimase seduto.

Il sole si spostò sopra il pendio. Darel mangiò un pezzo di pane e controllò il sentiero oltre i salici. Quando tornò, rimise il bagaglio sul dorso di Boro.

Lethra si alzò.

«La strada continua lungo la riva. Possiamo ripartire.»

Erian guardò l’acqua.

«Ancora un momento.»

Lei aspettò.

Una foglia raggiunse la pietra davanti a lui, girò su se stessa e si allontanò.

Erian seguì il suo movimento.

«Che cosa stai aspettando?» chiese Lethra.

«Vorrei rivederla.»

Lethra abbassò gli occhi verso il lago.

«Lo capisco.»

Lui le fu grato per quelle parole.

Poi lei raccolse la propria borsa.

«Ma dobbiamo andare avanti.»

Erian strinse il bastone.

«Possiamo restare fino a domani.»

Lethra si fermò.

«Per riposare?»

«Anche.»

«Il ginocchio fa più male?»

Lui esitò.

«Posso camminare.»

Lei posò di nuovo la borsa.

«Allora dimmi perché vuoi restare.»

Erian tornò a fissare l’acqua.

Non sapeva quanto tempo gli servisse. Un’altra ora. Una notte. Forse qualche giorno, abbastanza da capire come tornavano quelle immagini.

Il lago gli aveva restituito qualcosa che credeva perduto.

Allontanarsi gli sembrava un rischio che gli altri non riuscivano a vedere.

«Voglio essere sicuro che mi resti», disse.

«Che cosa?»

«Il ricordo.»

Lethra lo guardò.

«Erian, che cosa è successo?»

Lui avrebbe potuto rispondere subito.

Invece si alzò e si spostò verso la riva.

Lethra rimase dov’era.

«Non continuare a dirmi di aspettare senza spiegarmi.»

«Non sei tu quella che sta dimenticando.»

La frase gli uscì più forte di quanto volesse.

Darel sollevò il viso dalle cinghie di Boro.

Lethra si irrigidì.

«Che cosa hai dimenticato?»

Erian si passò una mano sugli occhi.

Era troppo tardi per fingere.

«Questo.»

Indicò l’acqua.

«Il pane. La nonna. Quel momento.»

Lethra aspettò che continuasse.

«A colazione lo ricordavo. Te l’ho raccontato perché mi era tornato in mente tutto insieme.»

«Sì.»

«Dopo la galleria non c’era più.»

Il vento muoveva le foglie sopra di loro.

Erian guardò il terreno.

«Sapevo che era successo. Mi ricordavo di avertelo detto. Ma quando cercavo la nonna che mi metteva il pane in mano, trovavo soltanto il racconto.»

Lethra abbassò lentamente lo sguardo.

«Fuori dalla galleria ti ho chiesto come stavi.»

«Il capogiro stava passando.»

«E questo era rimasto.»

Lui annuì.

Darel si avvicinò, lasciando la cavezza appoggiata al basto.

«L’hai perso per quell’aria?»

«Credo di sì.»

«Hai dimenticato altro?»

«Non lo so.»

Era la risposta che gli faceva più paura.

«Il volto della nonna lo ricordavo. E ricordavo Neris. Ho controllato.»

Lethra gli si mise davanti.

«Perché non me l’hai detto?»

Erian cercò una risposta che non lo facesse sembrare un bambino.

Non la trovò.

«Avevate già dovuto aiutarmi a uscire. Cammino piano. Ci fermiamo sempre per la mia gamba.»

«La gamba la vedo.»

Lethra indicò il bastone.

«Mi accorgo quando zoppichi. Questa cosa devi dirmela.»

Erian sentì salire la rabbia, insieme alla vergogna.

«E poi che avremmo fatto?»

«Non lo so.»

«Appunto.»

Lei serrò le labbra.

Per un istante lui pensò che avrebbe raccolto la borsa e si sarebbe allontanata.

Invece Lethra rimase.

«Avremmo provato a capirlo insieme. Tu hai deciso che non serviva neppure parlarne.»

Erian guardò Darel.

Il giovane non disse niente. Aspettava anche lui.

«Avevo paura che voleste fermarmi», ammise.

«Ho scelto di continuare il viaggio», disse Lethra. «Ma voglio sapere che cosa ti sta succedendo.»

Erian tornò a guardare il lago.

Gli sembrava impossibile che il lago potesse restare così tranquillo.

Poco prima c’era stata la cucina di casa. Sivra aveva mosso le mani, il bambino aveva preso il pane. Ora una foglia passava nello stesso punto.

«Qui l’ho ritrovato», disse. «Se succede di nuovo, lontano da qui?»

Lethra non rispose subito.

«Non sappiamo se questo lago possa restituirti un altro ricordo.»

«Lo so.»

«E non sappiamo neppure quando tornerà quella scena.»

«Lo so.»

Lui si sedette, perché la gamba aveva cominciato a tremare.

La rabbia si consumò in quel movimento.

Restò la paura.

«E se la prossima volta fosse Neris?»

Darel si abbassò accanto alla pietra.

Lethra rimase in piedi davanti a Erian.

Lui cercò di continuare senza piangere.

«A Vaelra l’ho già visto. Le persone mi guardavano mentre dicevo il suo nome. Mio padre non ricordava di avere una figlia.»

Si fermò per prendere fiato.

«Se succedesse a me, magari avrei ancora il quaderno. Potrei leggere che ho una sorella. Ma se non riuscissi più a ricordare lei?»

Lethra si sedette.

Erian fissò le proprie mani.

«Con la nonna è stato così, per quel momento. Sapevo del pane e del canovaccio. Il resto era vuoto.»

Per la prima volta lo aveva detto fino in fondo.

Gli sembrò di avere meno forza, dopo averlo ammesso.

Lethra gli sfiorò il polso.

«Capisco perché hai paura.»

Lui annuì, senza guardarla.

«Ma non posso aiutarti a capire che cosa resta, se mi dici soltanto che ti gira la testa.»

«Non volevo mentirti.»

«Lo hai nascosto.»

Erian abbassò ancora il viso.

«Sì.»

Darel spostò un sasso con la punta della scarpa.

«Non devi sapere già come risolverlo per potercelo dire.»

Erian guardò prima lui, poi Lethra.

Aveva passato tutta la discesa a cercare da solo un punto che non riusciva più a raggiungere. I compagni gli avevano camminato accanto senza sapere che cosa stesse cercando.

«Avrei dovuto dirvelo.»

Lethra annuì.

«Sì.»

Non sorrise. Erian fu contento che non fingesse che fosse tutto a posto.

Darel indicò il muretto più lontano dalla riva.

«C’è ombra, là. Possiamo fermarci ancora un poco.»

Erian guardò l’acqua.

Le immagini erano scomparse.

«Vieni», disse Lethra. «Proviamo ad allontanarci.»

Lui si alzò con il bastone.

Camminarono fino al muretto, oltre i salici. Da lì il lago si vedeva soltanto fra i rami.

Darel portò Boro vicino a loro e gli sciolse una cinghia che premeva contro il fianco.

Erian si sedette.

Per qualche istante ascoltò le foglie.

Poi cercò Sivra.

La nonna era ancora davanti al tavolo.

Il foro nel canovaccio. La crosta lasciata cadere. Il tentativo di fingere che non scottasse.

Tutto rimase.

Erian chiuse gli occhi e lasciò che il ricordo continuasse.

«Aspettava», disse.

Lethra si voltò verso di lui.

«Che cosa?»

«Il primo morso. Era rimasta lì finché non lo avevo dato.»

Si asciugò una guancia con la manica.

«Aveva la farina sul polso.»

La voce gli tremò, ma questa volta riuscì a continuare.

«Lo ricordo anche qui.»

Lethra guardò il punto in cui gli alberi nascondevano l’acqua.

«Allora per adesso puoi portarlo con te.»

Erian annuì.

Non gli bastava per sentirsi al sicuro. Aveva ancora paura delle gallerie, di quell’odore, di altri vuoti che avrebbe potuto scoprire troppo tardi.

Ma il ricordo era tornato.

E gli altri sapevano.

Darel riprese la cavezza.

Lethra si alzò, lasciando a Erian il tempo di fare lo stesso.

Lui raccolse Tìmir e lo sistemò nel cappuccio. Controllò il panno azzurro intorno al tamburo e chiuse la borsa del quaderno.

Poi guardò Lethra.

«Mi dispiace di avertelo nascosto.»

Lei si sistemò la tracolla.

«La prossima volta dimmelo.»

«Lo farò.»

Darel si voltò verso di lui.

Erian annuì anche nella sua direzione.

Ripresero la strada.

Prima della curva, lui guardò ancora una volta il lago. Fra i rami comparve una forma scura, che svanì prima che potesse capire che cosa fosse.

Si fermò.

Lethra se ne accorse e aspettò.

Erian rimase a guardare per un respiro.

Poi si voltò verso di lei.

«Cammini accanto a me?»

«Sì.»

Passarono la curva insieme.

Quando l’acqua scomparve dietro gli alberi, Erian tornò con il pensiero al tavolo di casa.

Sivra gli mise il pane fra le mani.

Il ricordo rimase, mentre continuavano a camminare.

DICIOTTOTRE SCRITTURE

La strada si allontanò dal lago seguendo un fosso.

Erian continuò a camminare accanto a Lethra. Quando il terreno scendeva, cercava prima un punto per il bastone e poi vi portava il piede. Darel lasciava che Boro li precedesse soltanto di pochi passi.

Sui bordi del fosso crescevano giunchi a nodo. Alcuni erano stati tagliati; i monconi chiari spuntavano fra gli steli nuovi. Più avanti, fasci già legati stavano asciugando sopra un muretto.

Lethra si fermò a spostare una cinghia della borsa.

Erian aspettò con lei.

Avrebbe potuto cercare ancora il ricordo del pane. Lo aveva fatto due volte dopo la curva, ritrovando ogni volta il foro nel canovaccio e la farina sul polso di Sivra. Questa volta guardò il sentiero.

Davanti a loro comparve un tetto basso, poi un carro fermo sotto una tettoia.

«Lì possiamo chiedere dell’acqua», disse Darel.

La casa sorgeva dove la strada incontrava una carrareccia più larga. Aveva una stanza aperta sul cortile, due panche e un abbeveratoio alimentato dal fosso. Sopra la porta pendevano mazzi di giunco; dentro, accanto a un piatto di cipolle, erano allineati aghi da sacco, stoppini e piccoli pacchi di carta.

Un uomo stava pulendo una pentola con una manciata di sabbia.

Guardò il ginocchio di Erian.

«La panca tiene», disse. «Anche se sembra di no.»

Erian si sedette con cautela.

La panca scricchiolò.

L’uomo annuì, come se avesse appena dimostrato qualcosa.

«Acqua?»

«E qualcosa da mangiare», disse Lethra.

«Zuppa. Se vi fermate, c’è posto nella stanza dietro.»

Darel guardò la luce sopra il cortile.

«La strada verso la costa com’è?»

«Quella bassa è aperta. Dopo il bivio restate fuori dai campi: hanno appena seminato.»

Lethra si voltò verso Erian.

Lui distese la gamba.

«Per oggi basta», disse.

Lei posò la borsa accanto alla panca.

Darel aveva appena tolto il primo bagaglio a Boro quando un uomo uscì da dietro il carro.

Si fermò con una correggia fra le mani.

«Ti avevo riconosciuto dal mulo.»

Darel sollevò il capo.

«Ancora quel carro?»

«Finché le ruote girano.»

L’uomo batté una mano sulla sponda. Una tavola era stata sostituita da poco; il legno chiaro spiccava fra le altre.

Erian lo osservò dalla panca. Aveva il collo bruciato dal sole e una barba corta, più scura sotto il mento. Stava cercando un punto dove fare un altro foro nella correggia.

«Tuo padre ti lascia andare da solo e tu finisci quaggiù», disse.

«Dovevo arrivare alla città sul ponte.»

«Lo so. Sono passato dai magazzini.»

Darel abbassò il bagaglio.

Per un momento si sentì soltanto il raschiare della sabbia nella pentola.

«Il carico è arrivato incompleto», disse il giovane.

«Mi hanno detto.»

L’uomo infilò la correggia nella fibbia e tirò per provarla.

«Io sto tornando. Domattina prendo la strada dei carri. Se vuoi venire, troviamo posto per la tua roba. Boro può seguirci.»

Darel guardò dentro il carro quasi vuoto.

«Torni fino a casa?»

«Passo da tuo padre. Ho una consegna da organizzare con lui.»

Si accorse degli altri due e li salutò con un cenno.

«Siete insieme?»

«Sì», rispose Darel.

L’uomo tornò alla correggia.

«Parto presto. Pensaci.»

Darel rimase con una mano sul bagaglio.

Erian cercò gli occhi di Lethra. Lei aveva ascoltato e adesso stava arrotolando una coperta.

«Dove mettiamo Boro?» domandò.

Darel si voltò verso la tettoia.

«Gli trovo un punto asciutto.»

Il mulo si fermò davanti all’abbeveratoio e arretrò di un passo.

Darel allentò la cavezza.

«Che c’è?»

Boro soffiò verso l’acqua.

Da sotto il bordo arrivò un sibilo basso, simile all’aria che sfuggiva da un mantice.

Lethra raggiunse Darel. Erian fece per alzarsi, ma lei gli indicò di restare seduto.

«Da lì vedi lo stesso.»

In fondo alla vasca c’era un animale lungo quanto l’avambraccio di Erian.

Aveva quattro zampe corte, piedi larghi e un muso piatto che terminava in un bordo sottile. La coda aderiva al fondo come una foglia bagnata. Due lembi di pelle gli correvano lungo i fianchi; quando si mosse, si sollevarono e si incontrarono sopra il dorso, formando una piccola volta.

Sotto quella volta qualcosa si agitò.

«Un rivìcolo», disse Darel.

«È pericoloso?» chiese Erian.

«Per le dita, se gliele metti davanti alla bocca.»

Boro provò ad avvicinare di nuovo il muso. L’animale allargò i piedi contro la pietra e sibilò.

Darel condusse il mulo verso l’altra estremità del cortile.

Tìmir uscì dal cappuccio di Erian, scese sulla panca e tese il collo.

«Tu resta qui.»

Il nìvelo ignorò l’avvertimento.

Lethra lo raccolse prima che saltasse a terra. Lui si dibatté, offeso, poi cercò di infilarsi nella sua manica.

L’uomo della casa posò la pentola e venne a guardare.

«Ci sono i piccoli», disse.

Erian si sporse appena. Sotto i lembi comparvero tre teste minuscole, poi una quarta. Avevano gli stessi musi piatti dell’animale grande e tenevano le zampe aggrappate alla pelle del suo dorso.

«È entrato dallo scolo?» domandò Darel.

L’uomo guardò una tavoletta incastrata davanti all’apertura.

«L’ho chiuso per togliere il fango. Devo averlo lasciato dentro.»

Si chinò e tese una mano.

Il rivìcolo si voltò di scatto.

«Aspetta», disse Darel.

Prese un secchio vuoto e lo porse all’uomo.

«Puoi far bere Boro qui? Se lo teniamo lontano dalla vasca, quello smette di difendersi.»

Lethra sistemò Tìmir nella borsa aperta accanto a Erian. Il nìvelo provò subito a uscirne; Erian gli offrì un lembo della coperta sotto cui infilarsi.

Darel si accovacciò allo scolo.

La tavoletta era gonfia d’acqua. La tirò poco alla volta, fermandosi quando la pietra cominciò a raschiare contro il legno.

Il rivìcolo abbassò la volta sul dorso. I piccoli scomparvero sotto le pieghe.

«Così li tiene?» chiese Erian.

«Finché non gli passa la paura.»

Darel riuscì a liberare un lato della tavoletta. Un filo d’acqua raggiunse il fosso e l’animale girò il muso verso di esso.

Lethra prese un piccolo ritaglio di legno dalla propria borsa e lo infilò nell’apertura.

«Adesso puoi lasciare.»

Darel ritirò le dita.

Il rivìcolo avanzò con la pancia contro il fondo. Prima dell’apertura si fermò; una piccola zampa spuntava da sotto il lembo destro.

«Ce n’è uno che scivola», disse Erian.

Lethra abbassò la mano che stava per tendere verso la vasca.

Aspettarono.

L’animale piegò il fianco. La zampa sparì, poi tutti passarono nello scolo.

Nel fosso il rivìcolo riaprì i lembi, tenendoli distesi nell’acqua. La corrente li gonfiò appena. Sotto il suo ventre si mossero i piedi larghi, e il muso andò a cercare qualcosa fra le radici dei giunchi.

«Mangia il fango?» domandò Erian.

«Le larve che ci stanno dentro», disse l’uomo della casa. «Per questo lascio aperto il fosso. Quando viene l’acqua alta ne arrivano altri.»

Raccolse la tavoletta e la appoggiò contro il muro.

Boro tornò alla vasca. Bevve a lungo, senza smettere di muovere un orecchio verso lo scolo.

Darel gli passò la mano sul collo.

«Adesso c’è posto.»

Mangiarono prima che facesse buio.

La zuppa conteneva cipolle, legumi e pezzi di pane che si rompevano appena toccati dal cucchiaio. Erian aveva fame, ma dopo pochi bocconi posò la scodella.

Il trasportatore era seduto fuori. Dalla porta lo vedevano controllare i legacci del carro.

«Puoi andare», disse Erian.

Darel sollevò gli occhi.

«Lo so.»

«Ti eri offerto di accompagnarci fuori città. Poi fino alle cave.»

«Mi ricordo.»

Erian cercò un modo di continuare. Gli venne in mente il sedile di Lio, la corda che Darel aveva fermato prima che si tirasse troppo, Boro uscito dalla galleria senza essere strattonato.

Avrebbe voluto chiedergli di restare.

Riprese il cucchiaio.

Lethra non intervenne. Finì di mangiare e si pulì le dita su un panno.

«Ci serve della carta», disse.

Erian guardò la propria borsa.

«Nel quaderno ci sono ancora pagine libere.»

«Vorrei un posto per tutti e tre.»

La scrittura di Sivra riempiva già gran parte del volume. Fra quelle righe Erian aveva aggiunto nomi, domande, fatti che non voleva perdere. C’era il disegno sul quale Neris gli aveva scritto. Il vuoto della pagina strappata.

Posò una mano sulla borsa.

«Per scrivere che cosa?»

Lethra indicò il ginocchio, poi il cortile.

«Quello che è successo oggi. Le indicazioni per domani. Quello che decidiamo.»

Darel si asciugò la bocca.

«Anche quello che sappiamo soltanto per averlo sentito dire.»

Lethra annuì.

Erian ricordò il vuoto dopo la galleria. Aveva saputo del pane perché ne aveva parlato a colazione. La voce di Sivra, invece, gli era mancata.

«Se lo scriviamo, potrei ricordare soltanto le parole.»

«Sì», disse Lethra.

Lui aspettò, ma lei non aggiunse una rassicurazione.

Darel spostò la scodella.

«Però potremmo dirti quando le hai scritte. E perché.»

Erian guardò entrambi.

Poi si voltò verso l’uomo della casa.

«Quella carta è in vendita?»

Il quaderno nuovo aveva una copertina grigia e poche pagine, cucite con un filo grosso.

L’uomo lo teneva per i conti dei viaggiatori. Lo aprì per mostrare che era vuoto, poi mise sul tavolo una penna spuntata e un piccolo recipiente d’inchiostro.

«Questi me li restituite domattina.»

Erian contò le monete sul palmo. Lethra ne aggiunse una: bastavano per il quaderno.

Darel tirò fuori dalla tasca le proprie.

«Prendi due fogli anche per me.»

Erian glieli passò senza chiedere a chi fossero destinati.

Nella stanza dietro c’erano pagliericci allineati lungo il muro e un tavolo stretto sotto la lampada. Posarono il quaderno grigio in mezzo.

Erian aprì quello di Sivra e trovò il disegno di Tìmir.

Le lettere di Neris erano ancora lì.

Le lesse. Poi richiuse la copertina scura e la tenne accanto alla propria borsa.

«Cominciamo da questo», disse.

Intinse la penna.

Neris è ad Avelùr. Ci ha scritto sulla pagina dove aveva disegnato Tìmir. Ha ricordato la puntura che mi sono fatto cucendo la sua manica.

Sollevò la punta. Una goccia cadde sotto l’ultima parola.

«Devi scaricarla un poco», disse Lethra.

Erian fece scorrere la penna sul bordo del recipiente.

Vogliamo raggiungerla e riportarla a casa.

Lethra lesse sopra la sua spalla.

«Scrivi anche quando è arrivato il messaggio. Prima delle cave.»

Lui aggiunse la precisazione.

Poi rimase con la penna sospesa.

«Oggi, nella galleria, ho perso il ricordo del pane», disse.

«Scrivilo come lo diresti», rispose lei.

Erian tornò al foglio.

Ricordavo Sivra e il suo volto. Mi mancava una mattina in cui mi aveva dato il pane caldo avvolto nel canovaccio. Al lago ho visto quella mattina e l’ho ricordata di nuovo. Adesso la ricordo anche qui.

Si fermò prima che la mano cominciasse a tremare.

Lethra prese la penna.

La sua scrittura era più piccola, inclinata appena verso destra.

Abbiamo visto la scena anche noi. Non sappiamo perché sia comparsa né se possa accadere di nuovo. La galleria è stata chiusa da Ivara. Domani seguiremo la strada bassa verso la costa.

Rilesse, poi aggiunse:

Erian ci dirà se sente mancare un altro ricordo. Gli crederemo anche quando non saprà spiegarlo subito.

Erian si avvicinò alla lampada per leggere meglio.

«E se sono io a non accorgermene?»

Lethra posò la penna sul bordo del quaderno.

«Ne parleremo anche noi.»

Darel tirò il volume verso di sé.

Si mise a scrivere lentamente, con le dita troppo vicine alla punta.

Boro ha bevuto e non ha ferite nuove. La cinghia sinistra va controllata prima di partire. All’abbeveratoio c’era un rivìcolo con quattro piccoli.

«Quattro?» chiese Lethra.

«Io ne ho visti quattro», disse Erian.

Darel aggiunse una precisazione.

Ne abbiamo visti quattro.

Tìmir, che fino a quel momento aveva dormito sopra una coperta, sollevò il muso.

Lethra spostò l’inchiostro prima che potesse annusarlo.

«Scrivi anche che lui cerca di mettere il naso dappertutto.»

«Questo lo sappiamo già», disse Erian.

Si accorse di sorridere.

Darel lasciò un poco di spazio sotto le righe e scrisse il proprio nome.

Passò la penna a Lethra. Lei firmò accanto a lui.

Erian aggiunse il suo.

Tre scritture diverse occupavano la pagina. La macchia d’inchiostro si era allargata, ma le parole si leggevano ancora.

Lethra soffiò piano per asciugarle.

Erian si svegliò quando Darel aprì la porta.

Fuori era ancora grigio. Sotto la tettoia Boro muoveva gli zoccoli, e dal cortile arrivava il rumore di una ruota.

Darel teneva i due fogli piegati insieme.

«Hai deciso?» domandò Erian.

Il giovane si fermò sulla soglia.

«Sì.»

Erian si mise seduto. Il ginocchio protestò prima ancora che riuscisse a portare i piedi a terra.

Darel lasciò la porta socchiusa e tornò verso di lui.

«Ho scritto a mio padre.»

Gli mostrò i fogli.

«Gli ho detto dove sono. E che il conto della merce resta da sistemare.»

Erian guardò la piega sotto il suo pollice.

«Torni con il carro?»

«Gli mando questo. Io vengo con voi.»

Dal pagliericcio accanto, Lethra sollevò il capo.

Darel si sedette sul bordo del tavolo.

«Ieri, quando ho visto il carro, mi è sembrato facile. Mettere le borse dentro, far seguire Boro. Qualcuno che conosce la strada.»

Erian annuì.

«Potresti ancora farlo.»

«Ho passato la sera a pensare a quando sarei arrivato.»

Darel rigirò i fogli.

«Il carico lo avrei dovuto spiegare di nuovo. Questo lo posso fare. Ma avrei raccontato anche di voi. Delle cave. Di tua sorella che scrive sulla pagina.»

Si fermò.

«E non avrei saputo come finiva.»

Guardò Erian.

«Voglio darvi una mano a trovarla.»

Erian abbassò gli occhi.

Anche lui avrebbe voluto saperlo. Vedere Neris seduta al tavolo di casa, la treccia sciolta, Tìmir dentro il cappuccio di qualcun altro. Teren che le spostava la tazza dal bordo.

«Non so che cosa troveremo», disse.

«Lo so.»

«Potrebbe volerci molto.»

Darel tirò fuori la propria borsa da sotto il tavolo.

«Ho scritto anche questo.»

Lethra si alzò e cercò le scarpe.

«Vuoi che aggiungiamo i nostri nomi al foglio?»

Lui le porse la lettera.

«Sì.»

Il trasportatore aspettava vicino al carro.

Aveva già legato le borse alla sponda e teneva in mano una crosta di pane.

«Allora?»

Darel gli consegnò i fogli.

«Puoi portarli a mio padre?»

L’uomo smise di masticare. Guardò la lettera, poi Boro sotto la tettoia.

«Resti?»

«Continuo verso la costa.»

«La strada per tornare la conosci.»

«Sì.»

L’uomo piegò con cura i fogli e li infilò nella tasca interna della giacca.

«Glieli do in mano.»

Darel gli strinse il polso.

Lo aiutarono a togliere la pietra da davanti alla ruota; Erian rimase vicino alla porta, con il bastone. Quando il carro partì, il giovane lo seguì con lo sguardo fino al bivio.

Poi tornò da Boro.

Controllò la cinghia sinistra e spostò un sacco perché non premesse sul fianco. Lethra riempì le borracce. Erian restituì la penna e l’inchiostro all’uomo della casa.

Prima di chiudere il quaderno grigio, lesse ancora la prima pagina.

Sotto i tre nomi Darel aveva aggiunto una riga, mentre gli altri preparavano i bagagli.

Ho affidato una lettera a chi torna da mio padre. Io proseguo con Erian e Lethra per cercare Neris.

Erian passò un dito accanto alla scrittura, senza toccare l’inchiostro.

«Lo tengo io oggi», disse Lethra.

Lui le porse il volume.

Lethra scelse un pezzetto di carbone dal focolare spento. Lo avvolse a un’estremità con una striscia di stoffa e lo infilò nella tasca accanto al quaderno.

Erian sistemò quello di Sivra nella propria borsa, controllò il panno intorno al tamburo e si avvicinò a Boro.

Nel fosso qualcosa si mosse fra i giunchi. Comparve un muso piatto, poi la corrente piegò gli steli e lo nascose.

Darel prese la cavezza.

Al bivio il carro aveva lasciato due solchi freschi. Boro provò a seguirli; il giovane gli parlò piano e lo accompagnò sull’altra strada.

Lethra aspettò Erian.

Ripresero a camminare verso la costa.

DICIANNOVELA PROMESSA DI SIVRA

Il mare tornò a farsi sentire prima di comparire.

Erian riconobbe l’odore sulle mani, quando si fermò a bere: il cuoio della borraccia era lo stesso del giorno prima, ma il vento gli portava sale sulle dita.

Più avanti, l’erba si abbassava tutta dalla stessa parte. Le ultime piante crescevano dietro muretti di pietra, e una donna stava raccogliendo terra da uno scolo per riportarla nel proprio orto.

Darel lasciò che Boro si fermasse al margine della strada.

«Quanto manca?» chiese Erian.

«Non lo so.»

Il ragazzo lo guardò.

«Non sono mai arrivato fin qui», aggiunse Darel.

Ripresero a camminare dopo aver bevuto tutti.

Dall’alto dell’ultima salita videro la costa.

C’erano navi sulla spiaggia.

Una era inclinata tanto che le finestre della cabina guardavano il cielo. Di un’altra rimanevano la chiglia e le costole, con ciuffi d’erba cresciuti fra il legno. Più lontano, una prua emergeva dall’acqua bassa; il resto dello scafo era nascosto sotto la sabbia.

Fra i relitti correvano sentieri. Su uno erano state posate assi larghe. Su un altro si muovevano due persone con un carretto.

Lethra aprì il quaderno di Sivra, che Erian le aveva passato durante la sosta.

Confrontò il disegno delle navi con la spiaggia.

«Quella», disse, indicando lo scafo inclinato.

Nel quaderno la cabina aveva ancora il tetto.

Erian guardò i vuoti fra le travi.

«Siamo arrivati.»

La strada scendeva dietro una fila di tamerici.

Da vicino si vedeva che la costa era abitata. Una vela copriva il tetto di un magazzino; un tratto di murata faceva da parete a una tettoia. Le tavole buone erano accatastate sopra pietre, separate da listelli per lasciar passare l’aria.

Un uomo stava estraendo chiodi da una trave. Li gettava in un recipiente, dividendoli da quelli che si spezzavano.

«Cerchiamo qualcuno che conosceva Sivra», disse Lethra.

L’uomo tenne il ferro sollevato.

«Chiedete a Orena. Nella casa col portello rosso.»

Indicò un edificio basso dietro la nave inclinata.

Darel guardò la passerella fra i relitti.

«Il mulo passa?»

«Da dietro. Qui una tavola cede.»

Li accompagnò fino al sentiero più largo, poi tornò ai chiodi.

Il portello rosso era stato montato in un muro di pietra. Si apriva verso l’esterno, come se la casa conservasse ancora una parte delle abitudini della nave a cui era appartenuto.

Davanti sedeva una donna anziana.

Teneva sulle ginocchia una vela e faceva passare un ago grosso attraverso due strati di tela. I capelli bianchi erano raccolti con un laccio; sopra un sopracciglio, una cicatrice sottile interrompeva la pelle scurita dal sole.

«Se cercate lavoro, quella trave va portata sotto il riparo», disse senza alzare gli occhi.

Erian guardò il pezzo di legno appoggiato al muro.

«Cerchiamo Orena.»

«L’avete trovata.»

La donna tirò il filo. Per farlo usò tutta la mano, con una lentezza che gli ricordò Sivra vicino alla pentola.

Erian prese il quaderno da Lethra.

«Questo era di mia nonna.»

Orena posò la tela.

Lui aprì la pagina delle navi e le mostrò la firma, accanto al disegno.

La donna avvicinò il foglio, senza prenderglielo.

«Sivra.»

Pronunciò il nome guardando la scrittura.

Poi sollevò gli occhi.

«Come sta?»

Erian rimase con il quaderno aperto.

«È morta.»

Orena appoggiò l’ago dentro il rotolo della vela, dove non avrebbe potuto pungere nessuno.

Non disse subito altro.

Dal magazzino arrivarono tre colpi di martello.

«Entra», disse infine. «C’è una sedia più alta, dentro.»

Darel sistemò Boro sotto la tettoia indicata da Orena. Gli tolse il basto e controllò il punto in cui la cinghia sinistra aveva strofinato il pelo.

Lethra lo aiutò a mettere i bagagli lontano dal terreno umido.

Erian li aspettò vicino alla porta. Quando entrarono, aveva già trovato la sedia e disteso la gamba.

La casa odorava di tela, legno e minestra.

Sul tavolo c’erano una scatola di aghi, un piatto coperto e una tazza con il manico riparato. Orena spostò la scatola prima di portare il pane.

Tìmir scese dalla spalla di Erian e annusò il bordo del piatto.

La donna lo coprì meglio.

«Quello ha già un padrone.»

Il nìvelo si voltò verso Erian, come se spettasse a lui risolvere la questione.

«Anch’io», disse il ragazzo.

Gli diede una crosta piccola e lo rimise sulle ginocchia.

Orena guardò la sacca.

«Hai portato il tamburo?»

Erian tenne ferma la cinghia.

«Sì.»

«Sempre nel panno azzurro?»

Lui annuì.

La donna rimase un momento con una mano sul tavolo.

«L’aveva legato contro il petto. Quando la tirammo fuori dalla barca, non voleva che tagliassimo quella corda.»

Erian sollevò il viso.

«Quale barca?»

Orena indicò il mare oltre la porta.

«Quella con cui arrivò qui.»

Erian aveva immaginato Sivra su molte strade, da quando aveva aperto il quaderno.

Nel bosco. Davanti alla bottega. Fra le navi disegnate.

In ognuno di quei luoghi la vedeva anziana, con il bastone e lo scialle. Non gli era mai venuto in mente che potesse essere arrivata dal mare.

«Era giovane?» chiese.

«Più o meno della tua età. Forse un poco più grande. Io avevo ancora mia madre e facevo soprattutto i lavori che lei non voleva fare.»

Orena prese la tazza riparata e la girò fra le mani.

«La barca entrò fra gli scogli alla fine di una notte di vento. Non aveva più un remo. Sivra teneva l’altro nell’acqua anche quando la chiglia era già ferma.»

«Era sola?»

«Sola nella barca.»

Lethra aveva smesso di mangiare.

«Da dove veniva?»

Orena guardò Erian.

«Non te l’ha raccontato?»

Lui scosse il capo.

La donna abbassò gli occhi sul quaderno.

«Da Avelùr.»

Erian sentì Tìmir premere una zampa contro il suo polso.

L’animale aveva finito il pane e cercava di raggiungere il tavolo. Il ragazzo lo trattenne senza accorgersene.

«C’era stata?»

«C’era cresciuta. Mi disse che sulla riva era scomparsa ancora bambina.»

Darel posò lentamente la tazza.

«Era tornata.»

Orena annuì.

Erian aprì la bocca, ma per qualche istante non riuscì a dire nulla.

La nonna era tornata.

Aveva vissuto nella loro casa, aperto ogni mattina la finestra, litigato con il vasaio per un vaso troppo largo. Aveva imparato ad aiutare Neris senza rifarle tutto il lavoro.

Era tornata da dove si trovava Neris.

«Neris è là», disse.

La donna smise di girare la tazza.

Erian le mostrò la pagina di Tìmir.

Orena lesse il messaggio. Non toccò le lettere; mise una mano sotto il foglio per sostenerlo mentre il ragazzo le raccontava della spiaggia, del nome dimenticato a Vaelra e delle parole comparse prima delle cave.

Lethra aggiunse soltanto che le avevano viste comparire tutti e tre.

Quando finirono, Orena lasciò andare la pagina.

«Nove anni», disse Erian. «Mia sorella ne ha nove.»

La donna annuì, senza chiedergli di ripetere il nome.

«Sivra imparò il sàren laggiù?» domandò Lethra.

«Così diceva. Qui sapeva molte parole che noi non avevamo mai sentito. Ma non conosceva il nome di certi pesci che vendevamo ogni giorno.»

Orena indicò il panno nella sacca.

«Le rimase quello. E poche cose che riusciva a raccontare senza fermarsi.»

«Come uscì?» chiese Erian.

«Una donna la aiutò a raggiungere una barca. Questo mi disse.»

«Chi era?»

«Non lo so.»

Il ragazzo guardò il quaderno.

«Le aveva lasciato il tamburo?»

«Non me lo raccontò. Non vidi il viaggio, Erian. Vidi lei quando finì.»

Orena si sistemò meglio sulla sedia.

«Per giorni si svegliava prima dell’alba e usciva a guardare l’acqua. Mia madre le portava una coperta. Lei la prendeva, ma restava fuori.»

«Aspettava qualcuno?»

«La donna che l’aveva aiutata.»

Erian tornò a guardarla.

Orena intrecciò le dita sul tavolo.

«Sivra le aveva promesso di tornare a prenderla.»

La frase rimase fra loro.

Darel guardò la porta aperta. Lethra posò il pane che aveva ancora in mano.

Erian pensò a Neris sulla strada nell’acqua, al suo polso stretto fra le dita.

Aveva fatto una promessa anche lui.

«E non tornò?»

«Ci provò.»

«Quando?»

«All’inizio quasi subito. La prima barca che le prestammo tornò prima di sera: il fondo perdeva. Poi cercò un altro modo. Passava da qui, faceva domande, ricopiava le carte dei naviganti. Partiva per l’interno e ricompariva mesi dopo.»

Orena toccò il bordo del quaderno.

«Questo cominciò qui. Mia madre le diede carta e filo. Non aveva abbastanza fogli per tutto quello che voleva tenere.»

Erian passò il pollice sulla cucitura scura.

«Aveva detto che ci avrebbe spiegato.»

La donna aspettò.

«Prima che morisse. Una sera aveva tirato fuori il tamburo. Dovevamo leggere il quaderno insieme, il giorno dopo.»

Orena abbassò lo sguardo.

Erian si accorse di avere piegato un angolo della pagina. Lo raddrizzò.

«Perché non ce l’ha detto prima?»

La donna non rispose subito.

«Posso raccontarti quello che disse a me.»

Il ragazzo annuì.

«Quando aveva già una casa a Vaelra, le chiesi perché non portasse con sé qualcuno nei viaggi. Mi disse che aveva paura che la strada prendesse anche chi andava ad aiutarla.»

«Quindi smise.»

«Smise di partire. Continuò a scrivermi, per un po’. Chiedeva delle barche e di chi arrivava sulla costa.»

Orena guardò le proprie mani.

«Nell’ultima lettera mi domandò se avessi visto una donna arrivare sola. La descrizione era sempre la stessa. Non l’avevo vista.»

Erian si appoggiò allo schienale.

Aveva desiderato trovare qualcuno capace di raccontargli Sivra. Adesso avrebbe voluto tornare nella loro cucina e farle tutte quelle domande mentre lei poteva ancora rispondere.

«Hai tenuto le lettere?» chiese.

«Due. Le altre le persi quando entrò l’acqua in casa.»

«Posso vederle?»

Orena si alzò per cercarle.

Erano piegate dentro una scatola piatta, sotto un pezzo di tela.

Erian riconobbe la scrittura sul primo foglio. Sivra chiedeva di una nave e di un uomo che avrebbe potuto ripararla; aveva annotato quanto denaro riusciva a mandare e quali lavori andavano fatti prima degli altri.

Su un margine c’era una macchia, cerchiata con la penna.

Non è un segno. Ho rovesciato l’olio.

Erian ci passò accanto con il dito.

Nel secondo foglio le lettere erano più piccole.

Sivra domandava della donna. Poi scriveva di Vaelra, di un’imposta che non chiudeva bene e del poco tempo che le restava libero la sera.

L’ultima riga era separata dalle altre.

Non dirle che ho smesso di cercare, se arriva. Non saprei come farmelo perdonare.

Erian la lesse due volte.

«Non sapeva se fosse riuscita a seguirla», disse.

«No.»

«E non sapeva se fosse ancora lì.»

«No.»

La donna gli lasciò il tempo di ripiegare i fogli.

Lethra guardò il tamburo coperto.

«Sivra è arrivata qui. Ma noi dovremmo fare il viaggio nell’altra direzione.»

Orena annuì.

«Posso aiutarvi a mettere una barca in acqua. Non ho percorso la strada da cui venne lei.»

Erian teneva le lettere fra le mani.

«La nonna non riuscì a trovarla di nuovo?»

«Non riuscì a tornare dalla donna. Non mi disse mai di averla raggiunta.»

La risposta gli fece abbassare il capo.

Darel spostò lo sgabello, abbastanza da trovarsi davanti a lui.

«Adesso sappiamo che tua sorella è là.»

Erian annuì.

Il messaggio di Neris era ancora aperto sul tavolo. Il disegno, la manica, la puntura che soltanto lei poteva ricordare.

«Queste puoi prenderle», disse Orena, indicando le lettere.

Lui le mise nel quaderno, fra due pagine intere. Poi guardò la donna.

«Vorrei vedere la barca.»

Era un piccolo veliero da carico, sorretto da due file di puntelli sulla sabbia.

Lo scafo era più basso delle navi abbandonate intorno. L’albero era intero; sopra il ponte passava una corda nuova, ancora chiara. Un lato portava una riparazione recente.

L’uomo dei chiodi li aspettava vicino alla prua.

Orena gli spiegò di cosa avevano bisogno.

Lui guardò i tre ragazzi, poi Boro sotto la tettoia.

«Anche quello?»

Darel annuì.

«Se la barca può portarlo.»

«Il peso lo porta. Serve spazio per tenerlo e un appoggio che non scivoli.»

Il giovane si avvicinò alla scala.

«Posso salire?»

L’uomo controllò il nodo in cima e gli fece cenno.

Orena rimase accanto a Erian.

«Lo scafo si può usare. Mancano una vela pronta, qualche cima e due tavole al ponte. L’acqua la controlliamo di nuovo quando lo mettiamo a mare.»

«Quanto costa?» chiese Lethra.

La donna guardò i bagagli.

Dissero quanto potevano pagare. Era poco.

Orena elencò i lavori: cucire la vela, preparare le cime, liberare il passaggio sotto lo scafo e costruire un recinto per il mulo. Avrebbero lavorato con l’uomo del cantiere; lei avrebbe messo a disposizione il veliero per il viaggio. Lo avrebbero riportato o le avrebbero fatto avere notizie.

Lethra annuì alla prima richiesta.

«Gli attrezzi li ho.»

Erian guardava la giuntura sul fianco. Il padre gli aveva insegnato a seguirla con gli occhi, a controllare se le tavole fossero state forzate.

Quella curva non gli sembrava buona.

Lo disse all’uomo, che gli mostrò il lato interno.

«Questa è ancora soltanto puntata. La sistemiamo prima di chiuderla.»

Erian annuì.

«Posso cucire da seduto.»

Orena lo guardò.

«Allora cominci dalla vela.»

Il lavoro fu distribuito prima che potessero fare altre domande.

Darel aiutava a preparare il posto per Boro. Lethra misurava una tavola con l’uomo del cantiere. Erian sedeva sulla soglia, con la tela sulle ginocchia e un ago prestato.

Orena gli mostrò come prendere i due strati senza tirare troppo il filo.

Al primo tentativo lui strinse la cucitura.

La donna gliela fece sciogliere.

Tìmir provò a mettersi sul tratto di vela che ricadeva a terra. Erian lo spostò vicino alla propria scarpa, sopra il mantello ripiegato.

Quando Lethra tornò a cercare un panno, il nìvelo aveva già accettato quella sistemazione e non sembrava disposto a discuterla.

La ragazza posò gli attrezzi sul tavolo.

Orena le indicò una cassa.

«La stoffa è lì. Quella buona tienila intera.»

Lethra sollevò il coperchio, cercando una striscia abbastanza lunga da avvolgere gli utensili.

Sotto una matassa di filo c’era un libro.

La copertina aveva gli angoli gonfi e un lembo di cuoio sollevato. Lethra lo estrasse con entrambe le mani. Dal taglio delle pagine cadde un poco di sabbia.

«Quello non si può tagliare», disse Orena.

«Non volevo.»

Sul dorso restavano poche lettere. All’interno, il titolo era ancora leggibile: Bestiario delle Terre Velate.

Darel entrò per cercare una cima e si chinò sul tavolo.

Nell’indice i nomi occupavano colonne fitte; l’ultima voce portava il numero trecentottantuno.

«Sono tutti animali?»

Lethra voltò una pagina. C’era un corpo disteso fra due rami, con zampe articolate e una fila di sacche sotto il ventre. Sul margine qualcuno aveva aggiunto un altro disegno, più piccolo, e una nota in una grafia diversa.

«Almeno chi li ha disegnati pensava di sì.»

Erian posò l’ago nel panno e si alzò per avvicinarsi.

Aprì la carta ripiegata vicino alla copertina. Mostrava una costa lunga e frastagliata. Due linee si interrompevano poco oltre le foci dei fiumi; il resto del foglio era quasi vuoto.

«Dove sono queste terre?»

Orena si avvicinò.

«Fuori dalle rotte che conosco. Il libro era in uno dei relitti. Non l’ha scritto una persona sola: guarda quante mani ci sono.»

Indicò una parola cancellata, poi una riga inserita fra altre due.

«Hanno copiato i racconti dei vecchi viaggiatori. Alcuni arrivarono sulla costa. Di quello che c’è oltre, qui si fanno ancora domande.»

Lethra sfogliò il volume con cautela.

Alla tavola duecentoquarantasette comparve un animale piccolo e grigio, con quattro zampe e due code unite da una membrana. Il disegnatore gli aveva aperto una zampa per mostrare sei dita.

Sotto il corpo, la scrittura diventava tanto minuta che lei avvicinò il libro alla finestra.

Dal cantiere chiamarono Darel.

Lui si raddrizzò.

«La corda.»

Erian guardò verso la porta. Il ginocchio gli faceva male anche da fermo.

«Dobbiamo andare.»

Lethra richiuse il volume, lasciando fra quelle pagine una striscia del tessuto che avevano cercato.

«Posso tenerlo?» domandò a Orena.

La donna le passò un pezzo di tela cerata.

«Prima avvolgilo. Un altro viaggio bagnato non lo regge.»

Darel prese il libro mentre uscivano e gli trovò posto accanto ai bagagli di Boro.

Poi portò la cima al veliero.

Erian tornò alla vela.

La sera mangiarono sulla soglia.

L’uomo del cantiere aveva portato via gli attrezzi. Sul ponte del veliero rimanevano le tavole da fissare, e la vela era stata ritirata in casa, lontano dall’umidità.

Lethra aprì il quaderno grigio.

Si fermò prima di cominciare.

«Come scriviamo di Sivra?»

Erian guardò Orena, seduta accanto al portello rosso.

«Che ce l’ha raccontato lei.»

La ragazza prese il carbone e scrisse lentamente, cercando di non trascinare la mano sulle righe.

Orena soccorse Sivra quando arrivò da Avelùr su una barca. Sivra le disse che vi era cresciuta e che una donna l’aveva aiutata a fuggire. Aveva promesso di tornare a prenderla. Cercò una via per anni. Orena non sa se la donna sia ancora là.

Erian lesse fino in fondo.

Lethra gli passò il carbone.

Lui aggiunse:

Abbiamo due lettere della nonna. Le tengo nel suo quaderno.

Restò con la punta sollevata.

Orena stava guardando il mare. La luce bassa rendeva più scure le costole della nave sulla spiaggia; oltre gli scogli, l’acqua era quasi liscia.

«Non devi promettere anche per lei», disse la donna.

Erian sollevò il viso.

«Per tua nonna. Non ti ho raccontato questa storia perché tu mi debba qualcosa.»

Il ragazzo guardò le lettere dentro il quaderno scuro.

Aveva pensato alla donna rimasta dall’altra parte. Aveva cercato di darle un volto, e gli era venuta in mente la danzatrice della spiaggia. Ma Sivra non era lì per dirgli se fosse lei.

«Se la incontriamo, vorrei sapere», disse.

Orena annuì.

«Anch’io.»

Darel si alzò per controllare Boro. Lethra lasciò il diario aperto e andò a cercare un pezzo di carta da mettere fra i fogli, perché il carbone non si spargesse sull’altra pagina.

Erian guardò la vela dentro casa.

La cucitura che aveva dovuto disfare si distingueva ancora. Accanto correva quella nuova, più regolare.

Posò entrambi i quaderni sulla sedia e riprese l’ago.

Prima che mancasse la luce, poteva finire quel tratto.

VENTIIL PREZZO DI UN INCONTRO

Al mattino Erian trovò un pezzetto di filo dentro la minestra.

Lo sollevò con il cucchiaio.

Orena guardò la sua manica, poi la scodella.

«Se dormi sopra il lavoro, te lo porti anche a tavola.»

Avevano steso i mantelli nella stanza sul retro. La vela occupava metà del pavimento, e durante la notte Erian aveva dovuto spostarla due volte per tenere Tìmir lontano dalla cucitura.

Adesso il nìvelo dormiva dentro il cappuccio, senza alcuna intenzione di partecipare ai preparativi.

Lethra chiuse il quaderno grigio dopo aver controllato che il foglio messo fra le pagine avesse protetto la scrittura. Erian ripose quello di Sivra nella sacca, sopra il tamburo avvolto in azzurro.

Le due lettere erano ancora al loro posto.

Fuori, Darel stava guidando Boro su una tavola larga, appoggiata a terra.

Il mulo vi mise due zoccoli, poi fece un passo di lato.

«Sul legno», gli disse il giovane.

Boro annusò il bordo.

«Il legno non si mangia.»

Orena si affacciò alla porta.

«Quella tavola è stretta per lui. Prendine due.»

Darel guardò le spalle del mulo.

Andò a cercarne un’altra.

L’uomo del cantiere mostrò loro la barra del timone mentre il veliero era ancora sui puntelli.

Erian ne aveva tenuta una, sulle barche del porto, con suo padre accanto. Ricordava la resistenza dell’acqua e Teren che gli fermava il gomito quando tentava di correggere troppo.

Non aveva mai deciso da solo dove portare una barca.

Lo disse.

L’uomo annuì e lasciò la barra al suo posto.

«Questo basta per darmi una mano. Per uscire serve qualcuno che sappia anche tenere la vela e capire quando ridurla.»

Lethra guardò l’albero.

«Tu puoi venire?»

L’uomo indicò il lavoro sulla spiaggia: un altro scafo da sostenere, una barca aperta lungo il fondo, le tavole ordinate sotto il riparo.

«Posso accompagnarvi a provarla nella baia. Ho promesso di rimettere in acqua quella entro due giorni.»

Orena fece cenno di scendere.

«Prima chiudiamo il fianco. Poi cerchiamo chi può portarvi fuori.»

Erian guardò verso il mare.

Avrebbe voluto avere già una risposta.

Sulla sabbia, accanto ai bagagli, il bestiario era protetto dalla tela cerata. Darel lo spostò più in alto, lontano dagli zoccoli di Boro, e tornò alle tavole.

Lavorarono per tutta la mattina.

Lethra aiutò a sistemare la curva della riparazione. L’uomo toglieva un fissaggio alla volta e le mostrava dove tenere il legno. Erian finì la cucitura più lunga della vela, poi cambiò posizione per riposare il ginocchio.

Darel portava materiali e teneva libera la strada fra lo scafo e il magazzino.

Quando il sole arrivò sopra l’albero, avevano chiuso il fianco. Le ultime tavole del ponte erano state appoggiate, ma mancavano ancora alcuni fissaggi.

L’uomo del cantiere preparò una lunga trave che avrebbe sostenuto la parte alta della vela. La sollevarono lungo l’albero con una corda passata in una carrucola e la lasciarono sospesa poco sopra il ponte, assicurata mentre controllavano gli attacchi.

La vela cucita era stesa sotto, ancora da legare.

Orena mandò Darel al magazzino per prendere una cima.

Lethra salì a controllare la tela. L’uomo rimase dall’altra parte dello scafo per sistemare un attrezzo.

Erian era seduto su una cassa, vicino alla scala, quando qualcuno gli parlò alle spalle.

«Speravo che fossi tu.»

Riconobbe la voce prima di voltarsi.

Veyr era fermo fra due cataste di legno.

La giacca aveva una macchia scura sul fianco e il polsino era ancora scucito. Teneva una mano aperta, bene in vista. Nell’altra aveva un foglio piegato.

Erian afferrò la sacca.

«Lethra.»

La ragazza comparve al bordo del ponte.

Vide l’uomo e si fermò.

Veyr mostrò il foglio.

«Possiamo parlare.»

«Hai già parlato», disse Erian.

La mano con cui stringeva la sacca gli faceva male.

Lethra scese dalla scala senza distogliere gli occhi dall’uomo.

«Posa la pagina.»

Veyr guardò lei, poi Erian.

«Prima voglio sapere se avete trovato una barca.»

«È dietro di noi», disse la ragazza. «La vedi.»

«Intendo una che possa arrivare dove volete andare.»

Erian si alzò, appoggiandosi al bastone.

«Come ci hai trovati?»

L’uomo mosse appena il foglio.

«Qui c’erano abbastanza indicazioni per cercare questa costa. Poi ho chiesto di tre ragazzi con un mulo.»

Erian guardò la piega della carta. Non poteva vedere cosa contenesse. Pensò alla frana, alla galleria, ai giorni in cui avevano creduto di essersi allontanati da lui.

Veyr fece un passo.

Lethra si mise fra loro.

«Il foglio.»

L’uomo si chinò come per posarlo sulla cassa.

Erian seguì il movimento.

Fu l’altra mano a raggiungere la sacca.

Veyr tirò la cinghia verso di sé.

Erian la trattenne. Il bastone cadde sulla sabbia e il ragazzo dovette appoggiare una mano alla cassa per non perdere l’equilibrio.

Lethra afferrò il polso dell’uomo.

«Lasciala!»

Veyr girò il braccio e si liberò con uno strappo. Il foglio sparì nella giacca. Dalla stessa mano comparve un coltello corto.

Erian vide la lama vicino alla cinghia.

«Lethra, indietro!»

Lei ritirò le dita.

Il cuoio cedette.

La sacca batté contro il bordo della cassa, si aprì e lasciò scivolare il quaderno sulla sabbia. Veyr infilò una mano sotto il lembo e prese il fagotto azzurro.

Non si fermò a cercare altro.

Lethra tentò di raggiungerlo, ma lui arretrò verso la scala, tenendo la lama davanti a sé.

Tìmir uscì dal cappuccio con un soffio. Erian lo afferrò prima che saltasse.

«Darel!» gridò Lethra.

Il giovane comparve dal magazzino con la cima sulle spalle.

Veyr salì i primi gradini.

Erian raccolse il quaderno e lo spinse dentro la sacca. Una lettera spuntava fra le pagine. La rimise al sicuro con le dita che tremavano.

Quando tornò a guardare la scala, Veyr era già sul ponte.

L’uomo del cantiere arrivò dall’altro lato.

«Che succede?»

«Ha il tamburo», disse Lethra.

Darel lasciò la cima a terra e raggiunse la scala.

Veyr camminava verso il fianco opposto del veliero. Sotto di lui c’erano sabbia e un sentiero che passava dietro i relitti.

L’uomo del cantiere si spostò per chiudergli quella direzione.

Lethra salì.

Veyr si fermò vicino all’albero.

«Rimanete dove siete.»

Aveva il tamburo sotto un braccio. Il panno si era allentato e un tratto della cornice era scoperto.

Erian lo vide da sotto.

Gli sembrò impossibile che quell’oggetto potesse trovarsi così vicino e già fuori dalla sua portata.

Riprese il bastone e si avvicinò alla scala.

«Non salire», gli disse Darel.

«Lo porta via.»

«Da lì lo vediamo.»

Il ragazzo si fermò con un piede sul primo gradino.

Veyr guardò la corda che attraversava il ponte, poi lo spazio fra Lethra e la murata.

Darel seguì il suo sguardo.

«Quella tiene la trave», disse. «Non toccarla.»

L’uomo si voltò verso di lui.

Per un istante Erian credette che avesse ascoltato.

Poi Veyr mise la lama contro la corda.

La prima fibra si aprì.

L’uomo del cantiere gridò di allontanarsi dall’albero.

Lethra arretrò.

Veyr tagliò ancora e si lanciò verso il fianco, cercando il passaggio che la ragazza aveva lasciato libero.

La trave cadde prima che lo raggiungesse.

Colpì la tela stesa e una delle tavole ancora da fissare. Il legno saltò contro l’altra murata. Un’estremità della trave rimase sollevata, l’altra scivolò sul ponte con un rumore secco.

Veyr inciampò nella vela.

Cadde su un ginocchio e lasciò andare il tamburo per appoggiarsi.

Darel salì gli ultimi gradini. L’uomo del cantiere si gettò verso il fagotto e lo trascinò lontano dal legno.

Veyr cercò di rialzarsi.

Lethra gli fermò il braccio con un pezzo di tavola, tenendo la lama lontana da Darel. Il giovane gli afferrò il polso e lo spinse contro la murata.

Il coltello cadde.

Lethra lo raccolse e arretrò.

Boro ragliò sotto la tettoia. Orena lo raggiunse e rimase a parlargli finché smise di tirare la cavezza.

Erian era rimasto sotto la scala.

Sentì Orena arrivargli accanto, poi la sua mano sul gomito.

«Il tamburo?» chiese lui.

L’uomo del cantiere si affacciò.

Teneva il panno azzurro fra le mani.

«È qui.»

Legarono le mani di Veyr davanti al corpo e lo fecero scendere.

Orena gli indicò una panca contro il muro. Darel rimase vicino, mentre Lethra posava il coltello dentro casa.

Erian ricevette il tamburo e si sedette sulla cassa.

Tolse il panno soltanto quanto serviva a controllare la cornice. La pelle era intera. Uno dei dischi di metallo si era girato contro il bordo; lo liberò piano, senza suonare.

Poi riavvolse tutto.

Orena guardò la cinghia tagliata.

«Ti procuro del cuoio.»

Il ragazzo annuì.

Veyr teneva il capo basso. Sul ginocchio dei pantaloni c’era una striscia di sabbia e la giacca si era strappata vicino a una tasca.

Erian si accorse che stava aspettando una domanda.

Non volle fargliela.

«Hai lasciato andare un carro in mezzo alla gente», disse invece.

Veyr sollevò gli occhi.

«Lo so.»

«C’erano persone sotto.»

«Lo so.»

Lethra tornò dalla casa.

«Adesso hai tagliato una corda dopo che Darel ti aveva detto cosa teneva.»

L’uomo guardò il veliero.

Sul ponte, la trave spezzata era ancora sopra la vela.

«Dovevo prendere lo strumento.»

Erian strinse il fagotto.

«Per chi?»

Veyr passò la lingua sul labbro, dove si era morso cadendo.

«Per il Custode.»

Orena si fermò sulla soglia.

Erian guardò l’uomo.

«Di che cosa?»

«Di Avelùr.»

Lethra si sedette sul bordo della cassa, accanto al ragazzo.

«Come si chiama?»

«Serevan.»

Erian ripeté il nome senza voce.

«È lui che ti ha detto di Neris?»

Veyr annuì.

«Voleva il quaderno. Dopo mi ha fatto sapere che dovevo portargli anche il tamburo.»

«L’hai vista?»

L’uomo esitò.

Erian si sporse.

«Mia sorella. L’hai vista?»

«No. Non ti ho detto che l’avevo vista.»

Il ragazzo si ricordò della bottega e di come si fosse aggrappato a quel nome.

Lethra gli posò una mano sull’avambraccio.

«Perché lavori per lui?» domandò.

Veyr guardò prima lei, poi la corda intorno ai propri polsi.

«Mia moglie è là.»

Nessuno parlò.

Da sotto il riparo arrivò il rumore di Boro che spostava una tavola con lo zoccolo.

«Serevan mi lascia incontrarla quando gli porto quello che chiede», continuò l’uomo. «Se torno senza, non mi fanno passare.»

«Chi?»

«Quelli che custodiscono la casa in cui vive.»

Darel si appoggiò al muro.

«Lei può uscire?»

Veyr scosse il capo.

«Hai provato a portarla via?» chiese Erian.

«Non sono mai stato solo con lei abbastanza a lungo.»

L’uomo abbassò gli occhi.

«Ci sono sempre altre persone. Quando dicono che il tempo è finito, mi accompagnano alla porta.»

Erian guardò il tamburo.

Per la prima volta immaginò Veyr davanti a una porta chiusa, in attesa che qualcuno decidesse se aprirla.

Poi rivide la lama vicino alle dita di Lethra.

Entrambe le immagini rimasero.

«Il quaderno non è bastato?» chiese la ragazza.

Veyr mosse le mani legate.

«Non gliel’ho portato.»

«Hai ancora la pagina.»

«Una pagina non era quello che aveva chiesto.»

«E se avessi preso il tamburo?»

L’uomo guardò verso il mare.

«Mi avrebbe lasciato vederla.»

«Te l’ha promesso?»

«Sì.»

Lethra aspettò un momento.

«E dopo?»

Veyr tornò a fissarla.

«Dopo avrei pensato al resto.»

Orena uscì con un pezzo di cuoio e lo posò accanto alla sacca.

«Intanto al resto ci pensiamo noi», disse.

Indicò il veliero.

L’uomo del cantiere aveva sollevato un lembo della vela. Sotto, uno strappo attraversava la cucitura fatta da Erian.

Il ragazzo lo vide da dove sedeva.

Bastava quello strappo a rendere inutile la cucitura della mattina.

Controllarono i danni lasciando Veyr sulla panca, con Darel.

Erian rimase a terra. Lethra gli riferì quello che trovavano, senza farlo salire per vedere.

La trave era spezzata vicino all’attacco. Una tavola del ponte si era fessurata; quella saltata contro la murata poteva essere recuperata. La vela aveva bisogno di una toppa e di una nuova cucitura.

La riparazione al fianco sembrava intatta, ma l’uomo volle controllarla dall’interno prima di dirlo con certezza.

Orena distese la parte strappata sopra due casse.

Erian passò le dita vicino al filo che aveva tirato con tanta attenzione.

«La rifaccio», disse.

La donna annuì.

«Prima troviamo la tela giusta.»

La trave avrebbe richiesto più tempo. Ne avevano una abbastanza lunga, spiegò l’uomo del cantiere, ma andava adattata e provata sotto il peso della vela.

«Possiamo partire domani?» chiese Erian.

L’uomo si pulì le mani.

«Possiamo lavorare. Domani guardiamo cosa abbiamo finito.»

Orena si chinò sul bordo della tela.

«E manca ancora chi vi porti fuori dalla baia.»

Dalla panca arrivò la voce di Veyr.

«Io so condurla.»

Darel si voltò verso di lui.

«Hai appena cercato di portare via il tamburo.»

«So condurre una barca.»

«Non è la stessa domanda.»

Veyr guardò Erian.

«Prima facevo viaggi lungo la costa. Trasportavo persone e piccoli carichi. Non avevo una nave mia.»

L’uomo del cantiere scese e si fermò davanti alla panca.

Gli fece domande sulla vela, sul carico del mulo e sull’uscita fra gli scogli. Veyr rispose indicando la barca e i punti della costa che si vedevano da lì.

Quando non conosceva la profondità vicino a uno scoglio, lo disse.

L’uomo gli fece ripetere come avrebbe ridotto la vela. Poi tornò da Orena.

«Sa di cosa parla. Non so se farà quello che dice.»

La donna guardò Erian e Lethra.

«Neppure io.»

Il ragazzo spostò il tamburo sulle ginocchia.

«Sai arrivare ad Avelùr?» chiese a Veyr.

«Le altre volte sono venuti a prendermi. So andare per mare. Non posso dirti di conoscere ogni tratto della strada che cerchi.»

«Allora perché vuoi venire?»

L’uomo guardò il fagotto azzurro.

«Se lo strumento arriva, forse Serevan mi lascerà incontrarla lo stesso.»

Lethra seguì il suo sguardo.

«Quindi stai ancora cercando di consegnarglielo.»

Veyr non rispose.

Erian pensò alla porta della casa in cui Neris poteva trovarsi. Non sapeva ancora com’era, chi ci stesse davanti o cosa Serevan volesse da lei.

Veyr conosceva almeno l’uomo al quale avrebbe dovuto fare quelle domande.

Questo non lo rendeva più facile da guardare.

«Il tamburo rimane con me», disse.

Lethra si voltò verso di lui.

Erian continuò prima che potesse parlare.

«Non ho detto che viene. Prima sistemiamo la barca. Decidiamo insieme.»

La ragazza annuì lentamente.

Orena fece portare Veyr nella stanza del magazzino vicina alla casa. La finestra era piccola e la porta si apriva sul cortile; qualcuno del cantiere sarebbe rimasto lì mentre loro lavoravano.

Prima di farlo entrare, Darel gli chiese la pagina.

Veyr guardò il ragazzo.

«Non ce l’ho più.»

Lethra gli cercò il foglio nella tasca in cui l’aveva visto sparire.

Lo trovò.

Lo aprì vicino alla porta.

Era una pagina scritta da Sivra. C’erano un tratto di costa, due prue disegnate di fianco e indicazioni per raggiungere le case dietro i relitti. Il bordo strappato conservava una parte della cucitura.

Erian riconobbe il punto da cui mancava.

Non allungò subito la mano.

«Mi hai mentito anche adesso.»

Veyr abbassò gli occhi.

Lethra passò il foglio a Erian. Lui lo sistemò fra le pagine del quaderno, senza tentare di ricucirlo.

Poi chiuse la copertina.

Nel pomeriggio ripresero il lavoro.

Darel controllò i bagagli sotto la tettoia: bestiario avvolto, provviste, attrezzi. Boro aveva bevuto e cercava di strappare un ciuffo d’erba cresciuto oltre il palo.

Tìmir rimase vicino a Erian mentre lui riparava la cinghia. Ogni tanto annusava il cuoio nuovo, ma non provò a prenderlo.

Lethra portò il quaderno grigio.

Scrisse il nome di Serevan e il titolo con cui Veyr lo aveva chiamato. Annotò il tentativo di furto, la pagina recuperata e i danni alla nave.

Davanti alla frase sulla moglie, si fermò.

«Scrivo che lo ha detto lui.»

Erian annuì.

Quando Lethra ebbe finito, Erian lesse la pagina. Sotto aggiunse poche parole con il carbone:

Non sappiamo se ci aiuterà. Il tamburo resta con noi. Decideremo tutti e tre prima di partire.

Darel tornò dal veliero e si sedette abbastanza a lungo da leggere.

Poi riportò il diario sotto il riparo, accanto alla borsa di Lethra.

Orena arrivò con la tela per la toppa.

La posarono sopra lo strappo. Erian dovette spostare il ginocchio e aspettare che il dolore si attenuasse prima di chinarsi.

Dal magazzino non veniva alcun rumore.

Guardò la porta chiusa.

«La prima volta gli ho creduto appena ha detto Neris», disse.

Lethra tenne ferma la tela mentre lui preparava il filo.

«Adesso ne parliamo prima.»

Erian annuì.

Infilò l’ago.

Il sole stava già scendendo e la cucitura era di nuovo tutta da fare.

VENTUNOLA NOTA CHE MANCAVA

La toppa aveva un colore diverso dal resto della vela.

Erian la guardò nella luce del mattino. Durante la notte gli era sembrata quasi uguale; adesso il rettangolo chiaro si vedeva dall’altra parte del cortile.

Orena passò il pollice lungo la cucitura.

«Tiene.»

Lui allentò le spalle.

Dal cantiere arrivò il rumore della sega. Lethra e l’uomo stavano adattando la trave sostitutiva; quella spezzata era stata messa da parte. Darel aveva già tolto la tavola fessurata dal ponte e sistemato gli appoggi per il recinto di Boro.

Mancavano ancora cime, acqua, una prova in mare.

Erian guardò la porta del magazzino.

Veyr non aveva chiamato nessuno.

Ne parlarono dietro la tettoia, abbastanza lontano perché lui non sentisse.

Lethra appoggiò il diario chiuso sopra una cassa.

«Se lo portiamo, dovrà avere le mani libere.»

Erian annuì.

«Non possiamo legare chi tiene il timone.»

«E non possiamo lasciarlo vicino al tamburo.»

Darel guardò il veliero.

«Uno di noi rimane sempre con lui. Gli altri tengono lo strumento e i bagagli dall’altra parte.»

Erian pensò alla lama contro la cinghia. La riparazione nuova gli premeva sulla spalla.

«Se aspettiamo l’uomo del cantiere?»

Lethra non rispose subito.

«Può fare la prova. Per il resto ha detto che ci vorranno altri giorni, e non sa la strada per Avelùr.»

«Nemmeno Veyr la sa tutta», disse Darel.

Rimasero a guardare la barca.

«Io voglio partire», disse Erian. «Ma se voi dite di aspettare, aspettiamo.»

Lethra si strofinò le dita sporche di legno.

«Voglio andare anch’io. Lo porterei. Disarmato, con qualcuno accanto. Prima vediamo come si comporta durante la prova.»

Darel annuì dopo un momento.

«E impariamo a tenere la barca abbastanza da fermarla, se serve.»

Erian guardò entrambi.

«Va bene.»

Lethra aprì il diario e scrisse la decisione, aggiungendo le condizioni. I tre nomi rimasero sotto, vicini.

Veyr li ascoltò dalla panca del magazzino.

«Il coltello resta qui», disse Lethra. «Il tamburo resta con noi. Uno di noi rimane vicino a te finché siamo in mare.»

L’uomo guardò Erian.

«Mi servirà qualcuno alle cime.»

«Prima gli spieghi cosa dovrà fare», rispose Erian.

Veyr mosse i polsi legati.

«E se dico che bisogna cambiare direzione?»

«Ci dici perché.»

Per un istante sembrò sul punto di discutere.

Poi annuì.

Darel sciolse la corda. Veyr si massaggiò le mani, ma non si alzò finché non gli fecero spazio.

Uscì fra loro e si fermò davanti allo scafo.

L’uomo del cantiere gli mostrò la trave nuova. Veyr controllò l’attacco, poi indicò una cima consumata.

«Quella la cambierei.»

«La stavo per cambiare.»

L’uomo gliene mise un’altra fra le mani.

Mentre sulla costa preparavano il varo, ad Avelùr Mira accompagnò Neris a una terrazza sopra il canale.

La bambina portava il foglio ripiegato nella tasca dell’abito. L’aveva tolto dalla manica della vecchia camicia prima di uscire; non voleva lasciarlo nella stanza.

Mira le teneva una mano sulla spalla quando passavano vicino al parapetto.

Sotto, una barca si era fermata davanti a un arco. Neris ne vedeva la prua e un uomo seduto accanto a due ceste.

La barca avanzò, poi arretrò contro l’acqua, pur avendo i remi immobili.

Da una loggia vicina arrivò una breve melodia.

Tre note, una pausa, altre due.

L’uomo nella barca sollevò il capo.

La voce ripeté la frase, poi aggiunse tre note più lente. L’ultima salì e rimase nell’aria. Sotto l’arco comparve un tratto d’acqua chiara. La barca lo attraversò.

«Che cosa hanno cantato?» chiese Neris.

Mira guardò la loggia.

«Il richiamo d’ingresso.»

«Perché prima si fermava?»

«Non aveva trovato il passaggio.»

La bambina si sporse appena. Mira la riportò accanto a sé.

«Le barche ascoltano?»

«Ascolta chi le conduce.»

Neris ripeté piano le prime note.

La voce dalla loggia non aveva cambiato le parole fino alla fine. Aveva aggiunto qualcosa che le sembrava di conoscere.

Sivra cantava in quel modo quando lei era piccola.

Non la stessa canzone. La stessa attesa prima di concludere.

«Quell’ultima parte», disse. «Me la fai sentire?»

Mira provò. Si fermò e ricominciò, sorridendo della propria voce.

«Tu la fai meglio.»

Neris la ripeté finché riuscì a tenere la nota senza interrompersi.

Mira annuì.

«Adesso torniamo dentro.»

Il veliero scese verso l’acqua su legni disposti lungo la sabbia.

Erian rimase vicino alle cime, senza mettersi sotto lo scafo. Gli altri lavoravano con due abitanti del cantiere. Orena controllava che il passaggio fosse libero.

Quando la barca galleggiò, la trattennero accanto a un breve pontile di tavole.

L’uomo scese all’interno con una lampada. Erian lo seguì lentamente e gli passò un panno asciutto per controllare le giunture.

La riparazione teneva. In fondo rimaneva poca acqua, che tolsero prima della prova.

Veyr prese la barra sotto gli occhi dell’uomo. Darel gli rimase accanto. Lethra provò le cime che le avevano indicato, ripetendo i movimenti finché riuscì a farli senza cercare il nodo ogni volta.

Fecero un giro nella baia.

Erian tenne il timone per un tratto, con l’uomo seduto vicino. Quando la barca cambiò inclinazione, si irrigidì.

«Piano», gli disse quello. «Non devi correggere tutto insieme.»

Al ritorno controllarono ancora il fondo.

Una giuntura lasciava entrare gocce lente. L’uomo la sistemò e aspettò abbastanza da vedere il panno restare asciutto.

Poi scese al pontile.

«Quella tavola nuova controllatela durante il viaggio. È stata fatta in fretta.»

Lethra annuì.

Boro salì dopo aver annusato entrambe le tavole della passerella.

Darel gli camminava accanto. Non tirò quando il mulo si fermò a metà; aspettò, gli parlò e lo lasciò guardare il ponte.

Dentro il recinto avevano steso giunco asciutto sopra gli appoggi, fissato le sponde e messo l’acqua dove il recipiente non potesse rovesciarsi al primo movimento.

Il giovane controllò tutto una seconda volta.

«Sarà come una strada che si muove», disse, sorridendo.

Si sfregò il palmo sui pantaloni.

Boro gli appoggiò il muso alla spalla. Tìmir, già sistemato nel cappuccio di Erian, smise di annusare il cartoccio del pane e guardò Darel.

Il giovane rimase fermo per qualche istante.

Poi accarezzò il mulo e richiuse la sponda.

Orena portò le ultime provviste. Non raccontò altre cose di Sivra.

Tenne soltanto ferma la passerella mentre Erian saliva.

«Torna a darmi notizie», gli disse.

«Tornerò.»

La donna lo guardò.

Lui si accorse della promessa e non la ritirò.

Tolsero le tavole. L’uomo del cantiere lasciò andare l’ultima cima.

Veyr fece prendere vento alla vela rattoppata e il pontile cominciò ad allontanarsi.

Per un tratto la costa rimase visibile.

Erian distingueva ancora la nave inclinata e il portello rosso, poi soltanto gli scafi più alti. Quando anche quelli scomparvero, guardò Lethra.

Lei sedeva sotto il riparo, vicino ai bagagli.

Aveva appena sciolto la tela cerata del bestiario quando una goccia cadde sull’indice.

Spostò il libro più indietro. Due disegni mostravano lo stesso animale, ma nella seconda tavola le zampe posteriori erano molto più corte.

«Qui hanno corretto qualcuno», disse.

Erian si avvicinò, tenendosi al sostegno.

Dal ponte arrivò un colpo secco.

Darel chiamò Lethra: la tavola sostitutiva si era mossa sotto il recinto e serviva un’altra mano per tenerla mentre lui controllava il fissaggio.

La stoffa spuntava ancora dalla tavola dell’animale con due code.

Lethra richiuse il volume e si alzò. Erian lo riavvolse e lo rimise accanto ai bagagli. Lasciò la sacca del tamburo sotto il riparo, dove Lethra poteva tenerla d’occhio, e si fermò a qualche passo dalla barra. Da lì vedeva le mani di Veyr.

Darel e Lethra sistemarono un appoggio e rinforzarono il punto che aveva ceduto. Boro teneva il collo teso, ma rimase fermo mentre Darel gli parlava.

Veyr ridusse la vela per lasciare che finissero.

Darel tornò accanto al timone. Erian riprese la sacca e controllò il fondo. Il panno passato sulla riparazione al fianco era ancora asciutto.

La prima nave comparve dove non avevano visto altro che acqua.

Era lunga e bassa, con due file di remi e una vela stretta. Sul bordo erano dipinti segni che Erian aveva visto soltanto sulle vecchie pietre del porto.

Passò senza sollevare schiuma.

Darel la seguì con gli occhi.

«Dove sono i rematori?»

Nessuno rispose.

Veyr tenne il veliero lontano dal suo fianco.

«Non ne costruiscono così da secoli.»

Dietro quella comparve una nave più alta, con una cabina chiusa e la prua spezzata. Il legno era scuro come quello dei relitti sulla costa.

Poi una barca da pesca, piccola, con una striscia chiara sul fianco.

Erian la guardò troppo a lungo.

Da bordo arrivò una voce.

«Erian.»

Il ragazzo si alzò.

La voce di suo padre venne di nuovo, vicina abbastanza da fargli cercare un volto.

«Ho trovato una barca. Vieni qui.»

Tìmir gli affondò le unghie nella stoffa mentre lui raggiungeva il bordo.

Sulla barca c’era un uomo, in piedi contro il sole. Erian non riusciva a distinguere gli occhi.

«Papà?»

«Ho trovato una barca. Vieni qui.»

La stessa pausa. Lo stesso respiro prima dell’ultima parola.

Lethra si fermò accanto a Erian.

La vela della barca pendeva immobile, mentre la loro continuava a tirare.

«Non avvicinarci», disse a Veyr.

L’uomo non aveva cambiato rotta.

Erian rimase al bordo finché la barca scivolò dietro la nave dalla prua spezzata.

La voce continuò ancora per poco.

Altri richiami arrivarono da imbarcazioni che comparivano e si nascondevano fra loro.

Qualcuno chiedeva una corda. Qualcuno gridava di avere acqua nello scafo. Su una nave tre persone stavano raccogliendo una vela, ma quando passarono più vicini erano tornate tutte al punto da cui avevano cominciato.

Erian teneva la sacca contro il petto.

Il tamburo vibrò sotto il panno.

Lui scoprì un tratto della cornice, poi rimase con la mano sulla pelle.

I dischi tintinnavano a ogni richiamo. Le voci si sovrapponevano tanto che non riusciva più a separarle.

«Non gli rispondere», disse Lethra.

«Non sto suonando.»

Lei si sedette accanto a lui.

Veyr guardava il mare davanti alla prua.

«Non riconosco questa parte.»

Darel seguì il suo sguardo.

Tre luci erano comparse poco sopra l’acqua, disposte come lampade lungo un approdo.

Fra le navi non si vedeva nessuna riva.

«Là», disse il giovane.

Veyr rallentò.

Le luci avanzarono tutte insieme.

Poi la prima scese, e le altre due si piegarono con lei.

Lethra si alzò.

«Non sono su pali.»

Sotto i punti chiari comparve un arco sottile, un unico sostegno che usciva dall’acqua.

Più in basso, una sagoma larga si voltò mostrando un occhio.

Veyr spinse la barra.

«Allenta quella cima!»

Indicò a Lethra quella che le aveva mostrato durante la prova.

La ragazza liberò il tratto richiesto. La vela perse tensione e tornò a gonfiarsi mentre il veliero cambiava direzione.

Darel afferrò il sostegno vicino al timone.

Erian si sedette a terra, tenendo il tamburo e Tìmir dentro il mantello.

L’animale sotto le luci emerse lungo il loro fianco.

Aveva il corpo alto e stretto, come una chiglia rovesciata, due grandi pinne aperte e una bocca che si spalancò poco sotto la superficie. Le tre esche luminose oscillavano all’estremità dello stesso peduncolo.

L’acqua contro lo scafo diventò scura.

Veyr chiamò ancora Lethra. Lei tirò la cima al suo segnale.

Il veliero passò oltre la bocca aperta. Un urto d’acqua batté contro il fianco; la sponda del recinto scricchiolò e Boro fece un passo brusco.

Darel lasciò il sostegno soltanto quando poté raggiungerlo senza cadere. Lethra rimase accanto a Veyr, con la cima fra le mani.

La creatura si girò dietro di loro.

Per qualche istante le luci li seguirono.

Poi scomparvero sotto l’acqua.

«Luméride», disse Veyr, respirando forte.

Erian guardò il punto in cui erano sparite.

Il tamburo gli batteva contro il petto per il tremore delle mani.

Ad Avelùr, Neris era tornata sulla terrazza.

Mira aveva dovuto accompagnare un’altra bambina dentro casa. Le aveva detto di aspettare lontano dal parapetto.

Neris si era seduta sulla panca, con il foglio aperto sulle ginocchia.

Guardò il disegno di Tìmir e la parola interrotta. Non era più riuscita a vedere il quaderno della nonna. Aveva provato di nuovo, ma ogni volta erano rimasti soltanto la propria carta e la matita.

Non sapeva se Erian avesse letto.

Si mise a cantare piano la melodia di Sivra.

La voce le uscì più bassa di quanto volesse. Ricominciò, appoggiando una mano alla panca per tenere il tempo.

Alla fine della prima frase qualcosa le rispose.

Un suono lieve, di metallo contro legno.

Neris tolse la mano.

Il rumore finì.

La rimise, pensando al tamburo nel panno azzurro, a Sivra che le fermava le dita prima di lasciarglielo toccare.

Sotto il palmo non sentì più la pietra fredda.

Era una superficie tesa, un poco ruvida.

Da qualche parte arrivava il rumore dell’acqua.

Erian aveva cominciato a canticchiare per riuscire a distinguere la propria voce da quelle delle navi.

La melodia della nonna gli era tornata senza che la cercasse. Arrivava fino alla frase che aveva sentito ricominciare dietro la sua porta.

Poi si fermava.

La pelle del tamburo si mosse sotto la mano.

Una voce continuò al posto suo.

Erian smise di cantare.

Lethra guardò lo strumento.

La voce veniva da lì, sottile, mescolata a un rumore diverso dal mare che avevano intorno.

«Neris?»

La frase si interruppe.

Poi arrivò il suo nome.

«Erian.»

Il ragazzo tenne il tamburo fermo con entrambe le mani.

«Sono qui.»

Per un istante udì soltanto acqua e il respiro corto della bambina.

Lei ricominciò la melodia. Alla fine aggiunse tre note che Erian non ricordava.

Il metallo sul bordo vibrò più forte.

Neris aveva sentito il fratello.

Non lo vedeva. Non sapeva dove fosse, ma intorno alla sua voce c’erano acqua, un colpo di legno e qualcuno che chiamava Darel.

Pensò alla barca rimasta davanti all’arco.

Alla voce della loggia, alla nota conclusiva, al tratto chiaro comparso sotto la prua.

Portò il richiamo d’ingresso dentro la melodia di Sivra, nel punto in cui la canzone chiedeva di finire.

La prima volta la voce le cedette.

Riprovò.

«L’ultima», disse. «Aspetta l’ultima.»

Poi cantò di nuovo, tenendo la mano ferma sulla superficie che non riusciva a vedere.

Dal corridoio arrivarono passi.

Neris avrebbe potuto togliere il palmo e tornare a guardare il foglio.

Continuò.

Lethra ascoltò la frase fino in fondo.

Quando la sentì di nuovo, la ripeté sottovoce. Le prime note erano familiari a Erian; le ultime aprivano una pausa che lui aveva sempre chiuso troppo presto.

«Devi lasciarla finire», disse la ragazza.

Erian mosse le dita sulla pelle, piano.

Un colpo, poi l’attesa.

La voce di Neris passò sopra quel ritmo. Il tamburo rispose all’ultima nota e le voci delle navi sembrarono allontanarsi.

Davanti al veliero apparve una striscia d’acqua chiara.

Non era una riva. Correva fra due scafi e proseguiva oltre, dove prima il mare era scuro.

Darel la indicò a Veyr.

L’uomo guardò Erian.

«È lei?»

Il ragazzo annuì, senza smettere di tenere il tempo.

Veyr portò la prua verso il tratto chiaro.

Lethra ripeteva la frase di Neris nei punti in cui la sua voce diventava più debole, lasciandole il tempo di riprendere fiato.

Passarono fra le navi.

Una murata alta oscurò il cielo. Sul legno c’erano finestre chiuse, una corda spezzata e un nome quasi cancellato che Erian non ebbe il tempo di leggere.

La voce di suo padre tornò da qualche parte alle loro spalle.

Lui rimase seduto con il tamburo sulle ginocchia.

Quando l’ultima nota arrivò ancora, videro oltre gli scafi una fila di archi.

Erian inspirò troppo in fretta.

La città comparve poco alla volta: gradini nell’acqua, tetti chiari, strade strette sulle quali passava un riflesso azzurro.

Veyr riconobbe il canale e corresse la direzione.

«Avelùr», disse.

Il ginocchio di Erian gli pulsava. Aveva le mani stanche, la gola secca e il mantello bagnato da un lato.

Non si alzò.

Aspettò che Neris finisse la frase.

Serevan si fermò all’ingresso della terrazza.

Neris lo vide quando aveva già cominciato l’ultima nota.

La voce le tremò.

L’uomo guardò la mano sulla panca, poi l’acqua oltre gli archi.

«Quel richiamo non era per le barche del canale», disse.

La bambina continuò finché ebbe fiato.

Serevan le venne accanto.

Neris ritirò la mano prima che lui la raggiungesse. Sotto le dita tornò la pietra; il rumore del mare scomparve.

Strinse il foglio sulle ginocchia, piegandolo dentro il palmo.

Serevan guardò verso l’ingresso della città.

Fra gli archi avanzava una vela con una toppa chiara.

«Erian», disse Neris.

Le era uscito senza volerlo.

L’uomo tornò a guardarla.

Questa volta non sorrise. «Dunque lo hai aiutato a venire.»

PARTE III — AVELÙR

VENTIDUEFINO A DOMANI

Neris aspettò che Serevan dicesse altro.

Aveva il foglio stretto nella mano e la gola irritata per la nota tenuta troppo a lungo. Oltre gli archi, la vela rattoppata avanzava ancora.

«Posso andare da lui?»

Serevan guardò la bambina.

«Prima devono sbarcare.»

«Allora aspetto qui.»

L’uomo si voltò verso il corridoio. Mira stava tornando con una brocca.

«Accompagnala nella sua stanza. Ha bisogno di bere.»

Neris non si mosse.

«Gli dici dove sono?»

«Vado ad accoglierlo.»

Mira le porse la mano. La bambina infilò il foglio nella tasca e la seguì fino alla camera, dalla quale vedeva i gradini della strada.

Lasciò la porta aperta.

Il riflesso azzurro raggiunse la toppa della vela.

Per un momento il rettangolo chiaro sembrò dello stesso colore del resto. Poi il veliero passò sotto un arco e tornò a mostrare la cucitura.

Erian teneva ancora il tamburo sulle ginocchia.

Neris aveva smesso di cantare.

Lui aspettò un altro suono, una parola. Dalla pelle arrivò soltanto il lieve urto di un disco contro il legno.

«Siamo dentro», disse Veyr.

Le case si alzavano quasi direttamente dall’acqua. Le porte avevano gradini larghi, consumati al centro; sopra alcune finestre correvano fili sui quali asciugavano panni e fasci di erbe. Un uomo stava pulendo un davanzale con una spazzola. Più avanti due donne passavano ceste da una barca a una bottega, ridendo di qualcosa che Erian non riuscì a sentire.

Dal canale arrivava odore di legno bagnato. Da una strada, pane.

Il ragazzo si accorse di aver immaginato Avelùr senza queste cose.

Una donna sul molo prese la cima che Darel le lanciò. Veyr accostò lentamente, sotto gli occhi del giovane.

Erian rimise il tamburo nel panno azzurro. Si alzò aiutandosi con il sostegno e sentì il ginocchio protestare.

«Aspetta che sia ferma», disse Lethra.

«È ferma.»

La barca urtò piano il bordo.

Lei lo guardò.

Erian aspettò.

Serevan comparve sulla strada sopra il molo mentre sistemavano la passerella.

Non portava armi. La veste chiara sfiorava la pietra senza bagnarsi. Si fermò abbastanza lontano da lasciare spazio a chi lavorava.

«Erian?»

Il ragazzo sollevò il capo.

«Neris mi ha parlato di te.»

«Dov’è?»

«Nella casa dove Mira si prende cura di lei.»

Erian cercò alle sue spalle.

«Portami.»

Serevan guardò la passerella ancora sollevata da un lato.

«Appena siete a terra.»

Non gli chiese il tamburo. Non guardò dentro la sacca.

Erian scese per primo, con Lethra vicina. Lei lo aiutò fino al molo, poi tornò vicino a Veyr mentre Darel scaricava le sacche. Il giovane prese personalmente il volume avvolto nella tela cerata e lo sistemò fra i bagagli da caricare su Boro.

Il mulo esitò davanti all’acqua fra ponte e pietra.

Serevan si spostò, facendo arretrare anche la donna della cima.

«Lasciategli vedere dove mette i piedi.»

Darel gli parlò piano. Boro annusò la tavola, vi appoggiò uno zoccolo e scese senza che nessuno dovesse tirarlo.

Veyr fu l’ultimo.

Darel gli rimase accanto quando lasciò la barra.

Serevan lo salutò con un cenno.

«Hai fatto un lungo viaggio.»

Veyr si passò una mano sul polso, nel punto segnato dalla corda.

«Anche per questo sono venuto.»

Il Custode aspettò che finisse.

Veyr guardò gli altri e tacque.

Salirono lungo una strada che piegava fra le case.

Serevan camminava senza fretta, adeguando il passo a quello di Erian. Ogni tanto qualcuno lo salutava. Lui rispondeva chiamando le persone per nome, chiedeva di una riparazione o indicava dove lasciare una cesta.

Una ragazza gli mostrò una scarpa con la suola aperta.

«Passa dalla bottega dopo aver mangiato», le disse. «Troverai il cuoio.»

La ragazza sorrise e tornò a sedersi sul gradino.

Erian guardò il punto in cui la strada si divideva.

«Neris è da questa parte?»

«Oltre il canale.»

Fra due muri si vedevano una passerella e una porta aperta. Il percorso sembrava breve.

Erian vi si avvicinò.

Boro si fermò prima di lui.

Darel allentò la mano sulla cavezza e guardò le assi.

Una era sollevata lungo il bordo. Sotto, il legno mostrava una scheggiatura chiara.

«Da lì no», disse Serevan.

Un colpo venne dall’acqua.

L’asse si sollevò ancora e ricadde storta.

Erian fece un passo indietro.

Sotto la passerella comparve un corpo basso, rivestito di placche verdi e ramate. Sei zampe lo tenevano aderente alla pietra. Le due appendici anteriori erano ripiegate vicino alla testa; quando una si aprì, mostrò una mazza piatta a mezzaluna.

Gli occhi, su corti peduncoli, seguirono il movimento della cavezza.

Darel riportò Boro verso il centro della strada.

La coda della creatura batté contro l’acqua.

«Scàrdali», disse Serevan. «Si mettono sotto le passerelle. Qui devono cambiare le tavole.»

Erian guardò la porta dall’altra parte.

«C’è un altro passaggio?»

«Sì. Vi accompagno.»

Lethra osservò le schegge dal basso. Soltanto quando tutti si furono allontanati tornò a camminare.

La strada sicura aggirava un cortile e scendeva sotto una loggia.

Lì il canale era così stretto che Erian avrebbe potuto toccare l’altra parete allungando un braccio. Le pietre formavano un mosaico irregolare, con tasselli scuri vicino all’acqua.

Tìmir si sporse dal cappuccio.

Erian gli mise una mano davanti al muso.

Uno dei tasselli si era mosso.

Poi un altro.

La parete si piegò lungo una giuntura che un momento prima non c’era. Apparve un occhio stretto, subito richiuso fra piccole creste rettangolari.

Serevan alzò una mano, invitandoli a fermarsi.

Dal falso mosaico si staccò un braccio. Due file di ventose aderirono al gradino più basso. Sotto l’acqua si intravedevano altre braccia raccolte intorno al pilastro, unite alla base da una membrana.

La creatura allungò l’estremità verso l’ombra di Boro.

Darel arretrò con il mulo. Il braccio raggiunse il bordo bagnato e si fermò, lasciando una fila di cerchi lucidi sulla pietra.

Serevan indicò una porta alle loro spalle.

Un uomo la aprì dall’interno. Portava stivali alti e teneva una pertica fra le mani.

«Passiamo di sopra», disse il Custode.

Attraversarono un deposito, poi una rampa larga che correva oltre il pilastro. Darel tastò il fondo prima di far salire Boro.

L’uomo richiuse la porta quando furono passati.

«Un velàstro», spiegò Serevan. «Se non lo conoscete, potete scambiarlo per il muro.»

Erian guardò indietro.

La strada dalla quale erano arrivati non si vedeva più.

Gli sembrò ragionevole aver seguito chi sapeva dove andare.

La casa di Serevan aveva le finestre aperte.

Nel cortile crescevano piante dentro conche sollevate da terra. L’acqua cadeva in una vasca bassa, poi usciva da una fessura verso il canale. Sotto una tettoia c’erano spazio, fieno asciutto e un recipiente pulito.

Darel controllò il recinto prima di portarvi Boro.

Scaricò le sacche e il bestiario. Lethra prese il volume ancora avvolto e lo portò dentro con il diario grigio; Darel tenne accanto a sé gli altri bagagli.

Erian entrò soltanto dopo averli visti al sicuro.

Nella stanza c’erano una tavola apparecchiata, sedie diverse e una donna che stava versando acqua in quattro bicchieri.

«Neris è qui?» chiese.

Serevan gli indicò una sedia.

«Mira la accompagnerà appena sarà pronta. Le ho detto che sei arrivato.»

Erian rimase in piedi.

«L’ho sentita cantare.»

«Anch’io.»

«Stava bene.»

«Si è sforzata per aiutarti. Da allora ha la gola irritata e si stanca a parlare.»

Il ragazzo guardò il bicchiere.

Aveva ancora sete. Il ginocchio pulsava sotto la stoffa bagnata.

Lethra gli si avvicinò.

«Possiamo portarle un messaggio?» domandò a Serevan.

«Certo.»

Il Custode prese un foglio da un ripiano e glielo porse, insieme a una penna.

Erian scrisse poche parole. La punta graffiava la carta.

Sono arrivato con Tìmir. Ti aspetto. Erian.

Lo ripiegò una volta.

«Voglio che sappia che sono qui.»

«Lo saprà.»

Serevan lasciò il foglio sul tavolo, vicino alla porta, dove la donna poteva prenderlo.

Poi si sedette dall’altra parte, mantenendo libera la sedia accanto a Erian.

Quella sedia vuota fu la prima cosa che convinse il ragazzo a sedersi.

Mangiarono lentamente.

Tìmir scese lungo il braccio di Erian, annusò il pane e trovò il modo di trascinare una crosta sotto il tavolo.

Darel lo seguì con gli occhi.

«Almeno qualcuno sa già dove andare.»

Erian accennò un sorriso.

Veyr mangiava poco. Ogni volta che si sentivano passi, guardava la porta.

Quando Serevan si alzò per parlare con un uomo nel cortile, Lethra spostò la propria sedia più vicino a Erian.

«Il tamburo rimane con te.»

Lui annuì.

«Non l’ha chiesto.»

«Lo so.»

Darel continuò a osservare Veyr.

Non avevano dimenticato perché fosse venuto. La stanza calda e i piatti sul tavolo rendevano soltanto meno urgente la necessità di decidere cosa fare di lui.

Serevan tornò con un panno pulito.

«Per il ginocchio. Puoi togliere quello bagnato.»

Erian prese il panno senza lasciare la sacca.

Una donna comparve più tardi con la camicia di Neris sulle braccia.

Il ragazzo riconobbe la camicia prima che la donna si presentasse.

Il polsino conservava i punti irregolari del suo rammendo. Accanto, la stoffa era strappata di nuovo.

«Sono Mira», disse la donna. «Neris mi ha detto che sai cucire.»

Erian sfiorò la manica.

«Come sta?»

«Ha bevuto. Adesso aspetta.»

«Posso andare?»

Mira guardò Serevan.

«Si è appena sdraiata», disse lui. «Non la faremo alzare. Appena avrà riposato, potrete stare insieme.»

Erian non capì se Mira volesse aggiungere qualcosa. La donna sistemò il bordo della camicia e guardò di nuovo il rammendo.

«Ha parlato molto di te.»

Il ragazzo lasciò la stoffa.

«Portale il foglio.»

Mira prese il messaggio dal tavolo, ripiegandolo sotto la camicia. Erian la seguì con gli occhi finché uscì.

Per qualche istante gli sembrò di poter aspettare.

Le stanze degli ospiti si affacciavano sul cortile.

Erian chiese che fossero vicine. Serevan gli mostrò tre porte lungo un breve tratto di corridoio. Darel avrebbe dormito con Veyr; Lethra nella stanza accanto a quella di Erian.

Il tamburo e il quaderno scuro rimasero nella sua sacca. Lethra sistemò il bestiario su un ripiano alto, ancora nella tela cerata.

Nessuno chiese loro di consegnare qualcosa.

Nella camera di Erian c’era una panca sotto la finestra. Lethra vi aprì il diario mentre lui cambiava il panno sul ginocchio.

Scrisse dell’ingresso, della passerella e della parete che si era mossa. Attribuì a Serevan i nomi delle due creature.

Poi aggiunse la camicia, Mira e la promessa dell’incontro.

«Scrivi che aspettiamo fino a domani», disse Erian.

Lethra guardò il ragazzo.

«Se non viene prima.»

«Se non viene prima.»

La ragazza segnò anche quello e aggiunse i loro tre nomi.

Quando sollevò il diario, una pagina rimase impigliata.

Sotto il bordo della panca sporgeva la punta di un piccolo chiodo. Aveva attraversato il foglio vicino all’ultima riga.

Lethra lo liberò con cautela.

«Bella panca.»

Erian guardò il foro, poco più grande del punto che separava due frasi.

«Possiamo sederci dall’altra parte.»

Lei ripiegò il piccolo lembo bianco contro l’ultima lettera di domani, appiattendolo con il pollice.

In fondo alla pagina, accanto alla parola domani, rimase una minuscola apertura.

Neris non arrivò.

Quando la luce nel cortile si abbassò, Serevan tornò con una lampada.

«Sta dormendo.»

Erian si alzò dalla panca.

«Voglio soltanto vederla.»

«Lo capisco.»

L’uomo appoggiò la lampada sul tavolo.

«Hai attraversato il mare per lei. Hai tenuto il suo richiamo fino all’ingresso. Adesso puoi riposare sapendo che siete nella stessa città.»

Erian avrebbe voluto andare comunque. Guardò la finestra, il cortile e la strada oltre il portone.

Non sapeva quale casa fosse quella di Neris.

Serevan rimase sulla soglia.

«Domattina sarete meno stanchi.»

Non chiuse la porta quando uscì.

Più tardi Erian andò a controllare Boro con Darel. Lethra li accompagnò; Veyr camminò con loro, silenzioso.

Il mulo aveva mangiato. Darel gli passò la mano lungo le zampe e sistemò la lettiera. La barca era stata assicurata al molo; dal cortile si vedeva un tratto dell’albero sopra i tetti.

Tornarono dentro.

Erian e Lethra concordarono che, al mattino, avrebbero chiesto a Mira di accompagnarli senza altre attese. Darel annuì.

Per una notte potevano fermarsi.

Erian si sdraiò con la sacca fra il letto e il muro. Tìmir gli si sistemò contro il fianco.

Dal canale arrivò il rumore dell’acqua. Più lontano qualcuno cantava, piano; la voce sembrava passare da una finestra all’altra.

Erian pensò che Neris forse la sentisse nello stesso momento.

Chiuse gli occhi.

Il riflesso azzurro raggiunse la toppa della vela.

Per un momento il rettangolo chiaro sembrò dello stesso colore del resto. Poi il veliero passò sotto un arco e tornò a mostrare la cucitura.

Erian teneva il tamburo sulle ginocchia.

Neris aveva smesso di cantare.

Aspettò un’altra parola. Un disco urtò lievemente il legno.

«Siamo dentro», disse Veyr.

Erian sollevò il capo.

Le finestre erano aperte. Un uomo puliva un davanzale. Due donne passavano ceste da una barca a una bottega.

La città gli sembrò accogliente.

Al molo presero la cima, sistemarono la passerella e fecero scendere Boro. Darel rimase vicino a Veyr.

Serevan li aspettava sopra i gradini.

«Erian?»

Il ragazzo annuì.

«Neris mi ha parlato di te.»

«Dov’è?»

Il Custode indicò la strada.

Li accompagnò attraverso la città. Prima della passerella danneggiata li fece deviare, senza che Erian dovesse avvicinarsi alle assi. Sotto la loggia una porta era già aperta; passarono per il deposito mentre l’uomo con la pertica aspettava.

Nella casa c’erano quattro bicchieri e una sedia libera accanto a quella di Erian.

Il ragazzo si sedette.

Aveva attraversato il mare. Non era strano che si sentisse stanco.

Mira portò la camicia.

Erian sfiorò il rammendo, ascoltò ciò che gli disse della sorella e le affidò un foglio ripiegato.

Serevan mostrò le stanze.

Darel controllò il fieno, l’acqua e i bagagli. Lethra posò il bestiario sul ripiano alto, poi portò il diario vicino alla finestra.

Dal cortile veniva lo stesso rumore d’acqua.

Aprì il quaderno grigio.

La pagina raccontava il loro arrivo. La passerella, il velàstro, Mira con la camicia. In fondo c’erano i tre nomi.

Lethra passò un dito sotto l’ultima riga.

Aspettiamo fino a domani, se Neris non viene prima.

Sollevò il carbone per aggiungere qualcosa.

Erian le parlò dal letto.

«Scrivi che aspettiamo fino a domani.»

La ragazza guardò la frase.

«L’ho scritto.»

«Va bene.»

Lethra rimase con il carbone fra le dita.

Le sembrava di aver chiuso il diario soltanto un momento prima. Doveva averlo fatto quando erano entrati: ricordava la panca, il panno pulito, Erian che si sedeva.

Abbassò la mano.

Vicino alla parola domani c’era un piccolo foro.

La luce lo attraversava e cadeva sulla sua gonna.

Lethra guardò il bordo della panca. La punta del chiodo era lì.

Ricordò di aver liberato la pagina con due dita, molto lentamente.

Erian aveva detto che potevano sedersi dall’altra parte.

Non sarebbe successo di nuovo.

Posò il diario sulle ginocchia.

Dal corridoio arrivarono passi. Serevan si fermò davanti alla porta aperta.

«State meglio?»

Erian si alzò.

«Neris?»

«Mira è con lei. Vi farò incontrare appena avrà riposato.»

Lethra mise un dito sotto il foglio.

Il tratto dell’ultima lettera di domani attraversava il lembo ripiegato e continuava sul foglio oltre il bordo.

Quando aveva liberato la pagina, quel lembo era bianco.

Ora qualcuno ci aveva scritto.

La ragazza sfiorò la punta del proprio dito, sporca dello stesso nero.

Serevan le rivolse un sorriso.

«Hai bisogno di altra carta?»

Lethra abbassò gli occhi sul diario.

«No. Ne ho ancora.»

Il Custode tornò a parlare con Erian.

La ragazza sollevò il carbone, ma lasciò incompleta la riga successiva.

Per scrivere la parola oggi avrebbe dovuto sapere quale giorno fosse.

VENTITRÉLA RIGA INCOMPLETA

Lethra aspettò che Serevan si allontanasse.

Il Custode aveva lasciato la porta aperta. Dal corridoio arrivò la sua voce, poi quella di qualcuno che gli chiedeva dove portare una cesta.

Erian tornò a sedersi.

«Voglio parlare con Mira prima che faccia buio.»

Lethra gli mise il diario sulle ginocchia.

«Guarda qui.»

Lui seguì il suo dito fino alla parola domani.

«Il foro?»

La ragazza sollevò appena il lembo di carta. Sotto, il tratto della lettera proseguiva sul foglio.

«L’ho ripiegato dopo aver scritto.»

«Lo ricordo.»

«Era bianco.»

Erian si chinò. La carta aveva un bordo scuro, attraversato dalla stessa linea che formava l’ultima lettera.

«L’hai ripassata?»

«Devo averlo fatto.»

«E allora?»

Lethra guardò verso la porta.

«Non ricordo quando.»

Il ragazzo passò il pollice sotto il foro, senza toccarlo.

«Forse mentre parlavamo.»

«Forse.»

La risposta rimase fra loro. Erian avrebbe voluto che bastasse.

Lethra sfogliò all’indietro. Ritrovò l’annotazione sulla lettera affidata da Darel al trasportatore, il racconto di Orena, le note sui danni della nave. La pagina dell’arrivo veniva dopo. Le pagine erano al loro posto.

«Quando siamo entrati in questa stanza», chiese, «avevi già cambiato il panno?»

Erian guardò il ginocchio.

Ricordava Serevan che glielo porgeva. Ricordava la stoffa fredda contro la pelle.

Poi ricordò di essersi sdraiato con Tìmir accanto.

La vela gli comparve davanti agli occhi, attraversata dal riflesso azzurro.

Alzò il capo.

«Abbiamo dormito.»

Lethra non rispose.

«Prima di arrivare?»

Lui cercò di mettere in ordine le cose. Aveva tenuto il tamburo sulla barca. Lo aveva posato vicino al letto. Doveva esserci stato un momento fra le due immagini, ma ogni volta che provava a trovarlo gli tornava la voce di Neris.

Aspetta l’ultima.

Si portò una mano alla fronte.

«Non lo so.»

Trovarono Darel nel cortile.

Veyr sedeva all’ombra della tettoia, abbastanza vicino perché Darel potesse vederlo mentre controllava Boro. Teneva un pezzo di corda fra le mani e ne separava i trefoli senza farne nulla.

Lethra si fermò accanto al recinto.

«Da quanto siamo qui?»

Darel si voltò.

«Siamo arrivati oggi.»

Erian guardò Lethra.

Lei gli mostrò il foglio, spiegò il lembo e il tratto di carbone. Darel ascoltò senza interromperla.

Poi prese la cavezza appesa alla sponda.

Un passante di cuoio era stato rinforzato con filo chiaro. Due punti correvano storti, troppo vicini al bordo.

«Questo l’ho fatto io.»

«Sulla nave?» domandò Erian.

Darel scosse il capo.

«Si è allentato dopo che siamo scesi. Qui ho dovuto allargare il foro.»

Fece passare l’unghia nella cucitura.

«Ricordo che Boro non voleva stare fermo. Gli ho dato da mangiare per tenergli occupato il muso.»

Lethra guardò il recipiente.

«Quando?»

Darel aprì la bocca, poi la richiuse.

Dal cortile accanto arrivò una risata.

Veyr lasciò ricadere la corda.

«Dopo un viaggio così ci si confonde.»

«Tu ricordi di essere andato a letto?» chiese Erian.

L’uomo lo guardò.

«Ci hanno dato le stanze.»

«Non ti ho chiesto quello.»

Veyr si passò una mano sul polso.

Non rispose.

Lethra riaprì il diario contro la sponda del recinto, tenendolo lontano dal muso di Boro.

«Non so che cosa significhi. Voglio soltanto scrivere una cosa prima che decidiamo di nuovo di aspettare.»

Tracciò le parole lentamente.

Erian e Lethra vanno a cercare Mira adesso. Darel resta con Boro e Veyr. Vogliamo vedere Neris.

Erian lesse.

«Aggiungi che non abbiamo cambiato idea.»

Lei lo fece.

Darel passò il dito sotto la riga, lasciando un poco di polvere sulla carta.

«Se tornate e dite che conviene aspettare, fatemi vedere che cosa avete scoperto.»

Lethra annuì.

Prima di uscire prese il bestiario dal ripiano e lo affidò a Darel. Lui lo sistemò nella propria sacca, ancora avvolto.

Erian controllò il quaderno scuro e il tamburo. Tìmir gli risalì la manica, fermandosi con le zampe anteriori sulla spalla.

Attraversarono il portone.

Fuori c’era un uomo con una cesta di panni.

Lethra gli chiese dove trovare Mira.

«Porta la biancheria alla stanza dei lasciti», rispose. «Potete chiedere lì.»

Indicò un passaggio asciutto che costeggiava il canale, prima della loggia dove avevano visto il velàstro.

«Tenete la vasca alla vostra destra.»

Lethra annotò le indicazioni. L’uomo la guardò con curiosità, poi sollevò la cesta e proseguì.

Erian aspettò che fossero soli.

«Pensi che qualcuno ci faccia dimenticare le cose?»

«Penso che sul foglio sia successo qualcosa che non ricordo.»

«Nella galleria non era così.»

Lethra gli guardò il viso.

«Che cosa senti?»

Erian cercò una risposta precisa.

Al lago aveva avuto paura del vuoto. Adesso, appena smetteva di concentrarsi, gli sembrava quasi scortese voler svegliare sua sorella.

«Che Neris è stanca», disse.

La frase gli fece rallentare il passo.

«L’hai vista?» domandò Lethra.

Lui scosse il capo.

La ragazza aprì il diario e gli mostrò la riga scritta al recinto.

Erian la lesse. Non ritrovò tutta l’urgenza che aveva sentito al recinto. Sapeva però di aver voluto quelle parole.

«Andiamo», disse.

La stanza dei lasciti occupava il piano basso di una casa, con due porte e una finestra aperta sul portico.

Dentro c’erano scaffali, ceste numerate e oggetti tanto diversi che Erian si fermò a guardarli: una lampada di rame con tre beccucci, scarpe dalle punte larghe, un mantello chiuso da dischi di osso. Un uomo misurava un pezzo di stoffa e riportava le misure su un foglio.

Mira non c’era.

«È passata?» domandò Lethra.

L’uomo indicò la seconda porta.

«Chiedete di là. Io seguo quello che entra.»

Una donna aspettava sotto il portico con una cassa ai piedi.

Aveva due rattoppi quadrati sulla manica e stringeva un foglio arrotolato che le segnava le dita.

Quando provò a sollevare la cassa, un manico si piegò.

Lethra gliela sostenne dal fondo.

«Dove la mettiamo?»

«Qui va bene. Basta che mi vedano.»

La donna si raddrizzò e si pulì le mani.

«Sono Ruma.»

Lethra le disse i loro nomi.

Ruma guardò il ginocchio di Erian e gli fece posto sulla panca.

«Ti conviene sederti. A volte ci vuole un poco.»

Il ragazzo rimase in piedi.

La donna svolse il foglio. Una metà era occupata da righe fitte; sull’altra c’erano soltanto il suo nome e poche parole.

Lethra lesse la richiesta di un accompagnatore per attraversare il ponte e di un alloggio presso una casa oltre il canale.

«Ti trasferisci?»

Ruma annuì.

«Da mia sorella. Ha una stanza che dà sul retro. La mattina ci arriva la luce.»

Accarezzò il bordo della cassa con il palmo.

«Ho portato via quasi tutto. Mi mancano due vasi.»

«Hai il permesso?»

«Questa è la copia della domanda. Manca ancora la risposta.»

Ruma abbassò la voce.

«Mi hanno detto di aspettare. Ho aspettato. Poi sono tornata a chiedere e mi hanno detto che insistevo troppo.»

Si sistemò la manica, tirando uno dei rattoppi.

«Da sola non so passare. L’ultima volta ho visto le luci sotto i gradini.»

Erian guardò verso il canale.

«E tua sorella?»

«Mi tiene la stanza.»

Ruma lo disse con una sicurezza che gli piacque.

Un uomo uscì dalla seconda porta e la chiamò.

Lei ripiegò il foglio.

«Mi guardate la cassa?»

Lethra annuì.

Ruma entrò.

La finestra della stanza dava sul portico.

Da lì arrivò la voce di Serevan.

Erian si voltò di scatto. Non l’aveva visto entrare.

Fece un passo verso la porta, ma dall’interno venne il pianto trattenuto di Ruma. Si fermò.

«Ti hanno spaventata», disse il Custode.

«Avevo soltanto chiesto di passare.»

«E adesso ogni volta che ci pensi sei di nuovo su quei gradini.»

Per qualche istante si sentì soltanto il respiro della donna.

Lethra guardò la cassa. Un lembo di coperta usciva da sotto il coperchio; Ruma vi aveva cucito lo stesso tessuto dei rattoppi.

«Non voglio tornare a sentire quell’acqua sotto i piedi», disse lei.

«Puoi affidarmi quel momento.»

Erian sollevò gli occhi verso Lethra.

Le parole erano state pronunciate con la stessa calma con cui Serevan gli aveva offerto il panno.

Attraverso la finestra si vedeva una parte del tavolo. La mano di Ruma si posò su quella del Custode.

«Anche quando sono tornata a chiedere?»

«Da dove vuoi cominciare.»

La donna parlò ancora. La voce si abbassò tanto che non riuscirono più a distinguere le parole.

Erian appoggiò il peso alla parete. Sentiva il bordo del quaderno contro il fianco, dentro la sacca.

Pensò al pane caldo. Aveva saputo che Sivra glielo aveva dato anche quando non riusciva più a ricordarla mentre lo faceva.

Il silenzio, dentro, durò poco.

Ruma uscì senza il foglio in mano.

Aveva gli occhi umidi e un’espressione stanca. Quando vide la cassa, la guardò prima di guardare loro.

«Questa è mia?»

Lethra lasciò andare il manico.

«L’hai portata tu.»

La donna riconobbe il tessuto sotto il coperchio.

«Sì. È la mia coperta.»

Si chinò per rimetterla dentro.

«Dove devo portarla?» domandò Erian.

Ruma gli indicò la strada dalla quale era arrivata.

Lethra esitò.

«Non vai da tua sorella?»

La donna sollevò il capo.

«Oltre il ponte?»

«Ti tiene una stanza.»

Ruma si sedette sul bordo della cassa.

«Ci andavo a cucire. Ha una finestra sul retro.»

«Volevi andarci ad abitare.»

La donna la guardò con attenzione.

Non sembrava offesa. Cercava di capire perché una sconosciuta le stesse spiegando dove desiderava vivere.

Serevan comparve sulla porta con il foglio ripiegato.

«Tienilo», disse, porgendolo a Ruma. «Potremo parlarne quando vorrai.»

Lei lo aprì e lesse le prime righe.

Si fermò sul proprio nome.

«L’ho chiesto io?»

«Sì.»

Ruma tornò a leggere.

Lethra vide il movimento delle labbra, poi lo sguardo che passava dalla carta alla cassa. La domanda era ancora lì. La coperta anche.

La donna ripiegò il foglio.

«Per adesso la riporto a casa.»

Serevan chiamò un addetto perché la aiutasse.

Quando Ruma si allontanò, gli rivolse un piccolo cenno di ringraziamento.

«Cercavamo Mira», disse Erian.

Serevan si voltò verso di lui.

«Ha portato il tuo messaggio.»

«Voglio che mi accompagni da Neris.»

«Le diremo di raggiungerti.»

Il ragazzo sentì il sollievo arrivare prima di aver deciso se credergli.

Era una sensazione precisa: la possibilità di sedersi, lasciare che qualcun altro trovasse la strada e attendere la voce di sua sorella dalla porta.

Lethra chiuse una mano sul diario.

Erian guardò quel gesto.

«Aspetto qui», disse.

Serevan annuì.

«C’è una panca all’ombra.»

Il Custode tornò dentro per parlare con l’addetto dei lasciti. Erian rimase in piedi finché la sua veste chiara scomparve oltre lo scaffale.

Lethra si avvicinò alla finestra.

Non sapeva dove fosse andato il momento affidato da Ruma. Aveva visto soltanto ciò che lasciava dietro: una cassa pronta, una domanda che la proprietaria non riconosceva più e un viaggio rimandato senza discussioni.

«Le ha tolto anche il motivo per cui era venuta», disse piano.

Erian guardò la strada percorsa dalla donna.

«Oppure il momento in cui aveva deciso.»

Lethra aprì il diario. Scrisse il nome di Ruma e quello che avevano visto, separandolo da ciò che avevano sentito attraverso la finestra.

Il carbone le si spezzò fra le dita.

Raccolse entrambi i pezzi nel panno.

Da una porta laterale uscirono due uomini con recipienti coperti.

Uno appoggiò il proprio sul gradino e sollevò il coperchio. Dentro c’erano pesci tagliati e gusci rotti.

L’altro aprì un registro legato a una tavoletta. Scorse le righe con il dito.

«La passerella rimane chiusa?»

«Finché non tornano quelli del legno.»

L’uomo segnò qualcosa.

Lethra riconobbe nel disegno accanto alla riga il cortile che avevano aggirato con Serevan. Più sotto erano tracciati un arco e una piccola vasca.

«E sotto la loggia?»

«Dall’altro sportello. Questo non lo aprire.»

Portarono i recipienti lungo il portico. Lethra li seguì per pochi passi, restando sul tratto asciutto.

Il primo si fermò davanti a una parete bassa, infilò una mano sotto il bordo e aprì uno sportello. Versò parte del contenuto oltre l’apertura.

Un colpo venne dall’acqua.

Poi un altro, più vicino al legno.

L’uomo richiuse senza aspettare.

Erian, dietro Lethra, guardò le assi oltre il muro. Erano scheggiate dal basso come quelle della passerella.

L’altro addetto raggiunse una ruota fissata alla pietra e la fece girare. Il rumore del canale cambiò. Sotto l’arco si distese una fila di piccole vesciche chiare; qualcosa di sottile pendeva nell’acqua e seguiva la corrente.

«Non avvicinatevi», disse l’uomo, accorgendosi di loro.

Lethra arretrò.

«Li nutrite qui?»

«Dove è segnato.»

L’addetto richiuse il registro contro la tavoletta.

«Se cercate la strada per gli ospiti, dovete tornare dalla porta grande.»

Si fermarono accanto alla vasca.

Lethra cercò nel diario il punto in cui aveva disegnato il percorso di Serevan. Accanto alla passerella aggiunse un piccolo segno. Ne fece un altro sotto l’arco.

«Gli portano da mangiare dove dobbiamo passare.»

Erian fissò la ruota, ormai ferma.

«Forse è l’unico posto dove possono farlo.»

Lethra annuì lentamente.

«Forse. Ma sono loro che lo scelgono.»

Dal portico arrivò il rumore di una cassa trascinata.

Il ragazzo pensò a Ruma, alla sua coperta e alla stanza tenuta libera oltre il ponte. Aveva preparato tutto per andarci. Un poco dopo, aveva ringraziato chi la aiutava a tornare indietro.

Si toccò la sacca.

Neris era ancora dall’altra parte di un canale che non sapeva attraversare.

«Non voglio tornare nella stanza», disse.

Lethra guardò la riga scritta al recinto.

«Nemmeno io.»

La luce sulla vasca si mosse.

Erian alzò il capo.

Sotto un altro arco, dalla parte opposta alla chiusa, una donna passò con un braccio sollevato e il piede nudo che sfiorava l’acqua.

Non camminava come gli addetti.

Girò su sé stessa, lasciando ricadere la mano, poi arretrò di un passo. La veste azzurro-grigia si raccolse intorno alle gambe.

Erian riconobbe il movimento prima del viso.

«La spiaggia», disse.

Lethra si voltò.

La donna era già oltre il pilastro.

«Era con l’uomo che danzava.»

Erian fece per seguirla, poi si fermò accanto a Lethra.

«Voglio parlarle.»

La ragazza guardò la strada. Un bordo asciutto proseguiva lungo il canale e spariva sotto l’arco; non c’erano gradini da scendere nell’acqua.

Richiuse il diario.

«Vengo con te.»

Procedettero lentamente, tenendosi vicino alla parete.

Il ginocchio costrinse Erian a fermarsi prima del pilastro. Lethra aspettò che riprendesse fiato.

Tìmir gli scese sul braccio e poi tornò nel cappuccio, scontento della stretta fra muro e spalla.

Dall’altra parte si apriva un cortile basso.

L’acqua ne copriva il pavimento, lasciando emergere una fila di pietre lungo il bordo. La donna danzava al centro. Davanti a lei c’era un uomo, quasi interamente nascosto dal pilastro.

Le loro mani si sfioravano, si separavano e tornavano a cercarsi.

Erian rimase sulla pietra asciutta.

«Eri sulla spiaggia.»

La donna girò il capo. I ricci corti si mossero intorno al viso dagli zigomi larghi.

Il passo continuò, ma lo sguardo si fermò su di lui.

«C’era mia sorella», disse Erian. «Neris.»

Lei abbassò gli occhi sulla sacca.

Un disco del tamburo aveva tintinnato sotto il panno.

Seguendo il suo sguardo, Erian aprì la sacca e scostò il panno azzurro, mostrando un tratto della cornice incisa.

«Quello era di Sivra.»

Erian si portò una mano alla tracolla.

La donna ripeté il nome senza aggiungere altro. Per un momento sembrò ascoltare la parola mentre la pronunciava.

«Era mia nonna», disse il ragazzo.

La mano di lei tornò incontro a quella dell’uomo.

«È venuta?»

Erian scosse il capo.

«È morta.»

La donna lo guardò. Nel movimento successivo chiuse le dita un poco prima di raggiungere la mano che cercava.

La riaprì subito.

Lethra rimase accanto a Erian, con il diario stretto al petto.

«Come ti chiami?» domandò il ragazzo.

«Auren.»

La donna si voltò di nuovo verso il compagno. Erian cercò di vederne il viso oltre il pilastro.

«E lui?»

Auren continuò il passo.

Le dita dell’uomo passarono vicine alle sue.

«Non so più come chiamarlo», disse. «E lui aspetta ancora che lo faccia.»

VENTIQUATTROIL NOME RIMASTO

L’uomo uscì dall’ombra del pilastro durante il giro successivo.

Era più alto di Auren, con spalle larghe e capelli tagliati corti. Il viso aveva una stanchezza che Erian non avrebbe saputo attribuire all’età. Quando tese la mano, il dito medio rimase un poco piegato.

Auren gli passò il pollice sotto le dita, nel punto in cui avrebbero dovuto chiudersi.

Lo fece senza guardare.

«Non riesce a distenderlo», disse Erian.

La donna seguì il suo sguardo.

«Si era fatto male.»

Il passo la portò più lontano. Tornò verso il bordo soltanto dopo aver compiuto il giro.

Erian si rivolse all’uomo.

«Come ti chiami?»

Lui girò il viso verso la voce. Le labbra si mossero, poi tornò a tendere la mano ad Auren. Il ragazzo non sentì parole.

«Quando si era ferito?» domandò Lethra.

Auren sollevò la mano, come se cercasse di ripetere un gesto diverso da quello della danza.

«Una cima. Continuava a tirare anche quando…»

La frase si interruppe.

L’uomo le sfiorò il polso. Lei si voltò subito verso di lui.

Erian si sedette sulla pietra asciutta, appoggiando la sacca al fianco. Avrebbe voluto fare domande più in fretta, ma Auren poteva guardarli soltanto per pochi istanti alla volta.

Fra una risposta e l’altra passava un giro intero.

«Aveva una fibbia», disse infine la donna.

Lethra aprì il diario.

«Com’era?»

«Ovale. Si era rotta da una parte. L’aveva chiusa con il rame.»

Erian guardò la cintura dell’uomo. Era una semplice striscia di stoffa.

«Non ce l’ha più.»

Auren abbassò gli occhi.

«L’ho portata ai lasciti. Insieme alla sua veste.»

Lethra smise di scrivere.

«Perché?»

La donna cercò di rispondere. Il movimento successivo le fece tendere il collo, come se stesse ascoltando qualcosa alle proprie spalle.

«Mi faceva male tenerla.»

Erian pensò alla cassa di Ruma.

«Ti hanno chiesto di affidare anche quello che ricordavi?»

Auren tornò a guardarlo.

«Non volevo continuare a vederlo per terra.»

Il ragazzo sentì Lethra fermarsi accanto a lui.

La donna tese di nuovo la mano verso il compagno.

Lui la raggiunse.

Prima di andarsene, Erian riprese il tamburo.

Non lo suonò. Lo tenne sopra il panno, mostrando la cornice.

«Sivra era scappata da qui», disse. «Una donna l’aveva aiutata. Le aveva promesso di tornare.»

Auren guardò il legno.

«Era già grande, ma ancora abbastanza leggera perché quella barca la reggesse.»

«L’hai aiutata tu?»

La donna annuì.

«Le passai il tamburo. Le dissi di legarselo al petto: per remare le sarebbero servite tutte e due le mani.»

Erian guardò la pelle tesa. Si domandò quante mani vi fossero state appoggiate prima delle sue.

«È arrivata sulla costa», disse. «Una donna l’ha trovata. Il tamburo lo teneva legato qui.»

Si toccò il petto.

Auren sorrise appena. Il sorriso scomparve quando la danza la riportò davanti al compagno.

«Aveva detto che sarebbe tornata a prendermi.»

Erian ricordò Orena e l’ago rimasto fermo sopra la vela.

«Ci ha provato.»

La donna annuì una seconda volta, ma lui non seppe se avesse ascoltato.

Lethra gli toccò la spalla.

Stavano per allontanarsi quando Auren parlò di nuovo.

«L’avevo chiesto anche a Vorath.»

Erian si fermò.

«Che cosa?»

La donna guardava l’uomo.

«Di tenerlo lui.»

«Chi?»

Le dita di Auren si chiusero nell’aria.

«Il suo nome. Finché io non fossi riuscita a tornare a prenderlo.»

Un lembo della veste le si avvolse intorno alla caviglia. Lo liberò con il passo successivo.

«Ricordo di averlo chiesto», disse. «Non ricordo più tutto quello che gli ho lasciato.»

Erian riavvolse il tamburo e lo rimise nella sacca.

Ritornarono ai lasciti lungo lo stesso bordo asciutto.

La ruota della chiusa era ferma. Oltre il muro arrivò un colpo, poi il rumore di qualcosa trascinato sott’acqua.

Erian tenne la sacca dalla parte della parete.

L’addetto stava ancora misurando la stoffa. Aveva fermato un’estremità sotto un peso di pietra e segnava piccoli tratti con il gesso.

«Cerchiamo una fibbia», disse Lethra.

L’uomo non alzò subito il capo.

«La vostra?»

«L’ha portata Auren.»

L’addetto si fermò sul tratto appena segnato.

«Quella del cortile basso?»

Lethra annuì.

«Ovale, chiusa da una parte con filo di rame. Era insieme a una veste.»

L’uomo lasciò la stoffa sotto il peso e prese un registro dallo scaffale. Scorse un elenco, poi un altro.

«Non portate via niente senza chiedere.»

Lethra posò il diario aperto sul banco.

«Vogliamo sapere di chi era.»

L’addetto seguì una riga con l’unghia.

Poi andò a prendere una cesta.

La veste era stata ripiegata intorno a un pezzo di tela grezza.

Quando l’uomo aprì il tessuto, comparve la fibbia.

Il rame era diventato verde negli angoli. Una piccola punta era stata schiacciata contro il metallo perché non si impigliasse nella stoffa.

Erian riconobbe il lavoro di chi aveva riparato qualcosa con ciò che possedeva.

L’addetto girò il cartellino legato alla tela.

Il numero rimandava a una pagina del registro.

Lethra si chinò per leggere.

«Tavir», disse.

Erian guardò la riga.

Tavir. Barcaiolo della riva di Vaelra. Una veste, una cintura con fibbia riparata. Consegnate da Auren.

Il ragazzo ripeté il nome.

Nella stanza non accadde nulla.

L’uomo continuò a sistemare la tela. Dal portico venne il rumore di un secchio posato a terra.

«È lui», disse Lethra.

Erian pensò alla mano con il dito piegato, al pollice di Auren che la cercava senza bisogno di guardare.

«Puoi farci vedere il resto?» chiese.

L’addetto voltò la pagina.

Alla consegna era stato unito un foglio più sottile.

La scrittura cambiava a metà: le prime righe erano dritte, le successive scendevano verso il margine. In fondo c’era il nome di Auren.

Lethra lo lesse senza toccare la carta.

Sono arrivati per riportarlo dal Custode. Eravamo sulla riva di Vaelra. Uno gli ha preso il braccio e l’altro lo ha colpito alla schiena. Lui aveva già posato il remo.

Più sotto la punta aveva inciso il foglio tanto da lasciare un solco.

Quando sono riuscita a voltarlo, cercava di parlare. Non ho capito che cosa dicesse. Poi non ha più respirato.

Erian guardò la veste.

L’addetto ne aprì una piega. Sul dorso, sotto la spalla, la stoffa era stata tagliata e poi fermata con pochi punti per evitare che lo strappo si allargasse.

Intorno rimaneva una macchia scura.

«È stato ucciso», disse il ragazzo.

L’uomo guardò il foglio.

«Questo è ciò che dichiarò lei.»

«Tu la ricordi?»

L’addetto esitò.

«Ricordo di aver ricevuto molti vestiti.»

Passò un dito sul proprio nome, scritto in piccolo sotto quello di Auren.

«Qui c’è anche la mia mano.»

La guardò, come se si aspettasse di trovarvi ancora qualcosa del lavoro di allora.

Poi tornò a piegare la veste.

Lethra copiò la dichiarazione nel diario.

Uno dei due pezzi di carbone le lasciava le dita quasi interamente nere. Lo rigirò nel panno, cercando un’estremità abbastanza sottile.

Erian rimase accanto al banco.

«Auren si ricorda di aver chiesto a Vorath di custodire il nome.»

L’addetto sollevò il viso.

«Prima del fiato guasto?»

Il ragazzo si voltò verso di lui.

L’uomo indicò i fogli in fondo al registro.

«Ci sono le chiusure. Quando non si poteva più usare un passaggio, dovevamo cambiare il posto delle consegne.»

Lethra fermò il carbone.

L’addetto cercò fra annotazioni più brevi, alcune strette fra due righe già scritte. A una delle pagine era stato cucito un ritaglio di carta.

Lo distese sul banco.

Sospeso il transito presso il guardiano. Il respiro trattiene e restituisce voci. Primo accesso chiuso per il fiato guasto dopo che ad Auren fu sottratto il ricordo di Tavir.

Erian sentì di nuovo la galleria stretta, il peso di Lethra contro il braccio mentre lo aiutava a uscire.

«Voci?»

«È scritto così.»

«Chi l’ha scritto?»

«Chi controllava il passaggio. Non è la mia grafia.»

L’uomo riportò il ritaglio verso la cucitura per non strapparlo.

«Da allora le consegne non sono più passate di lì.»

Quando uscirono, Erian aveva la gola secca.

Lethra si fermò sotto il portico per finire la copia. Sotto la dichiarazione di Auren aggiunse la nota sul passaggio e la sua provenienza.

Il ragazzo guardava il canale.

Aveva pensato al drago come a una creatura malata che rendeva pericolose le gallerie. Poi come a qualcosa da comprendere prima che gli uomini di Vaelra decidessero di ucciderlo.

Ora gli tornò in mente la voce della nonna.

Non so che cosa sia rimasto della voce di Vorath.

Si sedette sul bordo della panca.

«Auren gli ha lasciato il nome di un uomo.»

Lethra annuì.

«E quando quel nome è stato tolto a lei, il respiro si è guastato.»

Erian prese il tamburo senza scoprirlo.

Sentì sotto le dita il punto della cornice sul quale Sivra gli aveva mostrato i segni.

«Nàmar.»

Lethra sollevò il capo.

«Nome?»

«La nonna diceva che dentro ci sono anche le cose che conosci di qualcuno. Come ride. Quello che fa senza accorgersene.»

Guardò le proprie mani.

«Possiamo leggere Tavir. Lei non sa ancora chi sta chiamando.»

Lethra tornò alla pagina.

«Vorath potrebbe aver tenuto proprio quello che le manca.»

Erian pensò alla mano del danzatore, rimasta in attesa per un altro giro.

Il drago aveva continuato a trattenere qualcosa che gli altri non sapevano più riconoscere. Se era quello a fargli male, non bastava che smettesse di respirare.

«Dobbiamo tornare da lei», disse.

Lethra chiuse il diario tenendo un dito fra le pagine appena scritte.

«Prima facciamolo sapere a Darel. Se ci succede di nuovo qualcosa, deve sapere che cosa abbiamo trovato.»

Neris riaprì il foglio per la terza volta.

Mira glielo aveva portato insieme alla camicia. La bambina aveva riconosciuto subito la scrittura del fratello: le lettere strette quando cercava di far stare tutto su una riga, l’ultima parte del nome un poco più grande.

Sono arrivato con Tìmir. Ti aspetto. Erian.

«Ti ha chiesto di me?» domandò.

Mira annuì.

«Gli ho detto che avevi bevuto.»

«E dopo?»

La donna guardò la camicia sulle ginocchia.

«Ha riconosciuto il rammendo.»

Neris aspettò che aggiungesse altro.

Mira passò il dito accanto allo strappo.

«Vuoi che lo sistemi?»

La bambina guardò il filo vecchio. Erian ne aveva annodato una parte all’interno, dicendo che così non le avrebbe graffiato il polso.

«Lo può fare lui.»

Mira sorrise.

«Allora gliela porto.»

«Aspetta.»

Neris andò al tavolo. Girò il messaggio e scrisse sul retro con la matita.

Lo piegò più piccolo di prima e lo infilò nel risvolto interno del polsino, sotto la stoffa ripiegata.

Quando restituì la camicia, tenne un dito sul vecchio rammendo.

«Digli di cominciare da qui.»

Il cortile degli ospiti aveva la stessa luce di quando erano usciti.

Darel era ancora accanto al recinto. Boro dormiva con una zampa posteriore piegata; Veyr sedeva sulla panca, con la corda fra le mani.

Erian si fermò sulla soglia.

Per un istante gli sembrò che fossero rimasti via soltanto il tempo di attraversare il portone.

Lethra gli passò davanti e aprì il diario sulla sponda.

«Si chiama Tavir.»

Darel si avvicinò.

La ragazza gli fece leggere il cartellino copiato, poi la dichiarazione. Gli raccontò delle mani dei danzatori, della fibbia e del ritaglio sul fiato guasto.

Quando pronunciò le parole dal Custode, Veyr smise di separare i trefoli.

Erian lo vide, ma l’uomo non disse nulla.

Darel tornò alla prima riga.

«Sapete chi lo ha colpito?»

«Due uomini venuti per riportarlo qui», rispose Lethra. «Questo è quanto Auren riuscì a scrivere.»

«E adesso non lo ricorda?»

«Ricorda delle cose. Non tutta la persona.»

Darel guardò il nome sul foglio.

«Portateglielo.»

«È quello che vogliamo fare», disse Erian.

Voleva ancora farlo. Gli parve necessario ripeterselo.

La stanza, sopra il cortile, sembrava fresca. Avrebbe potuto sedersi soltanto un momento, lasciare che il ginocchio smettesse di pulsare e poi uscire.

Dal piano alto arrivò la voce di Serevan.

«Siete tornati.»

Erian non ricordò di aver salito tutta la scala.

Si trovò vicino alla panca sotto la finestra, con la mano appoggiata al muro. Lethra era davanti a lui. Il diario era ancora aperto.

Serevan posò una lampada sul tavolo.

«Mira sta arrivando.»

Erian guardò lo stoppino.

Il filo di fumo gli sembrò il punto verso il quale tutte le cose stavano cercando di tornare: il panno sul ginocchio, la sedia vuota, la promessa di riposare una notte.

Dietro gli occhi gli passò il riflesso azzurro sulla vela.

Abbassò lo sguardo sul diario.

Tavir.

La parola era lì. Sotto c’erano altre righe, troppo fitte per leggerle tutte insieme.

«Tua sorella ha bisogno di quiete», disse Serevan.

Erian sentì il letto vicino alla gamba.

«È ancora stanca?»

«È stata una giornata lunga.»

La risposta sembrò adattarsi a ogni cosa che il ragazzo riusciva a ricordare.

«Quando avrà riposato, potrai accompagnarla con il tamburo», aggiunse Serevan. «Le farà bene ritrovare la vostra canzone.»

Mira comparve sulla porta con la camicia fra le mani.

«Mi ha chiesto di portarti questa.»

Erian prese la stoffa.

Lethra chiuse il diario, tenendo il pollice fra le pagine.

«Neris?»

Mira annuì.

«Vuole che cominci da qui.»

Indicò il rammendo.

Erian infilò le dita sotto il polsino per raddrizzarlo. Trovò il piccolo nodo che aveva fatto a casa e, accanto, qualcosa che non era stoffa.

Tirò fuori il foglio.

Sul primo lato c’erano le sue parole.

Lo voltò.

La scrittura di Neris scendeva verso il bordo, come quando il tavolo era troppo alto e lei non voleva spostare la sedia.

Sono sveglia. Non aspettare.

Sotto aveva scritto il proprio nome.

VENTICINQUELA PORTA LATERALE

Erian lesse il messaggio una seconda volta.

Serevan guardò il foglio, ma non tese la mano per prenderlo.

«Che cosa dice?»

Il ragazzo alzò gli occhi.

«Che mi aspetta.»

La stanza gli sembrò di nuovo troppo piccola. Il letto contro la gamba non prometteva più riposo; gli impediva di muoversi.

Si scostò.

«Mira, mi accompagni?»

La donna guardò il Custode.

Erian rimase in piedi, con la camicia sotto un braccio e il foglio nell’altra mano.

«Posso andare piano. Non deve alzarsi per me.»

Serevan si voltò verso Mira.

«Portala qui.»

La donna annuì.

«Se preferisce camminare, accompagnala. Senza farla stancare.»

Erian la seguì fino alla soglia.

Mira gli toccò il braccio.

«Torno con lei.»

Questa volta il ragazzo rimase accanto alla porta.

Ripiegò il messaggio e lo infilò fra le pagine del quaderno scuro, poi richiuse la sacca.

Sentì i passi sulla scala prima della voce.

Non correvano. Uno era più breve dell’altro, interrotto da una pausa sul pianerottolo.

Erian lasciò la camicia sulla panca.

Neris comparve dietro Mira, con una mano appoggiata al muro.

Aveva un vestito che lui non conosceva. I capelli erano raccolti male, con ciocche uscite da entrambe le parti. Quando lo vide, smise di salire.

«Erian?»

Lui raggiunse il pianerottolo.

La bambina fece l’ultimo passo e gli arrivò contro, con il viso premuto nella sacca. Erian si piegò per prenderla, ma il ginocchio cedette un poco. Finirono seduti sul gradino, stretti fra il muro e la ringhiera.

Neris gli si aggrappò alla giacca.

Lui la tenne così forte che lei dovette muovere una spalla.

«Mi fai male.»

Erian allentò subito le braccia.

«Scusa.»

La bambina non si staccò.

Tìmir cercò di uscire dal cappuccio, trovò una manica, scese lungo il braccio del ragazzo e si infilò fra loro. Neris gli passò una mano sulla testa.

Il nìvelo le annusò il mento.

Lei rise e cominciò a piangere nello stesso momento.

Erian le scostò i capelli dagli occhi.

Per un poco riuscì soltanto a guardarla.

Lethra li aiutò a tornare nella stanza.

Neris si sedette accanto al fratello sulla panca, con Tìmir sulle ginocchia. Continuava a stringergli la mano.

«Papà è tornato?»

Erian scosse il capo.

«Non lo so.»

La bambina abbassò gli occhi sulle loro dita.

«Mi cercava?»

«Gli abbiamo lasciato notizie.»

Neris annuì, senza sembrare rassicurata.

Erian le sfiorò il polso.

«Sulla spiaggia non sono riuscito a…»

Si fermò.

La bambina lo guardò.

«Non me lo ricordo.»

Erian sentì la mano irrigidirsi.

«Che cosa?»

«Quando ci siamo lasciati. Prima lo vedevo anche se chiudevo gli occhi. Poi Serevan mi ha aiutata a non sentirlo più.»

Guardò verso la porta, dove l’uomo stava parlando piano con Mira.

«Adesso manca. So che c’eri, ma non riesco a vedere come è successo.»

Erian tenne lo sguardo sul suo viso.

Non le raccontò tutto subito.

Le passò il pollice sul dorso della mano, nel punto in cui la pelle era ancora un poco screpolata.

«Se vuoi, te lo racconto io.»

«Dopo.»

«Va bene.»

Neris si appoggiò al suo fianco.

Il pezzo mancante non tornò. Lei rimase lì.

Darel salì poco dopo, con la sacca sulla spalla. Aveva chiuso la sponda del recinto e lasciato a Boro acqua e fieno; Veyr camminava davanti a lui.

Erian fece le presentazioni.

Lethra sollevò una mano. Neris vide le dita nere.

«Scrivi anche tu?»

La ragazza guardò il carbone rimasto sotto un’unghia.

«Ultimamente molto.»

«Io ho una matita.»

La mostrò insieme a un foglio ripiegato. Per un momento Erian vide il proprio nome, quello di Teren e quello di Sivra fra le righe fitte.

«Tienila bene.»

Neris rimise foglio e matita nella tasca. Annuì con una serietà che fece abbassare gli occhi a Erian.

Darel posò la sacca vicino ai propri piedi.

«Quando scendiamo ti presento Boro.»

«Chi è?»

«Quello che ha portato quasi tutte le nostre cose.»

La bambina guardò la porta, aspettandosi qualcuno.

«È un mulo», aggiunse Darel.

Neris tornò a guardarlo.

«Allora perché non l’hai detto?»

Il giovane aprì le mani.

Lethra sorrise. Erian sentì il petto fargli male per qualcosa che assomigliava al sollievo.

Veyr era rimasto vicino alla soglia.

Guardava la mano della bambina stretta a quella del fratello.

Serevan gli fece un cenno.

«Vieni.»

Darel riprese subito la sacca.

«Vengo anch’io.»

Il Custode indicò la loggia in fondo al corridoio.

«Restiamo qui.»

Parlò con Veyr accanto alla finestra. Darel rimase sulla soglia della loggia: li vedeva entrambi, ma il rumore della vasca copriva le parole dette a bassa voce.

«Fra poco accompagnerai Erian nella sala oltre il canale», disse Serevan.

Veyr guardò il giovane che aspettava alla porta.

«Per fare cosa?»

«Provare il ritmo. La bambina tornerà nella sua stanza con Mira.»

«Li hai appena fatti incontrare.»

«E si sono rassicurati. Adesso possono prepararsi senza affaticarsi a vicenda.»

Veyr passò il pollice sul segno della corda al polso.

«Vorrà andare con lei.»

«Gli dirai che lei lo sentirà da lì. Il tamburo rimane con lui.»

Il Custode posò una mano sul davanzale.

«Non farli tornare insieme lungo la strada. Mira aspetterà che tu abbia portato via il ragazzo.»

Veyr guardò oltre la finestra.

Sapeva come finivano le visite. Prima si apriva una porta, poi qualcuno si avvicinava alla sedia e gli diceva che sua moglie aveva bisogno di riposare. Lui cercava ancora una frase da dirle mentre gli altri gli indicavano l’uscita.

«Il tamburo è arrivato», disse.

«Nelle mani del ragazzo.»

Serevan abbassò gli occhi sulla propria mano.

«La chiave di Sivra l’ho fatta tornare io. Il canto della bambina mi ha permesso di seguire il legame fra la chiave e la cassa. Tu dovevi portarmi il tamburo.»

«Li ho portati qui.»

Serevan lo guardò.

«E puoi ancora aiutarmi.»

Veyr rimase in silenzio.

«Dopo questo potrò vederla?»

«Quando Erian sarà nella sala e Neris sarà tornata da Mira.»

«E poi?»

«Poi parleremo del prossimo incontro.»

Veyr abbassò gli occhi sulla mano del Custode.

«Lei potrà venire via con me?»

Serevan ritirò la mano dal davanzale.

«Mi hai chiesto di vederla.»

Il rumore dell’acqua sembrò diventare più forte.

Quaderno, tamburo, viaggio. Ogni volta Veyr aveva creduto di essere arrivato abbastanza vicino alla porta da poterla tenere aperta.

Serevan gli stava già indicando la strada da percorrere dopo.

«L’accompagnatore vi aspetterà all’ingresso della sala», disse. «Digli che ti mando io.»

Veyr annuì.

Il Custode passò accanto a Darel e tornò verso la scala.

Veyr non rientrò subito nella stanza.

Darel gli si mise accanto.

«Che cosa vuole?»

L’uomo guardò verso la porta dalla quale arrivava la voce di Neris.

La bambina stava chiedendo al fratello perché camminasse in quel modo.

Erian rispose che glielo avrebbe spiegato strada facendo.

Veyr lasciò scendere le mani lungo i fianchi.

«Vuole che li divida.»

Darel lo fissò.

«Di nuovo.»

«Devo portare Erian oltre il canale. Quando saremo usciti, Mira dovrà riportare via Neris.»

Il giovane fece un passo verso la stanza.

Veyr non cercò di fermarlo.

Lo seguì.

Lethra li ascoltò in piedi.

Erian aveva fatto avvicinare Neris al proprio fianco. La bambina teneva Tìmir contro il petto e guardava Veyr.

«Lo devi fare?» domandò Darel.

L’uomo scosse il capo.

«Non lo farò.»

Mira si voltò verso il corridoio.

«Il Custode ha detto che…»

«Lo so», disse Veyr.

La donna rimase con una mano sulla spalliera della sedia.

Lethra non si spostò dalla porta.

«Perché ce lo stai dicendo?»

Veyr si guardò il polso.

«Ho fatto quello che mi chiedeva per poter vedere mia moglie. Ogni volta c’era ancora una cosa da fare.»

Sollevò il viso.

«Se porto via tuo fratello», disse a Neris, «potrò stare con lei. Quando mi faranno uscire, ricomincerà.»

La bambina strinse Tìmir senza accorgersene. Il nìvelo si divincolò e lei allentò subito le mani.

«Voglio tirarla fuori», continuò Veyr. «Ma non so farlo da solo.»

Erian guardò Lethra.

Lei gli mostrò la pagina del diario in cui avevano scritto di andare a cercare Neris.

La decisione era ancora lì. Ora anche Neris poteva leggerla.

«Sai una strada?» chiese il ragazzo.

«Un tratto. Quello che mi facevano percorrere durante le visite.»

«Dove porta?»

«Ai depositi, prima delle case sorvegliate. C’è una porta usata per i carretti. Possiamo arrivarci senza passare dalla sala dove mi aspetteranno.»

Darel si avvicinò a Veyr.

«Cammino con te.»

L’uomo annuì.

Erian sistemò meglio la sacca contro il fianco. Il tamburo rimase sotto il suo braccio.

Mira li fermò prima che raggiungessero la scala.

«Neris doveva tornare con me.»

La bambina si voltò. Per un momento sembrò di nuovo quella che guardava la finestra aspettando passi nella strada.

«Voglio andare con Erian.»

Mira guardò le loro mani.

«Sei stanca?»

Neris scosse il capo.

La donna rimase in silenzio. Poi raccolse la camicia dalla panca e la porse a Erian.

«Le servirà.»

Lui la piegò sopra la sacca.

«Vieni anche tu?» chiese Neris.

Mira si toccò la tasca del grembiule, dove teneva le piccole cose del proprio lavoro.

«Devo restituire la brocca.»

La prese dal tavolo. Prima di uscire, guardò Veyr.

«La porta delle ceste è ancora aperta. Non usate quella sulla strada.»

Neris fece un passo verso di lei e le appoggiò il viso al fianco.

Mira le posò una mano sui capelli.

Poi scese dalla scala principale con la brocca fra le braccia.

Gli altri aspettarono che i passi si allontanassero.

Tìmir risalì dalla manica di Neris alla spalla di Erian e si nascose nel cappuccio.

Darel raggiunse Boro dal passaggio interno e lo preparò per il breve spostamento. Fissò le sacche, controllò il passante di cuoio riparato e assicurò la tela cerata del bestiario.

Neris gli rimase accanto mentre chiudeva l’ultima cinghia.

Boro abbassò il muso verso di lei.

La bambina tese una mano, poi guardò Darel.

«Posso?»

Lui annuì.

Neris accarezzò la fronte del mulo. Boro le annusò la manica e tornò a cercare il fieno.

«Non ho niente», gli disse lei.

Erian rimase accanto alla porta. Sapeva perché dovevano muoversi, ma il cortile continuava a sembrargli un posto ragionevole in cui fermarsi.

Lethra lo chiamò piano.

Lui prese la mano di Neris.

Veyr indicò il passaggio sotto la tettoia.

«Da qui.»

Darel gli camminò accanto, con la cavezza di Boro nella mano libera.

Si fermarono prima della loggia.

Veyr si sporse appena, poi tornò al riparo del muro.

«Dopo il pasto degli ospiti portano qui gli scarti», disse. «Quando venivo, mi facevano aspettare che li avessero versati dall’altro lato.»

Lethra guardò oltre il suo braccio.

Un tratto di parete mostrava lo stesso mosaico irregolare visto all’arrivo.

«Il velàstro?»

L’uomo annuì.

«Se aprono lo sportello davanti alla passerella, viene da questa parte. Se usano quello dietro il pilastro, si raccoglie oltre il muro.»

«Come sai che lo faranno adesso?»

«Non lo so.»

La ragazza lo guardò.

Veyr indicò la porta del deposito.

«Dobbiamo vedere da dove escono.»

Aspettarono.

Erian si appoggiò con la schiena alla parete, lasciando che il ginocchio riposasse. Neris gli rimase accanto. Tìmir, dal cappuccio, seguiva con il muso un odore che veniva dal canale.

Da qualche parte una voce chiamò un addetto.

Lethra trattenne il respiro quando vide il recipiente coperto.

Era simile a quelli portati sotto il portico dei lasciti. L’uomo che lo reggeva passò davanti allo sportello più vicino senza aprirlo e scomparve dietro il pilastro.

Si sentì il raschio del legno.

Poi il rumore di qualcosa versato nell’acqua.

La parete davanti a loro si mosse.

Un braccio si staccò dal gradino, mostrando le ventose, e scivolò verso il canale. Dietro venne la membrana pieghettata; il falso mosaico si disfece in creste che cambiarono colore.

Neris serrò le dita intorno a quelle di Erian.

Il velàstro si raccolse dietro il pilastro. Nell’acqua rimase visibile una parte del mantello, ferma sopra il punto in cui era caduto il cibo.

Veyr non si mosse subito.

Aspettò che anche l’ultimo braccio lasciasse il bordo della rampa.

La porta laterale si apriva verso il deposito.

Veyr sollevò il fermo senza batterlo contro il legno. Darel rimase accanto a lui e guardò dentro prima di far avanzare Boro.

Il passaggio era largo abbastanza per i carretti. Due ruote avevano consumato strisce parallele sul pavimento; ai lati c’erano ceste vuote e una pertica appoggiata a un gancio.

Lethra entrò per prima e raggiunse la porta opposta.

Erian fece passare Neris davanti a sé, tenendole una mano sulla spalla. Dal canale venne un colpo d’acqua.

Si fermò.

Un’estremità del velàstro era tornata a distendersi vicino al gradino bagnato.

Veyr alzò una mano.

Nessuno parlò.

Il braccio aderì alla pietra, si allungò per un tratto e rimase fermo. Erian vedeva le ventose più vicine contrarsi una dopo l’altra.

Darel aspettava ancora fuori con Boro. Il mulo mosse un orecchio, poi abbassò il capo verso la mano che gli teneva la cavezza.

Dall’altro lato del pilastro cadde altro cibo.

Il braccio si ritirò.

Veyr fece passare prima Darel e il mulo. Seguì per ultimo, riportando la porta contro lo stipite senza chiuderla con un colpo.

Lethra aveva già aperto l’uscita sul retro.

Si ritrovarono in un cortile ingombro di telai per asciugare le reti.

L’acqua passava oltre una parete alta; nel cortile non c’erano gradini o aperture sul canale. C’era una tettoia vuota e, dall’altra parte, un passaggio fra due case.

Darel fermò Boro al riparo. Lethra controllò il passaggio e tornò indietro.

«Non vedo nessuno.»

Erian si sedette su una traversa bassa. Aveva il palmo umido, ma non lasciò subito la mano di Neris.

La bambina gli si sedette accanto.

Veyr rimase vicino alla porta.

Darel indicò il punto dal quale erano usciti.

«Quella dove volevi portarci era un’altra strada?»

«Sì.»

«Allora comincia da qui.»

Lethra aveva aperto il diario sulle ginocchia.

Veyr guardò il carbone, poi le loro sacche. Il tamburo era ancora con Erian. Il giovane trasportatore era rimasto fra lui e la porta.

Si chinò accanto al foglio e indicò i due percorsi con un dito.

Lethra disegnò, scrisse l’ordine ricevuto e il modo in cui avevano attraversato. Quando terminò, lesse le righe agli altri.

Non erano fuori da Avelùr. Non sapevano quanto fosse passato dal loro arrivo.

Neris, però, era seduta accanto al fratello.

La bambina guardò Veyr.

«Come si chiama tua moglie?»

L’uomo sollevò il capo.

«Ilen.»

Lethra fermò il carbone sopra la pagina.

«Ilen», ripeté, prima di scriverlo.

Veyr rimase a guardare finché ebbe finito.

VENTISEIPRIMA DELL’ULTIMA NOTA

Lethra stava richiudendo il diario quando sentirono trascinare qualcosa oltre la parete.

Il rumore finì con un colpo. L’acqua, che fino a quel momento era passata regolare dietro il cortile, cominciò a gorgogliare.

Darel sollevò il capo.

«Una paratia.»

Veyr si avvicinò al passaggio fra le case. Il giovane lo raggiunse prima che uscisse.

Dal canale arrivò una voce.

Erian riconobbe Serevan.

«Affacciatevi, se volete. Potrete pensare a chi è rimasto sull’altra riva.»

Neris si alzò dalla traversa.

Lui le prese la mano e raggiunse gli altri. Il vicolo terminava sotto un arco, su una banchina stretta. Dall’altra parte dell’acqua c’era una loggia con le tende raccolte ai pilastri. Alcune persone erano già ferme alle finestre vicine.

Il Custode posò entrambe le mani sul parapetto.

«Non occorrerà più attraversare il mare per trovare la quiete di Avelùr. Il canto potrà raggiungere Vaelra. Arriverà nelle case di chi avete lasciato, e la distanza non ci costringerà più ad aspettare.»

Una donna alla finestra si portò una mano alla bocca.

Erian cercò il viso di Lethra.

La ragazza aveva smesso di sistemarsi il diario sotto il braccio.

«Vaelra», ripeté Neris.

Serevan si scostò dal parapetto. Un uomo dietro di lui chiuse una delle tende, lasciando libero soltanto l’arco centrale.

Il canto cominciò piano.

Erian non capiva le parole. Riconobbe, però, la facilità con cui il proprio corpo cercò una parete alla quale appoggiarsi.

Potevano restare lì per ascoltare. Nessuno li aveva ancora fermati. Neris era con lui, aveva camminato molto, e prima di decidere sarebbe stato ragionevole lasciarle prendere fiato.

Lethra gli toccò il polso.

«La quiete che ha dato a Ruma.»

Erian guardò il diario.

Ricordava la donna con la cassa pronta. Ricordava la richiesta che lei aveva letto senza più voler partire.

Oltre il canale, il canto salì di una nota.

«Dobbiamo andare da Auren», disse.

Veyr non conosceva la strada per il cortile basso.

Fu Lethra a indicare la direzione. Darel condusse Boro fuori dal vicolo, tenendolo vicino al muro, mentre Erian faceva passare Neris dal lato asciutto della banchina.

Il ginocchio gli doleva a ogni gradino. Doveva badare alla pietra, alla mano della sorella e alla sacca che gli batteva contro il fianco.

Tìmir mise il muso fuori dal cappuccio.

Al primo incrocio trovarono due addetti accanto a una ruota di ferro. Uno girava; l’altro teneva aperto un canestro sopra l’acqua.

Una passerella veniva ritirata dalla sponda opposta.

Lethra si fermò.

«Di là. Eravamo passati sotto quell’arco.»

La ruota diede un ultimo strappo. Una tavola scese fra due guide e l’acqua cambiò direzione, trascinando verso i gradini una fila di vesciche pallide.

Neris tirò la mano del fratello.

«Non scendere.»

Erian abbassò gli occhi.

Sotto le vesciche pendevano fili così sottili che li vide soltanto quando si tesero nella corrente. Uno sfiorò il bordo dell’ultimo gradino, si piegò e rimase disteso sulla pietra bagnata.

L’addetto rovesciò il canestro.

Piccoli pesci caddero oltre la scala. Alcuni guizzarono ancora; i filamenti si raccolsero intorno a loro.

«Indietro», disse Neris.

Erian arretrò fino a urtare Boro. Darel trattenne il mulo, che aveva già sollevato una zampa per girarsi.

L’uomo alla ruota li vide.

«La strada è chiusa. Tornate alla casa degli ospiti.»

Lethra indicò la passerella.

«Dobbiamo raggiungere il cortile sotto i lasciti.»

«Tornate alla casa.»

L’altro addetto richiuse il canestro vuoto.

Erian guardò le vesciche fermarsi nel piccolo vortice davanti alla scala. Il cibo continuava a passare fra i fili.

Non stavano chiudendo soltanto le porte.

Il canto arrivava attraverso l’incrocio, più chiaro di prima.

Neris si voltò verso la loggia. Da lì non vedeva Serevan, ma vedeva il lembo della tenda oltre un tetto basso.

«Quella la so.»

Erian si chinò appena.

«Che cosa?»

Lei ascoltò ancora.

Tre note. Una pausa. Due più vicine.

Era la frase che aveva cantato sull’acqua quando erano arrivati. Serevan vi aggiungeva altre parole, poi la riprendeva, ogni volta un poco più in alto.

Neris aprì la bocca.

La prima nota uscì tanto bassa che Erian credette avesse parlato. Alla seconda la sentì bene.

Lethra si voltò verso di lei.

La bambina seguì la frase fino alla pausa. Dove Serevan stava per concludere, infilò le note della canzone di Sivra: quelle che aspettavano prima di scendere.

La voce dalla loggia si fermò.

Una sillaba rimase sospesa sopra l’acqua.

Neris tacque anche lei.

L’addetto alla ruota posò la mano sul ferro.

Il canto riprese dalla frase precedente.

«Che cosa hai fatto?» chiese Erian.

Neris si bagnò le labbra.

«L’ho fatta continuare.»

«Sai come?»

Lei scosse il capo. Aspettò le due note vicine e cantò di nuovo.

Questa volta Erian riconobbe la melodia della cucina. La nonna si fermava proprio lì, quando cercava la parte che non ricordava.

Serevan allungò la propria nota. Neris cambiò prima di lui.

La frase dovette ricominciare.

Dalla loggia arrivò un ordine, fra due frasi del canto.

«Riportatela qui.»

L’uomo col canestro si mosse verso di loro.

«La bambina deve tornare da Mira.»

Veyr gli si mise davanti.

Non lo toccò.

«Da quale parte?»

L’addetto indicò la banchina dietro di loro.

Veyr si spostò di un passo di lato, obbligandolo a girarsi per mantenersi di fronte a lui. Darel aveva già fatto voltare Boro.

«C’è una porta sotto il deposito», disse piano Lethra.

Era aperta. L’aveva vista mentre l’altro uomo portava fuori il canestro.

Erian prese Neris per le spalle.

«Vieni.»

La bambina si interruppe per scendere il primo gradino. Il canto proseguì subito, superò la frase che prima non riusciva a finire.

Lei si fermò.

«Devo sentirlo.»

«Da dentro si sente», disse Lethra, dalla soglia.

Neris la raggiunse. Riprese la melodia prima che Serevan arrivasse alla pausa successiva.

Il deposito odorava di corda umida e grasso per gli ingranaggi.

C’erano ganci, cunei di legno, due pale e una rastrelliera per le pertiche. Una grata alta si apriva verso il canale: il canto entrava da lì.

Neris le si mise sotto.

Darel fece entrare Boro e lo tenne accanto alla rastrelliera.

Veyr entrò per ultimo. Aveva un lembo della manica strappato.

«Mi ha preso il braccio», disse, prima che Darel glielo chiedesse.

Erian aspettò che si fosse scostato, poi tirò la porta. Darel gli passò una traversa dalla rastrelliera e lo aiutò a infilarla nei sostegni interni.

Lethra guardò la porta sul fondo.

«Quella dove va?»

«Non lo so.»

La ragazza alzò il fermo e spinse. Si aprì su uno scivolo asciutto, abbastanza largo per un carretto, che scendeva sotto il magazzino vicino. A metà, una scala laterale risaliva verso una chiazza di luce. Al soffitto erano rimasti anelli per far passare una fune.

Non si vedeva nessuno.

Darel venne a guardare. Dietro la porta trovò una pianta fissata al muro con quattro chiodi.

Era consumata in basso dalle mani. I canali erano linee doppie, le chiuse piccoli quadrati numerati. Una striscia di pergamena più recente ne copriva un ramo.

Lethra sollevò il bordo staccato.

Sotto c’era una scritta.

Transito del guardiano. Sotto Orven.

Erian lesse sopra la sua spalla.

La linea corrispondeva allo scivolo.

Sulla pergamena incollata era scritto soltanto: Sospeso.

«Il foglio dei lasciti», disse Lethra.

Aprì il diario contro il muro. Cercò la copia della nota e la tenne accanto alla pianta.

Il primo accesso chiuso per il fiato guasto.

Dal canale venne un richiamo. Qualcuno spinse la porta d’ingresso; la traversa batté nei sostegni.

Darel controllò che fosse rimasta al suo posto.

«Questo è un deposito», disse. «Per aprire devono portare qualcosa.»

Neris tossì.

Erian fu da lei prima che riprendesse fiato. Le porse la borraccia e tenne il recipiente mentre beveva.

La bambina ascoltò il canto, poi tornò a inserirvi la propria frase.

Non doveva cantare sempre. Aspettava che la voce di Serevan arrivasse alle note che conosceva e interveniva prima della conclusione. Durante le pause respirava con la bocca aperta.

Erian scostò il panno azzurro dal tamburo.

Posò due dita sulla pelle, cercando il ritmo che ricordava.

Neris gli fece segno di fermarsi.

Lui ritirò subito la mano.

«Così mi viene da finire», disse lei.

Erian lasciò lo strumento sulla cassa accanto alla grata.

«Quanto puoi continuare?»

Neris si strinse nelle spalle. Quando Serevan tornò alla pausa, cantò.

La frase esterna esitò di nuovo, ma questa volta soltanto per un momento.

La bambina guardò il fratello.

«Ha cambiato la fine.»

Lethra si avvicinò alla cassa.

«Noi dobbiamo muoverci.»

Erian guardò la pianta. Il cortile di Auren era oltre la chiusa appena abbassata. Il disegno si interrompeva prima delle corti alte, dove avrebbero dovuto cercare un’altra strada.

«Per tornare da lei dobbiamo aggirare quel canale.»

Veyr annuì.

«Le case dove mi portavano sono più in alto. Ci sono cortili che comunicano. Non so quale arrivi ai lasciti.»

«Possiamo cercarlo», disse Erian.

«E il passaggio per casa?» domandò Darel.

Nessuno rispose subito.

Neris seguiva il canto con un dito sulla cassa. Al momento giusto sollevò il capo e riprese la canzone di Sivra.

Erian ascoltò le due voci incontrarsi.

Serevan stava cercando una conclusione che raggiungesse Vaelra. Non gli serviva che loro rimanessero ad ascoltare. Se fossero riusciti a trascinare Neris lungo lo scivolo e a trovare un’uscita, il canto avrebbe continuato senza di lei.

Teren poteva essere già tornato. Poteva essere nella cucina, davanti alla finestra.

«Dobbiamo avvertirli», disse Lethra.

Darel guardò lo scivolo.

«Vengo con te.»

La ragazza si voltò verso di lui.

«Non sappiamo che cosa c’è in fondo.»

«Per questo.»

Darel passò una mano sulla cavezza di Boro.

«Se troviamo la strada, cerchiamo suo padre. Prepariamo un posto da cui possano tornare. Se non si passa, torniamo noi.»

Erian guardò Neris. Lei aveva sentito, ma stava cantando e non poteva rispondergli.

Aspettò la pausa.

«Io resto con te.»

La bambina annuì subito.

«Chi è Auren?»

«Una donna che continua a ballare con un uomo. Non riesce più a ricordarsi chi fosse per lei.»

Le indicò il diario aperto.

«Forse quello che abbiamo trovato può aiutarla.»

Neris guardò la grata.

«Allora fallo prima che impari anche questa.»

Cantò di nuovo.

Lethra staccò l’ultima pagina bianca dal diario e vi copiò poche righe.

Il nome di Erian. Quello di Neris. Avelùr, il canto, il transito sotto Orven. Rilesse la nota prima di piegarla.

«Il diario resta qui», disse.

Erian lo prese con entrambe le mani.

Erano abituati a vederlo sulle ginocchia di Lethra. Tenerlo gli fece sentire quanto fosse sottile, rispetto alle cose che gli avevano chiesto di conservare.

La ragazza gli lasciò anche uno dei due pezzi di carbone, avvolto nel panno.

«Le copie per Auren sono segnate. E qui abbiamo scritto da dove siamo passati.»

Erian annuì. Sistemò il diario nella sacca, accanto al quaderno di Sivra. La camicia di Neris rimase piegata sopra.

Poi riprese il tamburo.

Per un momento si limitò a tenerlo.

Lethra non tese le mani.

«Portalo», disse lui.

Lei guardò la grata, poi la scritta sotto la pianta.

«E tu?»

«Qui è Neris che lo sta rallentando. Se quel passaggio risponde alla musica come quello sull’acqua, potrebbe servirvi.»

Non sapeva se fosse vero. Il fiato del drago gli aveva già portato via una cosa senza che lui riuscisse neppure ad accorgersene subito.

Tenne il bordo ancora un istante, poi lasciò che Lethra lo prendesse.

La ragazza ripiegò il panno azzurro intorno al tamburo e assicurò lo strumento a tracolla con una striscia di corda del deposito, tenendolo alto sul fianco.

Neris li raggiunse durante una pausa.

Tirò fuori dalla tasca il foglio con i nomi.

«Porti anche questo?»

Lethra si chinò.

La bambina aprì la carta. C’erano parole ripassate più volte, il disegno di Tìmir e quel principio di nome rimasto a metà.

«È per papà.»

La ragazza prese il foglio dai bordi.

«Glielo do io.»

«Poi lo rivoglio.»

«Lo terrò con il mio.»

Li infilò insieme nella parte interna della giacca, dove non battevano contro il tamburo.

Neris tornò sotto la grata. Aveva ancora la matita in mano; la rimise nella tasca vuota.

Qualcosa urtò la porta.

Il colpo fece tremare la traversa, senza sollevarla.

Veyr le si mise accanto.

Darel staccò dalla rastrelliera una pertica e gliela passò.

«Attraverso i sostegni. Non reggerla con la spalla.»

L’uomo obbedì. La seconda barra si incastrò sotto la prima.

Indicò la scala laterale oltre la porta sul fondo.

«La strada sopra i depositi comincia dal primo cortile a destra. Fin lì ci sono stato.»

Erian lo guardò.

«Vieni con noi.»

Veyr rimase con le dita intorno al legno.

«Ilen è oltre le case.»

«Lo so.»

L’uomo abbassò il capo. Non chiese altro, ma prima di lasciare la porta provò entrambi i sostegni.

Darel controllò le sacche di Boro. La tela cerata del bestiario era ancora ben stretta; un angolo aveva preso umidità e lui lo voltò verso l’interno.

Il mulo puntò le zampe davanti allo scivolo.

«Lo so», gli disse Darel. «Neanch’io l’avrei scelta.»

Gli lasciò annusare la discesa. Poi vi posò il piede e aspettò che lo seguisse.

Lethra si fermò davanti a Erian.

Per un momento nessuno dei due trovò niente da dire.

Lui le strinse l’avambraccio.

«Se non trovate mio padre, chiedete di Odel. Conosce la nostra casa.»

Lethra ripeté il nome.

«E voi non aspettateci per andare da Auren.»

Erian annuì.

La ragazza gli lasciò il braccio, poi guardò Neris sotto la grata.

«Deve continuare a sentirlo.»

«Se non lo sentiamo più, ci fermiamo», disse Erian.

Lethra annuì e raggiunse Darel.

Erian rimase sulla porta dello scivolo finché riuscì a vederli.

La discesa curvava sotto il magazzino. Darel teneva la cavezza corta; Lethra camminava accanto alla testa di Boro, con una mano sul tamburo perché non urtasse il muro.

Prima della curva si voltò.

Erian alzò la mano.

Poi non li vide più.

Dietro di lui, Neris smise di cantare.

La raggiunse subito.

La bambina aveva appoggiato entrambe le mani alla cassa. Aspettava, con gli occhi fissi sulla grata.

Serevan non stava ripetendo la frase precedente.

Aveva abbassato la voce. Le note arrivavano più distanti l’una dall’altra, ma continuavano ad avanzare.

Neris mosse le labbra senza emettere suono.

Erian le sfiorò la schiena.

«Prendi fiato.»

Lei inspirò.

Quando la voce del Custode tornò a salire, Neris vi entrò con la propria.

La prima nota tremò. La seconda rimase ferma.

Il canto si arrestò sulla soglia della conclusione.

Oltre la porta, qualcuno cominciò a battere sul legno con un attrezzo.

Erian aprì il diario alla pagina di Auren e cercò la prima riga.

Poi alzò gli occhi verso Veyr.

«Il cortile a destra», disse. «Fammi vedere da dove si esce.»

VENTISETTEFRA DUE RESPIRI

Per un tratto Lethra continuò a sentire Neris.

La voce arrivava da sopra la rampa, insieme a quella più bassa di Serevan. Alla seconda curva rimase soltanto un suono lungo. Poi anche quello scomparve.

Lethra rallentò.

Darel si voltò, con la cavezza di Boro fra le dita.

«Hai sentito qualcosa?»

Lei scosse il capo.

Avrebbe preferito sentire un errore, una nota incerta, qualcosa che le permettesse di capire quanto tempo restava. Da lì non poteva più sapere neppure se Neris stesse cantando.

Sistemò il tamburo contro il fianco e raggiunse Darel.

Sotto il magazzino lo scivolo si allargava in un vano per girare i carretti. Due solchi continuavano verso una porta bassa, spalancata contro il muro.

Una delle assi inferiori si era staccata e sporgeva nel passaggio.

Darel fermò Boro.

Passò per primo, girandosi di lato, poi tornò indietro e misurò con gli occhi lo spazio fra il legno e lo stipite.

«Le sacche ci prendono.»

Lethra appoggiò una mano all’asse. Il chiodo che la teneva in alto si mosse nel foro.

«Posso sollevarla.»

«Aspetta.»

Darel fece arretrare il mulo, liberò la cinghia esterna e strinse le sacche più vicino ai fianchi. Lethra tenne il legno contro il battente mentre lui passava con Boro.

Una fibbia sfregò sullo stipite.

Il giovane si fermò subito, la liberò con due dita e riprese soltanto quando il mulo ebbe rimesso a terra tutti gli zoccoli.

Lethra lasciò ricadere l’asse.

Il rumore arrivò più lontano di quanto si aspettasse.

Oltre la porta il pavimento era ancora lastricato, ma mancavano gli anelli al soffitto. Fra le giunture si era raccolta una polvere chiara, intatta tranne per le impronte che stavano lasciando.

Darel si chinò a controllare una cinghia.

La tela cerata del bestiario era scivolata di poco. La riportò sotto il passante e tirò il nodo.

«Questa volta non lasciamo niente indietro», disse.

Lethra guardò la porta dalla quale erano venuti.

«No.»

Darel alzò gli occhi verso di lei. Non aggiunse altro.

La rampa finiva sotto un arco di pietra.

Lethra si fermò prima di raggiungerlo.

Oltre non c’era il muro del magazzino, né un altro tratto di strada sommersa. Si apriva una cavità tanto alta che la luce non arrivava al soffitto. Un chiarore obliquo tagliava la roccia sul fondo.

Fece un passo a destra.

La parete esterna del magazzino avrebbe dovuto occupare proprio quello spazio. L’avevano costeggiata poco prima.

Invece vide una sporgenza di roccia nera e una scala scavata di sbieco.

Darel arrivò accanto a lei.

«Siamo ancora sotto la città?»

Lethra guardò la pietra liscia dell’arco. Sul bordo restavano vecchi solchi di ruote.

«Credo che sia il transito.»

Allungò una mano.

L’aria oltre il varco era più calda. Le arrivò contro le dita, si ritirò, tornò con un odore che le fece piegare subito il gomito davanti al viso.

Lo conosceva.

Orven. Le gallerie dei campanili. Erian seduto fuori dalla roccia, che cercava di convincerli di stare meglio.

Boro tirò indietro la testa.

Darel gli allentò la cavezza e arretrò con lui.

Lethra li seguì fino alla parete laterale.

Il soffio attraversò l’arco, mosse l’orlo del panno azzurro e si disperse lungo la rampa.

«Il fiato guasto», disse Darel.

Lei annuì, con gli occhi che cominciavano a lacrimare.

Avevano trovato il passaggio sospeso.

Aspettarono che l’aria tornasse ferma.

Lethra si avvicinò di nuovo, tenendosi dal lato della pietra che sporgeva davanti al varco. Da lì riusciva a vedere senza esporsi del tutto.

Oltre l’arco una rampa larga scendeva fino a un pilastro naturale. Più avanti, una parete piegava verso la luce. C’erano incavi laterali, consumati alla base da qualcosa che era passato molte volte.

Poi la roccia sul fondo si mosse.

Lethra serrò la mano sulla cornice del tamburo.

Una lunga piega azzurra si sollevò nell’ombra. Sotto comparve una striscia color avorio, tesa fra il petto e la gola di Vorath.

Il drago aveva il capo girato verso il passaggio.

Ai lati del muso si aprivano due ventagli di pelle sottile, sostenuti da raggi pallidi. Le membrane erano scure vicino al collo, azzurre dove prendevano la luce; lungo i bordi il colore diventava rame.

Lethra vide quattro occhi.

Poi quello più alto si chiuse, mentre il cerchio sottostante rimase immobile sulla membrana.

Una macchia. Una pupilla disegnata dalla pelle stessa.

L’altro occhio vero restò socchiuso, lucido in una piega del muso.

Vorath cercò di sollevare il collo. Un arto alare si distese contro il suolo, mostrando dita troppo lunghe, unite da una membrana ripiegata. Il petto salì; qualcosa gli si fermò nella gola.

Il rumore che seguì non somigliava a un ruggito.

Era un tentativo interrotto.

Lethra arretrò dietro la sporgenza prima che arrivasse il soffio.

Darel l’aspettava con Boro.

«Si vede?»

Lei annuì.

«È lì.»

Lethra liberò il tamburo dal panno, lasciando la corda a tracolla.

Le dita erano fredde sulla pelle tesa.

Provò il colpo che Erian aveva usato sul mare, poi lasciò l’attesa in cui Neris aveva portato l’ultima nota.

Il metallo vibrò contro il bordo.

Oltre l’arco il fiato riprese senza esitazioni.

Lethra si coprì la bocca con la manica e tornò accanto a Darel.

«Non basta.»

Il giovane guardò il varco.

«Prima del soffio c’è un rumore.»

«Lo so.»

«No. Ce ne sono due.»

Le fece segno di ascoltare.

Aspettarono.

Dal petto del drago arrivò un raschio profondo. Poi un altro, più breve. Il laccio che pendeva dalla sacca di Boro si tese verso la rampa.

Darel lo fermò fra due dita.

«Dopo il secondo.»

Lethra guardò il tamburo.

Quella sul mare era stata una risposta a Neris. Qui aveva ripetuto il proprio pezzo senza ascoltare ciò che c’era prima.

Tornò alla sporgenza.

Lasciò passare il soffio. Aspettò il primo raschio, poi appoggiò due colpi distanziati sulla pelle.

Al secondo rumore non suonò.

Il petto di Vorath rimase sollevato.

Una delle membrane gli tremò accanto al muso. Il soffio arrivò più tardi, tanto che Lethra aveva già cominciato ad abbassare la mano.

Darel la guardò.

«Di nuovo.»

Lei riprovò.

Due colpi, abbastanza separati da sentire quello che accadeva fra l’uno e l’altro. Poi la mano ferma.

Vorath mosse il capo.

Questa volta Darel contò sottovoce fino a cinque prima che il silenzio finisse.

Lethra sentì salire un sollievo così brusco che anticipò il colpo successivo.

La gola del drago si contrasse.

L’aria tornò subito.

Lei si ritrasse, urtò il gomito contro la pietra e tossì nella manica.

Darel la prese per il braccio e la portò più indietro.

Aspettarono entrambi senza parlare.

«Non riesco a tenerlo fermo», disse Lethra.

Darel scosse il capo.

«Non ci serve fermo.»

Indicò il pilastro oltre l’arco.

«Ci serve arrivare lì.»

La base era larga. Il fiato le batteva contro e si divideva prima di proseguire verso il transito.

Lethra guardò il tratto scoperto fra loro e la pietra.

«E dopo?»

«Da lì dobbiamo vedere.»

Darel sfilò la giacca e ne strappò una stretta striscia dalla fodera già scucita. La legò all’estremità della cavezza, lasciando il nodo lontano dal muso di Boro.

La stoffa pendeva molle.

«Io guardo questa. Tu ascolta lui.»

Lethra rimise il tamburo alto contro il ventre. Provò due passi senza colpirlo: il bordo urtava il fianco e le portava via la mano.

Accorciò la corda.

Riprovò.

Darel si portò vicino all’arco con Boro, fermandosi al riparo della sporgenza.

«Quando ti dico di aspettare, aspettiamo.»

Lei annuì.

«Anche se ho appena suonato.»

«Anche allora.»

Al primo intervallo Darel avanzò da solo di due passi.

Controllò la roccia col piede, vide dove finiva il bordo e tornò accanto al mulo prima che il soffio riprendesse.

La striscia di stoffa gli si alzò contro il polso.

Lethra rimase dietro la sporgenza.

Aspettò che Vorath ricominciasse a cercare aria.

Due colpi. Il secondo più leggero.

Il drago voltò appena l’occhio verso il varco.

«Adesso», disse Darel.

Boro superò l’arco con un passo lungo. Il giovane gli camminava accanto alla testa, senza tirarlo avanti. Lethra li seguì, tenendo il palmo vicino alla pelle del tamburo.

Sul terzo passo le orecchie le si chiusero, come quando una strada sale troppo in fretta.

Voltò appena il capo.

Dietro l’arco vedeva ancora la rampa d’Avelùr, ma era più lontana di quanto avesse camminato. La polvere chiara e i solchi parevano stare sul fondo di un recipiente.

«Lethra.»

La voce di Darel la riportò al pilastro.

Raggiunsero il riparo mentre la striscia cominciava a sollevarsi.

Lethra si schiacciò contro la roccia.

Il fiato passò dall’altra parte, abbastanza vicino da muoverle i capelli sulla fronte.

Boro scalpitò una volta. Darel gli parlò piano, tenendogli una mano sul collo.

Lethra sentì il battito nelle dita. Non riusciva più a distinguerlo dal tremore.

Erano oltre l’arco.

Il pilastro nascondeva una parte del corpo di Vorath.

Da lì vedevano la rampa piegare sotto una sporgenza e poi risalire verso la luce. La superficie era larga, ma una pietra caduta lasciava poco spazio alle sacche.

Darel si inginocchiò accanto al carico.

Lethra si voltò verso di lui.

«Che fai?»

«Quella non ci passa.»

Indicò la sacca esterna, poi la strettoia.

La sciolse, la sollevò e se la mise sulla schiena usando la cinghia come tracolla. Boro mosse il fianco quando l’altro lato tirò più forte.

Darel alleggerì anche quello, distribuì parte delle cose in una fascia sopra il basto e ricontrollò i nodi.

La tela cerata rimase chiusa.

Lethra teneva il tamburo contro il petto.

Il primo raschio arrivò più debole. Il secondo mancò.

Lei sollevò le dita.

Darel guardò la stoffa, che continuava a tendersi.

«Aspetta.»

Lethra fermò la mano.

Il soffio non era finito. Un altro tratto d’aria uscì dalla gola del drago, lungo e irregolare, portando con sé un sibilo.

La ragazza premette le labbra contro la manica.

Quando la stoffa ricadde, guardò oltre la pietra.

L’occhio vero di Vorath era aperto. Quello disegnato sulla membrana sembrava fissare il punto dove dovevano passare.

Lethra non sapeva se il drago li vedesse, se stesse cercando di rispondere o soltanto di respirare senza dolore.

Diede i primi due colpi più piano.

Aspettò.

La membrana smise di tremare.

Darel fece avanzare Boro.

Passarono la pietra uno alla volta.

Il mulo sfiorò il bordo con il basto, ma le sacche non si impigliarono. Darel si girò abbastanza da seguire insieme la sua testa e il punto dove Lethra doveva mettere i piedi.

Lei suonò camminando.

Il secondo colpo le uscì più forte del primo.

Vorath contrasse il collo.

«Sotto», disse Darel.

Lethra fece l’ultimo passo verso la sporgenza e si piegò. Il tamburo urtò la pietra col bordo; lei lo girò contro il ventre per proteggerne la pelle.

Il soffio batté sopra di loro.

Per un istante non sentì più niente, tranne l’aria.

Darel era fermo poco avanti, con Boro già al riparo della parete. Le tese una mano.

Lethra la prese e lo raggiunse.

La sacca sulla schiena del giovane scivolò verso il gomito. Lui la lasciò scendere a terra, senza abbandonare la cavezza.

La ragazza si sedette accanto al carico.

Le faceva male il braccio con cui aveva urtato la roccia. Sulla cornice del tamburo era rimasto un segno chiaro.

Passò il pollice sulla pelle.

Era intera.

Per un poco respirò soltanto.

L’uscita prendeva luce da un taglio nella roccia.

Darel la controllò senza allontanarsi oltre la curva. Tornò, raccolse la sacca e tese la mano a Lethra.

«Da qui l’aria va dall’altra parte.»

La striscia legata alla cavezza pendeva verso il fondo della cavità.

Lethra si alzò.

Camminarono lungo la parete, tenendosi bassi sotto la sporgenza finché il soffitto si alzò. Il tamburo non suonava più.

Dietro di loro il respiro tornò a riempire la galleria.

Lethra si fermò prima dell’ultima curva. Vide ancora un lembo azzurro muoversi contro la roccia e il cerchio ramato scomparire in una piega.

Il drago non li seguì.

Lei riavvolse lo strumento.

Fuori, il vento le colpì il viso così forte da farle chiudere gli occhi.

Sapeva di sale e legna bruciata.

Lethra si aggrappò alla pietra e aspettò che il bruciore in gola si attenuasse. Darel uscì con Boro, fermandosi sul tratto largo prima del sentiero.

Sopra di loro si alzava il muro spezzato della fortezza.

Più in basso, oltre una fila di tetti, il porto di Vaelra era pieno di alberi e pennoni.

Una vela veniva ammainata. Dal molo arrivò il colpo di una campana, seguito dalla protesta di qualcuno che aveva ricevuto un ordine troppo tardi.

Lethra si mise a ridere.

Il suono le fece male e si trasformò in tosse.

Darel le porse la borraccia.

«Non c’è niente da ridere.»

«Lo so.»

Bevve un sorso e gliela restituì.

Il giovane guardava i tetti.

«Siamo arrivati.»

Lethra infilò una mano nella giacca. Trovò i due fogli ancora piegati, li toccò senza estrarli e lasciò ricadere il lembo.

Poi guardò l’apertura nella roccia.

Da fuori sembrava poco più di una fessura allargata alla base. Il sentiero vi arrivava con una curva e continuava verso un vecchio muro di contenimento.

Darel riprese la sacca e la fissò al basto. Controllò i nodi uno per uno, poi sciolse dalla cavezza la striscia di fodera.

«La leghiamo qui.»

Scelse un ramo secco incastrato nel muro, vicino all’imbocco. Lethra annodò la stoffa abbastanza in alto da vederla risalendo.

Guardò ancora la curva del sentiero, la pietra spaccata, il punto in cui la parete nascondeva l’apertura.

Dovevano ritrovarla.

La strada per Vaelra passava sotto un arco senza battenti.

Prima di raggiungerlo sentirono le ruote di un carro.

Darel portò Boro sul margine largo e aspettò. Due uomini spingevano il carico dalla parte opposta, verso la salita di Orven. Il conducente camminava davanti al cavallo.

Sulle assi erano legati catene, pali e lunghi ferri uncinati, avvolti in stracci soltanto alle punte.

Lethra seguì con gli occhi un barile assicurato fra le ruote. Sul coperchio c’era una macchia scura. Dal barile veniva un odore acre di olio.

«Vi siete persi?» chiese il conducente.

Darel scosse il capo.

«Cerchiamo il porto.»

L’uomo indicò la strada sotto l’arco.

«Sempre giù.»

Un ragazzo dietro il carro tirò la catena che si era impigliata a una ruota.

«Questi vanno alla fortezza?» domandò Lethra.

Il conducente guardò il tamburo avvolto, poi i loro vestiti impolverati.

«Prima che venga fuori un’altra volta il fiato. Spostatevi bene, che in salita non lo fermiamo.»

Darel fece arretrare Boro di un passo.

Il carro passò. Uno dei ferri urtò una catena, producendo un suono breve e netto.

Lethra rimase a guardarlo finché scomparve dietro il muro.

Poi si strinse la corda del tamburo contro la spalla.

«Teren», disse.

Darel riprese la cavezza.

Scesero verso il porto.

VENTOTTODUE COPERTE

Al porto stavano arrotolando le reti prima che fossero asciutte.

Lethra dovette fermarsi per lasciar passare due uomini con una cesta fra loro. Darel tenne Boro vicino al muro, lontano dalle cime tese attraverso la strada.

Davanti a un magazzino c’erano altri barili.

Un uomo batteva un cuneo sotto il coperchio del più vicino. Lethra gli chiese di Teren.

Quello indicò con il martello il fondo della banchina.

«Ha appena domandato alla nave delle corde. Provate alle riparazioni.»

Lo trovarono sulla soglia di una rimessa, con un bozzello aperto fra le mani.

Lethra lo riconobbe prima che sollevasse il capo. Sulla panca accanto a lui era ripiegato lo stesso mantello del giorno in cui li aveva accompagnati al torrente.

«Teren.»

L’uomo si alzò.

Il bozzello gli cadde sul grembiule e da lì a terra.

«Erian?»

Guardò dietro di lei, oltre Darel e il mulo.

«Dov’è?»

«È vivo.»

Lethra si fermò abbastanza vicina da non dover alzare la voce.

«L’abbiamo lasciato con Neris.»

Teren tornò a guardarla.

Le mani, rimaste aperte dopo la caduta del legno, si chiusero lentamente.

Li fece entrare nella rimessa.

Prima delle domande portò una brocca e due tazze. Darel bevve in piedi, poi indicò Boro, fermo sotto la tettoia.

«Anche lui.»

Teren prese un secchio.

«Sei Darel?»

Il giovane annuì.

«Erian mi ha scritto di te.»

Posò l’acqua davanti al mulo e tornò dai ragazzi.

Lethra aveva tenuto il tamburo sulle ginocchia. Quando Teren guardò il panno azzurro, lei lo scostò appena.

«Veniamo da sotto Orven.»

L’uomo abbassò gli occhi sulla cornice.

«Lui è rimasto là?»

«Dall’altra parte del passaggio. Ad Avelùr.»

Teren si appoggiò al tavolo.

Lethra gli raccontò la traversata, l’arrivo e il modo in cui avevano finalmente raggiunto Neris. Scelse le cose che poteva descrivere: la scala, la camicia, le dita della bambina strette a quelle del fratello.

Darel posò la tazza.

«L’ho vista anch’io. È venuta con noi fino al deposito. Ha accarezzato Boro.»

Teren passò una mano sul viso.

«Non riesco a ricordarla.»

Lethra aspettò.

Lui guardò verso la porta.

«Quando Erian ne parlava, mi sembrava che stesse mettendo insieme cose diverse. Il fiato, sua nonna, una bambina che…»

Si interruppe.

Lethra sentì irrigidirsi la schiena.

Teren se ne accorse.

«Lasciami finire.»

Prese il mantello dalla panca e infilò una mano nella tasca interna.

«Poi sono tornato a casa.»

Il foglio che posò sul tavolo era quello lasciato da Erian prima della partenza.

Lethra riconobbe le indicazioni del viaggio. Il nome di Neris stava sulla stessa facciata.

La piega centrale si era quasi aperta per il consumo.

«Questo l’ho tenuto», disse Teren. «Come gli avevo promesso.»

Gli appoggiò accanto un altro foglio.

Era più sottile, macchiato lungo un bordo.

«Questa l’avevo scritta io. Prima di tornare. Sivra l’aveva conservata.»

Lethra lesse poche righe: un lavoro che si prolungava, lo stesso porto, due settimane ancora.

In fondo, dopo la firma, c’era un’aggiunta.

Un bacio a Erian e uno a Neris.

La ragazza alzò gli occhi.

Teren guardava quella riga.

«Conosco la mia scrittura.»

Sul molo qualcuno chiamò un portatore. Una ruota urtò lo stipite della rimessa e il rumore li fece voltare tutti e tre.

Quando tornò a parlare, Teren aveva la voce più bassa.

«Nella camera accanto a quella di Sivra ho trovato vestiti piccoli, usati. All’inizio mi sono detto che li teneva per qualcuno.»

Lethra vide il suo pollice passare più volte sulla piega della lettera.

«Poi ho aperto il cassetto. C’erano altre cose. Tutte della stessa misura. Non erano preparate per un ospite.»

«Hai chiesto a Odel?»

Teren annuì.

«Mi ha domandato se Sivra cucisse per qualcuno. Ho risposto che non lo sapevo. Ma Erian parlava di sua sorella. La mia lettera dice questo nome.»

Spinse il foglio di poco, senza staccarne la mano.

«E io continuo a non vedere nessuno.»

Darel abbassò gli occhi sulla tazza.

Lethra infilò una mano nella giacca.

Distese sul tavolo il foglio di Neris.

La carta cercò subito di richiudersi lungo le pieghe. Lethra la tenne ferma ai bordi.

«L’ha scritto lei. Lo portava in tasca.»

Teren si chinò.

C’erano nomi ripassati più volte, righe aggiunte fra le altre, il disegno di un animale dalle orecchie troppo grandi.

Riconobbe Tìmir.

«Mi ha chiesto di dartelo da vedere», continuò Lethra. «Poi lo rivuole.»

Teren avvicinò un dito al proprio nome. Si fermò prima di toccarlo.

«Sa chi sono?»

Lethra annuì.

«Ha chiesto a Erian se eri tornato.»

L’uomo si raddrizzò. Per un momento sembrò cercare un altro punto del tavolo sul quale posare le mani.

Darel tirò la panca abbastanza vicino da permettergli di sedersi.

Teren non lo fece.

«Ho cercato notizie», disse. «Prima è arrivata la lettera di Erian dalla città sul ponte. C’era l’indirizzo della bottega. Ho mandato una richiesta con un trasportatore, per sapere se dovessi raggiungerlo.»

Guardò Lethra.

«Deyra ha fatto riportare una risposta. Eravate già partiti verso i campanili. Diceva che avevate ricevuto una prova, qualcosa che la bambina aveva scritto.»

«L’abbiamo vista comparire nel quaderno di Sivra. Quel quaderno è rimasto a Erian. Questo è un altro foglio.»

La ragazza indicò il disegno.

«Questo me l’ha dato Neris con le sue mani.»

Teren annuì piano.

«Io sono rimasto qui. Se Erian fosse tornato, volevo che mi trovasse. Domandavo alle navi, a chi arrivava dalla costa. Non sapevo più dove mandare qualcuno.»

Fuori Boro batté uno zoccolo. Darel si spostò quanto bastava a vederlo dalla porta, poi rimase lì.

Teren guardò di nuovo il foglio.

«Come sta?»

Lethra non gli chiese di chi parlasse.

«È stanca. Ha paura. Sta cercando di fermare Serevan.»

Gli raccontò l’annuncio dalla loggia e il canto che doveva raggiungere Vaelra.

«Neris riesce a rallentarlo. Quando siamo partiti lo stava ancora facendo. Da sotto il magazzino non l’abbiamo più sentita.»

Teren chiuse gli occhi per un momento.

Quando li riaprì, spinse verso Lethra il foglio della bambina.

«Rimettilo dove lo tieni. Se l’ha chiesto indietro, deve riaverlo.»

Lei lo ripiegò.

L’uomo raccolse le proprie carte e le rimise nel mantello.

«Ditemi che cosa serve per farli tornare.»

Non sapevano ancora rispondergli del tutto.

Darel descrisse l’uscita, la curva del sentiero, il ramo con la stoffa. Lethra spiegò gli intervalli nel fiato e i ripari fra l’arco e la roccia.

«Dobbiamo tornare ad aiutarli», disse. «E qualcuno deve essere qui quando arrivano. Erian cammina male. Non sappiamo in che condizioni saranno gli altri.»

Teren prese dal muro una cima arrotolata.

Poi guardò i barili sulla banchina.

«Avete incontrato il carro?»

Darel annuì.

«Catene, ferri e olio.»

Teren rimase con la corda in mano.

«Vogliono farlo uscire dalla cavità. Chiudono gli sfiati e accendono l’olio all’imbocco grande. Se viene fuori, lo aspettano con gli arpioni.»

Lethra si alzò così in fretta che il tamburo le batté contro il tavolo.

«Lo uccideranno.»

«Ci proveranno.»

«È lui che tiene il passaggio.»

Teren guardò la sua mano sulla cornice.

«Lo so adesso.»

L’uomo che segnava i carichi era accanto all’ultimo gruppo di barili.

Teren gli si fermò davanti.

«Non fate accendere i fuochi. Mio figlio deve tornare da un passaggio sotto Orven.»

Quello smise di contare.

«Teren, ne abbiamo già parlato.»

«Questi due sono appena usciti da lì.»

Lethra si fece avanti. La tosse la fermò prima che potesse parlare.

L’uomo guardò il segno rosso sul suo gomito, poi Darel, ancora impolverato fino al collo.

«Siete entrati nella grotta?»

«Siamo usciti», disse Darel. «C’è una strada. Non accendete mentre ci passiamo.»

L’uomo posò lo stilo sul registro.

«All’ultima uscita del fiato abbiamo portato giù persone che non sapevano trovare la propria casa. Io non ne faccio salire altre.»

«Nessuno ti chiede di salire», disse Teren.

«Mi chiedi di aspettare.»

Il padre di Erian annuì.

«Mentre vado a preparare l’uscita.»

Un portatore aspettò alle loro spalle con un barile inclinato sul bordo.

L’uomo dei carichi lo fece posare a terra.

«Trattengo questo carico e mando a dire di tenere spente le esche. Ma se il fiato scende ancora fra le case, non li fermerò.»

Teren gli mise una mano sul braccio.

«Vieni a cercarmi prima di farlo.»

L’uomo indicò la salita.

«Fatti trovare.»

Tornarono alla rimessa.

Teren chiamò il vecchio che ne custodiva le chiavi e gli chiese di tenere Boro sotto la tettoia.

Darel sciolse il carico. Il mulo abbassò la testa quando il basto gli lasciò libera la schiena; il giovane gli passò una mano sul pelo schiacciato e controllò che non ci fossero abrasioni.

Lasciò acqua e fieno a portata del muso.

La sacca con il bestiario era più pesante delle altre.

«Questo resta qui», disse.

Teren indicò una cassa sopra un ripiano, lontano dalla porta.

Darel vi posò il volume ancora avvolto nella tela cerata.

Richiuse il coperchio.

Il vecchio delle chiavi stava già spostando un secchio per fare più spazio a Boro.

«Gli piace il bordo», gli disse Darel, indicando la tettoia. «Se può vedere la strada, sta più tranquillo.»

Aspettò che l’uomo sistemasse la cavezza prima di lasciarla.

Lethra consegnò a Teren la propria nota, quella scritta prima di separarsi da Erian.

«I nomi e quello che sappiamo del passaggio. Tienila con le altre.»

Il foglio di Neris rimase nella sua giacca.

Salirono con una corda, due coperte e una sacca d’acqua.

Teren aveva aggiunto fasce pulite e una piccola lucerna chiusa nel suo involucro. Portava tutto senza chiedere a Lethra di aiutarlo; quando Darel gli prese una coperta, però, gliela lasciò.

Incrociarono due uomini che tornavano dalla fortezza con un carretto vuoto.

Teren li fermò.

«I fuochi?»

«Aspettano l’olio.»

Il padre di Erian annuì e riprese a salire.

Lethra dovette chiedergli di rallentare.

Lui si voltò subito. Da quel momento controllò il passo senza continuare a guardarla.

Trovarono la striscia di fodera dove l’avevano legata.

Il vento l’aveva girata intorno al ramo.

Darel la liberò e indicò l’apertura.

«Da qui.»

Teren posò il carico sul tratto largo del sentiero. Si avvicinò alla fessura, fermandosi prima della curva interna.

L’odore lo fece tornare indietro.

Appoggiò una mano al muro finché riuscì a respirare meglio.

«Quanto c’è da attraversare?»

Lethra gli descrisse la sporgenza e il pilastro, senza promettere che avrebbero trovato gli stessi intervalli.

Teren guardò l’ingresso, poi il bordo del sentiero.

Si inginocchiò vicino al vecchio muro di contenimento.

La prima pietra che provò si mosse sotto la mano. La lasciò stare e passò alla successiva, più bassa e incastrata fra due blocchi.

Vi fece passare la corda, tirò e controllò il nodo con il proprio peso.

Stese il tratto libero lungo il sentiero, dove la terra cedeva verso il pendio.

«Qui possono aggrapparsi. Li prendiamo prima della discesa.»

Lethra guardò le sue mani.

Aveva ancora polvere di legno sotto le unghie.

Darel portò l’acqua nello slargo al riparo del muro. Teren vi sistemò le fasce e tenne la lucerna chiusa, pronta se la luce fosse calata.

Lethra liberò il tamburo.

La cornice mostrava il segno lasciato dalla roccia. Appoggiò le dita alla pelle, senza colpirla, e aspettò che il braccio smettesse di tremare.

Teren le si avvicinò.

«Quanto è alta?»

Lei alzò gli occhi.

L’uomo guardava le due coperte.

Lethra indicò un punto poco sotto la propria spalla.

«Circa così.»

Teren annuì.

«Non la vedo», mormorò.

Rimase a guardare lo spazio dove la ragazza aveva tenuto la mano.

Poi prese la coperta meno pesante e la ripiegò perché fosse facile avvolgervi qualcuno.

«Le mani saranno fredde?»

«Può darsi.»

Teren mise la coperta sopra l’altra, con i bordi liberi.

Lethra si strinse la corda del tamburo sulla spalla.

«Devi restare da questa parte. Se quelli arrivano con il fuoco…»

«Mi trovano qui.»

Darel controllò ancora una volta la curva del sentiero, poi raggiunse l’imbocco.

Lethra stava per seguirlo quando Teren la richiamò.

«Dici a Erian che sono qui?»

La ragazza annuì.

L’uomo guardò la tasca nella quale lei aveva rimesso il foglio.

«Dillo anche a lei.»

Entrarono fin dove l’aria rimaneva chiara, al riparo della parete.

Il raschio del drago arrivò dal fondo della cavità.

Lethra si fermò ad ascoltare.

Darel staccò un altro piccolo lembo dalla fodera della giacca. Lo tenne fra le dita davanti a sé e aspettò di vedere da quale parte si muovesse.

Fuori, Teren distese le due coperte sopra una pietra asciutta.

Una era più stretta dell’altra.

Le mise vicine, a portata delle mani.

VENTINOVEL’ULTIMO GIRO

Al colpo successivo la porta del deposito si aprì di un dito.

La traversa tenne. Uno dei sostegni, però, si staccò dalla parete quanto bastava a lasciar cadere una riga di polvere.

Veyr guardò il legno, poi Erian.

«Adesso.»

Il ragazzo rimise il diario nella sacca e aiutò Neris ad allontanarsi dalla cassa.

La bambina si fermò sotto la grata per completare la propria frase. Il canto di Serevan esitò, ricominciò più in basso.

Erian le prese la mano.

Uscirono dalla porta posteriore e raggiunsero la scala che risaliva accanto allo scivolo. Veyr li precedette soltanto di pochi gradini.

Tìmir si mosse nel cappuccio, cercando spazio contro la nuca di Erian.

«Lo so», mormorò lui.

Non riusciva a piegare bene il ginocchio. Alla seconda rampa dovette tirarsi su con la mano libera, tenendosi al bordo del muro.

Neris non lo sollecitò.

Contava il tempo fra una nota e l’altra, muovendo le labbra.

Il primo cortile a destra aveva due porte e una vasca vuota.

Veyr si fermò davanti a quella più stretta.

«Da qui mi facevano passare.»

Sollevò il fermo. Oltre c’era un corridoio con il pavimento in salita.

Erian vi entrò con Neris.

Dopo pochi passi lei gli strinse la mano.

«Non lo sento.»

Il ragazzo si fermò subito.

Dietro le pareti rimaneva una vibrazione bassa, senza parole. Neris provò una nota, poi la lasciò cadere.

«Non so dov’è arrivato.»

Erian tornò verso il cortile. Il ginocchio protestò sulla pendenza, ma questa volta riuscì a non appoggiarsi al muro.

La voce di Serevan ricomparve appena superarono la soglia.

Era andata avanti.

Neris si mise sotto l’arco e cantò troppo in fretta. La prima volta le due frasi si superarono senza incontrarsi.

La bambina chiuse gli occhi.

Erian le tenne il polso senza stringerlo.

Al tentativo successivo sentì la voce del Custode allungarsi su una sillaba. La conclusione rimase sospesa.

Neris riaprì gli occhi.

Veyr aveva già abbassato il fermo della porta stretta.

Guardava l’altro passaggio.

«Quello non l’ho mai fatto.»

La seconda porta conduceva a un ballatoio aperto.

Veyr controllò il tratto davanti a loro, poi tornò a prendere il battente. Lo lasciò socchiuso finché Erian e Neris non furono passati.

Da lì si vedevano il canale e la parte alta della loggia di Serevan.

La voce arrivava chiara.

Neris la seguì, con una mano appoggiata alla ringhiera di pietra.

Erian guardò oltre i tetti.

In basso riconobbe il portico dei lasciti. L’addetto era dietro il banco, piegato sopra una striscia di stoffa tenuta ferma da un peso.

Il ragazzo cercò nel diario il percorso disegnato da Lethra.

La chiusa era dall’altra parte. Il bordo asciutto che avevano seguito per arrivare ad Auren cominciava sotto il portico.

«Dobbiamo scendere lì.»

Veyr guardò nella stessa direzione.

Alla fine del ballatoio c’era una scala esterna. La prima rampa scompariva dietro una fila di vasi; la seconda si vedeva fino a terra.

Erian richiuse il diario.

Dal cortile alle loro spalle arrivò il rumore di un fermo sollevato.

Veyr cercò di richiudere la porta.

Un uomo dall’altra parte la spinse prima che fosse del tutto chiusa.

«La bambina deve venire con noi.»

Neris si voltò.

La sua frase si spezzò.

Erian le toccò la spalla e indicò la loggia.

Lei tornò a cantare.

Veyr infilò il piede contro la base del battente. La mano dell’uomo comparve nell’apertura, poi si ritirò quando Veyr riuscì a spingere.

«Andate.»

Erian guardò la porta, poi la scala.

Non gli disse che sarebbero tornati a prenderlo. Non sapeva se avrebbero potuto.

«Ti aspettiamo sotto il portico.»

Veyr annuì, con entrambe le mani sul legno.

Scesero lentamente.

Neris cantava dove il parapetto lasciava passare la voce, taceva per ascoltare e riprendeva prima della pausa successiva. Alla svolta dovette fermarsi per tossire.

Erian le porse la borraccia.

La bambina bevve poco. Gli restituì il recipiente e si piegò sulle ginocchia.

«Non riesco a farlo mentre cammino.»

«Ci fermiamo.»

Lei annuì senza guardarlo.

Aspettarono la frase che conosceva. Neris la trattenne ancora, poi fece gli ultimi gradini prima che tornasse.

Sotto il portico dei lasciti l’addetto li guardò arrivare.

Vide la bambina, la sacca aperta di Erian e il diario che spuntava fra le cose.

«È con te?»

Erian annuì.

L’uomo guardò verso la scala. Da sopra arrivò un urto, poi una voce che chiamava qualcuno.

Il ragazzo si sedette sulla panca, lasciando a Neris il posto rivolto al canale.

«Dobbiamo tornare da Auren.»

L’addetto indicò il bordo oltre l’arco.

«Di lì è ancora asciutto.»

Poi tirò dentro il peso di pietra e la stoffa, liberando il passaggio davanti al banco.

Veyr arrivò quando Erian si stava rialzando.

Aveva il fiato corto e una mano rossa.

«C’è un gancio dall’esterno», disse. «Ho chiuso quello.»

L’addetto dei lasciti si voltò verso la scala.

«La porta del ballatoio?»

Veyr annuì.

L’uomo non sembrò rassicurato.

«Ci sono altre scale.»

Veyr si passò il palmo sui pantaloni.

«Lo so.»

Erian rimise la borraccia nella sacca. La camicia di Neris si era impigliata alla chiusura; la ripiegò meglio e la spinse accanto ai due quaderni.

Neris aveva già raggiunto l’arco.

Il canto passava sopra il canale e si raccoglieva nel cortile basso.

Lei si fermò al primo pilastro, da dove riusciva a sentire bene.

Erian arrivò accanto a lei.

Auren stava tornando verso la stessa pietra sulla quale lui si era seduto la volta precedente.

La mano di Tavir la cercò.

Lei la incontrò con il pollice, proprio sotto il dito piegato.

«Ho trovato delle cose», disse Erian.

Auren girò il capo.

Il ragazzo aprì il diario e lo tenne sul ginocchio sano.

«Ai lasciti. C’erano la veste e la cintura che hai portato.»

La donna guardò il foglio. Il passo la condusse più lontano prima che riuscisse a rispondere.

«La fibbia?»

«Ovale. Riparata con il rame. La punta del filo era schiacciata perché non prendesse la stoffa.»

Auren abbassò gli occhi sulla cintura del compagno.

Quando tornò vicina al bordo, Erian lesse la prima riga.

«Tavir. Barcaiolo della riva di Vaelra. Una veste, una cintura con fibbia riparata. Consegnate da Auren.»

La donna mosse le labbra.

«Tavir.»

La mano tornò a cercare quella dell’uomo.

Il giro continuò.

Erian aspettò che lei fosse di nuovo abbastanza vicina.

«C’era anche una dichiarazione. Sull’originale hai scritto il tuo nome. Qui l’ha copiata Lethra.»

Auren si sporse verso il diario, ma il passo la tirò via.

«Leggila.»

Erian lesse fino al remo posato sulla riva.

Si fermò quando vide il viso della donna.

Auren non guardava lui. Fissava la spalla di Tavir, nel punto in cui la veste si piegava mentre il braccio saliva.

«Continua.»

Il ragazzo abbassò gli occhi.

Lesse delle mani che lo avevano afferrato, del colpo alla schiena, del tentativo di voltarlo.

Neris cantò dietro di lui.

La voce le era diventata sottile. Veyr rimase sotto l’arco, con il viso rivolto al portico.

Erian arrivò all’ultima riga.

«Non ho capito che cosa dicesse. Poi non ha più respirato.»

Auren compì un altro giro.

L’acqua le si apriva intorno alle caviglie e tornava a chiudersi appena passata.

«Io non lo vedo», disse.

Erian sollevò il capo.

«So che sei qui. Sento le parole. Ma quella riva non torna.»

Il ragazzo tenne il diario aperto.

«Hai detto che non volevi più vederlo a terra.»

«L’ho detto?»

Lui annuì.

Auren guardò il compagno.

«Adesso è in piedi.»

Tavir le tese la mano.

La donna gliela prese.

Erian avrebbe voluto alzarsi, raggiungerli, mettere il diario fra le loro mani.

Rimase sulla pietra.

Non sapeva che cosa sarebbe accaduto se avesse cercato di trascinare fuori uno dei due.

«C’è un’altra cosa», disse.

Voltò la pagina e lesse la nota sul passaggio del guardiano. Precisò da dove veniva: un’annotazione sulle chiusure, scritta da un’altra mano.

Auren lo ascoltò durante due giri.

«Mi hai detto che avevi chiesto a Vorath di tenere il suo nome», aggiunse Erian.

La donna annuì.

«Perché non andasse via tutto.»

«E poi ti hanno tolto quello che ricordavi.»

Auren sollevò la mano libera verso la gola.

La lasciò ricadere al passo successivo.

«Gli avevo chiesto di aspettare.»

Erian guardò il nome copiato da Lethra.

«Puoi riprenderlo.»

«Lo hai detto tu.»

La risposta gli fece abbassare gli occhi.

Era vero. Aveva detto Tavir come aveva letto il cartellino, come avrebbe pronunciato il nome di un uomo da cercare al porto.

Sivra gli aveva parlato di Neris, quella sera in cucina. Delle dita sulla treccia. Dei fichi messi da parte.

Erian guardò le mani dei danzatori.

«Quando si era fatto male con la cima», disse, «tu sapevi dove prenderlo.»

Auren seguì il suo sguardo.

Il pollice era già sotto le dita di Tavir.

«Non voleva lasciarla.»

La voce di Auren era tanto bassa che Erian dovette sporgersi.

«La cima?»

Lei annuì.

«Gridavano di mollare. Lui continuava a tirare.»

Tavir si voltò con lei. Il dito medio rimase piegato anche quando il resto della mano si aprì.

«Dopo non riusciva a fare il nodo. Diceva che la corda era cattiva.»

Alla donna sfuggì un breve respiro.

«Mi faceva arrabbiare. La corda era sempre la stessa.»

Il movimento la portò lontano dal bordo.

Quando tornò, guardava la propria mano sotto quella di lui.

«Aveva imparato a girarla così.»

Ruotò il polso. Tavir seguì il gesto senza cercare di distendere il dito.

Questa volta Erian vide il movimento intero: il modo in cui la mano dell’uno lasciava spazio all’altra, il piccolo ritardo prima di richiudersi.

Auren stava piangendo.

Continuava a muoversi, ma non distoglieva più gli occhi dal viso del compagno.

Dal portico arrivarono passi.

Veyr si spostò nell’arco, abbastanza da nascondere alla vista la pietra sulla quale Neris era seduta.

Il bordo asciutto si stringeva fra il pilastro e la parete. Un addetto cercò di passargli accanto, ma il piede gli scivolò sulla pietra bagnata e dovette ritirarlo.

Veyr puntò una mano al muro e rimase di traverso.

Erian alzò il capo.

«Ancora un momento», disse Veyr.

Non parlava a lui.

Neris provò a cantare. La voce cedette e lei dovette aspettare un respiro prima di ritrovare la nota.

Quella di Serevan passò oltre la pausa.

Erian si voltò verso la sorella.

La bambina gli fece un piccolo cenno con la mano. Guardava la loggia oltre l’acqua.

Lui tornò al diario.

Auren era di nuovo vicina.

«Che cosa cercava di dirmi?»

Erian non rispose subito.

La donna teneva la mano di Tavir più forte di prima.

«Quando l’ho voltato. Che cosa diceva?»

Il ragazzo guardò la riga.

«Non lo sappiamo.»

«Se lo sentissi…»

Erian sentì la propria mano stringersi intorno al bordo del diario.

Aveva aspettato lettere, vele, risposte che rendessero possibile fare il passo successivo. Aveva immaginato suo padre sulla soglia prima ancora di sapere quando sarebbe tornato.

«Non c’è scritto altro», disse.

Auren girò ancora.

«Forse al prossimo.»

La frase quasi si perse nel canto.

Erian capì che non stava parlando del foglio.

«Quando torna qui», disse Auren, «penso che questa volta riuscirà a dirlo.»

Tavir mosse le labbra.

La donna gli si avvicinò, tendendo il viso.

Erian non udì parole.

Auren richiuse gli occhi.

Il passo la riportò indietro.

«E io ricomincio.»

Il ragazzo abbassò il diario sul ginocchio.

Dietro di lui, Tìmir uscì dal cappuccio e gli passò sul braccio. Erian lo raccolse contro la sacca prima che si avvicinasse all’acqua.

«Non so che cosa verrà dopo», disse ad Auren.

La donna lo guardò.

«Sivra voleva tornare.»

«Lo so.»

«Aveva detto che mi avrebbe portata via.»

Erian tenne una mano sul dorso del nìvelo.

«Ha provato a ritrovare la strada. Abbiamo incontrato chi l’ha aiutata.»

Auren annuì lentamente.

«Era così piccola quando è arrivata.»

La frase rimase fra loro per il resto del giro.

Quando tornò, la donna guardò il diario.

«Leggi ancora il principio.»

Erian lo fece.

Il nome. La riva di Vaelra. La fibbia riparata.

Auren ascoltò senza cercare di avvicinarsi al foglio.

Poi tornò a guardare Tavir.

«Non voglio dimenticare anche questo.»

Erian pensò che stesse parlando della dichiarazione.

La donna mosse il pollice sotto il dito piegato.

«So come prendergli la mano.»

Il ragazzo annuì.

«Lo fai ogni volta.»

Auren guardò le loro dita.

La stretta si allentò appena.

«Ti ho aspettato», disse al compagno.

Tavir sollevò il viso verso di lei.

«Anche quando non sapevo più chi aspettavo.»

La voce le si ruppe.

«Ti hanno ucciso.»

Attese di riuscire a respirare.

«E io continuo a chiederti di finire una frase.»

La donna ritardò il passo che avrebbe dovuto riportarla davanti al pilastro. Il piede scivolò nell’acqua, cercò il posto consueto, ma lei non trasferì subito il peso.

Per la prima volta il giro esitò.

Neris smise di cantare.

Tentò di riprendere, ma le uscì soltanto aria.

Serevan cominciò la frase successiva.

Erian sentì la voce arrivare sopra il cortile, così vicina da fargli voltare il capo.

Auren non si voltò.

Parlò a Tavir in sàren.

Erian non comprese le parole che precedettero il nome. Neris sollevò gli occhi, riconoscendo il suono della lingua.

«Tavir.»

La donna lo disse guardando il suo viso, con il pollice ancora sotto il dito che non riusciva a distendersi.

L’uomo abbassò la mano.

Auren la seguì finché entrambe le braccia furono lungo i fianchi.

Poi posò il tallone.

L’altro piede si fermò accanto al primo.

Erian aspettò che ricominciassero.

L’acqua continuava a passare intorno alle loro caviglie. Auren respirò con la bocca aperta, come se fosse arrivata a riva dopo una nuotata troppo lunga.

Tavir rimase davanti a lei.

Le dita si separarono.

Nessuno dei due cercò il passo successivo.

Sotto il palmo che Erian aveva appoggiato alla pietra passò una vibrazione.

Dal fondo del cortile salì un suono tanto basso che per un momento gli sembrò di sentirlo nel petto.

La voce di Serevan perse una nota.

TRENTALE MANI APERTE

La seconda vibrazione fece tremare l’acqua contro il bordo.

Erian raccolse Tìmir più vicino al petto. Il nìvelo gli risalì il braccio e si nascose nel cappuccio, lasciando fuori soltanto il muso.

Auren si piegò in avanti.

Tavir le prese il gomito. Lei si aggrappò al suo braccio, ma i piedi rimasero fermi.

«La sabbia», disse.

Erian chiuse il diario senza toglierlo dalle ginocchia.

La donna guardava le proprie mani.

«Mi era entrata sotto le unghie. Quando l’ho voltato.»

Il ragazzo aspettò.

Auren sollevò il viso verso Tavir. Aveva gli occhi spalancati e il respiro corto.

«Adesso sì. Quella riva.»

Le tornarono altre parole, spezzate dalle pause: il peso della stoffa bagnata, una cucitura contro il palmo, il tentativo di fargli tenere gli occhi aperti.

Erian non le chiese che cosa Tavir avesse cercato di dire.

Fu lei a scuotere piano il capo.

«Non l’ho sentito neppure allora.»

Tavir le sfiorò il polso.

«Auren.»

La donna chiuse gli occhi al suono del proprio nome.

Sotto Orven, Lethra abbassò la mano prima di colpire il tamburo.

Il raschio era cessato.

Darel teneva il lembo di fodera davanti al varco. La stoffa si mosse verso di loro, ricadde, tornò a sollevarsi.

L’aria arrivò senza il sibilo che li aveva costretti a nascondersi.

Dal fondo della cavità uscì una voce.

«Tavir.»

La parola passò fra le rocce tanto lentamente che Lethra sentì prima la vibrazione della cornice e poi il suono.

Vorath sollevò il capo.

Uno dei ventagli si aprì del tutto, mostrando il grande ocello ramato. Il collo tremava per lo sforzo. Quando il petto tornò ad abbassarsi, però, il respiro riuscì a finire.

Lethra rimase al riparo.

Aspettò un’altra espirazione.

Il drago volse il muso verso l’arco del transito. Lo fissò con entrambi gli occhi veri, poi si spostò quanto bastava a lasciare libera la rampa.

Oltre il varco si vedevano di nuovo i solchi dello scivolo, netti sulla polvere chiara.

«Hai visto?» sussurrò Darel.

Lethra annuì.

Si portarono al pilastro, controllarono ancora l’aria e avanzarono nel tratto che Vorath aveva lasciato libero.

Il drago li seguì con lo sguardo.

Quando superarono l’arco, il rumore della cavità rimase alle loro spalle. Davanti tornò l’acqua di Avelùr.

Serevan provò a riprendere la nota perduta.

La sua voce raggiunse il cortile basso, salì lungo i muri e tornò indietro dalle case. Il canto non trovò più l’apertura verso l’altra riva.

Il Custode tacque.

Erian lo vide fermo nella loggia, con una mano sollevata.

Poi l’uomo lasciò il parapetto.

Neris si piegò contro il pilastro.

«Non serve più?» domandò, quasi senza voce.

Erian le porse la borraccia.

«Per adesso bevi.»

Veyr era ancora nell’arco. L’addetto davanti a lui guardava Auren e Tavir fermi nell’acqua.

«Devono tornare alle stanze», disse.

La frase non aveva più la sicurezza di prima. L’uomo, però, non si spostò.

Dal portico arrivò un richiamo.

«Lasciatemi passare.»

Veyr si voltò.

Serevan stava scendendo gli ultimi gradini. Mira lo seguiva con una brocca fra le mani.

Il Custode si fermò sul bordo asciutto.

Guardò i danzatori, poi il diario chiuso.

«Che cosa le avete fatto ricordare?»

Erian rimise il quaderno nella sacca e si alzò.

«Quello che aveva scritto.»

«Avete letto una dichiarazione. Non sapete che cosa le costò liberarsene.»

Auren sollevò il capo.

«Ricordo anche quello.»

Serevan la osservò a lungo.

Poi si voltò verso Neris.

«Sei stanca.»

La bambina teneva la borraccia con entrambe le mani.

«Mira ti accompagnerà. Gli altri potranno raggiungerti quando avrai riposato.»

Erian si mise accanto alla sorella.

La proposta gli arrivò addosso con la stessa dolcezza della stanza fresca, del letto vicino alla gamba, della lampada sul tavolo.

Aprì la sacca.

Il diario era lì.

Non ebbe bisogno di leggerlo tutto. Trovò la riga in cui avevano scritto di non aver cambiato idea.

La tenne davanti a sé.

«Restiamo insieme.»

Mira si inginocchiò accanto a Neris.

«Posso farla bere qui», disse.

Neris lasciò la borraccia a Erian e tirò fuori la matita. Lui richiuse il tappo e ripose il recipiente nella sacca.

Neris tese la matita a Mira.

La donna la prese per il legno, senza capire.

«Me l’hai data tu.»

Mira guardò la punta consumata.

«Me l’hai detto.»

«Mi hai mostrato dove mettere l’accento. E mi hai detto di pensarci, prima di affidare altri ricordi.»

La donna rimase immobile.

Serevan le si avvicinò.

«Era preoccupata. Hai cercato di rassicurarla.»

Mira alzò gli occhi sul viso di Serevan.

«Perché non lo ricordo?»

Il Custode tese una mano verso di lei.

«Vieni.»

Mira si rialzò, ma non gli lasciò prendere il polso. Girò la mano e appoggiò il palmo al suo.

«Quello che ho fatto per aiutarla», disse. «Lo tieni tu?»

Serevan cercò di ritirare le dita.

La donna le seguì.

«Se lo tieni, ridammelo.»

Per un istante non accadde nulla.

Poi Mira abbassò lo sguardo sulla propria mano.

«Il panno…»

Neris si sporse.

«I trucioli», mormorò la donna.

Serevan parlò sopra di lei.

«Ti faceva soffrire non poterla aiutare. Adesso puoi lasciarla riposare.»

La sua voce scese nella frase che Erian aveva sentito tante volte.

Dal portico rispose un colpo di tamburo.

Lethra era sotto l’arco con Darel.

Avevano risalito lo scivolo, trovato il deposito aperto e le traverse gettate a terra. Dalla scala laterale avevano raggiunto le corti; un uomo, alla richiesta di un ragazzo col ginocchio fasciato e di una bambina, aveva indicato i lasciti.

La voce di Serevan li aveva guidati per l’ultimo tratto.

Lethra teneva il tamburo davanti al ventre.

Lasciò passare un respiro prima del secondo colpo. Poi riprese sottovoce la frase imparata da Neris sul mare, mantenendo aperta la pausa.

La voce del Custode esitò.

Mira non aveva lasciato la sua mano.

«Volevo che scrivesse i nomi», disse. «Le parole non entravano nella riga.»

Guardò Neris.

Il viso le cambiò.

«Ti ho detto che non importava.»

La bambina annuì.

Mira si portò la mano libera alla bocca. La matita era ancora fra le dita.

«Lo ricordo.»

Serevan fece un passo verso il portico.

Veyr gli si mise davanti.

«Aspetta.»

La gente aveva cominciato a fermarsi sotto gli archi.

Qualcuno era arrivato al nuovo suono del tamburo; altri avevano seguito Serevan dalla loggia. Una donna chiese a Mira perché piangesse.

«Mi aveva tolto una cosa», rispose lei. «Una cosa che avevo fatto.»

Il Custode guardò l’addetto rimasto vicino a Veyr.

«Accompagnala a casa.»

L’uomo mosse un piede.

Mira allungò la matita verso Neris.

La bambina la rimise in tasca.

«L’ho aiutata. Poi non ricordavo più di averlo fatto.»

L’addetto si fermò.

Erian vide Ruma fra le persone davanti al banco. Aveva ancora la manica tirata sopra i due rattoppi.

«La tua domanda», le disse.

La donna si voltò.

Lui riaprì il diario e lesse il suo nome, la stanza della sorella, la cassa pronta e i due vasi rimasti da prendere.

Ruma guardò Mira.

«Quel foglio ce l’ho ancora.»

Lo cercò nella tasca della veste. Era la copia della sua richiesta, consumata lungo le pieghe.

Ruma lo aprì.

«L’ho letta già», disse. «Ma non capivo perché volessi partire.»

Si avvicinò a Serevan.

«Anche quello lo tieni?»

Il Custode serrò la mano.

«Ricorderai la paura.»

Ruma guardò il proprio foglio.

«C’è anche mia sorella.»

Serevan cercò di passare fra Veyr e l’addetto.

Questa volta fu l’addetto a rimanere sulla strada.

Auren raggiunse il bordo del cortile. Tavir camminò accanto a lei, facendo attenzione alle pietre nascoste dall’acqua.

La donna si mise vicino a Lethra e riprese la frase nella pausa in cui la ragazza doveva respirare.

Erian riconobbe il sàren, ma non seppe ripeterne le parole.

Mira lasciò finalmente la mano del Custode. Ruma gli toccò il palmo.

Serevan provò a parlare. Il tamburo gli tolse il punto in cui chiudere la frase; Auren mantenne la nota, Lethra aspettò prima di riprenderla.

Ruma abbassò il foglio.

«Sono tornata tre volte.»

La voce le si spezzò sull’ultima parola.

«La seconda avevo portato una coperta perché mia sorella non dovesse cercarmene una.»

Erian la vide stringere le dita del Custode.

«Mi hai fatto tornare indietro.»

Ruma lasciò la mano e fece un passo verso il portico.

Guardò l’uomo dei lasciti.

«La cassa l’ho riportata a casa. Mi aiuti a portarla da mia sorella?»

Lui annuì.

Neris si alzò.

Erian le mise una mano sulla spalla.

Lei non cercò di scostarla.

«Voglio anch’io.»

Serevan la guardò avvicinarsi.

Per la prima volta Erian vide la stanchezza sul suo viso. L’uomo teneva le labbra appena dischiuse, cercando il tempo fra il tamburo e la voce di Auren.

«Mi hai chiesto di non sentirlo più», disse alla bambina.

Neris annuì.

«Quando ho perso la sua mano.»

«Ti farà male.»

Lei rimase vicina al fratello.

«Lo voglio.»

Erian avrebbe voluto chiederle di aspettare.

Tolse la mano dalla spalla della sorella e le lasciò spazio.

Neris appoggiò il palmo su quello del Custode.

Non gridò.

Le gambe le si piegarono e il fratello la prese prima che toccasse la pietra. Lei si voltò contro di lui, aggrappandosi alla sua manica.

«Le dita», disse.

Erian si inginocchiò con fatica.

«Sono qui.»

«Le tue dita c’erano ancora.»

La bambina aveva gli occhi aperti, ma guardava oltre la sua spalla.

Poi lo riconobbe di nuovo davanti a sé.

Gli strinse la mano.

Erian aspettò che fosse lei ad allentare la presa.

L’addetto che li aveva inseguiti fu il successivo.

Non disse davanti a tutti che cosa avesse affidato. Si chinò verso Serevan e gli parlò piano.

Quando si rialzò, aveva gli occhi pieni di lacrime.

Poi arrivò una donna dalla scala, un uomo con un grembiule, una ragazza che Mira teneva per il gomito.

Serevan tentò ancora di ordinare che li allontanassero.

Nessuno si mosse per obbedirgli.

La mano rimase aperta.

Erian chiese i momenti che non riusciva a mettere in ordine. Gli tornarono la stanza, la lampada, le domande fatte e ripetute prima di convincersi ogni volta ad aspettare ancora.

Ritrasse il palmo con un tremore che gli durò fino al gomito.

Lethra e Darel fecero lo stesso, a turno, mentre Auren continuava a cantare.

Il diario restò sulla panca. Le righe non erano cambiate.

Adesso Erian riusciva a ricordare quando alcune erano state scritte.

Dal canale arrivò un richiamo.

Ruma si era fermata davanti ai gradini.

«Qui non posso passare.»

Sotto l’acqua pendevano ancora i filamenti delle catenàrie.

L’uomo che aveva manovrato la chiusa guardò Serevan. Il Custode cercò il suo sguardo, ma quello si era già voltato verso la ruota.

Chiese al compagno di aprire l’altra paratia.

«Lentamente. Prima bisogna cambiare la corrente.»

Darel raggiunse il bordo e aiutò a tenere lontani gli altri. La nuova corrente spinse le vesciche verso il canale più largo, dove passavano ancora resti di cibo.

Nessuno scese finché l’ultimo filamento non ebbe lasciato il gradino.

Sotto il portico, Mira indicò a un altro addetto la strada delle case sorvegliate.

«Porta qui le chiavi. Ci sono persone che aspettano da molto tempo.»

Veyr la sentì.

«Ilen è ancora là.»

L’uomo delle chiavi esitò.

Poi guardò la gente raccolta intorno a Serevan e si avviò verso la scala.

Veyr lo seguì.

Erian riprese il diario e lo mise nella sacca.

Auren riprese la melodia. Mira l’ascoltò, provò e riuscì a seguirla.

Le due voci cominciarono a darsi il cambio. Una manteneva la frase mentre l’altra ascoltava chi arrivava, spiegava che cosa aveva chiesto di riprendere e aspettava che ognuno trovasse le proprie parole.

Lethra continuò ancora per una ripetizione. Quando fermò la mano, le voci proseguirono.

Riavvolse il tamburo.

Serevan si era seduto sulla panca.

Due addetti rimasero accanto a lui, tenendo libero il passaggio per le persone in attesa.

Quando una donna gli prese la mano, provò a dirle di tornare più tardi.

Lei rimase.

Erian guardò il canale oltre l’arco. La città era ancora lì: i tetti chiari, l’acqua fra le case, i gradini che scomparivano sotto la superficie.

Dal portico venivano domande, pianti e qualcuno che chiamava un nome più volte, per essere sicuro che la persona dall’altra parte lo sentisse.

Neris si avvicinò a Lethra.

«Il foglio?»

La ragazza lo tirò fuori dalla giacca e glielo restituì.

La bambina lo aprì per controllare che ci fosse ancora il disegno di Tìmir.

«Papà l’ha visto?»

Lethra annuì.

Erian si voltò.

La ragazza guardò prima lui, poi Neris.

«È fuori dal passaggio. Ci aspetta.»

Neris tenne la carta con entrambe le mani.

«Si ricorda?»

Lethra abbassò appena il capo.

«Ancora no.»

La bambina smise di guardare il disegno.

«Ma ha voluto che te lo riportassi», aggiunse la ragazza. «E ha preparato un posto per te.»

Darel era tornato dal canale.

Si fermò accanto a Erian.

«Ha portato due coperte.»

Il ragazzo guardò la sorella. Lei piegò il foglio lungo i segni vecchi e lo rimise nella tasca, accanto alla matita.

Poi gli tese la mano.

«Andiamo?»

Erian gliela prese.

TRENTUNOPRIMA DI DIMENTICARE

Neris contò i gradini finché ebbe fiato per farlo.Al ventisettesimo si fermò e guardò quelli che mancavano.«Erano così tanti anche prima?»«Prima scendevamo», disse Erian.Lei considerò la spiegazione senza trovarla soddisfacente.Darel tornò indietro di qualche passo e le porse la borraccia che aveva preso dalla sacca di Erian. La bambina bevve, poi si passò la mano sulla bocca.Dal cortile arrivavano ancora le voci di Auren e Mira. Salendo si erano fatte più deboli; lassù si sentivano soprattutto le persone che si chiamavano fra una casa e l’altra.Una donna aveva aperto una finestra sopra la scala. Chiedeva a chi passava se avesse visto sua sorella.Lethra si fermò per indicarle il portico dei lasciti.Quando ripresero a camminare, Neris cercò di nuovo la mano del fratello.«Papà ci aspetta proprio fuori?»«Così hanno detto.»«E se nel frattempo è andato a cercarci?»Darel richiuse la borraccia.«Gli abbiamo spiegato da dove arrivavamo.»La rimise nella sacca di Erian.«Sa dove aspettare.»

Nel deposito le traverse erano ancora a terra.Erian ne superò una facendo forza sulla gamba buona. Lethra gli tenne la sacca finché non ebbe trovato un appoggio, poi gliela restituì.Tìmir sporse il muso dal cappuccio.Lo scivolo scendeva fra due muri umidi. In fondo, dove la luce delle corti non arrivava, si distinguevano le pietre dell’arco.Darel passò davanti.Non c’era più il raschio.Erian se ne accorse prima di vedere il drago: nel silenzio riusciva a sentire il proprio piede trascinarsi sulla polvere.Vorath teneva il collo appoggiato alla roccia. Le scaglie azzurre avevano il colore spento delle ceramiche lasciate a lungo nell’acqua; fra le pieghe del ventre affiorava un bianco d’avorio. Uno dei ventagli ai lati del capo era ripiegato. L’altro rimaneva socchiuso e l’ocello ramato guardava la parete, mentre l’occhio vero seguiva i ragazzi.Neris si fermò accanto al fratello.«Ci vede?»Erian annuì.Il drago inspirò. Il movimento gli percorse il fianco senza interrompersi.Lethra aspettò che l’aria tornasse verso di loro.«Adesso si passa», disse.Attraversò l’arco e raggiunse la sporgenza dall’altra parte. Darel la seguì, si voltò e tese una mano.Nella cavità oltre di loro la luce era diversa: grigia, sottile. Da qualche apertura doveva entrare il giorno.Erian guardò Neris.«Vai tu.»Lei gli lasciò la mano soltanto per prendergli due dita, come faceva quando era più piccola.«Insieme.»Erian appoggiò il piede oltre la soglia.Il ginocchio gli fece male. La pietra, però, lo sostenne.Neris fece lo stesso passo.La sua scarpa scomparve nell’acqua.

Erian tirò indietro il braccio.La bambina gli urtò contro il petto. Lui si appoggiò al pilastro per non cadere e Darel tornò subito sotto l’arco.«Che cosa c’è?»Neris guardava il proprio piede.La scarpa era asciutta.Oltre la soglia c’era la stessa pietra sulla quale Lethra posava entrambi i piedi.«Manca il gradino», disse la bambina.Darel si accovacciò. Passò la mano sulla superficie, poi vi batté le nocche.Il suono arrivò netto.Neris si staccò un poco da Erian e provò con la punta.La tenne sospesa prima di abbassarla.Questa volta il fratello vide la roccia dietro la scarpa: per un istante furono nello stesso posto. Poi il piede scese e Neris gli strinse le dita con tanta forza da fargli male.Lui la riportò dalla propria parte.«Non farlo ancora.»Lethra tornò indietro. Si inginocchiò accanto a lei e le toccò la caviglia.La bambina la lasciò fare.«Ti sei fatta male?»Neris scosse il capo.«Sotto c’è il mare.»Darel guardò l’arco dall’alto in basso.Erian si chinò.«Ti prendo io.»Lethra gli afferrò il gomito prima che caricasse il peso sul ginocchio fasciato.«Aspetta.»Fu Darel a sollevare Neris.La bambina gli passò un braccio dietro il collo. Lui sistemò i piedi, controllò l’appoggio e avanzò di lato.Erian vide la sua spalla superare il pilastro. Neris rimase davanti al muro, stretta fra le sue braccia.Darel si fermò con un piccolo grido.Tornò indietro subito.Si sedette sul bordo dello scivolo tenendo la bambina sulle ginocchia. Aveva il fiato corto.«Mi si stava…»Guardò il punto nel quale l’aveva sentita scivolare, benché non avesse aperto le braccia.Neris si liberò piano.«Non mi lascia passare.»

Vorath sollevò il capo.La membrana ripiegata si aprì quanto bastava a scoprire l’altro ocello. Le due macchie ramate restarono immobili accanto agli occhi vivi.Il drago guardò Neris, poi la soglia.«Non trova l’altra riva.»La voce era bassa. Erian ne sentì la vibrazione nel pilastro al quale teneva appoggiata una mano.Neris si avvicinò al fratello.«Lethra l’ha trovata.»Vorath abbassò il muso. Il bordo del ventaglio sfiorò la polvere.«Per lei c’è ancora.»Erian sentì arrivare la paura prima di riuscire a darle una forma.«Anche per Neris. È nata a Vaelra.»Il drago non si mosse.«La sua casa è lì», continuò il ragazzo. «Ci sono le sue cose. Nostro padre.»Guardò Darel.«Vai a chiamarlo.»Il giovane si alzò.Lethra gli spiegò dove l’aria era rimasta più chiara nel tragitto precedente. Darel si portò fino alla curva, aspettò un respiro di Vorath e proseguì.Erian rimase davanti alla sorella.«Si ricorda tutto», disse al drago. «Anche quando ci siamo persi. Ha ripreso quel ricordo.»«Lei ricorda.»Vorath girò il muso verso l’arco.«Di là, chi la ricorda?»Erian aprì la bocca.Non rispose.

Aspettarono seduti contro il muro.Neris aveva tirato fuori il proprio foglio. Lo lisciava sulle ginocchia, cercando di raddrizzare un angolo che continuava a piegarsi.«Ci sono i nomi.»Erian li guardò. Teren. Sivra. Il proprio, interrotto, accanto a Tìmir.«Lo so.»«Li ho scritti per non perderli.»Lui le tenne fermo l’angolo finché Neris non riuscì a passargli sopra il pollice.Tìmir scese lungo il braccio di Erian, annusò il foglio e gli appoggiò una zampa sul polso.Erian non lo allontanò.Quando sentirono i passi, Neris si alzò tanto in fretta che la carta le cadde.Il fratello la raccolse.Teren comparve dietro Darel con la coperta più stretta fra le mani.Si fermò dall’altra parte dell’arco.Erian aveva immaginato più volte di rivederlo. Nelle versioni peggiori suo padre pretendeva di sapere perché fosse partito; nelle altre Erian riusciva finalmente a spiegargli tutto senza arrabbiarsi.Teren guardò il ginocchio fasciato.Poi cercò il suo viso.«Sei qui.»Erian annuì.Il padre si avvicinò alla soglia.Fu Neris a chiamarlo.«Papà.»Teren si fermò.La bambina aveva le mani lungo i fianchi. Non gli correva incontro, ma Erian vedeva lo sforzo che le costava rimanere ferma.Il padre posò la coperta sulla pietra asciutta e si abbassò davanti a lei.«Neris.»Lei fece un passo.Teren le tese le mani.La bambina riuscì a raggiungerle. Le dita si chiusero intorno alle sue, ma quando cercò di avvicinarsi il piede scese di nuovo dove la roccia avrebbe dovuto sostenerlo.Il padre si protese.Erian la prese sotto il braccio e la riportò indietro.Teren lasciò che tornasse dalla loro parte senza tirarla.Rimase inginocchiato, con le mani ancora tese.«Ti ricordi?» gli domandò Neris.L’uomo la guardò a lungo.«No.»Lei abbassò il capo.Teren cercò di nuovo le sue dita.«Ma sono venuto a prenderti.»

Fu il padre a provare la coperta, tenendola distesa oltre la soglia perché Neris potesse appoggiarvi il piede senza cercare la pietra.La stoffa rimase sospesa fra le loro mani. La scarpa della bambina scese senza tenderla.La ritirarono prima che lei perdesse l’equilibrio.Teren la ripiegò lentamente.Erian teneva il foglio contro il petto.«Io la ricordo», disse.Vorath aveva seguito ogni tentativo.«Sì.»«Allora perché non basta?»Il drago avvicinò il muso all’arco. Erian aspettò che continuasse, ma Vorath guardava il punto in cui il piede di Neris era scomparso.«Tu puoi tornare», disse infine. «Lei ti tiene la mano. La via finisce ancora prima di raggiungerla.»Erian abbassò gli occhi sulla carta.Poteva ricordare Neris seduta sui gradini, il fico schiacciato che gli macchiava un dito, Tìmir dentro un vaso vuoto.C’erano cose che non avevano mai avuto bisogno di essere scritte.Dietro di loro, Lethra posò il tamburo sullo scivolo e si sedette.«Possiamo tornare su», disse.Erian si voltò.«Mira ci troverà un posto. Neris deve mangiare. Tu devi farti guardare la gamba.»Il ragazzo guardò l’arco.Teren era ancora dall’altra parte.«E poi?»Lethra scosse piano la testa.«Poi non lo so.»Vorath lasciò ricadere il collo contro la pietra. Il fiato continuava a passare regolare.Da Avelùr arrivò il rumore di qualcosa trascinato attraverso il deposito. Una voce chiese di tenere aperta una porta.Avrebbero potuto risalire. Sedersi da qualche parte, trovare acqua calda e aspettare che Neris si addormentasse.Nessuno li avrebbe divisi per farli riposare.Erian guardò la sorella. Aveva ancora un lembo della coperta del padre fra le dita.«Io voglio tornare a casa», disse lei.

Erian mise la sacca a terra e tirò fuori il quaderno scuro.Non sapeva che cosa cercare. Lo aprì comunque, spostando con cautela le lettere e i fogli che ne gonfiavano la copertina.La grafia di Sivra gli passò sotto gli occhi.Ricordò la lampada nella sua camera, la mano che copriva una pagina quando lui si era avvicinato. Il rumore della penna dopo che Neris si era addormentata.Richiuse il quaderno.«Lei ci aveva qui», disse.Lethra guardò la copertina.«Sivra?»Erian scosse il capo e si toccò il petto.«Non nel quaderno.»Vide la nonna al tavolo. Neris le porgeva una tazza. Lui aveva appena parlato troppo forte e aspettava di essere rimproverato.Prima c’erano stati il pane, le scodelle, un nastro che non voleva tenere. Prima ancora altri giorni, tanto simili che non avrebbe saputo contarli.Sivra era morta. La cucina nella quale l’aveva conosciuta esisteva ancora.Erian guardò Vorath.«Nei miei ricordi di lei c’è anche Neris. Prima che venisse qui.»Il drago sollevò appena il muso.«C’è la nostra casa», continuò il ragazzo. «Nostro padre. Tutte le cose che facevamo.»Si fermò per deglutire.«Si può fare una strada con quelle?»Vorath si avvicinò fino a posare il bordo della mandibola accanto al pilastro.«Potresti darle il legame che porti.»Erian strinse il quaderno.«Come?»«Lasciandolo nel passaggio.»Il ragazzo cercò il padre dall’altra parte dell’arco.Teren non aveva smesso di guardarlo.«Un ricordo?» domandò Erian.«Non basta una scena.»Lethra si alzò.Vorath continuò prima che il ragazzo potesse rispondere.«Tu hai detto Sivra. La riconosci in tutti quei giorni insieme. Se usi quel legame, perderai tutto ciò che ricordi di lei.»Erian sentì il bordo del quaderno premere contro il palmo.«Tutto?»«Il suo viso. La sua voce. Essere stato con lei.»Neris lasciò la coperta.«No.»

La bambina si mise davanti al fratello.«Hai detto che potevamo restare.»Non guardava lui. Guardava Lethra.La ragazza annuì.«Possiamo.»Erian abbassò il quaderno.Teren si alzò dall’altra parte. Fece un passo verso l’arco, poi si fermò davanti al punto che non aveva sostenuto Neris.«Prima devi capire che cosa ti sta dicendo.»Erian guardò il drago.«Auren ha riavuto il suo.»Vorath mosse il capo verso il cortile lontano.«L’ho custodito. Era ancora suo.»«E questi?»«Serviranno a fare la via. Non rimarranno con me.»Il ragazzo sentì Lethra avvicinarsi.«Erian.»«Ho ritrovato un ricordo nel lago.»Lei non disse nulla.Lui lo sapeva già: non gli aveva promesso di poterlo fare di nuovo. Neppure allora.Vorath chiuse per un istante l’occhio più vicino.«Io non potrò restituirteli.»«Qualcun altro?»Il drago tornò a guardarlo.«Non resteranno da restituire.»«Prendi i miei», disse Teren. «Anch’io ricordo Sivra.»Erian guardò il padre.«Con Neris?»Teren si voltò verso la bambina. Cercò a lungo, con una mano appoggiata al muro.«No», disse infine.Si passò le dita sugli occhi.«Nei miei manca ancora lei.»Erian appoggiò la schiena al muro.Avrebbe saputo che Sivra era stata sua nonna. C’era scritto. Neris avrebbe potuto dirglielo, suo padre raccontargli com’era.Ma al lago lui aveva riconosciuto il pane prima di capire che cosa stesse guardando. Aveva saputo di essere quel bambino.Quello non gli sarebbe rimasto.Neris gli prese la manica.«Posso dare i miei.»Erian si accovacciò con il ginocchio sano piegato e l’altro disteso.Guardò Vorath. Il drago scosse lentamente il capo.Erian sfiorò il foglio, ancora stretto fra le proprie dita.«Serve qualcuno che possa tornare dall’altra parte.»La bambina scosse il capo.Erian non cercò di farla smettere.

Rimasero seduti vicino alla soglia.Teren dall’altra parte, con la coperta sulle ginocchia. Darel accanto al pilastro. Lethra aveva rimesso il tamburo a tracolla.Erian riaprì il quaderno scuro.Era più facile guardare la scrittura che pensare al viso di Sivra. Poi riconobbe una lettera che lei faceva sempre troppo alta e anche quello gli sembrò qualcosa a cui aggrapparsi.Lo ripose nella sacca.Prese il diario grigio.Lethra gli porse il proprio carbone. Quello di Erian era rimasto in fondo alla sacca, sotto la camicia di Neris.Il ragazzo trovò una pagina con spazio sufficiente.«Che cosa fai?» gli chiese la sorella.«Prima devo scriverlo.»Appoggiò il diario sulla coscia buona.La punta lasciò un segno troppo largo. Erian la girò fra le dita e ricominciò più sotto.Sivra era nostra nonna. Ho scelto di usare tutti i miei ricordi di lei per aprire il ritorno a Neris. So che non potrò riprenderli.Si fermò.Guardò Teren, poi gli altri.Potremmo restare ad Avelùr. Scelgo di tornare a casa con mia sorella.Il carbone si spezzò lungo un bordo. Erian raccolse il frammento prima che cadesse sulla pagina.Quando non ricorderò più Sivra, questa scelta sarà ancora la mia. L’ho presa sapendo che cosa avrei perso.Rilesse lentamente.«Basta?» domandò a Lethra.La ragazza si chinò sul foglio.«Non posso saperlo.»Erian annuì.«Allora, se mi fermo, fammelo leggere.»Le porse il diario.Lethra lo prese aperto.

Neris aveva cominciato a piangere senza fare rumore.Erian se ne accorse quando una goccia cadde sul foglio con i nomi.Glielo restituì e aspettò che lo rimettesse in tasca.«La dimenticherai.»«Sì.»La parola gli rimase in gola anche dopo averla detta.«Io non voglio.»Erian le sistemò un lembo della manica che si era girato sul polso.Era un gesto di Sivra. Lo riconobbe mentre lo faceva.Lasciò la stoffa.«Neanch’io.»La bambina gli si strinse contro. Lui appoggiò il mento sulla sua testa e guardò la coperta che il padre aveva preparato per lei.Avrebbe voluto portarsi dietro ogni cosa. Neris, la voce della nonna, il sollievo di averle sentite di nuovo insieme in cucina.Teren si avvicinò quanto poteva.«Non devi decidere per me.»Erian sollevò gli occhi.Il padre teneva una mano sul pilastro.«Posso venire ancora. Vi porto quello che serve.»Il ragazzo lo guardò. Per una volta riusciva a credergli senza chiedersi quanto tempo sarebbe passato prima della prossima partenza.«Voglio tornare», disse.Teren abbassò il capo.Quando lo rialzò aveva gli occhi lucidi.«Allora ti aspetto qui.»

Erian rimase ancora un poco abbracciato alla sorella.Non provò a scegliere un ricordo migliore degli altri.Gli venne Sivra che gli ordinava di prendere le scodelle mentre lui tentava di toglierle la pentola dalle mani. Gli venne il ferro da maglia caduto sul grembo, il fico conservato da Neris, la chiave sotto l’abito.Alla fine sentì la canzone.La porta della camera era chiusa. Lui era nel corridoio e avrebbe potuto andarsene. Era rimasto ad ascoltare.La nonna ricominciava ogni volta dallo stesso punto.Erian si strofinò il viso con la manica.Poi si alzò.Darel gli offrì il braccio. Il ragazzo lo usò per raddrizzare la gamba e lo lasciò quando riuscì a stare fermo.Vorath seguì il movimento.«Tutti i miei ricordi di Sivra», disse Erian. «Per portare Neris a casa.»Il drago si scostò dall’arco.«Una volta cominciato, quello che diventerà strada non tornerà indietro.»Erian guardò il diario fra le mani di Lethra.Poi la sorella.«Ho capito.»Posò il palmo sulla soglia.La pietra era fredda.Pensò alle mani della nonna intorno alla pentola, al panno ripiegato, alla sua voce che gli assegnava un altro compito.Il primo ricordo cedette senza rumore.

Per un momento Erian continuò a vedere le scodelle.Una aveva una scheggiatura sul bordo. Neris teneva i capelli legati male. Dal focolare veniva odore di latte caldo.Qualcuno gli aveva chiesto di prendere quelle scodelle.Erian cercò la voce.Non la trovò.Guardò la mano appoggiata alla pietra. Gli tremavano le dita.«Lethra.»La ragazza si mise accanto a lui con il diario aperto.Il carbone era ancora fresco. Erian vide un punto nel quale il palmo gli aveva trascinato una parola.Lesse il nome di Sivra.Poi le righe sotto.Neris lo teneva per la mano libera. Era sua sorella. Aveva passato molto tempo a cercarla e lei voleva tornare a casa.Questo lo sapeva ancora.Sotto l’arco comparve il margine di una lastra chiara.La bambina vi avvicinò la punta della scarpa, senza caricarvi il peso.Questa volta la pietra non le passò attraverso.

TRENTADUEDALL’ALTRA PARTE

Neris tenne il piede fermo.

Erian guardò il punto nel quale la scarpa incontrava la pietra. La suola era consumata sul lato esterno; l’avrebbe dovuta far riparare prima che cominciasse a entrare acqua.

Il pensiero gli venne con una precisione assurda.

«Posso?» domandò la bambina.

Lui cercò di rispondere, ma dalla soglia gli salì un tremore lungo il braccio.

Lethra abbassò il diario quanto bastava a guardargli il viso.

«Aspetta ancora.»

Tìmir risalì dal polso al gomito, raggiunse la spalla e gli si sistemò nel cappuccio. Erian sentì le unghie attraverso la stoffa. Quel piccolo fastidio lo aiutò a non chiudere gli occhi.

Darel raccolse la sacca rimasta a terra. Controllò che il quaderno non sporgesse, tirò la patta e se la mise sulla spalla libera.

Il margine chiaro sotto la scarpa di Neris si allargò.

La bambina vi appoggiò il tallone.

La pietra la sostenne.

Erian vide il canovaccio prima delle mani.

C’era un buco vicino all’orlo. Il pane scottava e lui cercava di far credere che non gli importasse.

Sivra aveva farina sul polso.

Per un istante gli parve di poterla trattenere lì, in quel solo gesto: non tutta la casa, non tutti gli anni, soltanto le dita che ripiegavano la stoffa perché non si bruciasse.

Poi non seppe più a chi appartenessero.

Gli rimase il pane.

Il canovaccio perse l’orlo, il peso, il calore. Non riuscì più a ricordare di averlo tenuto.

Erian piegò le dita contro la soglia.

«Non quello.»

Lethra lo sentì.

Non gli prese il braccio per tenerlo fermo. Gli avvicinò il diario.

Il ragazzo guardò la pagina senza leggere.

Sapeva che era accaduto qualcosa. Aveva cercato di impedire una perdita e adesso non riusciva più a trovare la cosa che aveva voluto salvare.

«Erian.»

Seguì il dito di Lethra fino alla propria scrittura.

Ho scelto di usare tutti i miei ricordi di lei per aprire il ritorno a Neris.

Scosse il capo.

«L’ho scritto io.»

«Sì.»

Guardò la sorella. Aveva un piede oltre l’arco e l’altro ancora vicino al suo. Non tirava, non gli chiedeva di muoversi.

Teren aspettava poco più avanti, abbastanza vicino da prenderla se fosse caduta.

Erian tornò alla prima riga.

Il nome di Sivra gli fece pensare a una chiave, a una lampada, a una mano che gli lisciava i capelli quando era malato.

Il viso arrivò per ultimo.

La nonna era stanca. Lui aveva appena tentato di aiutarla e lei lo stava guardando in quel modo che gli faceva capire quanto fosse stato poco abile a nascondere la propria preoccupazione.

Erian cercò i suoi occhi.

Li perse mentre li guardava.

Neris mosse il piede rimasto indietro.

Il bordo sotto di lei non era ancora abbastanza largo. Darel le mise una mano dietro la schiena e aspettò che trovasse il punto sul quale poteva stare senza sbilanciarsi.

La bambina si fermò a metà dell’arco.

Erian avvertì la presa della sorella e, per un istante, non seppe perché fosse così importante continuare.

La ragazza accanto a lui teneva un libro aperto. Suo padre era dall’altra parte. Aveva male al ginocchio e il braccio era diventato rigido fino alla spalla.

Guardò il palmo contro la pietra.

«Che cosa sto facendo?»

Neris gli strinse la mano.

Lethra aspettò che tornasse a guardarla.

«Vuoi che legga?»

Erian abbassò gli occhi sulla pagina.

«Fammi leggere.»

Lei tenne il diario fermo.

Erian riconobbe la pressione irregolare del carbone, la parola trascinata dal palmo. Seguì le righe fino al punto nel quale aveva scritto che avrebbero potuto restare.

Si ricordava di averlo deciso.

Non riusciva più a ritrovare tutto ciò che quella decisione gli era costata.

Guardò Neris. Ricordava il molo, la domanda sulla nave, la sua mano cercata quando la strada era quasi vuota. Ricordava di averla cercata nelle stanze di Avelùr e la voce che gli era arrivata dal tamburo.

La sorella era lì, con una scarpa sulla pietra che poco prima non poteva sostenerla.

Erian lesse l’ultima riga.

L’ho presa sapendo che cosa avrei perso.

Non gli tornarono immagini.

«Vengo con te», disse alla bambina.

Lei annuì, ma continuava a piangere.

Rimase la porta.

Erian era nel corridoio di casa e oltre il legno una voce provava a finire una canzone.

Non vedeva più la stanza. Non sapeva chi ci fosse dentro, eppure rimaneva ad ascoltare.

La melodia si interrompeva sempre nello stesso punto.

Avrebbe voluto bussare.

La voce tacque prima che riuscisse ad alzare la mano.

Il corridoio era vuoto.

Poi non ci fu più neppure quello.

Erian inspirò di colpo. Sentì la polvere, l’aria fresca della cavità, il peso di Tìmir contro la nuca.

Il palmo smise di tremare.

Neris sollevò il piede rimasto dalla parte di Avelùr.

Lo tenne sospeso a lungo.

Poi lo abbassò accanto all’altro.

Questa volta la pietra sostenne tutto il suo peso.

Teren la prese sotto le braccia soltanto quando lei fu riuscita a stare ferma.

La bambina gli si aggrappò al collo.

L’uomo la strinse senza sollevarla.

Lethra chiuse il diario tenendo un dito fra le pagine.

«Erian.»

Il ragazzo aveva ancora la mano contro l’arco.

La staccò. Gli rimase sul palmo una striscia di polvere chiara.

Cercò Sivra.

Non un particolare: una volta qualsiasi in cui fosse stato con lei. Un volto vicino al proprio, una voce udita davvero.

Non trovò nulla.

Provò a tornare più indietro. Anche là, dove gli restavano cose della casa e di sua sorella, non riusciva a riconoscere la nonna.

Lethra gli mostrò di nuovo la pagina.

Sivra era stata sua nonna. Aveva scritto questo.

Erian lo lesse senza sapere che cosa avrebbe dovuto sentire.

«È finito?»

Vorath teneva l’occhio aperto su di lui.

«Lei ha raggiunto l’altra riva.»

Il ragazzo guardò Neris fra le braccia del padre.

Poi fece il passo.

Il ginocchio cedette appena toccò la sporgenza. Teren si voltò, ma Erian si era già aggrappato al pilastro.

«Aspetta», disse Darel.

Gli si mise accanto e gli passò un braccio dietro la schiena.

Lethra attraversò per ultima. Restò ferma vicino a loro finché Erian non riuscì a raddrizzarsi.

Alle sue spalle, sotto l’arco, si vedeva ancora lo scivolo di Avelùr. Una voce lontana chiamò qualcuno dal deposito.

Vorath abbassò il collo e ripiegò lentamente un ventaglio.

Nessuno gli chiese di aprire altre strade.

Teren sciolse la coperta e la mise sulle spalle di Neris.

La bambina si staccò quanto bastava a guardarlo.

«Papà?»

Lui le sistemò un lembo sotto il mento. Si fermò con le dita strette alla stoffa.

«La cassa», disse.

Neris aspettò.

«Al porto. Ti mettevi sulla mia cassa degli attrezzi perché dalla banchina non riuscivi a vedere dentro le barche.»

La bambina smise di stringere la coperta.

Teren le sfiorò la guancia.

«Una volta mi hai chiesto di segarla per farci una finestra.»

«Un buco», disse Neris. «Bastava un buco.»

L’uomo fece un rumore breve, quasi una risata.

Poi le appoggiò la fronte ai capelli.

Erian guardò il proprio piede, cercando un punto sul quale caricare meno peso.

Non voleva distogliere gli occhi da loro, ma qualcosa in quell’abbraccio gli faceva male senza che riuscisse a capire dove.

Teren alzò una mano verso di lui.

Il ragazzo gliela prese.

Rimasero così finché Neris non cominciò a tremare.

«Fuori», disse il padre. «C’è l’altra coperta.»

Per raggiungere l’uscita dovettero fermarsi due volte.

La seconda fu Erian a chiederlo. Teren lo fece sedere su una sporgenza e aspettò che smettesse di respirare con la bocca aperta.

Darel portava ancora la sua sacca. Lethra aveva chiuso il diario e lo teneva sotto il braccio, lontano dalle rocce umide.

Davanti, Neris avanzava con una mano lungo il muro. Ogni tanto guardava la propria scarpa, come se dovesse controllare che il piede continuasse a posarsi dove voleva.

Quando arrivarono alla fessura, il vento le sollevò i capelli.

Lei si fermò.

Da fuori veniva odore di terra e di mare.

Erian lo sentì dopo di lei.

Non c’era più l’odore acre che ricordava nelle strade di Vaelra.

Uscirono uno alla volta. Teren aiutò Erian ad aggrapparsi alla corda stesa sul sentiero, poi lo accompagnò fino al muro di contenimento.

L’altra coperta era ancora piegata sulla pietra asciutta. Il padre gliela mise intorno alle spalle.

Solo allora Darel si tolse la sacca e gliela appoggiò accanto.

Tìmir uscì dal cappuccio, saltò sul muro e rimase con le zampe vicine, annusando il vento.

Teren aprì la sacca dell’acqua.

«Prima bevete.»

Neris prese il recipiente con entrambe le mani.

Il padre le tenne fermo il fondo finché non l’ebbe riabbassato.

L’uomo dei carichi arrivò dal sentiero con due lavoranti e un carretto.

Teren lo vide prima che raggiungesse la curva.

Si alzò, ma non lasciò i figli.

«Sono tornati.»

L’uomo si fermò davanti a loro. Guardò Erian, la fasciatura, Lethra con il tamburo. Poi vide Neris.

Gli si aprì un poco la bocca.

«C’eri anche tu», disse.

La bambina sollevò lo sguardo dal recipiente.

«Sulla banchina. Facevi domande a quello che portava il sale.»

Erian guardò il padre.

Teren gli mise una mano sulla spalla.

«Sì», disse.

L’uomo dei carichi si voltò verso l’apertura. Uno dei lavoranti aveva posato il carretto: sopra c’erano una catena arrotolata e due involti di tela scura.

«Il fiato?»

«Adesso riesce a respirare», rispose Lethra.

L’uomo aspettò.

Da dentro arrivò un soffio lungo. Il ramo con la fodera si mosse verso il sentiero.

Nessuno tossì.

Il lavorante più vicino si passò una mano sotto il naso.

«Non si sente.»

L’uomo dei carichi rimase a guardare l’imbocco per un’altra espirazione.

«I fuochi sono ancora spenti?» domandò Teren.

«Sì.»

«Non accendeteli.»

L’altro si chinò a sollevare un lembo degli involti. Dentro c’erano stoppa e legnetti asciutti.

Li ricoprì.

«Portate questo alla rimessa», disse ai lavoranti. «Anche la catena.»

Uno dei due guardò verso la fortezza.

«E gli sfiati?»

«Fate togliere le coperture che hanno già messo. Voglio che restino liberi.»

Non disse che il pericolo fosse finito per sempre. Indicò all’uomo rimasto accanto al carretto di andare prima a controllare le case più basse, poi si chinò verso Teren.

«Se ricomincia, qualcuno deve avvisarmi.»

Il padre di Erian annuì.

«Mi trovi a casa.»

Prima di scendere, Teren guardò la gamba del figlio.

La fasciatura si era spostata. Erian avrebbe preferito tenerla così, pur di non sentire le dita intorno al ginocchio, ma il padre aveva già preso una delle strisce pulite.

«La sistemo soltanto. Poi facciamo controllare il resto.»

Lethra tenne la coperta sollevata mentre lui lavorava.

Teren raccolse le cose portate per loro e lasciò la corda agli uomini che ancora lavoravano sul sentiero.

Darel si offrì di portare di nuovo la sacca.

Erian strinse la tracolla.

«Questa riesco.»

Il giovane non insistette. Aspettò che se la fosse messa bene sulla spalla, poi gli porse il braccio.

Quello Erian lo prese.

La discesa richiese più tempo di quanto avesse immaginato. Nei tratti larghi Teren stava accanto a Neris; quando il terreno si faceva ripido, la faceva fermare e tornava ad aiutare il figlio.

Non cercò di portarli entrambi.

Aspettava, prendeva quello che gli lasciavano prendere e tornava indietro quando serviva.

Una volta Neris scivolò sulla ghiaia. Si rimise dritta prima che qualcuno la raggiungesse e rimase a guardare il piccolo segno lasciato dalla scarpa.

Poi passò la suola sul terreno, cancellandolo.

Erian la vide sorridere appena.

Le prime case avevano ancora le imposte accostate.

Davanti a una porta c’era un secchio pieno d’acqua; sulla soglia, il sale si era raccolto in piccoli grumi umidi.

Una donna li guardò passare dalla finestra. Chiamò Teren e si sporse tanto che una molletta cadde nel vicolo.

«Li hai trovati?»

Il padre si fermò.

La donna vide Neris accanto a lui.

Si portò una mano alla bocca.

«Ma dov’era…»

Non finì la domanda.

Erian continuò a guardarla. La donna strinse le dita sul davanzale e pronunciò il nome della bambina, piano, come per controllare che fosse proprio quello.

Teren annuì.

«Adesso li porto a casa.»

Lei guardò la fasciatura di Erian.

«Vado a chiamare qualcuno.»

Scomparve dentro prima che il padre potesse rispondere.

Più avanti due uomini stavano trascinando una tela arrotolata giù da una scala appoggiata alla roccia. Uno disse all’altro di avvisare anche quelli del versante opposto.

Neris li seguì con gli occhi.

«Non lo uccidono?»

Teren scosse il capo.

«Stanno portando via quello che avevano preparato.»

La bambina si voltò un’ultima volta verso Orven.

Da lì non potevano vedere Vorath.

Il monte rimase immobile sopra i tetti.

Alla rimessa del porto, Boro alzò la testa prima che Darel raggiungesse la tettoia.

Il giovane gli andò incontro e gli posò una mano sul collo. Il mulo gli spinse il muso contro la giacca, cercando più in basso.

«Non ho niente.»

Boro controllò lo stesso.

Il vecchio delle chiavi uscì dal fondo con un secchio vuoto. Guardò Darel, poi tutti gli altri, e lasciò il recipiente vicino alla porta.

«Il fieno l’ha mangiato.»

«Quanto?»

Il vecchio indicò il posto dove prima c’era stato il mucchio.

Darel abbassò gli occhi verso il mulo.

«Capisco.»

Erian si sedette sulla panca. Teren gli sistemò sotto il piede un pezzo di legno, poi si inginocchiò a togliere dal pavimento ciò contro cui Neris avrebbe potuto inciampare.

La bambina rimase sulla soglia finché Tìmir non le passò fra le scarpe. Lo seguì con lo sguardo e infine entrò.

Lethra appoggiò il diario accanto a Erian.

«Lo metto via?»

Il ragazzo lo prese e lo ripose nella sacca, accanto al quaderno scuro.

Darel recuperò i bagagli lasciati alla rimessa.

Il vecchio gli indicò la cassa sul ripiano alto. Il giovane la aprì e ne sollevò il bestiario ancora avvolto nella tela cerata.

Lethra spostò una cesta perché Darel potesse appoggiarlo. Un’estremità del segnalibro spuntava dalla copertura.

Darel controllò che la tela fosse asciutta e la richiuse senza sfogliare il volume.

Fuori arrivò un altro carretto.

L’uomo che lo spingeva posò la catena vicino agli attrezzi e domandò dove lasciare le esche. Teren si alzò per indicargli un posto lontano dal braciere.

Quando tornò, Neris aveva preso una tazza dal tavolo.

«Questa posso usarla?»

«Sì.»

Il padre gliela riempì a metà. Poi ne portò una a Erian.

Il ragazzo bevve un sorso e si accorse che aveva freddo.

Teren gli raccolse la coperta dietro la schiena.

«Adesso basta camminare», disse. «Vi trovo un carro.»

Erian guardò fuori. Oltre la banchina c’erano gli alberi delle navi, il mare fra le cime, una vela scura che passava davanti all’imboccatura del porto.

Neris venne a sedersi accanto a lui.

Non cercò la vela.

Tenendo la tazza con una mano, infilò due dita dell’altra in quella del fratello.

Erian le strinse.

TRENTATRÉQUELLO CHE SENTIAMO

Il carro che Teren riuscì a farsi prestare aveva una ruota più piccola delle altre.

Lo spinse davanti alla rimessa e rimase a guardarlo con le mani sui fianchi.

«Andremo piano.»

Darel si affacciò dalla tettoia.

«Quello lo avrebbe deciso comunque il carro.»

Teren abbassò gli occhi sulla ruota, poi tornò dentro a chiedere al vecchio un telo per rivestire il fondo.

Neris aveva finito l’acqua. Continuava a tenere la tazza sulle ginocchia, con le dita intorno al bordo.

Erian gliela prese e la posò sulla panca.

«Puoi dormire un poco.»

«Non ho sonno.»

Gli si appoggiò contro e chiuse gli occhi.

Lethra aveva aperto la porta del magazzino per cercare qualcosa di morbido da mettere sotto la gamba. Tornò con un sacco vuoto ripiegato e lo porse a Teren.

Il padre lo provò sul fondo del carro.

«Prima aspetto quella donna. Ha detto che veniva a vedere il ginocchio.»

Erian fece per rispondere che poteva aspettare a casa.

Guardò il proprio piede sul pezzo di legno e cambiò idea.

Tìmir salì sulla panca passando dietro la sacca.

Annusò la tazza vuota, infilò il muso fra Erian e Neris e cercò di raggiungere la coperta. La coda gli rimase sotto il palmo del ragazzo.

Erian non se ne accorse subito.

Sentì un verso corto, poi una parola.

«La coda.»

Sollevò la mano.

Neris aprì gli occhi.

«Che c’è?»

Erian la guardò.

«L’hai detto tu?»

La bambina scosse il capo.

Tìmir tirò a sé la coda e se la passò fra le zampe, controllando il ciuffo grigio.

«La coda», ripeté.

Lethra si fermò con una striscia di cuoio in mano.

Per alcuni istanti Erian sentì soltanto i colpi irregolari di una ruota sui ciottoli del porto.

Poi Neris si raddrizzò tanto in fretta da urtargli la spalla.

«Tìmir?»

Il nìvelo sollevò il muso.

La voce era venuta dalla sua gola: sottile, un poco raschiata, con una pausa fra le sillabe. Erian aveva visto muoversi la bocca.

«Hai parlato.»

Tìmir tenne un orecchio diritto e l’altro inclinato.

Lethra posò il cuoio.

«L’ho sentito anch’io.»

Erian allungò una mano. Si fermò prima di toccarlo, senza sapere perché.

Il nìvelo guardò le dita sospese.

«Puoi.»

Erian gli sfiorò il dorso.

Era lo stesso pelo caldo, schiacciato da una parte per il tempo passato nel cappuccio. Tìmir si piegò sotto la carezza, poi provò di nuovo a infilarsi nella coperta.

Neris si voltò verso la porta.

«Darel.»

Il giovane comparve tenendo la cavezza di Boro.

«Che cosa è successo?»

La bambina indicò la panca.

Non riuscì a dire altro.

Darel ascoltò senza interromperli.

Quando Erian finì, guardò Lethra. Lei annuì.

Il giovane lasciò pendere la cavezza lungo il collo del mulo.

«Tutti e tre?»

«Tutti e tre.»

Darel abbassò gli occhi su Tìmir.

«E adesso?»

Il nìvelo spuntò da sotto il bordo della coperta.

«Adesso cosa?»

Darel arretrò di mezzo passo.

Boro alzò la testa.

Lethra si portò una mano alla bocca, ma non stava ridendo.

Erian sentì muoversi qualcosa dietro lo stomaco: paura, meraviglia e troppe domande per riuscire a sceglierne una.

«Da quanto…»

Si fermò.

Tìmir lo guardava con entrambi gli occhi.

«Perché non ci hai mai parlato?»

Il nìvelo aprì la bocca, poi la richiuse. Per un momento sembrò cercare il fiato con lo stesso movimento con cui annusava l’aria prima di uscire da un nascondiglio.

Fu Boro a interromperli.

«Più largo.»

Darel si immobilizzò.

La voce era bassa e ruvida. Il mulo mosse il muso contro la correggia che il giovane aveva stretto senza accorgersene.

«Qui.»

Darel lasciò subito la presa.

La cavezza scivolò un poco.

Boro abbassò il capo e tornò a respirare senza premere il cuoio con la mandibola.

Neris guardò Erian.

Questa volta non chiese se l’avesse detto qualcuno di loro.

Teren entrò dalla strada con un cuscino prestatogli dall’uomo del carro.

Si fermò davanti ai quattro ragazzi.

«Che cosa c’è?»

Nessuno rispose abbastanza in fretta.

Il padre posò il cuscino e si avvicinò al figlio.

«Ti senti male?»

«No.»

Erian guardò Tìmir, che aveva raggiunto il suo ginocchio sano.

«Non più di prima.»

Il nìvelo appoggiò una zampa sulla coperta.

«Hai paura.»

Teren si voltò verso Neris.

La bambina indicò Tìmir senza parlare.

Il padre abbassò lentamente il capo.

Erian si accorse che gli si era asciugata la bocca.

«Si vede tanto?» chiese al nìvelo.

«Si sente.»

Lethra si avvicinò alla panca.

«Che cosa senti?»

Tìmir guardò prima lei, poi Erian.

«La paura. Quando arriva.»

Il ragazzo si strofinò il palmo sui pantaloni. La polvere della soglia non c’era più, ma continuava a sentirsela addosso.

Pensò al corridoio di Avelùr, al momento in cui aveva capito che lo stavano facendo aspettare ancora.

Poi guardò Tìmir.

«Sai a che cosa sto pensando?»

Il nìvelo rimase fermo.

«No.»

«Ma senti che ho paura.»

«Sì.»

Erian abbassò gli occhi sulla sacca. Dentro c’era il diario, vicino al quaderno scuro.

Per un momento Erian cercò un’altra domanda. Tìmir gli appoggiò il petto contro il polso e lui smise di strofinarsi la mano.

Darel era rimasto accanto a Boro. Gli passò le dita sotto la cavezza per controllare di averla allentata abbastanza.

«Ti ho fatto male?»

«Adesso no.»

Il giovane ritirò la mano.

Provò a sorridere.

«Mi farai sapere ogni volta che sbaglio?»

Boro girò un orecchio verso di lui.

«Sei spaventato anche tu.»

Il sorriso rimase sulla faccia di Darel per un istante di troppo.

Poi sparì.

«Sai perché?»

Il mulo lo guardò.

«No.»

Darel annuì piano, come se proprio quella risposta gli avesse permesso di respirare meglio.

Si mise di fianco a lui, senza riprendere la cavezza.

La donna arrivò mentre Teren era ancora chino davanti alla panca.

Portava un catino, panni puliti e una borsa che posò per terra senza chiedere se ci fosse spazio.

«Il ragazzo con la gamba?»

Teren si scostò.

Lei guardò Erian, poi il legno sotto il piede.

«Da quanto ci cammini sopra?»

Il ragazzo aprì la bocca.

«Troppo», disse Lethra.

La donna si inginocchiò e cominciò a sciogliere la fasciatura.

Tìmir lasciò il ginocchio sano e salì sulla spalliera. Boro rimase sotto la tettoia con Darel.

Quando il panno si staccò dalla pelle, Erian strinse il bordo della panca.

La donna si fermò.

«Dimmi quando fa male.»

«Adesso.»

Lei annuì e bagnò di nuovo la stoffa.

Teren gli rimase accanto. Non gli disse di non guardare, né che sarebbe finita subito. Gli tenne ferma la gamba quando fu necessario e lasciò che fosse la donna a chiedergli di muoverla.

Neris prese la tazza e andò a riempirla.

Tornò senza versare acqua, concentrata sui pochi passi fra il tavolo e la panca.

Le domande rimasero lì, fra loro e gli animali. Nessuno aveva ancora trovato un modo di farle in ordine.

Ad Avelùr, la chiave giusta era la quarta.

Veyr aspettava dietro l’addetto con le mani aperte lungo i fianchi. La destra gli bruciava ancora dove aveva premuto contro la porta del ballatoio.

L’uomo provò a girare la chiave, la ritirò di poco e questa volta riuscì.

La serratura scattò.

Veyr riconobbe i passi prima di vedere Ilen.

Lei si fermò dall’altra parte della porta. Guardò l’addetto, le chiavi, il corridoio dietro di loro.

«Posso uscire?»

L’uomo cominciò ad annuire.

Poi si tolse di mezzo.

Ilen mise un piede oltre la soglia.

Nessuno la fermò.

Veyr fece per avvicinarsi, ma lei gli prese prima il polso.

«Che cosa hai fatto alla mano?»

Lui guardò la pelle arrossata.

«Ho tenuto una porta.»

Ilen alzò gli occhi sul viso di Veyr.

«Per chi?»

«Un ragazzo e sua sorella.»

La donna non lasciò il polso.

Veyr abbassò il capo.

«Prima ho fatto altre cose. Per continuare a venire qui.»

Dal cortile arrivò una voce che chiedeva di aspettare il proprio turno.

«Te le devo raccontare», aggiunse.

Ilen rimase a guardarlo.

Poi lasciò scorrere la mano fino alle sue dita, evitando il punto arrossato.

«Sì.»

Non aggiunse altro.

Scesero senza un addetto davanti.

Al primo cortile Ilen si fermò vicino al parapetto. La vasca era ancora vuota e sul bordo si era posata una foglia.

Veyr aspettò che fosse lei a riprendere il cammino.

Dal portico dei lasciti arrivava la melodia. Mira si era seduta con una tazza; una donna al suo fianco provava la frase mentre Auren la sosteneva. Tavir aspettava poco più in là, tenendo libera la strada per chi arrivava.

Serevan era sulla panca.

I due addetti non si erano allontanati.

Una persona si chinò verso di lui e gli tese il palmo. Il Custode disse qualcosa che Veyr non riuscì a sentire.

La persona rimase con la mano aperta.

Veyr si fermò sotto l’arco.

Serevan lo vide.

«Veyr.»

L’uomo sentì il proprio nome e l’impulso di lasciare la mano della moglie per avvicinarsi.

Ilen non lo trattenne.

Veyr rimase dov’era.

«Dove vuoi andare?» le chiese.

La donna guardò il canale oltre il portico.

«Dove posso sedermi e vedere l’acqua.»

Si avviarono insieme. Veyr non cercò la strada delle visite, quella che doveva percorrere ogni volta senza fermarsi.

Prima di voltare, Ilen guardò il banco dei lasciti e le persone che aspettavano.

«Mi racconti tutto», disse.

Lui annuì.

Quando la donna ebbe finito, il ginocchio di Erian era di nuovo fasciato e lui aveva ancora meno voglia di alzarsi.

«Per oggi hai camminato abbastanza», gli disse.

Teren indicò il carro.

«Lo porto fino alla porta.»

La donna guardò la ruota.

«Tenetegli la gamba ferma.»

Promise di passare il giorno dopo e si fece spiegare dove abitavano.

Erian cercò il fiato per ringraziarla. Gli uscì una parola troppo bassa, ma lei la sentì e gli strinse per un momento la spalla.

Darel portò Boro accanto al carro, senza attaccarlo. L’uomo che l’aveva prestato rimase alle stanghe; Teren lo avrebbe aiutato nei tratti in salita.

Caricarono prima la sacca di Erian, poi i bagagli e il bestiario cerato. Lethra tenne il tamburo con sé.

Neris salì dalla parte della ruota più grande e si sedette sul sacco ripiegato.

Per sistemare Erian ci volle più tempo. Darel lo sostenne sotto le braccia, Teren gli accompagnò la gamba e la donna controllò che il piede non sporgesse dove avrebbe potuto urtare un muro.

Alla fine il ragazzo lasciò andare il fiato.

Tìmir gli saltò accanto.

Erian lo guardò.

Il nìvelo sollevò un orecchio.

«Ti faccio paura io?»

Il ragazzo rimase un poco senza rispondere.

Poi allungò la mano e gliela lasciò vicino, sul fondo del carro.

«Sono molte cose insieme.»

Tìmir annusò le dita.

«Resto?»

«Sì.»

Il nìvelo gli si sistemò contro il fianco.

Si mossero tanto lentamente che Neris ebbe il tempo di contare tre volte le assi del fondo.

Darel camminava di fianco a Boro. Ogni tanto il giovane si voltava verso il mulo, prendeva fiato e poi tornava a guardare la strada.

Lethra se ne accorse.

«Stai scegliendo che cosa domandargli?»

«Sto cercando una domanda che non ne contenga altre venti.»

La ragazza annuì.

Camminarono ancora per un tratto.

Poi Darel guardò Boro.

«Il basto sfrega?»

«Non adesso.»

«Prima?»

Il mulo mosse il collo, indicando con il muso una delle imbottiture ripiegate sul carico.

Darel vi passò sopra le dita.

«Te lo sistemo prima di rimettertelo.»

Boro riprese a camminare.

Erian li guardò dal carro. Gli sembrò che Darel avesse trovato una domanda dalla quale riusciva almeno a cominciare.

La finestra rivolta al mare era chiusa.

Dal fondo del vicolo Erian vide prima le imposte, poi la porta di casa. I rami del fico del vasaio sporgevano sopra il muro accanto.

Teren lasciò la stanga all’altro uomo e andò ad aprire la porta.

Neris si alzò prima che il carro fosse fermo.

«Aspetta», disse Erian.

Lei si rimise seduta.

Quando il padre tornò, si fece prendere sotto le braccia e scendere.

Rimase sul gradino a guardare l’interno.

Erian aspettò il proprio turno. Non aveva dimenticato come si entrava, né dove il corridoio si stringeva vicino alla parete. Cercava, però, qualcosa che quelle stanze non riuscivano più a dargli.

Teren tornò con Darel.

«La sedia è pronta», disse. «Oppure ti portiamo direttamente a letto.»

«A letto.»

Non gli importò che gli altri lo sentissero.

Lo aiutarono ad attraversare la porta. Tìmir scese dal carro da solo e li seguì lungo il muro.

Lethra portò dentro la sacca e il tamburo. Darel tornò poi nel vicolo a scaricare gli altri bagagli; il bestiario rimase chiuso nella tela.

Per qualche tempo la casa si riempì di cose appoggiate, porte tenute aperte, persone che chiedevano dove fosse meglio passare.

Erian sedeva sul letto con una mano al bordo del materasso.

Neris comparve sulla soglia della camera.

«Posso stare qui?»

Lui fece spazio accanto al cuscino.

La bambina entrò senza togliersi la coperta.

Teren portò una brocca e una tazza, poi spostò un piccolo tavolo perché Erian potesse raggiungerli senza alzarsi.

«Stanotte dormo nella stanza accanto», disse.

Il ragazzo guardò la porta.

«Non devi tornare al porto?»

«Ho mandato a dire dove sono.»

Teren controllò che il bordo della coperta non tirasse sulla fasciatura. Stava per raddrizzare anche il cuscino, ma Erian gli fermò la mano.

«Così va bene.»

Il padre la ritirò.

Rimase un momento accanto al letto.

«Lethra e Darel sono fuori. Vado a vedere dove possiamo sistemare Boro.»

Erian annuì.

«Poi torno.»

Il ragazzo sentì i passi allontanarsi, fermarsi nel corridoio, riprendere insieme a quelli degli altri.

Tìmir salì sul letto e si infilò nello spazio fra il fianco di Erian e la coperta di Neris.

La bambina guardò il nìvelo.

«Potrai dirmi quando hai fame.»

Tìmir sollevò il muso.

«Ho fame.»

Neris lo fissò.

Poi rise.

La risata le si spezzò quasi subito; si portò una mano sul viso e si piegò verso il fratello.

Erian le appoggiò un braccio sulle spalle.

«Mi dispiace», disse lei.

Lui la tenne vicina.

«Ho scelto io.»

Non seppe dirle altro.

Dal corridoio tornò la voce di Teren. Chiedeva se il vasaio avesse spazio al coperto per un mulo e se potesse usare una delle sue ceste per il fieno.

Neris smise piano di tremare.

Quando riuscì a rialzare il capo, Tìmir aveva posato il muso sulle zampe.

Erian gli passò un dito fra le orecchie.

«Non ho ancora capito molte cose», disse.

Il nìvelo rimase contro di lui.

Erian lasciò la mano dov’era.

TRENTAQUATTROLE STRADE CHE RESTANO

Erian si svegliò perché qualcuno stava discutendo con una brocca.

«Se la metti lì, non ci arriva.»

«Posso spostargli il tavolino.»

«Poi non passa la gamba.»

Aprì gli occhi.

Neris era in piedi accanto al letto. Teren teneva la brocca sollevata, aspettando che lei decidesse dove lasciarla.

«Qui», disse Erian.

Indicò il posto del giorno prima.

Il padre vi posò l’acqua.

La bambina lo guardò come se la soluzione fosse stata evidente fin dall’inizio.

Tìmir uscì da sotto il bordo della coperta, stirò una zampa e annusò l’aria.

«Pane?»

Neris gli mostrò il pezzo che aveva in mano.

«Questo è di Erian.»

Il nìvelo la seguì con lo sguardo fino al momento in cui lei lo posò sul piatto.

Erian si mise seduto. Aspettò che il ginocchio smettesse di protestare, poi guardò la porta.

«Lethra e Darel?»

«Sono qui», disse Teren. «Il vasaio ci ha lasciato il riparo dietro il forno. Boro è all’asciutto.»

Dal vicolo arrivò un colpo di martello, seguito da un’imprecazione.

«Darel sta sistemando il basto», aggiunse Neris.

Erian prese il pane.

Il padre non aveva indossato il mantello.

La donna tornò come aveva promesso.

Questa volta Teren le aveva preparato l’acqua e un posto per la borsa. Neris tenne Tìmir lontano dal catino per tutta la visita.

Erian provò a piegare la gamba.

«Fermati lì.»

Si fermò subito.

La donna guardò il ginocchio, poi le dita di Erian serrate sul lenzuolo.

«Non devi mostrarmi che ci riesci.»

Quando se ne andò, il ragazzo rimase a fissare la porta aperta.

Teren stava raccogliendo i panni.

«Oggi devo passare alla rimessa», disse.

Erian sollevò il capo.

«Quanto?»

Il padre si voltò.

«Il tempo di parlare con quello che mi tiene il lavoro. Voglio farmi portare qui i pezzi piccoli.»

«Quali pezzi?»

«Bozzelli. Qualche giuntura da rifare. Non posso mettere una nave in camera tua.»

Erian guardò il pavimento.

«Per fortuna.»

Teren annuì, ma non si mosse subito.

«Torno prima che mangiate.»

Il ragazzo avrebbe voluto credergli senza sentire il bisogno di ricordare le parole esatte.

«Va bene.»

Sentì il padre salutare Lethra nel corridoio. Poi la porta si richiuse.

Erian fece portare il diario vicino al letto.

Lethra trovò una pagina libera e vi lasciò una penna presa in prestito dal vasaio, insieme a un poco d’inchiostro.

Il ragazzo aprì il volume sulle ginocchia, tenendolo lontano dalla fasciatura.

Tìmir era sul cuscino.

«La domanda di ieri è ancora lì», gli disse Erian.

Il nìvelo girò il muso.

«Perché non ci hai mai parlato?»

Tìmir si raddrizzò sulle zampe anteriori. Erian lo vide aprire la bocca, fermarsi e riprovare.

«Non so spiegarlo.»

Il ragazzo aspettò.

Lethra rimase accanto alla finestra senza intervenire.

«Non è una risposta», disse infine Erian.

Tìmir abbassò un orecchio.

Erian guardò la pagina.

Scrisse quello che avevano sentito alla rimessa. Neris, seduta sul bordo del letto, gli fece correggere l’ordine: Boro aveva chiesto di allargare la cavezza prima che Teren rientrasse.

Lethra lesse le ultime righe.

«La paura l’hanno detta entrambi.»

Erian lo aggiunse.

Poi lasciò uno spazio e scrisse:

Non sappiamo da quando possano parlare, perché prima non lo facessero, né come sentano le emozioni. Non sanno che cosa pensiamo.

Rilesse.

Tìmir si era avvicinato al bordo del cuscino. Non cercava l’inchiostro; guardava la mano del ragazzo.

Erian posò la penna e gli offrì il palmo.

Il nìvelo vi appoggiò il muso.

La domanda rimase aperta sulla pagina.

Teren tornò con un bozzello smontato e una tavoletta sotto il braccio.

Neris lo sentì entrare e comparve nel corridoio con il piatto ancora in mano.

«Stavamo per mangiare.»

«Lo so.»

Il padre si affacciò nella camera.

Erian guardò il lavoro che portava.

«Ti hanno lasciato prenderlo?»

«Se lo riporto aggiustato.»

Teren posò i pezzi su un panno. Il perno aveva consumato il legno da una parte e la ruota si inclinava appena veniva fatta girare.

Erian allungò un dito.

«È qui.»

«Sì.»

Il padre gli passò la ruota.

Il ragazzo la tenne nel palmo, provò il foro con il pollice e gliela restituì.

Teren prese il piatto dalle mani di Neris e lo sistemò sul tavolino.

Il bozzello poteva aspettare.

Nei giorni successivi Erian imparò di nuovo quanto fosse lunga la casa.

Il primo percorso fu fino alla porta della camera. Il secondo arrivò alla sedia in fondo al corridoio. Tornare a letto richiese più fatica che raggiungerla.

Neris lo seguiva senza offrirgli il braccio, ma se lui si fermava si fermava anche lei.

Teren usciva per il lavoro che non poteva portare a casa. Diceva dove sarebbe stato, quanto pensava di metterci e a chi rivolgersi se avessero avuto bisogno di lui.

Una volta tornò più tardi. Aveva mandato un uomo ad avvisare.

Erian si arrabbiò comunque.

Quando il padre entrò, glielo disse.

Teren ascoltò senza rispondergli che almeno lo aveva avvisato.

Il giorno dopo parlarono degli orari prima che uscisse.

Nel riparo del vasaio, Darel scucì l’imbottitura del basto e la riempì di nuovo. La prima prova durò pochi passi.

Boro si fermò.

«Ancora qui.»

Il giovane gli tolse il carico e cercò con le dita lungo la cucitura.

Lethra lo aiutò a tenere ferma la stoffa mentre ricominciava.

Le lettere occuparono un’intera mattina.

Erian era seduto vicino alla finestra della propria camera, con la gamba su uno sgabello. Lethra aveva messo il diario sul tavolo e aperto il quaderno scuro.

Le due lettere di Sivra, quelle che Orena aveva conservato sulla costa, erano aperte davanti a lui.

Erian riusciva a leggerle. Non riconosceva la voce di chi le aveva scritte.

Lethra gli lasciò il tempo di arrivare in fondo.

«Che cosa vuoi dire a Orena?»

Il ragazzo prese un foglio nuovo.

Neris è tornata a Vaelra. Siamo con nostro padre.

Si fermò a scaricare la penna sul bordo del recipiente.

La donna che aiutò Sivra si chiama Auren. L’abbiamo trovata. Quando siamo partiti non era più costretta a danzare.

Guardò Lethra.

«Questo lo abbiamo visto.»

Lei annuì.

Erian proseguì.

Il veliero è rimasto al molo di Avelùr. Non siamo tornati dalla stessa strada e non so quando potremo riportarlo. Vi facciamo avere notizie come avevamo concordato.

Darel avvicinò la propria sedia.

Rilessero insieme il resto: Vorath, il passaggio, ciò che era accaduto a Serevan fino al momento in cui l’avevano lasciato.

Di Veyr scrissero che li aveva aiutati a restare insieme e che era andato a cercare Ilen.

Non sapevano altro.

Erian aggiunse una riga per dire che cosa aveva dato al passaggio.

Non cercò un modo di farlo sembrare più piccolo.

Darel scrisse al padre prima di preparare i bagagli.

Gli disse che aveva trovato un modo per tornare e che sarebbe passato dai magazzini della città sul ponte per riprendere il conto della merce.

Rimase a lungo sull’ultima parte.

«Non è la prima volta che glielo spiego», disse.

«Lo so», rispose Erian.

«Ma adesso devo arrivarci davvero.»

Il ragazzo guardò i fogli. Ricordava la lettera affidata al trasportatore e il carro che si era allontanato dalla casa di sosta.

«La deviazione nel bosco l’avevo chiesta io.»

Darel annuì.

«C’è già scritto. C’è anche che avevo fatto male i conti prima di accettarla.»

Erian si passò un dito sul bordo del diario.

«Quando potrò lavorare, ne riparliamo.»

Il giovane non gli disse che non serviva.

Piegò il foglio.

«Prima bisogna sapere quanto manca.»

Lethra aveva scritto due lettere. Una era per la famiglia. Nell’altra chiedeva a Deyra se conoscesse una bottega nella quale potesse fare una nuova prova.

Erian la vide rileggere quella parte.

«Potresti tornare da lei.»

«Potrei domandare.»

La ragazza girò il foglio verso di lui.

«Il posto che mi aveva offerto l’ho lasciato. Non so chi ci sia adesso.»

Controllò che l’inchiostro fosse asciutto e ripiegò la carta.

«Prima torno a casa. Poi cerco ancora.»

Teren trovò un mercante diretto alla costa delle navi incagliate.

L’uomo venne a prendere la lettera per Orena e fece ripetere le indicazioni della casa dal portello rosso. Lethra gliele mostrò nel disegno, poi richiuse il quaderno scuro e lo lasciò accanto a Erian.

Darel affidò un altro foglio a chi tornava verso la strada dei carri.

Le lettere di Lethra sarebbero partite con Darel fino al primo luogo dal quale avesse potuto farle proseguire.

Quando gli uomini se ne andarono, il tavolo sembrò improvvisamente grande.

Neris passò un dito sul punto dove la penna aveva lasciato una goccia.

«Rispondono?»

«Quando potranno», disse Teren.

La bambina guardò il fratello.

Erian ripose le due lettere di Sivra dentro il quaderno scuro.

«Aspettiamo», disse.

Questa volta sapevano almeno a chi avevano scritto.

Lethra restituì il tamburo la sera prima di partire.

Lo posò sulle ginocchia di Erian ancora avvolto nel panno azzurro.

«Il segno è qui.»

Scoprì il tratto di cornice che aveva urtato la roccia sotto Orven.

Erian vi passò il pollice.

Ricordava di averle consegnato lo strumento. Ricordava di aver sentito di nuovo i suoi colpi nel cortile basso, quando Serevan cercava di farli separare.

Non riusciva più a ricordare le mani di Sivra sullo stesso legno.

Neris si avvicinò.

Erian tenne lo strumento fermo perché potesse guardarlo anche lei.

Lethra riavvolse il panno senza tirare troppo sul bordo.

«Non vorrei andare via prima che tu riesca a…»

Si interruppe.

Erian sollevò gli occhi.

«A fare cosa?»

La ragazza guardò la gamba sullo sgabello, poi lui.

«Non lo so.»

Erian spostò il tamburo sul tavolo.

«Puoi andare.»

Lethra rimase ferma.

«Mi scrivi?» le chiese.

«Sì.»

«Anche se la prova va male.»

Lei sorrise appena.

«Anche se va male.»

Darel e Lethra partirono insieme fino al bivio dal quale avrebbero preso strade diverse.

Prima che arrivasse il carro con cui Lethra aveva trovato un passaggio, Darel caricò Boro nel vicolo.

Questa volta non occupò tutto lo spazio del basto.

Passò la mano sotto l’imbottitura, fece camminare il mulo e aspettò.

«Così?»

Boro mosse il collo.

«Così.»

Il giovane controllò ancora i legacci.

Erian era seduto sul gradino, con il bastone accanto alla gamba. Teren gli rimaneva vicino senza tenere la porta aperta alle sue spalle: per quel poco poteva stare fuori.

Neris abbracciò Lethra per prima.

«Non dimenticarci.»

La ragazza si chinò.

«Scriverò.»

Non aggiunse una promessa più grande.

Poi Neris si voltò verso Darel. Il giovane la lasciò stringersi alla casacca, con le braccia un poco impacciate.

Boro avvicinò il muso ai suoi capelli.

«Piano», gli disse lei.

Il mulo si fermò.

Lethra tornò dentro a prendere l’ultima borsa.

Quando uscì non aveva il bestiario.

Erian guardò verso il corridoio.

«Il libro?»

«Se per te va bene, lo lascio qui.»

Neris si voltò subito.

Lethra le indicò la stanza.

«Finché non torno, tienilo lontano dall’acqua.»

«Lo posso guardare?»

«Certo.»

La bambina annuì con una serietà che Erian conosceva bene e della quale non si fidava del tutto.

Lethra si sistemò la borsa sulla spalla. Dentro spuntava un ritaglio di legno chiaro, uno di quelli che Deyra le aveva dato per esercitarsi.

Il diario grigio rimase sul tavolino di Erian. Prima di chiuderlo, i tre avevano scritto dove sarebbero andati e come far arrivare le lettere.

Darel batté un dito sulla propria tracolla.

«Ho copiato le indicazioni.»

Erian gli tese la mano.

Il giovane gliela strinse, poi si chinò e gli passò l’altro braccio intorno alle spalle.

Erian lo tenne un momento.

Quando arrivò Lethra, riuscì ad alzarsi appoggiandosi al bastone. Lei aspettò che fosse stabile prima di abbracciarlo.

Non gli chiese se adesso ricordasse qualcosa di più.

Li seguirono con gli occhi fino alla curva.

Il carro si mosse per primo. Darel e Boro gli camminarono accanto, poi le case li nascosero.

Neris rimase sul gradino.

Erian stava ancora in piedi, ma il peso del corpo aveva cominciato a fargli male al ginocchio.

Teren gli avvicinò la mano senza prendergli il braccio.

Il ragazzo vi si appoggiò.

«Rientriamo?»

Neris scosse il capo.

«Ancora un poco.»

Si sedettero tutti e tre.

Dal ripiano dietro la finestra Tìmir guardava il vicolo, con la coda avvolta intorno alle zampe.

Le prime notizie arrivarono quando Erian riusciva già a raggiungere i gradini senza chiedere a qualcuno di accompagnarlo.

Aveva ancora bisogno del bastone. Quando faceva troppo, la sera lo capiva prima di togliersi la scarpa.

Lethra scrisse che era arrivata a casa.

Aveva raccontato il viaggio alla famiglia. Suo padre aveva preso dal ripiano il lavoro che lei aveva lasciato a metà e glielo aveva messo davanti.

Gli ho chiesto di lasciarmi finire prima di correggerlo. È stato difficile per tutti e due.

Più sotto aveva disegnato una giuntura, rifatta in due modi diversi.

Ho preparato la borsa per quando troverò un’altra prova. Se da Deyra non c’è posto, cercherò altrove. Prima voglio finire questo.

Erian seguì i due disegni con un dito.

Poi girò il foglio per leggere di nuovo il principio.

Darel aveva una scrittura più larga.

Scrisse di essere passato dai magazzini e di aver ripreso il conto della merce perduta. Il compenso rimasto non bastava a chiuderlo.

Con mio padre stiamo decidendo quali lavori posso prendere. Gli ho raccontato anche il resto. Non sapevo da dove cominciare.

Seguivano le indicazioni per fargli avere una risposta.

La prossima consegna ha una sosta in più di quelle che avevo calcolato. Boro non ha discusso.

Neris lesse quella riga sopra il braccio di Erian.

«Secondo te adesso discute sempre?»

Il ragazzo pensò al mulo fermo nel vicolo, in attesa che Darel finisse di controllare la cinghia.

«Spero che Darel glielo chieda.»

Ripose entrambi i fogli fra le pagine del diario.

Quella sera avrebbero scritto le risposte.

Il bestiario era ancora avvolto nella tela cerata.

Neris lo portò sul letto con entrambe le braccia, tenendolo stretto contro il petto.

«Mi aiuti?»

Erian si spostò per farle posto.

La bambina appoggiò il volume, sciolse il tessuto esterno e sollevò la copertina. La striscia lasciata fra le pagine li condusse alla tavola duecentoquarantasette.

Comparve un animale piccolo e grigio.

Neris si chinò sul disegno.

«Ha due code.»

Erian guardò la membrana tesa fra loro, le zampe aperte, le dita che l’autore aveva disegnato una per una.

«Sei», disse la bambina, finendo di contarle.

Tìmir si avvicinò al bordo del letto.

Neris tenne la mano davanti alla sua zampa prima che raggiungesse la carta.

«Non si cammina sopra.»

Il nìvelo si sedette.

Sotto la figura c’erano righe di scrittura fitta, più piccola di quella usata per il resto della pagina.

Erian spostò il libro verso la luce.

«Vuoi sapere come si chiama?»

Neris annuì.

Dal corridoio arrivò la voce di Teren.

«È pronto.»

La bambina guardò la porta, poi di nuovo il disegno.

Rimise la striscia fra le pagine.

«Dopo.»

Erian richiuse il libro. Insieme lo spostarono sul tavolino, accanto al diario.

Poi cercò il bastone.

Teren comparve sulla soglia e aspettò che fosse in piedi.

Neris gli passò davanti, già diretta verso il profumo del pane.

Erian la seguì.

EPILOGOLA FINESTRA SUL MARE

La finestra della cucina era aperta.Fra i rami del fico del vasaio si vedeva ancora una striscia di mare. Il cielo aveva perso quasi tutto il colore, ma sui tetti rimaneva abbastanza luce da distinguere il comignolo storto.Teren aveva messo tre scodelle sul tavolo.Erian lasciò il bastone a portata di mano e cercò di sedersi senza urtare la gamba.Tìmir occupava già metà della sedia.«Ti devi spostare.»Il nìvelo sollevò il muso.«C’è posto.»Erian guardò lo spazio che gli aveva lasciato.«Per te.»Tìmir si raggomitolò un poco di più. Il ragazzo riuscì a sedersi e gli sistemò la coda lontano dal bordo.Neris aveva girato due volte intorno al tavolo prima di scegliere dove stare. Alla fine, prese il posto dal quale riusciva a vedere insieme il fratello e la porta.Teren non le chiese perché.Le versò la zuppa e le passò il pane.

Il bestiario arrivò in cucina dopo il primo boccone.Neris tornò a prenderlo in camera e lo portò sulla panca, sopra la tela cerata. Poi fece un secondo viaggio per il diario.«Così dopo lo leggiamo», disse.Erian spostò la brocca perché non fosse troppo vicina ai libri.Il padre aggiunse legna al focolare. Quando tornò al tavolo, aveva una macchia scura sotto il pollice.Neris la indicò.Teren si pulì sul panno.La macchia rimase.«Si vede ancora», osservò lei.«Domani riprovo.»La bambina considerò accettabile la risposta e riprese a mangiare.Da fuori arrivarono il rumore di una porta e una voce che chiamava qualcuno per cena. Il vasaio rispose dal proprio cortile.Erian spezzò il pane. Aveva camminato più del necessario nel pomeriggio e il ginocchio gli faceva male anche da fermo.Teren se ne accorse quando lo vide cercare un’altra posizione.Gli avvicinò uno sgabello.Il ragazzo vi posò il piede.«Così?»«Meglio.»Il padre tornò a sedersi.

Dopo mangiato finirono le risposte per Lethra e Darel.Neris volle aggiungere che aveva guardato il bestiario senza bagnarlo. Teren le suggerì di scriverlo nel foglio per Lethra, che glielo aveva affidato.Lei prese la penna.Tìmir seguì il movimento dalla sedia di Erian.«Lontano dall’inchiostro», gli disse la bambina.Il nìvelo ritirò il muso.Quando ebbe finito, Neris rimase con la penna sospesa.«La nonna mi teneva la mano qui.»Si toccò il polso.Erian alzò gli occhi.La bambina guardava il punto che aveva indicato.«Quando cucivo. Perché mettevo sempre le dita davanti all’ago.»Teren posò il foglio che stava piegando.Neris si voltò verso il fratello.«Te lo posso raccontare?»Erian annuì.

La calza aveva un buco nel tallone.Neris se lo ricordava perché all’inizio aveva pensato che fosse troppo grande per riuscire a chiuderlo. Sivra le aveva fatto girare la stoffa e mostrato da dove cominciare.«Io continuavo a tirare», disse. «Così diventava tutto stretto.»Appoggiò la penna e raccolse un angolo del panno che avevano usato a tavola.Lo pizzicò fra due dita, tentando di mostrare il movimento.«Facevo così.»Erian guardò il piccolo mucchio di stoffa.«E lei?»Neris gli prese la mano. Gli posò il pollice sul proprio polso e tenne l’indice un poco sollevato.«Mi fermava. Piano.»Il ragazzo lasciò che gli sistemasse le dita.«Qui?»«Sì.»Neris tirò appena il panno e poi smise.«Diceva di aspettare prima di stringere.»Erian provò a immaginare la donna seduta accanto a lei. La calza, l’ago, la pazienza necessaria a ricominciare più volte lo stesso punto.Non gli venne un volto.Guardò la mano della sorella sotto la propria.«Te lo faceva disfare?»La bambina annuì.«Io mi arrabbiavo.»Le sfuggì un sorriso.«Lei aspettava.»Teren passò il pollice sulla piega della lettera.«Sapeva aspettare molto più di me.»Erian lo guardò. Il padre non cercò di aggiungere qualcosa per farli sorridere.Neris gli lasciò la mano.La scena continuava ad assomigliare a una storia che gli avevano raccontato. Erian sapeva dove fosse il tavolo, come la lampada illuminasse la stoffa. Tutto ciò che riguardava Sivra gli arrivava dalle parole della sorella.Avrebbe potuto fare altre domande.Per quella sera gli bastò averne fatta una.

Teren aprì il diario dove c’era ancora spazio.«Vuoi scriverlo?» domandò.Erian prese la penna.Neris mi ha raccontato di una calza che Sivra le insegnava a rammendare. Le fermava la mano prima che l’ago passasse dalla parte sbagliata.Rilesse, poi guardò la sorella.«Così va bene?»Lei si avvicinò per controllare.«Sì.»Erian aggiunse una riga.Stasera mi ha mostrato come faceva.Quello avrebbe potuto ricordarlo.Passò il diario al padre perché lo tenesse lontano dalla brocca mentre l’inchiostro si asciugava.Neris raccolse il panno e lo piegò senza far combaciare bene gli angoli.«Domani te ne racconto un’altra», disse.Erian la guardò.«Va bene.»Teren richiuse il diario.Poi raccolse le scodelle e le portò vicino al catino. Non si affrettò a riempire il silenzio.

Neris staccò una briciola dal pane rimasto.La posò sul davanzale rivolto al mare, poi fece per chiudere l’imposta.Qualcosa le passò sopra le dita.Ritrasse la mano.«Erian.»Lui cercò il bastone e si alzò. Tìmir, addormentato sulla sua sedia, sollevò il muso con l’espressione infastidita di chi aveva appena trovato una sistemazione comoda.Fuori dalla finestra c’era un animale grigio, poco più grande della mano di Neris.Si aggrappava al legno con quattro zampe. Una delle anteriori stringeva il bordo con sei dita sottili; dietro il corpo, due code tenevano aperta una membrana quasi trasparente.La briciola era sparita.Neris guardò verso la panca.«Quello del libro.»Erian tornò al tavolo, tenendosi al bordo con la mano libera. Prese il bestiario e lo aprì accanto alla lampada.La stoffa lasciata fra le carte gli permise di trovare subito la tavola.Il disegno aveva il muso un poco più corto. Il resto coincideva, fino al piccolo dito ripiegato contro la zampa.Teren si asciugò le mani e avvicinò la luce.Erian lesse il nome: Ràvalo delle Terre Velate.Più sotto, una riga indicava una costa che non compariva sulle carte del porto.«Come ha fatto ad arrivare qui?» chiese Neris.Erian cercò nella scrittura fitta sotto la tavola. Teren gli tenne aperto il bordo della pagina.Non costruisce nidi sulla terraferma. Alleva i piccoli nelle pieghe del collo degli òbraci.Seguiva il numero di un’altra tavola.Prima che potesse cercarla, sul davanzale si posarono altri due ràvali.Tìmir smise di muoversi.Erian tornò alla finestra.Nella striscia di mare oltre il fico del vasaio, le luci del porto si specchiavano ancora nell’acqua. Una dopo l’altra, i riflessi si spezzarono.Un dorso emerse davanti all’imboccatura, tanto lungo che Erian non riuscì a vederne la fine fra i tetti.Accanto a quello affiorò un secondo dorso.Poi un terzo.

Altre opere da leggere