Storia · capitolo 4

LA DANZA SULLA RIVA

La danza dei Sommersi di Chris Robley


Erian chiuse la mano sulla chiave.

Per qualche istante rimase fermo nella camera della nonna, aspettando che il suono si ripetesse. Forse aveva contato male. Forse veniva dal porto, dove qualcuno stava ancora lavorando, e ciò che aveva scambiato per un tamburo era soltanto il colpo di un attrezzo contro una cassa.

Tre battiti.

Una pausa.

Altri due.

Neris gli strinse il braccio.

«È quella.»

Erian guardò verso la cucina. La tenda si muoveva lentamente, gonfiandosi e ricadendo contro il muro.

Il vento veniva dal mare.

«Andiamo da Odel», disse.

Neris rimase accanto alla cassa.

«Prima aprila.»

«Non adesso.»

«Se la chiave è tornata, forse dobbiamo farlo.»

Erian abbassò gli occhi sul metallo. Sentiva ancora l’umidità del cordoncino contro il palmo.

Avrebbe voluto inginocchiarsi e infilare subito la chiave nella serratura.

La nonna aveva tenuto quel tamburo nascosto per anni. Poi aveva cercato di insegnare loro qualcosa e non aveva fatto in tempo. Adesso la chiave era lì, mentre sulla spiaggia qualcuno suonava la stessa musica.

«Forse ci aiuta a capire», disse Neris.

Erian posò la lampada sul tavolino.

«Non toccare niente.»

Si inginocchiò.

La chiave entrò senza resistenza. Bastò girarla di poco perché la serratura scattasse.

Il coperchio si sollevò.

All’interno, il panno azzurro conservava la piega fatta dalle mani di Sivra. Erian lo aprì piano, cercando di non alterarne la forma.

Il tamburo apparve.

Neris si chinò sopra la sua spalla.

Dalla spiaggia arrivarono altri tre battiti.

I piccoli dischi inseriti nella cornice vibrarono.

Erian ritrasse la mano.

«L’hai toccato?» chiese alla sorella.

Neris scosse il capo.

Durante la pausa, i dischi si fermarono. Poi, ai due colpi successivi, tremarono di nuovo.

Dalla porta giunse un soffio acuto.

Tìmir era fermo sulla soglia, con le zampe rigide e la coda sollevata. Guardava il tamburo. Le sue orecchie si muovevano separatamente, una verso lo strumento e l’altra verso la cucina.

Neris allungò una mano.

«Vieni.»

Il nìvelo arretrò.

Erian coprì il tamburo.

Il lieve tintinnio cessò sotto la stoffa.

«Lo portiamo con noi», disse.

«Da Odel?»

«Sì.»

Prese lo strumento avvolto nel panno e lo sistemò nella sacca che usava per le commissioni. Neris gli porse il quaderno dal tavolino della cucina; lui esitò, poi infilò anche quello nella sacca.

La chiave finì nella tasca della giacca.

«Mettiti le scarpe.»

«Le ho.»

Era vero.

Erian guardò i lacci, assicurandosi che fossero stretti. Neris seguì il suo sguardo e tirò con impazienza il bordo della gonna.

«Possiamo andare?»

Lui annuì.

Prima, però, raggiunse la finestra rivolta verso il mare.

La striscia d’acqua oltre i tetti era quasi invisibile. In basso, dove la strada scendeva verso le dune, gli parve di distinguere una luce. La cercò fra il comignolo e le foglie del fico, ma il ramo si mosse e la nascose.

Le briciole lasciate da Neris rotolarono sul davanzale.

Erian serrò le imposte.

Alle sue spalle, la sorella mormorò qualcosa.

«Che hai detto?»

Lei guardava la porta.

«Mi sembrava…»

Non terminò la frase.

Erian le si avvicinò.

«Che cosa?»

Neris scosse il capo.

Lui raccolse Tìmir, che questa volta si lasciò prendere senza protestare, e lo sistemò nel cappuccio. Sentì subito le unghie aggrapparsi alla stoffa.

Prese la lampada con una mano e offrì l’altra alla sorella.

«Andiamo insieme.»

 

 

La casa di Odel era a pochi passi.

Erian avrebbe potuto raggiungerla a occhi chiusi: superare il gradino rotto, evitare la pietra sporgente al centro del vicolo e attraversare fino alla porta sotto la piccola tettoia.

Quella sera si accorse di ogni passo.

La luce della lampada si piegava verso di lui. Il vento correva lungo il vicolo e gli entrava nelle maniche. Neris camminava stretta al suo fianco, voltando continuamente la testa verso la discesa.

Erian bussò.

Aspettò.

Da dentro non arrivò nulla.

Bussò una seconda volta, più forte.

«Odel? Sono Erian.»

La finestra sopra la tettoia era buia.

Neris gli tirò la mano.

«Lì.»

In fondo al vicolo, all’incrocio con la strada delle dune, c’era una donna.

Portava uno scialle sulle spalle.

Erian sentì la bocca asciugarsi.

La figura era voltata di tre quarti. Un lembo dello scialle le copriva la testa, e il viso rimaneva nell’ombra. Aveva la statura di Sivra. Anche il modo in cui teneva un braccio vicino al corpo era lo stesso.

«Nonna?» sussurrò Neris.

Erian le strinse la mano.

«No.»

La donna alzò il capo.

Dal fondo della strada arrivò una voce.

«Venite. Qui fa freddo.»

La lampada tremò.

Erian riconobbe quella lieve pausa dopo la prima parola, il modo in cui Sivra prendeva fiato quando li chiamava dalla finestra. Per un istante gli sembrò impossibile essere rimasto lì a bussare a un’altra porta.

Fece mezzo passo.

Tìmir gli affondò le unghie nella spalla.

Il dolore lo fermò.

Erian urtò la porta di Odel con il pugno.

«Odel!»

Dentro la casa si udì finalmente un tonfo, poi una voce assonnata.

«Arrivo! Chi è?»

La figura in fondo al vicolo si voltò e scomparve dietro l’angolo.

Neris cercò di seguirla.

Erian la trattenne.

«Hai sentito la nonna», disse lei. «L’hai sentita anche tu.»

«Ci aveva detto di non andare.»

«Ma è tornata.»

Neris aveva cominciato a piangere, senza singhiozzi. Le lacrime le correvano lungo le guance e lei sembrava non accorgersene.

«La chiave è tornata», insistette.

Dall’interno arrivò il rumore del chiavistello. Erian si voltò, sperando di vedere Odel, una persona adulta e viva che prendesse la lampada e dicesse loro che cosa fare.

La porta urtò un oggetto appoggiato dietro.

«Un momento», borbottò la donna.

Neris chiamò la nonna.

Erian si girò di nuovo verso di lei.

La bambina piegò il polso, sfilandogli la mano con un movimento rapido che conosceva fin troppo bene: lo faceva da piccola quando non voleva farsi lavare le dita.

Poi corse.

«Neris!»

Erian posò la lampada sulla soglia con tanta forza che il vetro batté contro il metallo.

La porta si aprì.

«Che succede?» domandò Odel.

«Neris va alla spiaggia!»

Non aspettò la risposta.

 

 

 

 

Raggiunse l’angolo in pochi passi.

La sorella era già a metà della discesa.

Erian conosceva quel tratto di strada: le lastre lisce vicino alla fontana, lo scalino davanti alla bottega chiusa, il rigagnolo nel quale si raccoglievano le foglie. L’avevano percorso insieme decine di volte.

Neris correva senza guardare dove metteva i piedi.

«Fermati!»

Lei rallentò appena, come se lo avesse sentito da molto lontano.

La figura con lo scialle comparve oltre la fontana.

Erian cercò di guardarle il viso, ma proprio allora la figura passò sotto il tratto di muro dove non arrivava la luce del cielo.

Il tamburo suonò di nuovo.

Tìmir si mosse nel cappuccio, cercando un appiglio. Erian portò una mano dietro la nuca per impedirgli di cadere. La sacca gli sbatteva contro il fianco.

Neris imboccò il sentiero delle dune.

Quando lui raggiunse l’inizio della sabbia, la vide fermarsi in cima al primo rialzo.

Per un istante credette di avercela fatta.

Lei si voltò.

«Erian, guarda!»

Poi scese dall’altra parte.

Lui affondò fino alle caviglie.

La sabbia asciutta cedette sotto il suo peso, costringendolo a piegarsi in avanti. Si aggrappò alle erbe del pendio e sentì i bordi delle foglie tagliargli la pelle.

Arrivò sulla sommità ansimando.

La spiaggia era quasi bianca.

Non c’era luna, ma un chiarore si stendeva sulla battigia e rendeva visibili i sassi, le alghe e i solchi lasciati dalle barche. Più lontano il mare rimaneva scuro.

Neris camminava verso l’acqua.

La donna con lo scialle non c’era più.

C’erano due persone.

Danzavano dove le onde avrebbero dovuto spezzarsi.

La ragazza portava un abito lungo, con le maniche strette ai polsi. La stoffa si muoveva intorno alle sue gambe senza bagnarsi. Aveva i capelli raccolti e una ciocca sciolta contro la guancia.

Del giovane distingueva la giacca, le mani e i piedi nudi. Il volto era girato verso la compagna; ogni volta che la danza avrebbe dovuto mostrarglielo, la luce sembrava abbandonarlo.

La musica continuava, ma nessuno dei due teneva un tamburo.

Erian scese dalla duna.

«Neris, torna qui.»

La ragazza danzante voltò il capo verso di lui.

I loro sguardi si incontrarono.

Erian aveva pensato che un’apparizione dovesse avere occhi vuoti o terribili. Quelli della ragazza erano attenti. Guardarono lui, poi la bambina, poi di nuovo lui.

Le sue labbra si mossero.

Erian non sentì le parole.

Neris fece un altro passo.

La ragazza allungò un braccio verso di lei. Il giovane la riprese per la mano e la danza la portò via, costringendola a voltarsi.

Erian cominciò a correre sulla sabbia bagnata.

 

Raggiunse la sorella prima che entrasse in acqua.

Le afferrò una manica.

«Basta.»

Neris si girò bruscamente.

«Lasciami.»

«Torniamo a casa.»

«È lì.»

La bambina indicò il mare.

Erian guardò.

Fra i due danzatori si vedeva una strada.

All’inizio gli parve il riflesso della spiaggia. Poi distinse le lastre, i gradini e i muri di case che non potevano trovarsi in quel punto.

La strada scendeva.

L’acqua si sollevava ai suoi lati in due pareti trasparenti, attraversate da lente ombre di pesci. Una porta aperta lasciava uscire una luce calda. Sotto un arco c’erano vasi, una panca e qualcuno seduto.

Neris sollevò la mano libera.

«Nonna!»

Erian vide una donna alzarsi dalla panca.

Non riuscì a distinguerne il volto. Era troppo lontana.

Eppure, riconobbe lo scialle.

La donna fece un gesto verso di loro.

«Venite dentro.»

La voce arrivò nitida.

Erian sentì un dolore improvviso al petto.

Gli sembrò di poter raggiungere quella porta, posare la sacca sul tavolo e sentire la nonna rimproverarlo per i vestiti bagnati. Avrebbero aspettato suo padre. Avrebbero finito la minestra rimasta sul fuoco.

Neris gli tirò il braccio.

Lui avanzò con lei.

L’acqua gli coprì le scarpe.

Sotto la suola sentì pietra.

Si fermò.

Guardò in basso. La sabbia finiva esattamente davanti ai suoi piedi. Oltre iniziavano lastre grandi e irregolari, coperte da uno strato d’acqua così limpida da sembrare vetro.

Tìmir emise un verso strozzato.

Erian portò una mano al cappuccio. Il piccolo animale tremava. Premeva il muso contro la sua nuca, cercando di nascondersi.

La ragazza danzante ricomparve al suo fianco.

Questa volta era abbastanza vicina perché lui vedesse le pieghe dell’abito e una minuscola cucitura sul colletto.

Scosse il capo.

Una volta sola.

Poi abbassò lo sguardo verso Neris.

Erian tirò la sorella verso di sé.

«Non è lei.»

Neris oppose resistenza.

«Non lo sai.»

La frase lo colpì più di un grido.

Non lo sapeva.

La chiave era tornata. Davanti a loro c’era una strada sotto il mare. Da una porta illuminata arrivava la voce di una donna che avevano sepolto.

Ma ricordava anche la mano di Sivra stretta alla propria.

Potreste credere che vi stiano chiamando.

Erian lasciò la manica e afferrò la mano della sorella.

«Mi fido di quello che ci ha detto.»

Neris lo guardò.

Per un istante il suo viso cambiò. Abbassò gli occhi sui loro piedi immersi nell’acqua, poi sulle pareti trasparenti ai lati della strada.

«Erian?»

Il tamburo accelerò.

La bambina si voltò di scatto verso la porta.

Erian tirò più forte.

Lei fece un passo verso di lui, inciampò sul bordo di una lastra e cadde in ginocchio.

Lui si chinò per aiutarla.

Alle loro spalle il mare batté sulla sabbia.

Una sola onda.

Erian si voltò abbastanza da vederla arrivare, bassa e scura, lungo la strada di pietra.

Gli colpì le gambe.

Perse l’equilibrio.

La sacca gli scivolò davanti e il tamburo urtò il suo ginocchio. Tìmir si aggrappò alla giacca mentre Erian cadeva su un fianco.

Non lasciò la mano di Neris.

La corrente prese la bambina.

Erian sentì il braccio tendersi fino alla spalla. Piantò il tallone fra due lastre e cercò un appiglio con la mano libera, ma le dita trovarono soltanto pietra liscia.

«Alzati!» gridò. «Neris, devi alzarti!»

Lei provò.

L’acqua le passava intorno senza sommergerla, ma a ogni tentativo le ginocchia scivolavano più lontano.

Il suo viso era cambiato del tutto.

«Tirami.»

«Ti tengo.»

Erian strinse fino a sentire le proprie unghie contro la pelle.

Il tamburo batteva troppo in fretta. Non riusciva più a distinguere i colpi.

La ragazza nell’abito lungo si mosse verso di loro. Il giovane si fermò per un istante e la sua figura sembrò perdere consistenza, come un riflesso attraversato da una mano.

Lei gli rivolse uno sguardo e tornò a stringergli le dita.

La danza riprese.

Neris scivolò ancora.

Erian cercò di raggiungerle il polso con l’altra mano. Spostò il peso e il tallone si staccò dall’incastro.

La corrente lo trascinò in avanti.

Poi qualcosa gli colpì la schiena e lo spinse verso la spiaggia.

La mano di Neris gli sfuggì fino alle dita.

«Non lasciarmi.»

Erian gridò il suo nome.

Per un istante vide tutto con una chiarezza insopportabile: il nastro allentato nella treccia, il graffio sul mento, le labbra aperte.

Le loro dita si separarono.

Lui afferrò il polsino.

La stoffa si tese.

Si strappò.

 

L’acqua gli entrò in bocca.

Erian batté un ginocchio contro qualcosa di duro e rotolò sulla sabbia.

Quando riuscì a rialzare il capo, la strada non c’era più.

Il mare si ritirava dalla riva con un rumore leggero.

I due danzatori erano scomparsi.

«Neris!»

Erian si rimise in piedi.

Un dolore gli attraversò la gamba, ma entrò di nuovo in acqua. Un passo, poi un altro, fino a quando un’onda gli bagnò la cintura.

Guardò il fondo.

Sabbia.

Si chinò, immergendo le mani, e cercò le lastre. Spostò alghe, sassi, una conchiglia tagliente.

«Neris!»

Tìmir si agitò contro il suo collo.

Erian lo prese e tornò sulla riva solo quanto bastava per posarlo all’asciutto. Il nìvelo gli rimase attaccato alla manica; dovette liberargli le unghie una alla volta.

Lasciò cadere la sacca vicino a lui.

Poi tornò verso il mare.

Qualcuno lo afferrò da dietro.

Erian si divincolò.

«Lasciami!»

«Fermo!»

Era una voce maschile. Un braccio gli passò davanti al petto, trascinandolo indietro.

Erian cercò di colpirlo.

«C’è mia sorella!»

L’uomo non allentò la presa.

Un’altra luce comparve sulle dune. Poi una seconda.

«Portalo qui», chiamò Odel.

Erian smise di lottare soltanto quando si ritrovò seduto sulla sabbia.

L’uomo che lo aveva tirato fuori era un pescatore del porto. Aveva i pantaloni bagnati fino alle cosce e respirava forte.

Odel si inginocchiò davanti al ragazzo.

«Guardami.»

Erian indicò l’acqua.

«Neris è lì. C’era una strada. Devi chiamare qualcuno con una barca.»

Odel guardò il pescatore.

«Hai visto qualcuno?»

«Solo lui.»

«Perché è sparita!» gridò Erian. «Non significa che non ci fosse!»

Il pescatore prese la lanterna di un altro uomo e tornò verso la riva.

Questo bastò a farlo tacere per qualche istante.

Odel gli aprì la giacca.

«Sei ferito?»

«Sto bene.»

«Hai sangue sulla mano.»

Erian abbassò lo sguardo.

Stringeva ancora il pezzo di stoffa.

Era chiaro, con una piccola cucitura lungo un bordo. Il polsino della sorella.

Provò ad aprire le dita, ma gli facevano male.

Odel seguì il suo sguardo.

«Che cos’è?»

«La sua manica.»

La donna rimase immobile.

Dietro di lei, le lanterne si muovevano lungo l’acqua. I due uomini parlavano a voce bassa, indicando il largo.

Erian cercò il viso di Odel.

«L’hai vista correre.»

Lei non rispose subito.

«Sono uscita e tu eri già in fondo al vicolo.»

«Ti ho detto che andava alla spiaggia.»

Odel si passò una mano sulla bocca.

Erian sentì il freddo dei vestiti arrivargli fino alle ossa.

«Ho detto il suo nome.»

La donna guardò il brandello di stoffa, poi lui.

«Erian…»

Lui scosse il capo, prima ancora che continuasse.

Odel gli posò una mano sul braccio.

«Chi è Neris?»

Altre opere da leggere