IL POSTO VUOTO
Erian guardò la mano di Odel sul proprio braccio.
Era la stessa mano che aveva pettinato Neris prima della sepoltura, fermandole la testa quando lei cercava di voltarsi. Lo ricordava bene: la sorella si era lamentata perché il pettine tirava e Odel le aveva detto che i nodi non si scioglievano con le buone maniere.
«Non fare così», disse.
La donna si chinò un poco.
«Come?»
«Lo sai chi è.»
Odel guardò verso i pescatori. Uno di loro sollevò la lanterna, poi scosse il capo.
Erian si alzò.
Le gambe gli cedettero quasi subito. Il pescatore più vicino lo prese per un gomito.
«Piano.»
«Devo cercarla.»
«Stiamo guardando.»
«Non qui. Più avanti. C’era una strada.»
L’uomo seguì la direzione del suo dito.
Il mare si muoveva sotto la luce della lanterna, opaco e scuro. Un piccolo ramo veniva spinto sulla sabbia e ripreso dall’acqua.
«Come si chiama?» domandò il pescatore.
«Neris.»
L’uomo annuì, poi si allontanò lungo la riva chiamando quel nome.
Erian avrebbe voluto abbracciarlo.
Odel si tolse lo scialle e glielo mise sulle spalle.
«Torniamo a casa. Ti levi questi vestiti e ci racconti tutto.»
«Non la lascio qui.»
«Loro continuano a cercare.»
«E se torna mentre io non ci sono?»
Odel esitò.
Da dietro una piega della sacca emerse Tìmir. Aveva il pelo del ventre bagnato e sabbia sul muso. Si avvicinò al brandello che Erian stringeva ancora, lo annusò e si voltò verso il mare.
Fece pochi passi.
Si fermò.
Poi tornò indietro e ripeté il percorso.
Erian lo seguì con gli occhi.
«La cerca anche lui.»
Odel raccolse la sacca.
«Viene con noi.»
Il pescatore rimasto accanto a loro si sfilò una corda dalla spalla.
«Guardo anche fra le barche», disse. «E mando a chiamare gli uomini della guardia del porto. Tu non puoi entrare di nuovo in acqua in queste condizioni.»
Erian si passò una mano sul viso.
Non sentiva più bene le dita.
«Prometti che non smettete.»
L’uomo lo guardò senza sorridere.
«Per stanotte resto qui.»
Erian abbassò la testa e lasciò che Odel lo conducesse verso le dune.
Sulla soglia di casa c’erano due lampade.
Una era quella di Odel. L’altra, la loro, aveva una crepa nel vetro.
Erian ricordò di averla posata troppo forte.
Si fermò a guardarla.
Poche ore prima aveva avuto paura di romperla. Gli sembrò una preoccupazione appartenuta a un’altra persona.
Odel aprì la porta e accese il focolare.
«I vestiti.»
Lui rimase in piedi vicino al tavolo.
«Vai in camera. Prendi qualcosa di asciutto.»
Erian attraversò il corridoio.
Si tolse la giacca, che cadde a terra con un rumore pesante. Dalla tasca scivolò la chiave con il cordoncino. La raccolse e la appoggiò sulla propria coperta insieme al pezzo di manica.
Aveva le mani così rigide che non riusciva a slacciare la cintura.
Dopo due tentativi sentì salire le lacrime.
Tirò più forte.
La fibbia si aprì all’improvviso e gli batté contro il polso.
Rimase immobile, respirando dalla bocca.
Dal corridoio arrivò un rumore di unghie.
Tìmir passò davanti alla porta e proseguì verso la stanza di Neris.
Erian lo seguì senza infilarsi la camicia pulita.
La porta era aperta.
All’interno c’erano due ceste, una coperta ripiegata e una piccola cassapanca contro il muro.
Il letto non c’era.
Erian appoggiò una mano allo stipite.
Guardò l’angolo sotto la finestra.
Il letto di Neris aveva un piede più corto degli altri. Teren aveva infilato sotto il legno una zeppa che ogni tanto si spostava, e allora bastava che lei si girasse nel sonno perché tutta la struttura dondolasse.
Sul pavimento non c’era nessuna zeppa.
Erian entrò.
Spostò la cesta più grande, come se il letto potesse essere nascosto dietro.
Poi aprì la cassapanca.
Dentro trovò lenzuola, un sacco di lana e una tenda arrotolata.
Tìmir si sollevò sulle zampe posteriori vicino al muro. Annusò l’aria dove avrebbe dovuto trovarsi il cuscino.
Erian rovesciò il sacco.
La lana si sparse sulle sue scarpe.
Odel comparve sulla soglia.
«Che fai?»
«Dov’è?»
La donna guardò il pavimento.
«Che cosa cerchi?»
«Il letto.»
Odel rimase in silenzio.
Erian indicò la finestra.
«Dormiva qui. La testa da questa parte. Sul muro c’era un segno: una volta ha cercato di schiacciare un insetto con la scarpa.»
Si avvicinò alla parete.
C’era una macchia.
Piccola, grigia, poco sopra la sua cintura.
La toccò.
«Questa.»
Odel guardò la macchia, poi le ceste.
«Questa stanza è sempre stata usata per la biancheria.»
Erian si voltò.
«Non dire sempre.»
La donna non si mosse.
«Erian…»
«Ieri eri qui.»
La voce gli si spezzò.
«Le hai portato una mela. Non la voleva mangiare con la buccia e tu hai detto che non eri venuta a fare la serva.»
Odel abbassò gli occhi.
Lui aspettò.
Bastava che lo ricordasse. Una mela, una frase qualunque. Non serviva che credesse alla strada sotto il mare.
La donna si chinò a raccogliere la lana.
«Vieni vicino al fuoco.»
Erian rimase davanti al muro finché lei non ebbe finito.
Nella cucina, Odel mise a scaldare dell’acqua e gli fasciò il palmo.
La ferita era superficiale. Il ginocchio, invece, si era gonfiato e faceva male ogni volta che lo piegava.
«Questo domani sarà peggio», disse la donna.
Erian fissava il tavolo.
C’erano due scodelle usate per la cena.
Le indicò.
«Perché sono due?»
Odel seguì il suo sguardo.
«Avrai preso un’altra scodella.»
«Ho mangiato con lei.»
«Può darsi che una fosse già sul tavolo.»
Erian spinse indietro la sedia.
Odel smise di avvolgere la benda.
«Non so che cosa sia successo», disse. «Ti ho sentito gridare. Ti ho visto correre. Quando sono arrivata in spiaggia eri nell’acqua e cercavi qualcuno. Questo lo so.»
«Cercavo mia sorella.»
La donna strinse le labbra.
Non lo contraddisse.
Ma non pronunciò neppure il nome di Neris.
Erian tirò a sé la sacca. La stoffa esterna era fradicia; il quaderno, protetto dal panno del tamburo, si era bagnato soltanto lungo un bordo.
Lo aprì con cautela.
Alcune pagine si incollavano fra loro. Le separò usando l’unghia, temendo di strappare qualcosa.
Trovò il disegno.
Quattro zampe troppo lunghe. Due orecchie appuntite.
Tìmir, come lo aveva disegnato Neris.
Lo mise davanti a Odel.
«Questo l’ha fatto lei.»
La donna si avvicinò alla lampada.
«Quando?»
«Non lo so. Me l’ha detto qualche giorno fa.»
Odel osservò il segno.
«Potresti averlo fatto tu da piccolo.»
Erian chiuse gli occhi.
Ogni cosa che mostrava diventava qualcos’altro nelle parole di lei.
Aprì il quaderno su una pagina vuota.
«Mi prendi l’inchiostro?»
Odel esitò, poi andò alla credenza.
Erian tenne la penna troppo stretta.
Scrisse il nome della sorella.
Neris.
Sotto aggiunse:
Nove anni. Le manca un pezzetto dell’unghia del pollice sinistro. Ha paura delle vespe. Quando ride molto non riesce a finire le frasi.
Si fermò.
La penna lasciò una macchia.
Scrisse ancora:
Lascia il pane sulla finestra.
Odel gli mise accanto una tazza.
Lui continuò finché il polso non cominciò a fargli male.
Qualcuno bussò prima dell’alba.
Erian alzò la testa dal tavolo. Non ricordava di averla appoggiata.
Per un istante pensò che fosse Neris e si alzò così in fretta da urtare la panca.
Odel raggiunse la porta prima di lui.
Era il pescatore.
Aveva il viso segnato dal vento e portava la lanterna spenta.
«Abbiamo controllato fino agli scogli», disse. «E sotto le barche.»
Erian rimase vicino al tavolo.
«Niente?»
L’uomo scosse il capo.
«Con la luce usciamo un poco al largo. Ho avvisato gli altri.»
Odel lo ringraziò.
Il pescatore guardò Erian.
Sembrava trattenere una domanda.
Alla fine, si limitò a dire: «Se ti viene in mente altro, sono al molo.»
Quando la porta si richiuse, Erian tornò a sedersi.
Non c’era niente da trovare al largo.
Aveva visto Neris sulla strada. Aveva sentito la pietra sotto le scarpe.
Se avesse continuato a parlare di questo, però, Odel avrebbe assunto di nuovo quell’espressione prudente. E il pescatore avrebbe smesso di cercare.
Erian riaprì il quaderno.
Teren arrivò quando la luce cominciava a entrare fra le imposte.
Erian riconobbe prima il rumore dei suoi passi, poi il colpo alla porta: due battiti decisi, una breve pausa, il palmo che si appoggiava al legno.
Odel stava versando acqua nella pentola.
Si fermò.
Erian era già in piedi.
Quando aprì, vide il padre con una sacca sulla spalla e la barba più lunga di come la ricordava. Aveva polvere sulle scarpe, il colletto piegato e una piccola ferita sopra un sopracciglio.
Teren lasciò cadere la sacca.
«Erian.»
Gli mise le mani sulle spalle e lo attirò a sé.
Il ragazzo sentì l’odore del legno, del cuoio bagnato e del fumo rimasto nei vestiti. Era un odore conosciuto così bene che per un momento cedette.
Si aggrappò alla giacca del padre.
«È sparita.»
Teren gli passò una mano dietro la testa.
«Lo so.»
Erian si staccò appena.
«Lo sai?»
Il padre guardò oltre di lui. Vide Odel, la sedia di Sivra, la tazza rimasta sul ripiano.
«Mi hanno detto al porto.»
Erian sentì il sollievo spegnersi.
«Non parlo della nonna.»
Teren abbassò lo sguardo sulle sue mani fasciate.
«Che cosa è successo?»
«Neris.»
Il padre non rispose.
Erian glielo disse di nuovo, più lentamente.
«Neris. È andata sulla spiaggia. Ho provato a tenerla, ma l’acqua…»
La voce gli mancò.
Teren lo accompagnò verso la panca.
«Siediti.»
«Non voglio sedermi.»
Odel intervenne piano.
«Stanotte l’ho trovato sulla riva. Gli uomini hanno cercato.»
Teren guardò lei, poi il figlio.
«Chi stavate cercando?»
Erian sentì il tavolo contro la schiena.
Non ricordava di essersi spostato.
Odel cominciò a spiegare, ma lui la interruppe.
«Tua figlia.»
Il padre rimase immobile.
«Neris è tua figlia.»
Teren aprì la bocca e la richiuse.
Erian conosceva quell’esitazione. L’aveva vista quando avevano chiesto a suo padre di raccontare come era morta Maelin, quando Neris gli domandava perché restasse via così tanto.
Questa volta gli fu insopportabile.
«Dillo.»
Teren corrugò la fronte.
«Che cosa?»
«Il suo nome.»
Il padre posò una mano sul tavolo.
«Neris», disse.
Erian scosse il capo.
Non era bastato sentirlo. Lo aveva pronunciato come il nome di una persona appena incontrata.
Teren ascoltò il racconto fino in fondo.
Non rise. Non ordinò a Erian di smetterla. Fece domande sui pescatori, sull’ora, sul punto della spiaggia.
Poi volle vedere la chiave.
Erian gliela mise in mano.
Il padre la girò sotto la luce.
«L’avete sepolta con Sivra?»
«Sì.»
Teren si voltò verso Odel.
Lei annuì.
«L’ho rimessa io al collo.»
Per la prima volta il silenzio ebbe un peso diverso.
Teren guardò il cordoncino ancora umido.
«Sei sicura che sia la stessa?»
«L’ho vista per anni», rispose Odel. «Mi sembra proprio quella.»
Erian si sporse.
«È tornata. E poi abbiamo sentito la musica.»
Il padre passò il pollice sul graffio del gambo.
«Potrebbe esserci stata una seconda chiave.»
Erian si allontanò dal tavolo.
«Anche tu.»
Teren sollevò gli occhi.
«Sto cercando di capire.»
«Stai cercando un modo per dire che non è successo.»
«Sto cercando di capire come una chiave possa tornare da una tomba.»
«E io sto cercando mia sorella!»
Tìmir, addormentato nello scialle di Odel, si svegliò di colpo.
Nessuno parlò per qualche istante.
Teren posò la chiave accanto al quaderno.
«Andrò alla spiaggia», disse. «Parlerò con gli uomini che ti hanno trovato. Poi torneremo insieme nel punto che mi indicherai.»
Erian guardò il padre.
«Per cercarla?»
Teren esitò.
Fu una pausa brevissima.
«Per vedere che cosa è successo.»
Erian abbassò la testa.
Il padre fece un passo verso di lui.
«Non me ne vado.»
Quelle parole avrebbero significato molto il giorno prima.
Adesso Erian non sapeva dove metterle.
Odel uscì con Teren per accompagnarlo dal pescatore.
Prima di andare, il padre gli chiese di restare in casa.
«Devi riposare il ginocchio.»
Erian non rispose.
Teren rimase sulla soglia.
«Torno presto.»
Quando la porta si chiuse, il ragazzo prese il brandello della manica e lo stese sul tavolo.
Si era asciugato.
Lungo il bordo c’erano piccoli punti irregolari. Uno troppo lungo, due quasi sovrapposti.
Li aveva fatti lui.
Neris aveva strappato il polsino contro il fermo di una finestra e gli aveva chiesto di ripararlo senza dirlo alla nonna. Erian ricordava di essersi punto e di averla rimproverata perché rideva.
Ora poteva mostrarlo a chiunque e nessuno avrebbe visto altro che stoffa.
Tìmir saltò sulla panca.
Erian gli avvicinò la mano.
Il nìvelo la annusò, poi si infilò il brandello sotto il petto e vi appoggiò il muso.
Il ragazzo rimase a guardarlo.
«Tu la cerchi.»
Tìmir chiuse gli occhi.
Erian recuperò il quaderno.
Non provò più a leggerlo dall’inizio. Sfogliò cercando disegni: il guado, l’ala, i tre cerchi. Trovò la strada fra le case, quella che aveva visto nella camera di Sivra.
La osservò a lungo.
Due file di edifici. Una discesa. Un arco segnato con una linea più scura.
Non era identica alla strada apparsa nel mare, o almeno lui non l’aveva vista abbastanza bene da esserne certo. Ma la curva vicino ai gradini gli fece contrarre lo stomaco.
Girò il foglio.
Sul retro c’era il profilo di un monte.
In cima, una parete spezzata e una torre bassa.
Orven.
Sotto la fortezza, Sivra aveva tracciato una linea che penetrava nella roccia. Accanto c’erano parole in sàren e, più in basso, una frase nella lingua comune.
Da qui udii per la prima volta il mare sotto la montagna.
Erian la lesse due volte.
Poi guardò la finestra.
Oltre il fico e i tetti, dalla parte opposta alla costa, la rupe era chiara nella luce del mattino.
Ricordò Sivra con il pollice appoggiato sul tamburo.
Non so che cosa sia rimasto della voce di Vorath.
La nonna conosceva il nome della creatura.
Aveva disegnato una via dentro il monte.
Aveva sentito il mare dove il mare non avrebbe dovuto trovarsi.
Erian si alzò.
Il ginocchio protestò subito. Appoggiò una mano al tavolo e aspettò che il dolore diminuisse.
Tìmir sollevò il capo.
«Non andiamo in acqua», gli disse.
Prese il pane rimasto, lo avvolse in un panno e riempì la borraccia. Controllò la piccola lanterna da lavoro che Teren lasciava in casa, quella schermata da una griglia di ferro.
La fiamma si accese al primo tentativo.
Erian la spense e la sistemò vicino alla sacca.
Sul tavolo lasciò un foglio.
Vado a cercare una cosa nel quaderno della nonna. Torno.
Lo rilesse.
Gli sembrò una frase di suo padre.
Accartocciò il foglio.
Ne prese un altro e scrisse:
Vado alla Rocca. C’è un disegno delle grotte. Non riesco ad aspettare qui.
Firmò il proprio nome.
Prima di uscire tornò nella stanza dove Neris aveva dormito.
Le ceste erano al loro posto. La coperta ripiegata. La macchia grigia sul muro.
Erian infilò il brandello della manica fra le pagine del quaderno, accanto al disegno di Tìmir.
Poi chiuse la copertina.
Non poteva costringere gli altri a ricordarla.
Poteva ancora trovarla.
DAL QUADERNO DI ERIAN
Neris ha nove anni. Le manca un pezzetto dell’unghia del pollice sinistro. Ha paura delle vespe. Quando ride troppo, devo aspettare che riprenda fiato per capire che cosa vuole dirmi.
Lascia il pane sul davanzale, anche quando le diciamo che attira le formiche.
Il disegno di Tìmir in questo quaderno l’ha fatto lei. La manica che tengo fra le pagine l’ho rammendata io: riconosco i punti storti.
Il suo letto è sparito. Sul muro è rimasta la macchia dell’insetto che aveva schiacciato con una scarpa.
Papà non la ricorda. Nemmeno Odel.
Ho paura di dimenticare qualcosa anch’io. Per questo scrivo anche le cose piccole.
Nel quaderno della nonna c’è una strada che entra sotto Orven. Voglio vedere dove porta.
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