LA CHIAVE SOTTO TERRA
La mattina in cui seppellirono Sivra, Neris si rifiutò di indossare le scarpe buone.
Erano rimaste sotto il letto dall’ultima festa d’autunno. Erian le aveva pulite la sera prima, togliendo con la punta di un coltello il fango secco dalle suole.
«Mi stringono», disse lei.
Era seduta sulla panca della cucina, con una scarpa infilata a metà.
Erian si inginocchiò.
«Prova ad appoggiare il tallone.»
«Mi stringono.»
«Allenta il laccio.»
Neris tirò via il piede.
Lui rimase con la scarpa in mano.
Dall’altra stanza arrivava il mormorio dei vicini. Odel aveva aperto la porta molto presto. Da allora la gente entrava e usciva con recipienti coperti, parlando a bassa voce.
Neris si strofinò il tallone.
Erian guardò la scarpa. Sulla punta c’era una piccola abrasione che non era riuscito a far sparire.
«Metti quelle di tutti i giorni», disse.
Sua sorella non si mosse subito.
«La nonna diceva che non si va alle cerimonie con le scarpe sporche.»
Erian posò quella buona sotto la panca.
«Le puliamo.»
Il luogo delle sepolture si trovava sopra gli orti, dove gli ulivi diventavano più radi e la terra era difficile da scavare.
Erian conosceva il sentiero. Lo aveva percorso con Sivra per portare fiori a Maelin, e qualche volta da solo, senza dire a nessuno dove andava.
Quella mattina gli sembrò più lungo.
Neris camminava al suo fianco. Tìmir era rimasto a casa: Odel aveva insistito, e Erian non aveva avuto la forza di discutere. Prima di uscire gli aveva lasciato un pezzo di pane e la propria giacca sulla panca.
Il vasaio li seguiva tenendo il cappello fra le mani. Non l’aveva mai visto senza.
Vicino alla fossa, il vento muoveva le foglie degli ulivi mostrando a tratti il loro lato chiaro.
Odel si avvicinò a Erian.
«Vuoi tenerla?»
Nel palmo aveva la chiave della cassa, ancora appesa al cordoncino.
Gliel’aveva tolta mentre preparava Sivra.
Erian guardò il metallo. Un dente era più consumato degli altri; sul gambo correva un graffio sottile.
Ripensò alla nonna china sulla serratura, al modo in cui aveva protetto la chiave quando lui aveva cercato di aiutarla.
Prima che potesse rispondere, Neris allungò una mano.
Odel gliela consegnò.
La bambina la tenne stretta.
«Deve averla lei.»
Erian aprì la bocca.
Avrebbe potuto dire che serviva per la cassa. Che dentro c’era il tamburo. Che Sivra aveva lasciato troppe cose senza spiegazione.
Neris guardava il cordoncino.
«Non se la toglieva mai.»
Odel attese.
Erian annuì.
Vide la chiave tornare fra le pieghe dello scialle della nonna.
Più tardi, quando la prima terra colpì il legno, si accorse di aver trattenuto il respiro.
Per tre giorni la casa fu piena di cibo.
C’erano pagnotte grandi e piccole, una pentola di legumi, formaggio avvolto in foglie e una torta che nessuno aveva voglia di tagliare. Ogni persona che arrivava raccomandava ai ragazzi di mangiare, poi guardava Odel perché si assicurasse che lo facessero davvero.
Erian imparò a ringraziare prima ancora di sapere che cosa gli stessero porgendo.
Il quarto giorno restituì due recipienti.
Il quinto non ricordava più a chi appartenesse una scodella dipinta e dovette chiedere al vasaio, che la girò fra le mani e disse che non era sua, ma che poteva rifargliela meglio.
Odel continuava a passare al mattino e alla sera. Avrebbe voluto che andassero a dormire da lei.
Neris si era opposta.
Erian aveva detto che potevano rimanere a casa.
La donna lo aveva osservato a lungo, poi aveva indicato la propria finestra, visibile dall’altra parte del vicolo.
«Se chiamate, vi sento.»
La notizia mandata a Teren non aveva ancora avuto risposta. Al porto, Erian cercò l’uomo che aveva portato la lettera. Era partito con una barca diretta lungo la costa; nessuno seppe dirgli quando sarebbe tornato.
«Ha preso il foglio», assicurò il mercante di corde. «L’ho visto metterlo nella custodia.»
Erian annuì.
Avrebbe preferito qualcosa di meno rassicurante e più utile.
La sedia di Sivra rimase accanto al focolare.
Il primo a usarla fu Tìmir.
Vi salì un pomeriggio, girò due volte sul cuscino e infilò il muso nella piega dello scialle di Odel, rimasto sullo schienale.
Neris lo vide e si fermò sulla soglia.
Erian, che stava tagliando il pane, posò il coltello.
«Lo sposto?»
Lei scosse il capo.
Si sedette per terra vicino alla sedia.
Tìmir aprì un occhio, allungò il collo e le annusò i capelli. Poi tornò ad arrotolarsi.
Neris rimase lì fino a quando Erian chiamò per mangiare.
Quella sera lasciò sul davanzale una briciola più grande del solito.
Lui la vide, ma non disse nulla.
Il quaderno non offriva risposte facili.
Erian cominciò dalla prima pagina. C’erano un elenco di nomi, alcune cifre e il disegno di un arco. Più avanti trovò frasi intere nella grafia di Sivra, alternate a segni che non sapeva leggere.
Alcune annotazioni erano chiarissime.
Il guado non è più sicuro dopo le piogge.
Altre lo irritavano.
Non seguire il secondo richiamo.
Quale richiamo? E dove?
Girò pagina.
Una linea sinuosa attraversava un foglio quasi da un margine all’altro. Poteva essere un fiume, una strada o il profilo di una costa. Accanto, Sivra aveva disegnato tre cerchi e una specie di ala.
Erian avvicinò il quaderno alla lampada.
Tìmir salì sulla panca e cercò di mettere il naso fra le pagine.
«Tu almeno sai leggere?»
Il nìvelo afferrò con i denti il nastro verde.
«No. Quello no.»
Erian lo recuperò con cautela.
Dall’altra parte del tavolo, Neris sollevò gli occhi.
«Che cosa hai trovato?»
«Ancora niente.»
«Posso vedere?»
Lui girò il quaderno verso di lei.
La bambina osservò il disegno, poi indicò un piccolo segno sul bordo.
«Quello l’ho fatto io.»
Era una figura con quattro zampe troppo lunghe e due orecchie appuntite.
Erian guardò Tìmir.
«Spero molto tempo fa.»
Neris gli diede un colpo sul braccio.
Per un momento sorrisero entrambi.
Lei fece scorrere un dito accanto alla figura, senza toccare l’inchiostro.
«La nonna mi aveva detto di disegnare qui mentre cercava una cosa.»
«Quale cosa?»
Neris si strinse nelle spalle.
Erian tornò a osservare i segni.
«Queste parole le conosci?»
La bambina ne seguì alcune con gli occhi. Mosse appena le labbra, poi scosse il capo.
«Forse se sentissi la musica.»
Erian guardò verso il corridoio.
Il tamburo era ancora chiuso nella cassa.
Provò ad aprirla il giorno successivo.
Prima usò un filo di metallo, poi la punta di un piccolo attrezzo lasciato da suo padre. Sapeva che le serrature avevano un ordine interno; Teren gliel’aveva mostrato una volta, smontandone una rotta sul tavolo.
Quella non voleva rivelargli il proprio.
Neris lo trovò seduto sul pavimento della camera di Sivra.
«Che fai?»
«Cerco di aprire.»
«La rompi.»
«Non la rompo.»
Il metallo scivolò e gli graffiò un dito.
Neris guardò la goccia di sangue.
Erian si portò il dito alla bocca.
«Non dire niente.»
Lei si inginocchiò dall’altra parte della cassa.
«Possiamo aspettare papà.»
Erian tolse l’attrezzo dalla serratura.
«Certo.»
Aveva risposto troppo in fretta. Neris abbassò gli occhi.
Lui si passò una mano sul viso.
«Scusa. Non ce l’ho con te.»
Sotto il letto, Tìmir stava lavorando con grande impegno a qualcosa che non avrebbe dovuto avere.
Erian allungò un braccio e recuperò il filo di metallo appena abbandonato.
«Tu peggiori soltanto le cose.»
Il nìvelo cercò di riprenderselo.
Neris lo raccolse contro il petto.
«Lui almeno ci prova.»
Passarono altri giorni.
Il paese cominciò a chiedere cose normali.
Il venditore dell’olio voleva la brocca vuota. Un uomo del porto cercava Erian per scaricare un carretto. Odel gli ricordò che la legna sotto la tettoia non sarebbe durata per sempre.
Lui accettò il lavoro.
Quando tornò, aveva le mani indolenzite e abbastanza monete per comprare farina, uova e un po’ di miele. Si fermò davanti al banco più del necessario, domandandosi se fosse una spesa stupida.
Poi lo comprò.
Neris trovò il vasetto a cena.
«È per noi?»
«No. Aspettiamo qualcuno molto importante.»
Lei tolse il coperchio.
Tìmir si alzò sulle zampe posteriori.
«Tu no», dissero insieme.
Mangiarono pane e miele, lasciando per dopo la minestra. Odel avrebbe avuto qualcosa da dire, ma Odel era già passata.
Neris si leccò il pollice.
«Oggi ho rifatto il letto della nonna.»
Erian smise di tagliare.
«Perché?»
«La coperta era storta.»
Lui guardò il corridoio.
Non era entrato nella stanza quel giorno.
«Va bene.»
«Ho lasciato tutto il resto com’era.»
Erian annuì e le passò un’altra fetta di pane.
Quella notte non c’era luna.
Il vento aveva soffiato dalla collina per tutto il pomeriggio, facendo battere il ramo del fico contro il muro del vasaio. Dopo cena era caduto, e il silenzio aveva lasciato spazio ai rumori delle case: stoviglie, passi sulle scale, una discussione soffocata da una finestra chiusa.
Erian stava rattoppando la propria giacca.
Non era bravo come Maelin. La cucitura gli veniva rigida e un poco storta, ma avrebbe tenuto.
Neris aveva appoggiato la testa sulle braccia.
«Vai a letto.»
«Non ho sonno.»
Tìmir dormiva nel suo grembo, con un orecchio piegato sotto la coda.
Erian infilò l’ago un’ultima volta.
Dal porto arrivò il colpo isolato di una campana.
Neris sollevò la testa.
«È tornato qualcuno?»
«Domattina guardo.»
Lei annuì e cominciò a canticchiare.
Erano poche note. Erian le riconobbe prima ancora di alzare gli occhi: la melodia di Sivra, quella che si era spezzata davanti al quaderno.
La mano gli rimase ferma sulla giacca.
Neris proseguì.
Arrivò al punto in cui la nonna aveva esitato e lo superò senza difficoltà, con la naturalezza di chi scende un gradino conosciuto anche al buio.
«Aspetta.»
La bambina tacque.
«Rifalla.»
«Che cosa?»
«La canzone.»
Neris si raddrizzò.
«Ho cantato?»
«Sì.»
Lei parve sorpresa.
Erian appoggiò la giacca sul tavolo.
«Quella che ti cantava la nonna. Prova a ricominciare.»
Neris guardò il focolare.
Mormorò le prime note, poi si fermò.
Scosse il capo, contrariata.
«Adesso non mi viene.»
Erian si sforzò di parlare con calma.
«Prima la sapevi.»
«Non lo facevo apposta.»
Tìmir aprì gli occhi.
L’orecchio piegato scattò verso l’alto.
Erian stava per rispondere quando dal corridoio arrivò un piccolo rumore.
Un colpo leggero, seguito da un tintinnio.
Sembrava una moneta caduta su una pietra.
Neris guardò verso la porta della camera di Sivra.
Tìmir saltò a terra.
Erian si alzò e prese la lampada.
«Resta qui.»
La sorella gli venne dietro.
Lui non si fermò a discutere.
La porta era socchiusa. La spinse con due dita, aspettandosi di trovare un oggetto caduto dal tavolino, forse qualcosa che Tìmir aveva spostato nel pomeriggio.
La coperta era ben tesa sul letto.
La sedia vuota.
Il cassetto del cucito era chiuso.
Erian abbassò la lampada.
Davanti alla cassa giaceva una chiave.
Il cordoncino formava un cerchio irregolare sul pavimento.
Neris gli urtò leggermente la schiena.
«Che cos’è?»
Lui non rispose.
Si chinò senza posare la lampada e toccò il cordoncino.
Era umido.
Lo raccolse fra il pollice e l’indice. La chiave girò lentamente, mostrando un dente consumato e un graffio sottile lungo il gambo.
Dalle fibre del cordoncino cadde un granello di terra.
Erian sentì Neris inspirare.
«È quella della nonna.»
Lui strinse la chiave nel palmo.
Aveva visto Odel rimetterla fra le pieghe dello scialle.
Aveva visto la terra coprire il legno.
Neris gli prese il braccio.
«Come ha fatto a tornare?»
Nella cucina, qualcosa batté piano contro la finestra.
Entrambi si voltarono.
La tenda si era gonfiata verso l’interno. L’aria portava odore di sale.
Poi, dalla spiaggia, arrivarono tre colpi di tamburo.
Una pausa.
Altri due.
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