LE PAROLE MANCANTI
Erian bussò con una nocca.
Il canto si interruppe.
«Non dormi?» domandò Sivra.
Lui aprì la porta quanto bastava per affacciarsi. La nonna era seduta al tavolino, con uno scialle sulle spalle. Il quaderno giaceva aperto davanti a lei; accanto, la fiamma della lampada illuminava una piccola pozza d’inchiostro.
«Nemmeno tu.»
«Io sono vecchia. Posso permettermi di essere poco ragionevole.»
Erian entrò.
Aveva preparato una domanda, ma vedendo il viso della nonna si sentì sciocco a pronunciarla. Forse aveva soltanto dimenticato una canzone. A lui succedeva continuamente.
Sivra posò la penna.
«Che cosa c’è?»
«Ti sei fermata sempre nello stesso punto.»
Per un momento lei guardò la pagina. Poi vi appoggiò sopra un foglio, senza fretta.
«Ascoltavi dietro la porta?»
«Si sentiva dal corridoio.»
«Capisco.»
Erian aspettò il rimprovero.
La nonna, invece, spostò il panno dalla sedia accanto alla propria.
Lui si sedette. Da vicino vide che la nonna aveva una macchia d’inchiostro sulla punta delle dita. Le tremavano appena.
«Non ti ricordi come finisce?»
Sivra scosse il capo.
«Ricordo che cosa viene dopo. È il passaggio che non trovo.»
«Magari domani ti torna.»
«Magari.»
La risposta non gli piacque.
Sul tavolino c’era una tazza. Erian la toccò: era fredda.
«Ti preparo qualcosa di caldo.»
Sivra gli fermò il polso.
«Prima prendimi la scatola del cucito.»
Lui guardò verso il letto.
«Ora?»
«È nel cassetto.»
Erian la recuperò. La scatola aveva un angolo annerito da una pentola sulla quale Neris l’aveva appoggiata anni prima. Sivra non l’aveva mai sostituita.
La nonna sollevò il coperchio e cercò fra rocchetti, aghi e pezzi di stoffa. Ne estrasse un nastro verde, corto e sfilacciato.
Lo tenne fra le dita.
«Questo era di tua madre.»
Erian lo riconobbe. Maelin lo usava per raccogliersi i capelli quando cuciva le vele, e finiva sempre per stringere il nodo con i denti perché aveva le mani occupate.
Sivra sorrise.
Poi il sorriso scomparve.
«Che cosa ricordi?» chiese al nipote.
«Del nastro?»
«Di lei che lo portava.»
Erian glielo raccontò.
La nonna ascoltò guardandogli la bocca, come se volesse essere certa di non perdere nessuna parola.
«Sì», disse infine. «Faceva così.»
Depose il nastro nella scatola.
Erian avvertì un freddo improvviso lungo le braccia.
«Tu non te lo ricordavi?»
Sivra richiuse il coperchio.
«È tardi.»
«Nonna.»
Lei si voltò verso di lui.
Per la prima volta quella sera sembrò molto stanca.
«Ricordo tua madre», disse. «Non tutto viene quando lo chiamo.»
Erian abbassò gli occhi sulla scatola. Aveva cercato di immaginare che cosa significasse e se ne pentì subito.
«È per quello che abbiamo respirato?»
«Potrebbe avermi fatto male.»
«Allora vado a chiamare Odel.»
«A quest’ora?»
Erian si alzò.
Sivra prese fiato per fermarlo, ma un colpo di tosse le impedì di parlare.
Lui aspettò che passasse. Poi prese la tazza.
«Torno subito.»
Questa volta la nonna non protestò.
Odel aprì la porta con una coperta sulle spalle e una scarpa sola.
«Chi è morto?»
Erian rimase immobile.
La donna mise a fuoco il suo viso e raddrizzò la schiena.
«Che succede?»
Lui glielo spiegò in poche parole. Odel lo lasciò sulla soglia, cercò l’altra scarpa e tornò con un piccolo fagotto sotto il braccio.
«Da quanto tossisce?»
«Un po’.»
«Un po’ non è una misura.»
«Da prima di stasera. Ma adesso di più.»
Odel chiuse la porta.
Attraversarono il vicolo senza parlare. L’odore era quasi scomparso; ne restava un sentore vicino alle grate e nelle rientranze dei muri. Erian camminava in fretta, ma Odel lo raggiunse con facilità.
«Hai fatto bene a venire», disse.
Lui annuì, senza guardarla.
Quando entrarono, Sivra era ancora seduta al tavolino. Aveva chiuso il quaderno.
«Potevi mandarlo di giorno», osservò Odel.
«Di giorno non era così preoccupato.»
«Adesso siamo in due. Vediamo se riesco a convincerti a metterti a letto.»
Erian respirò un poco meglio.
Odel aiutò Sivra a distendersi, le portò acqua e le tastò la fronte. Poi ascoltò il suo respiro, tenendole una mano fra le scapole.
Non nominò Vorath. Non parlò di canzoni o di memoria.
Fece domande precise: da quanto tempo mangiava meno, se si sentiva debole anche al mattino, se il dolore arrivava quando tossiva.
Erian scoprì che alcune risposte non le conosceva.
Gli sembrò di aver abitato per settimane in una casa nella quale qualcuno aveva spostato lentamente i mobili, senza che lui se ne accorgesse.
«Domattina mando a chiamare chi può visitarti», disse Odel. «Stanotte rimango.»
Sivra fece una smorfia.
«La poltrona è scomoda.»
«La conosco. Me ne sono lamentata anche l’ultima volta.»
Dalla porta arrivò un fruscio.
Neris era in piedi nel corridoio, scalza, con Tìmir fra le braccia. L’animale pendeva lungo il suo avambraccio come una piccola sciarpa contrariata.
«Che succede?»
Erian si avvicinò.
«La nonna riposa.»
«Perché c’è Odel?»
«Per aiutarmi.»
Neris cercò di guardare oltre di lui.
Sivra sollevò una mano dal letto.
«Vieni qui, piccola.»
La bambina attraversò la stanza. Tìmir saltò a terra e si infilò sotto la sedia, mentre lei si arrampicava con un ginocchio sul materasso.
«Ti fa male qualcosa?»
«Mi hai appena messo un piede sulla caviglia.»
Neris lo ritirò subito.
La nonna le accarezzò la treccia disfatta.
«Ecco. Molto meglio.»
Al mattino il vento era girato.
Dalle finestre aperte entrarono l’odore del pane e il rumore dei carretti. Nel vicolo, due uomini discutevano di una botte rimasta fuori durante la notte. Uno sosteneva che il vino fosse da buttare; l’altro voleva assaggiarlo prima di prendere una decisione tanto grave.
Vaelra aveva ripreso le proprie occupazioni.
Erian trovò rassicurante quella discussione finché non rientrò nella camera della nonna.
Sivra aveva gli occhi chiusi. Odel sedeva accanto al letto e stava infilando un ago.
«Ha dormito?»
«Un poco.»
«Sta meglio?»
Odel appoggiò il cucito sulle ginocchia.
«La tosse si è calmata.»
Erian riconobbe la differenza fra quella risposta e un sì.
Sul tavolino c’erano il quaderno e la scatola del cucito. La chiave della cassa era tornata sotto la camicia di Sivra; il cordoncino segnava una linea sottile contro il collo.
Lui si avvicinò al letto.
«Nonna?»
Sivra aprì gli occhi.
Gli sorrise, e per un istante tutto sembrò tornare al proprio posto.
«Hai mangiato?»
Erian annuì.
Odel lo guardò.
«Mangio dopo.»
«Allora non annuire», mormorò Sivra.
Gli venne quasi da ridere.
Si sedette.
«Avevi detto che avremmo letto il quaderno.»
La nonna voltò lentamente la testa verso il tavolino.
«Sì.»
Erian lo prese, ma quando glielo porse lei non lo aprì. Gli posò invece una mano sopra.
«Prima scriviamo a tuo padre.»
Odel si alzò per cercare carta pulita.
La lettera fu breve.
Sivra dettò l’inizio, poi dovette fermarsi. Erian rimase con la penna sospesa mentre lei riprendeva fiato.
Aveva scritto che non si sentiva bene, che Odel era con loro e che sarebbe stato opportuno tornare appena concluso il lavoro.
Erian rilesse l’ultima frase.
«Non appena concluso.»
Sivra lo guardò.
Lui intinse di nuovo la penna.
Sotto le righe della nonna scrisse:
Vieni appena ricevi questa lettera.
Esitò, poi aggiunse:
Abbiamo bisogno di te.
Lasciò asciugare l’inchiostro senza chiedere il permesso di tenere quelle parole.
Odel piegò il foglio.
«Conosco chi parte oggi. Gliela faccio portare.»
Erian si offrì di andare con lei.
«Tu resta qui», disse la donna. «E mangia davvero.»
Nei giorni successivi la casa cambiò ritmo.
Il fuoco veniva acceso prima dell’alba. Sul tavolo comparvero tazze che nessuno finiva, panni ripiegati e piatti mandati dai vicini. Erian imparò quali assi del corridoio scricchiolavano e dove appoggiare la brocca per non svegliare la nonna.
Sivra ebbe ore migliori.
Una mattina volle sedersi vicino alla finestra e correggere il rammendo di Neris. Un’altra mangiò quasi tutta la minestra e domandò se il fico del vasaio fosse stato potato, perché qualcuno prima o poi avrebbe dovuto ricordargli che gli alberi non si sistemavano da soli.
In quelle ore Erian si concedeva piccoli progetti.
Il giorno dopo avrebbero letto il quaderno. Avrebbe chiesto di Vorath. Avrebbero aspettato Teren al porto.
Poi arrivava la sera e Sivra si stancava anche soltanto a rispondere.
Neris cominciò a misurare le giornate dal cibo rimasto nelle scodelle.
Tìmir, che non aveva mai rispettato il sonno di nessuno, imparò a salire sul letto della nonna senza saltare. Si sistemava vicino ai suoi piedi e la osservava muovere le dita sotto la coperta.
Una volta Sivra lo chiamò con un fischio.
Tìmir rizzò le orecchie.
«Almeno tu», disse lei piano.
Erian, seduto accanto alla finestra, sollevò la testa.
«Almeno lui cosa?»
La nonna accarezzò il dorso dell’animale.
«Viene quando lo chiamo.»
Il sesto giorno Erian udì la campana del porto.
Stava sciacquando una tazza. Rimase con le mani nell’acqua, contando i rintocchi senza volerlo.
Neris era sul gradino della porta con una fetta di pane.
«È la nave?» chiese.
Lui guardò oltre il fico.
Fra le foglie si muoveva una vela.
«Forse.»
La bambina si voltò verso di lui.
«Non vai a vedere?»
Erian asciugò la tazza e la ripose sullo scaffale.
«Non serve.»
Neris si spostò un poco sul gradino, lasciandogli posto.
Lui si sedette accanto a lei.
Rimasero a guardare finché la vela scomparve dietro il comignolo.
Poi, dalla camera, Sivra chiamò.
Erian si alzò per primo.
La trovò sveglia, con il quaderno appoggiato sulla coperta. Aveva infilato fra le pagine il nastro verde di Maelin.
«Chiudi la porta», disse.
La accostò, lasciando uno spiraglio per sentire Neris.
Sivra seguì il suo sguardo verso il corridoio.
«Bravo.»
Erian si sedette vicino a lei.
La nonna gli porse il quaderno. Lui lo prese con entrambe le mani.
«Non capisco tutte le parole.»
«Non pretendere di capirle in fretta.»
«Mi aiuterai.»
Sivra abbassò gli occhi sulla copertina.
«Ci sono persone che possono farlo meglio di me.»
Erian sentì irrigidirsi la schiena.
«Chi?»
«Dovrai scegliere con attenzione.»
Quella risposta gli fece montare una rabbia improvvisa.
«Continui a dirmi di stare attento, ma non mi dici a cosa.»
Sivra chiuse gli occhi.
Lui si pentì del tono, ma non delle parole.
«Scusa.»
«No», disse lei. «Hai ragione.»
Aspettò qualche respiro prima di continuare.
«Ho rimandato troppo.»
Dal vicolo arrivò lo stridio di una ruota. Tìmir si mosse sotto il letto, facendo rotolare qualcosa sul pavimento.
Erian tenne fermo il quaderno.
«Possiamo cominciare adesso.»
La nonna lo guardò.
Per un momento lui credette che avrebbe raccontato tutto: la strada disegnata, la lingua, Vorath, la musica sulla spiaggia. Si sporse persino un poco, per non costringerla ad alzare la voce.
Sivra gli toccò la guancia.
«Ricordati che hai sedici anni.»
Erian si ritrasse appena.
«Lo so.»
«A volte sembri convinto di averne quaranta.»
Lui tentò un sorriso.
La nonna lasciò scivolare la mano sulla sua.
«Quando tuo padre arriva, lascia che faccia il padre.»
Erian guardò il bordo della coperta.
«Se arriva.»
Le dita di Sivra si strinsero debolmente.
«Quando arriva.»
Quella notte Odel rimase di nuovo.
Erian dormì sulla panca della cucina con una coperta troppo corta e Tìmir rannicchiato nell’incavo del braccio. Si svegliò diverse volte: per un passo, per il tintinnio di una tazza, per un sogno nel quale sentiva la campana del porto e non riusciva a trovare la strada.
Poco prima dell’alba, qualcuno gli toccò la spalla.
Aprì gli occhi.
Odel era inginocchiata accanto alla panca.
Non aveva bisogno di chiederglielo. Odel rimase lì, alla sua altezza, senza dirgli subito che cosa bisognava fare.
Erian si mise seduto.
Tìmir scivolò dalla coperta e atterrò sul pavimento.
«Neris dorme ancora», disse Odel.
Lui guardò verso il corridoio.
Nella camera della nonna la lampada era accesa.
Aspettò di sentire un colpo di tosse, il letto che scricchiolava, la voce di Sivra che chiedeva perché fossero tutti in piedi a quell’ora.
Odel gli teneva ancora una mano sulla spalla.
Erian si accorse di avere freddo.
Sul tavolo c’era il quaderno. Lo aveva lasciato lì la sera prima, accanto alla tazza della nonna.
Il nastro verde spuntava fra le pagine.
La porta della camera di Neris si aprì.
«È già mattina?»
Erian si alzò così in fretta che Odel dovette scostarsi.
Sua sorella era ferma nel corridoio, con gli occhi socchiusi e una guancia segnata dal cuscino.
«Che succede?»
Lui le andò incontro.
Aveva passato anni a cercare le parole giuste per spiegarle le cose.
Quella mattina riuscì soltanto ad abbracciarla.
Altre opere da leggere
La signora Clara e la libreria magica
La signora Clara camminava con passo incerto per le strade umide di novembre.Gli occhi smarriti cercavano qualcosa di familiare su cui posarsi, un oggetto, una persona, vagando come biglie su un tavolo da biliardo.All’improvviso un frammento di memoria la fece
spark cage: un destino di fuoco
Una scuola perfetta. Un potere nascosto. Un segreto pericoloso. Per la quattordicenne Erin Riley, l'ammissione alla prestigiosa Elemental Academy, nel cuore del New Jersey, sembra l'unica via di fuga. Dopo un misterioso e drammatico incidente a scuola, i suoi
Il canto degli Dei
Liam ha tutto quello che un mortale potrebbe desiderare: fama, bellezza, un pubblico che lo adora. Quello che nessuno sa è che porta dentro di sé un segreto antico quanto l'amore stesso: è la reincarnazione di Afrodite, condannato a un ciclo di morti e rinasci
Ali nella notte
Da secoli i gargoyle custodiscono in segreto le reliquie conservate nelle chiese di Teramo. Wang e Damiano, guardiani legati da un sentimento che va oltre la fratellanza, ricevono una semplice missione: trasferire una reliquia nel Duomo della città. Ma l'oper