LA FINESTRA VERSO IL MARE
A Vaelra tutte le case avevano una finestra rivolta verso il mare, anche quelle da cui il mare non si vedeva affatto.
Era una consuetudine scomoda per i muratori, soprattutto nelle strade strette, dove una finestra poteva affacciarsi soltanto sul muro del vicino. Eppure, nessuno avrebbe comprato una casa che ne fosse priva. Gli abitanti dicevano che era sempre stato così e, quando non si sapeva più chi avesse deciso una cosa, a Vaelra diventava abitudine.
La finestra di Sivra guardava sopra tre tetti, un comignolo storto e il fico del vasaio. Fra le foglie, nei giorni limpidi, si vedeva una striscia di mare.
Quella mattina, sul davanzale, c’erano anche una tazza sbeccata, mezzo panino e un piccolo animale che non avrebbe dovuto trovarsi lì.
«Scendi», disse Erian.
Tìmir continuò a masticare.
Aveva il corpo lungo e flessuoso dei nìveli, il ventre bianco e il dorso color miele chiaro. La coda gli ricadeva oltre il davanzale, terminando in un ciuffo grigio. Le orecchie, invece, non somigliavano a quelle di nessun altro nìvelo che Erian avesse visto: erano appuntite e troppo grandi, e una si inclinava sempre un poco quando sembrava aspettarsi una sgridata.
In quel momento erano entrambe rivolte verso di lui.
«Ti vedo.»
Tìmir abbassò il muso dietro il pane.
Seduta al tavolo, Neris soffocò una risata nella propria tazza.
«Crede che adesso non lo vedi più.»
«Lo vedo benissimo.»
«Forse dovresti dirglielo.»
Erian allungò una mano. Il nìvelo gli passò sopra il polso, risalì la manica e si infilò nel cappuccio, portando con sé la crosta rubata.
«Magnifico», disse Erian. «Adesso ho la colazione sulla schiena.»
Neris rise apertamente.
Aveva una macchia di farina sulla guancia e i capelli raccolti in una treccia che si stava disfacendo dal momento stesso in cui Erian aveva finito di intrecciarla. Il nastro pendeva quasi sciolto.
Lui lo indicò.
«Non toccarla più.»
Neris portò subito una mano alla treccia.
Dal focolare arrivò il rumore del mestolo contro il bordo della pentola.
«Erian», disse Sivra, «se continui a guardarle i capelli in quel modo, finirai per scioglierli tu.»
La nonna teneva ferma la pentola con un panno ripiegato. Da qualche tempo usava entrambe le mani anche per i recipienti piccoli. Erian aveva notato il bastone sempre più vicino alla sedia, le pause a metà della scala.
Si alzò per aiutarla.
«Posso ancora versare il latte.»
«Lo so.»
«Allora prendi le scodelle.»
Era il modo in cui Sivra accettava aiuto: assegnando a tutti un compito abbastanza diverso da quello che stavano cercando di toglierle.
Erian sistemò le scodelle e, passando accanto al davanzale, guardò il mare.
Una raffica fece battere l'imposta contro il fermo. Erian la trattenne con una mano. Sul bordo del legno si era depositata una crosta bianca; la grattò con l'unghia e il sale gli rimase sotto il dito.
Il tassello con cui Teren aveva rinforzato l'angolo era più chiaro del resto. Suo padre conservava anche i ritagli piccoli: il legno buono arrivava dall'interno, e una tavola costava più di quanto Erian avesse immaginato prima di accompagnarlo a comprarla.
Il vento agitava le foglie del fico del vasaio. Un gabbiano passò basso fra le case e scomparve verso il mare. Dal vicolo arrivava l'odore del pesce messo a seccare.
Erian sistemò meglio il fermo. Sentiva il sale sulle labbra.
C’era una vela scura oltre il fico.
Si fermò.
«Non è la sua», disse Neris.
«Non stavo guardando quello.»
«Quella di papà ha una striscia chiara.»
«Papà non ha una nave. Lavora sulle navi degli altri.»
Neris abbassò gli occhi sulla tazza.
Sivra posò il mestolo.
«La nave su cui è arrivato l’ultima volta aveva una striscia chiara», disse. «Tua sorella ricorda bene.»
Erian prese il pane. Sotto il bordo della tazza della nonna spuntava la lettera di Teren, ripiegata in quattro. Era arrivata dodici giorni prima, con un mercante di corde.
Un altro lavoro, nello stesso porto. Due settimane, forse meno.
Erian aveva contato i giorni, poi aveva smesso di farlo davanti a Neris.
«Odel passa dopo mezzogiorno», disse Sivra. «Mi porterà il filo.»
«Vado a prenderlo io», si offrì Erian.
«Tu vai a ritirare l’olio. E porta anche tua sorella.»
Neris si raddrizzò sulla sedia. «Possiamo passare dal porto?»
Erian scosse la testa. «L’olio si vende in piazza.»
«Il porto è quasi sulla strada.»
«È dalla parte opposta.»
Sivra divise il pane in tre pezzi. «Allora farete una strada un poco più lunga.»
Al porto stavano caricando sacchi di sale su una nave dal ventre largo. Il legno nuovo di una riparazione spiccava sul fianco scuro, ed Erian si fermò a osservare il bordo delle tavole.
Suo padre gli aveva insegnato a distinguere un lavoro ben fatto. Le giunture dovevano seguire la curvatura dello scafo senza forzarla; i chiodi andavano disposti con criterio, non infittiti per nascondere l’incapacità di chi li piantava.
Quella riparazione gli sembrò buona.
Sotto il molo, un pescatore ritirò una cima per lasciare il passo a un rovàscio. L’animale avanzava di traverso su sei zampe, con alghe nelle conche del dorso. Infilò le placche della bocca sotto una pietra e la sollevò. Accanto ai piedi dell’uomo, una rete era stata rammendata con un filo più chiaro.
Neris, invece, guardava la passerella.
«Credi che ci lascerebbero salire?»
«No.»
«Non gliel’abbiamo chiesto.»
«Stanno lavorando.»
Neris si sporse fra due pali del molo.
«Guarda.»
Un nàluro frugava con i barbigli sotto una pietra. Ne estrasse una conchiglia e la batté due volte contro lo scoglio. Le quattro pinne larghe si muovevano appena; la cresta sul dorso era ripiegata fra le squame scure.
La bambina si accovacciò.
L’animale abbandonò il guscio e si voltò verso una pozza. Fra lui e l’acqua c’era una striscia di roccia asciutta.
Le pinne cominciarono a remare.
Il nàluro scivolò sopra lo scoglio, avvolto in una fascia d’acqua tanto sottile che Erian vedeva la pietra attraverso di essa. Percorse poche lunghezze del proprio corpo. Poi la fascia si disfece in gocce e lui scomparve nella pozza.
«Il mare tornerà fin lì?» chiese Neris.
«Prima c’era. Gli resta addosso per un poco.»
Erian indicò quattro pinne dipinte sul fianco di una barca vicina.
«È lui.»
Neris confrontò il disegno con la pozza.
«Perché lo mettono sulle barche?»
«Per augurare a chi parte di tornare.»
La bambina si rialzò. Guardò ancora il segno, poi la nave carica di sale.
Un marinaio passò accanto a loro con un sacco sulle spalle. Aveva una striscia di stoffa annodata sulla fronte e il collo arrossato dal sole.
«Dove andate?» gli domandò Neris.
«Io? A posare questo, se riesco.»
Lei si spostò subito.
Il marinaio tornò poco dopo, battendosi le mani sui pantaloni.
«La nave va a ponente. Tre porti, forse quattro, se il vento ci tratta bene.»
«Quanto lontano?» chiese Erian.
L’uomo lo guardò meglio.
«Abbastanza.»
Erian sentì Tìmir muoversi nel cappuccio. Una zampetta gli premette contro la nuca.
«Vi serve qualcuno?»
Neris si voltò verso di lui.
Il marinaio indicò i sacchi.
«Qualcuno serve sempre. Sai tenere una cima?»
«Sì.»
«Svegliare un uomo senza farti colpire?»
Erian esitò.
«Imparerai.»
La nave scricchiolò contro gli ormeggi. Da bordo arrivò un richiamo.
«Si parte fra sei giorni», disse l’uomo. «Se cerchi lavoro a bordo, chiedi del capitano.»
Quando si fu allontanato, Neris rimase a fissare il fratello.
«Perché gliel’hai chiesto?»
«Per sapere.»
«Vuoi andare?»
Erian guardò le corde, i barili assicurati sul ponte, lo spazio aperto oltre l’imboccatura del porto.
«Un giorno.»
«Vengo anch’io.»
«Non è una passeggiata.»
«Lo so.»
«E Tìmir?»
«Viene anche lui.»
Il nìvelo fece capolino dalla sua spalla, come se l’accordo lo riguardasse e fosse già stato concluso.
Erian sorrise, ma Neris non ricambiò.
«Fra sei giorni?» domandò.
«Ho detto un giorno.»
Lei gli prese la mano. Lo faceva ancora, qualche volta, quando attraversavano una strada affollata. Quella mattina il molo era quasi vuoto.
Tornarono con l’olio e un piccolo cartoccio di fichi troppo maturi che il venditore aveva regalato a Neris.
Sivra dormiva sulla sedia.
Erian posò la brocca senza fare rumore. La testa della nonna era inclinata verso la spalla e, sul grembo, teneva un lavoro a maglia dal quale era scivolato un ferro.
Neris aprì la bocca per chiamarla.
Lui le toccò il braccio.
«Lasciala riposare.»
Mangiarono i fichi sui gradini dietro casa. Neris ne mise da parte uno, il meno schiacciato, per Sivra.
Dal vicolo arrivavano colpi regolari: il vasaio stava riparando un ripiano. Più lontano, una donna chiamava qualcuno che evidentemente non aveva intenzione di rispondere. Tìmir esplorò un vaso vuoto, vi si infilò con tutto il corpo e ne uscì deluso.
«Mamma sapeva nuotare?» domandò Neris.
Erian si pulì le dita sui pantaloni.
«Sì.»
«Bene?»
«Meglio di papà.»
«Me lo ricordo?»
La domanda gli fece sollevare il capo.
Neris stava separando il picciolo da un fico.
«Non lo so.»
«Mi ricordo una donna nell’acqua. Ma forse è una storia che mi hai raccontato.»
Erian cercò nella propria memoria. Vide un lembo di stoffa bagnata, il braccio della madre che si tendeva verso di lui, il riflesso del sole così forte da costringerlo a socchiudere gli occhi.
«Ti teneva sotto la pancia», disse. «Tu muovevi le gambe e le spruzzavi l’acqua in faccia.»
Neris sorrise.
«Si arrabbiava?»
«Faceva finta.»
«E io ridevo?»
«Moltissimo.»
La bambina rimase in silenzio per un poco.
«Allora forse mi ricordo quello.»
Erian avrebbe voluto esserne sicuro.
Le porse l’ultimo fico del cartoccio.
Quella sera Sivra insegnò a Neris a rammendare una calza.
Erian sedeva dall’altra parte del tavolo con una fibbia rotta e due piccoli attrezzi. Tìmir cercava di tirarsi sotto la pancia una striscia di cuoio.
«Quella mi serve.»
Il nìvelo serrò i denti.
Erian tirò piano. Tìmir scivolò sul tavolo senza mollare la presa.
«Hai scelto una creatura molto ragionevole», osservò Sivra.
«Era l’unico che nessuno voleva.»
«E adesso vuole tutto lui.»
Neris rise, poi punse la calza e anche un poco il proprio dito.
La nonna le prese la mano per guardarlo.
Fu allora che Tìmir lasciò il cuoio.
Sollevò il muso verso la parete rivolta alla montagna. Le orecchie si tesero, tanto dritte da sembrare più lunghe del solito.
Sivra smise di parlare.
L’odore arrivò qualche istante dopo.
Erian pensò a un uovo guasto caduto dietro la credenza. Poi sentì qualcosa di più acre, simile alle alghe rimaste fra gli scogli, e un pizzicore in gola.
«Chiudete le finestre», disse Sivra.
Erian rimase seduto.
La nonna si voltò verso di lui.
«Subito.»
Non alzò la voce. Fu questo a farlo muovere.
Chiuse le imposte della cucina e attraversò il corridoio. Nella camera della nonna la finestra era socchiusa; mentre tirava il legno verso di sé, sentì nel vicolo un recipiente andare in pezzi.
Qualcuno chiamò un bambino.
Un cane cominciò ad abbaiare, poi guaì.
Erian tornò in cucina. Sivra aveva versato del sale lungo la soglia e Neris stringeva Tìmir contro il petto. L’animale non cercava di liberarsi: continuava a guardare la parete.
«È il drago?» chiese la bambina.
Erian conosceva quella storia. Sotto la fortezza di Orven dormiva una bestia così vecchia che gli alberi erano cresciuti sopra la sua schiena. Il suo respiro avvelenava le grotte e chi vi entrava poteva dimenticare la via del ritorno.
Gli alberi gli erano sempre sembrati il particolare meno credibile.
Ora guardò il soffitto, come se sopra le travi potesse comparire una risposta.
«Nonna?»
Sivra prese un panno, lo bagnò e lo porse a Erian.
«Sotto la porta. Premilo bene.»
Lui obbedì.
«È il drago?» ripeté Neris.
La nonna aspettò che Erian si rialzasse.
«È il suo respiro.»
Nessuno disse nulla.
La pentola sul fuoco cominciò a bollire. Sivra la tolse con una cautela insolita e rimase un momento con le mani appoggiate al tavolo.
Poi guardò verso il corridoio.
«Erian, porta qui la cassa che tengo sotto il letto.»
Lui conosceva quella cassa. Da piccolo aveva provato ad aprirla usando un chiodo, una forchetta e, una volta, il coltello buono di suo padre. La serratura aveva resistito a tutto.
«Adesso?»
Sivra tirò fuori da sotto l’abito una chiave appesa a un cordoncino.
Neris si sporse per vederla.
«Che cosa c’è dentro?»
La nonna fece scorrere il pollice sui denti della chiave.
«Una cosa che avrei dovuto insegnarvi prima.»
Erian trovò la cassa esattamente dove ricordava, spinta contro il muro sotto il letto della nonna.
Dovette inginocchiarsi per raggiungerla. Il pavimento gli gelò le ginocchia attraverso i pantaloni. Tirò la maniglia, ma la cassa si mosse appena.
Provò con entrambe le mani.
La cassa scivolò fuori con un breve lamento.
Dietro era rimasta una piccola raccolta di oggetti: un bottone, una noce vuota e la fibbia che Erian aveva cercato per tre giorni all’inizio dell’inverno.
Tìmir, arrivato silenziosamente alle sue spalle, afferrò la noce.
«Quindi era qui.»
Il nìvelo si immobilizzò.
Erian raccolse la fibbia.
«Di questo parleremo.»
Tìmir arretrò sotto il letto con la propria refurtiva.
La cassa era di legno chiaro, scurito negli angoli. Sul coperchio correvano pochi segni incisi, quasi cancellati dalle mani che vi erano passate sopra. Erian li aveva sempre presi per un ornamento.
La sollevò contro il petto. All’interno qualcosa diede un colpo sordo.
«Non rovesciarla», chiamò Sivra dalla cucina.
«Non la sto rovesciando.»
La sistemò meglio fra le braccia.
Quando tornò, Neris aveva sparecchiato il tavolo senza che nessuno glielo chiedesse.
Posò la cassa davanti alla nonna.
Sivra fece scorrere la chiave sul cordoncino senza toglierselo dal collo. Si chinò per raggiungere la serratura. Erian mosse una mano per aiutarla, poi la ritirò: lei teneva la chiave stretta fra le dita.
La serratura scattò.
Neris si sollevò sulle punte.
Dentro c’erano un quaderno dalla copertina scura e un involto azzurro. Sivra appoggiò il quaderno sulle ginocchia e aprì il panno.
Comparve un piccolo tamburo.
La cornice di legno era tanto sottile che Erian si domandò come potesse reggere la pelle tesa. Non c’erano chiodi visibili. Sul bordo correvano incisioni simili a quelle del coperchio, interrotte qua e là da piccoli dischi di metallo opaco.
Neris allungò un dito.
La nonna le fermò dolcemente la mano.
«Prima ascolta.»
«Non ho ancora fatto niente.»
«Appunto.»
Erian spostò la sedia accanto a lei.
«È tuo?»
Sivra annuì.
«Perché non l’hai mai tirato fuori?»
«L’ho tirato fuori.»
Neris la guardò.
«Quando ero piccola.»
La nonna le sorrise appena.
Erian aggrottò la fronte. Non ricordava nessun tamburo. Ricordava però certe sere in cui, tornando tardi dal porto, aveva sentito Sivra cantare nella camera della sorella. Si era fermato qualche volta dietro la porta, senza entrare.
La melodia gli era sembrata sempre la stessa.
Sivra ruotò il tamburo, mostrando un gruppo di segni vicino alla giuntura del legno.
«Questa parola si legge nàmar.»
Neris la ripeté subito. Erian provò a distinguere dove finisse un segno e cominciasse quello successivo.
«Che cosa significa?»
«Nome. Ma anche qualcosa di più.»
«Quanto di più?»
Sivra lo guardò con l’espressione che assumeva quando lui voleva sapere quanto sale mettere nell’impasto e pretendeva una risposta più precisa di “quello che serve”.
«Se chiamo tua sorella Neris, tu sai di chi parlo.»
«Certo.»
«Sai che si tocca la treccia quando non vuole rispondere. Sai che lascia i fichi meno schiacciati per me. Sai come ride.»
Neris abbassò la mano dai capelli.
«Tutto questo», continuò Sivra, «viene insieme al suo nome. Anche se non lo dici.»
Erian guardò la sorella. Lei stava ancora cercando di vedere il tamburo senza avvicinare le dita.
«E questa lingua riesce a dirlo?»
«A volte.»
«Come si chiama?»
«Sàren.»
Fu Neris a rispondere.
Sivra si voltò verso di lei.
«Ti ricordi.»
La bambina annuì, soddisfatta.
Erian provò un piccolo fastidio e subito se ne vergognò.
«A me non l’hai insegnato.»
«Quando provavo a cantare, dicevi che eri troppo grande e andavi a cercare tuo padre.»
Era vero. Se lo ricordava.
Gli sembrò ingiusto che una decisione presa a sei anni potesse ancora essere usata contro di lui.
Sivra passò il pollice sulla cornice.
«Volevo riprendere con te. Poi c’era sempre qualcosa da fare.»
Fuori, una porta sbatté. La nonna sollevò gli occhi verso la finestra e attese.
L’odore del monte si sentiva ancora, più debole ma persistente, come qualcosa rimasto attaccato ai vestiti.
«È per questo che l’hai tirato fuori?» domandò Erian.
Sivra piegò un lembo del panno sul tamburo.
«Sì.»
«Che cosa c’entra con il drago?»
Lei rimase in silenzio abbastanza a lungo da fargli pensare che non avrebbe risposto.
«Conosce questa lingua.»
Neris si avvicinò alla sedia della nonna.
«Il drago sa parlare?»
«Un tempo sapeva.»
«E adesso?»
«Non so che cosa sia rimasto della voce di Vorath.»
Erian sollevò lo sguardo. «È il suo nome?»
La nonna annuì.
«Non ce l’hai mai detto.»
«Non me l’avete mai chiesto.»
Questa volta, però, la risposta non bastò a nessuno dei due.
Erian la fissò. La nonna non stava raccontando una delle storie che cominciavano mentre si sgranavano i legumi e finivano quando la ciotola era piena.
Si accorse che aveva paura.
«Dovremmo chiamare qualcuno.»
«Chi?»
Erian pensò a Odel, al vasaio, agli uomini del porto. Nessuno gli sembrò adatto.
«Papà.»
Sivra abbassò lo sguardo sulla chiave.
«Gli abbiamo scritto.»
«Possiamo scrivergli di nuovo.»
«Lo faremo domattina.»
La risposta lo rassicurò soltanto un poco.
Tìmir uscì dal corridoio con la noce fra i denti. Si fermò accanto alla gamba del tavolo, annusò l’aria e lasciò cadere la noce. Poi si arrampicò sulle ginocchia di Erian senza cercare nulla da rubare.
Sivra cominciò a riavvolgere lo strumento.
Neris protestò.
«Non ci insegni a suonarlo?»
«Stasera no.»
«Hai detto che dovevi insegnarci una cosa.»
La nonna tenne il tamburo fra le mani.
«Dovete imparare a riconoscere quando stare lontani da una musica.»
Erian si appoggiò allo schienale. Quella frase non gli piaceva.
Sivra li guardò uno alla volta.
«Se sentite tamburi sulla spiaggia e il vento viene da sud, restate in casa.»
«Anche se c’è una festa?» domandò Neris.
«Se c’è una festa, qualcuno avrà acceso fuochi, portato panche, preparato da mangiare. Avrete sentito parlarne per giorni. Io parlo di una musica che arriva quando nessuno dovrebbe essere lì.»
«Perché dovremmo andarci?» chiese Erian.
La nonna lo osservò con tanta attenzione che lui distolse gli occhi.
«Potreste credere che vi stiano chiamando.»
Nella cucina si sentì soltanto il crepitio di un pezzo di legna.
Neris si strinse nelle spalle.
«Chi?»
Sivra posò il tamburo nella cassa.
«Qualcuno che desiderate rivedere.»
Erian sentì il peso di Tìmir sistemarsi contro il suo ventre. Gli passò una mano sul dorso, troppo in fretta, e l’animale sollevò il muso.
«Non è divertente.»
«Non sto cercando di divertirvi.»
«Allora spiegaci.»
La voce gli era uscita più dura di quanto volesse.
Sivra non lo rimproverò. Si portò una mano al petto e aspettò che un breve accesso di tosse passasse. Neris le avvicinò la tazza.
La nonna bevve.
«Hai ragione», disse infine. «Vi devo una spiegazione.»
Erian attese.
«Ma devo mettere in ordine alcune cose.»
Indicò il quaderno sulle proprie ginocchia. Fra le pagine spuntavano fili colorati e piccoli pezzi di carta.
«Domani lo leggeremo insieme. Per stanotte, mi basta la vostra promessa.»
Neris rispose subito.
Erian guardò il quaderno, poi la finestra chiusa.
«Va bene.»
«Erian.»
«Prometto che non andrò sulla spiaggia.»
Sivra tese una mano. Lui gliela prese.
Aveva la pelle sottile, asciutta, più fredda del solito.
Più tardi, quando Neris fu a letto, Erian riportò la cassa nella camera della nonna.
Sivra aveva chiuso a chiave il tamburo, ma aveva tenuto fuori il quaderno.
Lo trovò aperto sul tavolino, accanto alla lampada. Su una pagina c’erano righe di scrittura fitta; sull’altra, un disegno che sembrava una strada fra due file di case. La nonna coprì il foglio con la mano quando lui si avvicinò.
«Non riesci a dormire?»
«Devo finire una cosa.»
Erian guardò la penna.
«Domani hai detto che lo leggeremo.»
«Sì.»
Si inginocchiò e spinse la cassa sotto il letto. Questa volta Tìmir lo seguì, controllando con attenzione che la noce fosse ancora al proprio posto.
Dalla camera vicina arrivò la voce di Neris.
«Erian?»
«Arrivo.»
Fece per uscire, ma Sivra lo richiamò.
«Tuo padre tornerà.»
Lui rimase sulla soglia.
«Lo so.»
La nonna sembrò sul punto di aggiungere qualcosa. Poi abbassò gli occhi e raddrizzò il bordo del quaderno.
Erian andò dalla sorella.
Neris aveva lasciato scoperta metà del cuscino. Tìmir salì sul letto e occupò immediatamente quello spazio, avvolgendosi nella coda.
«La nonna conosce qualcuno che vive sulla spiaggia?» chiese lei.
«Non credo.»
«Allora perché ha detto quella cosa?»
Erian si sedette accanto al letto.
«Domani glielo chiediamo.»
Neris accarezzò con un dito l’orecchio piegato di Tìmir.
«Se sentissi la mamma, io vorrei andare.»
Erian guardò la coperta, dove una cucitura aveva cominciato a cedere.
La stessa idea gli era venuta in cucina. Aveva sperato che non venisse in mente anche a lei.
«Lo so», disse.
Neris gli prese due dita, come faceva da piccola per addormentarsi.
Lui rimase finché la stretta non si allentò.
Quando tornò nel corridoio, la luce filtrava ancora da sotto la porta della nonna. Sentì la penna muoversi sulla carta, poi fermarsi.
Dopo un momento Sivra cominciò a cantare.
Piano, quasi senza voce.
Erian riconobbe la melodia delle sere in cui si credeva troppo grande per ascoltare. Questa volta rimase davanti alla porta.
La nonna arrivò alla fine di una frase, tacque e ricominciò da capo.
Al terzo tentativo, Erian capì che la nonna non riusciva a ricordare come continuasse.
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