Storia · capitolo 1 · finale

Le scope di Dante

Le scope di Dante di fabiocarbone31@gmail.com

 

«Ricordi quand’eri saggina, coi penduli grani che il vento scoteva…»

— Giovanni Pascoli, La canzone della granata

 

Il negozio della mia infanzia era un emporio dove si trovava di tutto: dalle penne biro ai quaderni dalla copertina grezza, nera come il carbone, dallo spago per gli imballaggi alle coppole per i contadini. E, naturalmente, il pezzo forte: le celebri scope di saggina, che avevano tenuto puliti per generazioni i pavimenti delle nostre case.

Il retro dell’emporio si affacciava su un vicoletto stretto e oscuro, che si inerpicava sui grossi basoli consumati dal tempo. Il negozietto era il primo di una fila di piccoli bassi adibiti ad attività artigiane, disposti perpendicolarmente alla fiancata della chiesa.

A seguire vi era il bugigattolo del barbiere, celebre in paese per i calendarietti tascabili che distribuiva parsimoniosamente ai suoi clienti sotto Natale: per ogni mese dell'anno, quei cartoncini mostravano donnine dagli abiti sorprendentemente succinti per l'epoca. A risvegliare i bollenti ardori bastava già quel profumo esotico, un misto di talco e misteriose essenze a buon mercato.

Più avanti si trovava il calzolaio, quasi sempre assente, poi l'arrotino, che faceva anche il campanaro, e il tabaccaio con il suo fidato sasso, sul quale controllava l’autenticità delle cinquecento lire d'argento. Chiudeva questa sfilata di arti e mestieri il fioraio, che lavorava soprattutto durante la ricorrenza dei defunti vendendo crisantemi; negli altri mesi si arrangiava confezionando corone per l’ultimo viaggio dei nostri compaesani.

Ma il vero regno del vicolo era il negozio di Dante. Nessuno in paese riusciva a essere diffidente e affabile allo stesso tempo come lui.

Sulla porta a vetri erano esposte una mezza dozzina di scope, che profumavano di fieno secco, tutte allineate con la testa all’insù, come giovani corazzieri.

Nessuno di noi poteva immaginare che quelle povere scope sarebbero diventate il vessillo della nostra «guerra delle barchetelle» contro di lui.

Quell'entrata secondaria era la preferita della clientela: tutti evitavano l'accesso principale sulla piazza, per sfuggire agli sguardi inquisitori degli sfaccendati e delle malelingue.

La bottega era un antro perennemente in penombra. La poca luce che filtrava dagli usci e da due minuscole feritoie poste in alto disegnava appena i contorni degli oggetti.

 

Ricordo ancora l’enorme bancone di legno massiccio, sul quale spiccavano grandi vasi di cristallo colmi di leccornie: le mitiche barchetelle e i pesciolini di liquirizia, gli sciu sciù alla menta ricoperti di zucchero e gli immancabili confettini colorati che chiamavamo, con religiosa devozione, franchellippi.

Dante era un ometto senza età. Aveva un volto tondeggiante, sempre ombreggiato da una barba di qualche giorno, e due occhietti acquosi nascosti dietro spessi occhiali da miope. La sua voce nasale, simile a una trombetta, poteva precipitare all’improvviso in toni bassi, rochi e cavernosi.

Alle sue spalle si muoveva silenziosa la moglie, donna Rosa. Sembrava uscita da una fotografia ingiallita dell’Ottocento: camminava quasi senza posare i piedi a terra e vestiva sempre di nero o di grigio. Il turgido chignon pareva sfidare le leggi della gravità. Appariva e scompariva nella penombra, compagna discreta di quel marito burbero e sospettoso.

Nelle giornate più cupe, Dante accendeva sul bancone un piccolo abat-jour. Sotto quella luce miserella maneggiava il denaro degli incassi con meticolosa attenzione, riponendolo in una scatola da scarpe nascosta nel cassetto.

Ogni acquisto diventava una trattativa estenuante: prima la nostra colletta laboriosa, poi la sua supervisione implacabile.

Ci considerava tutti potenziali ladruncoli, e non aveva tutti i torti: quel negozio era il bersaglio preferito dei nostri espropri proletari. Affollavamo il bancone allungando le mani come tentacoli, nel tentativo di arraffare qualche dolciume.

Seguivano discussioni interminabili sul prezzo, sul numero delle caramelle sottratte e su quelle pagate e mai ricevute. Ad alimentare i nostri sospetti contribuiva la velocità con cui il vecchio preparava i sacchetti, chiudendo la vendita senza concedere appelli.

Durante le contrattazioni abbassava la voce di qualche ottava ed evocava la moglie per avere man forte. Sbraitava come un ossesso e, quando si sentiva alle strette, accarezzava minacciosamente un gigantesco paio di forbici da sarto. Le lame scintillavano, mentre lui alternava falsetti isterici a improvvisi toni da baritono.

Infine, con un rapido aggiustamento degli occhiali sul naso arrossato, faceva sparire qualche dolciume come risarcimento preventivo per i nostri furti passati, presenti e futuri.

 

 

Uscivamo convinti di essere stati imbrogliati e allora scattava la rappresaglia. Il copione lo conoscevamo a memoria e lo eseguivamo con la precisione di una banda addestrata. Le vittime sacrificali erano sempre loro: le scope di saggina che se ne stavano appoggiate alla porta come sentinelle assopite.

In un lampo le facevamo volare lungo la strada e subito dopo richiudevamo le due grosse ante di legno, restando con le spalle incollate al portone, in ascolto.

Dante e donna Rosa, ritrovatisi improvvisamente nel buio, si convincevano ogni volta di essere finiti nelle mani di una banda di delinquenti. Era sorprendente come non venisse mai loro in mente di uscire dall’ingresso principale.

Lui passava rapidamente dalle minacce alle implorazioni: elencava le proprie malattie, ricordava i lutti, invocava pietà con una disperazione degna di un naufrago. Donna Rosa gli faceva eco con singhiozzi regolari, interrotti da qualche scoppiettio poco edificante.

Noi, nascosti dietro il portone, soffocavamo a stento le risate. Dopo qualche minuto, vinti dalla compassione o dalla paura di essere scoperti, lasciavamo andare le ante e sparivamo su per la stradina.

Ai due poveri cristi non restava che recuperare le scope, borbottando come pentole di fagioli sul fuoco.

Con il passare degli anni, quella piccola guerra continuò a consumarsi secondo lo stesso rituale. Noi crescevamo, Dante invecchiava. Donna Rosa se n’era andata prima, lasciandolo solo.

Le scope, invece, restavano a vigilare su un vicolo sempre più deserto. Non erano più soltanto merce: erano il ricordo di una stagione che neppure lui voleva dimenticare.

Stavano lì, sentinelle in pensione, a presidiare i confini di quel piccolo «Deserto dei Tartari», in attesa di un nemico che non sarebbe più tornato.

La banda si era sciolta. Molti di noi erano partiti per cercare fortuna, altri se ne erano andati per sempre. Fino alla chiusura dell’attività, il vecchio testardo tenne ostinatamente le scope legate alla porta.

 

Forse sperava che, da un momento all’altro, quella compagnia di monelli sbucasse ancora dalla porta. O forse gli bastava lasciarle lì, come ricordo.

 Noi credevamo di combattere contro un commerciante avaro; lui, probabilmente, si divertiva più di noi.

 Se fosse ancora vivo, tornerei al mio paese ed entrerei come allora dall’ingresso sul vicolo, per intavolare una furiosa contrattazione sugli sciu sciù e sulle barchetelle.

Lui tenterebbe di imbrogliarmi, io fingerei di scoprirlo, mentre donna Rosa si materializzerebbe dalla penombra per dargli man forte.

E alla fine, uscendo, lancerei in aria per l’ultima volta quelle scope impolverate.

Lo sentirei fingere di protestare, tra i sospiri della moglie, mentre l’aria si riempirebbe di nuovo delle mie risate.

Quelle scope non erano soltanto delle ramazze.

Erano il sottile legame che univa un vecchio negoziante a una banda di ragazzi destinati a diventare uomini.

Quando quel filo si spezzò, il vicolo rimase al suo posto. Anche la chiesa.

Le scope no. Chissà dov’erano finite. Ormai non era più lo stesso mondo.

 

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