Gastone
Un
frequentatore assiduo della casa era Gastone che condivideva un
appartamento in centro con il fratello più grande, il quale non lo
voleva tra i piedi.
Si presentava alle dieci di mattina vestito da
lord, il Sole
24 ore
sotto il braccio, e attaccava a parlare di alta finanza, di borsa di
Londra e di Tokio.
Gli indigeni della casa non ne potevano più
e, cercando di farglielo capire, gli mimavano le dimensioni raggiunte
dalle loro gonadi. Ma Gastone non ci faceva caso.
Così, gli
indigeni decisero che Gastone andava educato.
Avevano da poco
scoperto un posto dove pranzare davvero straordinario. Era il
ristorante della scuola alberghiera, lì dove gli studenti facevano
il tirocinio. Bicchieri di cristallo, posate d'argento, tre camerieri
per tavolo con il tovagliolo sull'avambraccio pronti a riempire i
bicchieri vuoti. Ma la cosa straordinaria era che un pasto completo
costava come la mensa di Agraria: 500 lire. Chiaramente, il loro
obiettivo non era il lucro. Non c'era neanche l'ombra di un'insegna.
Agli indigeni era parso di sognare quando c'erano capitati su
indicazione del tabaccaio, un brav'uomo che gli voleva bene.
Gastone,
oltre a occuparsi di borsa, era anche un appassionato di bon ton e di
araldica. Spesso indossava i guanti anche d'estate e fumava
esclusivamente col bocchino.
Qualche volta si era presentato
anche con un bastone di osso con il manico d'argento a forma di
testa di leone che sbadiglia.
Franco gettò l'amo una mattina di
dicembre.
“Il conte di Roccasecca ci ha invitato a pranzo per
domani. Andrea non può venire perché c'ha l'esame. Se vuoi venire
tu...”
“Il conte di Roccasecca?”
“Sì, quello a cui
abbiamo salvato il figlio...”
“Quando? Non me l'avete mai
raccontato.”
“Sul serio? Strano. Comunque due settimane fa,
siamo andati a vedere una partita di pallavolo del CUS Perugia, e a
un certo punto 'sto ragazzino è cascato dagli spalti e noi che
eravamo proprio lì sotto l'abbiamo afferrato prima che si
sfracellasse sul parquet.”
“Ed era il figlio di un conte?”
“Il
conte di Roccasecca, sangue blu al cento per cento.”
“E adesso
vi ha invitato a pranzo per sdebitarsi, che principe, che
classe!”
“Allora vieni o mangi tonno e pomodori con tuo
fratello come al solito?”
“Vengo, vengo. Qual'è il
ristorante?”
“Non è un ristorante, è un posto super
esclusivo e privato. Devi venire con noi, non lo troveresti mai da
solo.”
Un brivido di piacere attraversò Gastone.
“D'accordo,
dove ci vediamo?”
“All'edicola dei giornali in via Fontivegge,
alle dodici e tre quarti.”
“Ci sarò.”
Il giorno dopo,
alle dodici e tre quarti in punto, gli indigeni, appostati davanti
all'edicola, videro un impermeabile bianco e lungo avanzare verso di
loro. Guadarono meglio: era proprio un impermeabile, di quelli di
gomma della Pirelli, che camminava da solo.
Quando gli fu vicino,
sentirono la voce di Gastone:
“M'ha prestato il soprabito mio
fratello, come mi sta?”
Gli indigeni, ripresisi dallo spavento,
non trovarono comunque parole per rispondere alla sua incauta
domanda.
Franco, come al solito, aveva subito agganciato una delle
cameriere tirocinanti, e appena furono nel ristorante, chiese della
toilette, individuò la ragazza, le passò accanto e le infilò un
biglietto nel taschino della penna.
Gastone, nel frattempo, era
uscito indenne dal suo soprabito da uomo invisibile, mostrandosi in
tutto il suo reale splendore: era in tight.
Gli indigeni gli
tributarono una salva di complimenti. Loro erano vestiti come ogni
giorno, ma Gastone, frastornato dal successo riscosso dalla sua mise,
non ci fece caso.
Dopo qualche minuto, una graziosa cameriera si
avvicinò al tavolo con fare discreto e disse loro: “Ha telefonato
il conte di Roccasecca. È molto dispiaciuto, ma non può essere
presente per improvvisi problemi di salute. Ha detto di godervi
comunque il pranzo anche senza di lui.”
Gli indigeni ebbero un
moto di dispiacere. Gastone, invece, prese la cosa molto bene. L'idea
di trovarsi davanti a un vero nobile, lo preoccupava.
Le portate si
susseguirono a ritmo serrato tra cloche
d'argento e piatti flambé.
“Era
tutto squisito”, sentenziò alla fine Gastone, soddisfatto. Solo in
quel momento si rese conto che era rimasto solo lui al tavolo. Aveva
avvertito un certo movimento, ma il cibo e il vino lo avevano così
appassionato e stordito, che non gli aveva dato peso. Rimase
schiacciato, invece, dal terrore di dover pagare il conto. Visto il
servizio e la qualità del cibo, immaginava una cifra astronomica, e
quando la graziosa cameriera puntò dritto verso di lui con in mano
una cartellina nera, si sentì sprofondare.
Il sudore freddo gli
imperlò la fronte di intellettuale, le mani nobili gli tremarono e
per un istante pensò di darsela a gambe. Solo in quel momento, i
diabolici indigeni tornarono al tavolo e lo riempirono di pacche
sulle spalle ringraziandolo per aver voluto pagare il conto.
“Non
dovevi, comunque grazie.”
“Perché ti sei stato a
incomodare...”
“A buon rendere...”
Gastone riprese colore
solo quando lesse l'ammontare del conto. E da quel giorno smise di
disquisire di alta finanza.
Per festeggiare, gli indigeni diedero
un party in grande stile a cui parteciparono tutti gli amici. Un rito
tribale a base di musica rock a tutto volume ed erba calabrese a
cespugli.
Gabriele, che era la prima volta che la fumava, fu
preda di una ilarità così estrema che quando la luce azzurrognola
dell'alba invase l'appartamento, lui aveva ancora in testa la stessa
scatola di cartone che aveva indossato otto ore prima e piangeva dal
ridere ma senza più lacrime.
Tornò in sé solo quando gli
indigeni, esasperati dalle sue risate senza fine, lo presero per le
ascelle e lo misero prima sotto la doccia e poi fuori dalla porta. E
quando quello poco dopo bussò gridando che non poteva uscire senza
il suo cappello, Antonio aprì la porta e Franco lo colpì sulla
testa con l'elenco telefonico di Roma e provincia.
Altre opere da leggere
I talenti di Orlando
Orlando non è un personaggio inventato, è realmente esistito e ha lasciato tracce che confermano il suo passaggio terreno.
Dalle parole ai fatti
Uno scrittore è alle prese con il personaggio più ingombrante che abbia mai creato: Max Castellani, detective di successo, arrogante, irresistibile e convinto di essere reale.
I talenti di Orlando #2
Questa volta, Orlando Sedis si ritrova in Questura per assistere a un interrogatorio da dietro un finto specchio. Le sospettate sono due donne abbandonate dallo stesso uomo in pochi giorni. Il suo talento smaschererà sia la colpevole che un tentato inganno nei
La camera
A Terni, nel 1921, trovare lavoro è difficile. Trovare una camera, ancora di più. Soprattutto se non lavori all’acciaieria e possiedi soltanto una valigetta e un pellicciotto di cui è meglio non parlare.