Storia · capitolo 2

Gastone

Universitari fuori sede di Franco Porchetti

Un frequentatore assiduo della casa era Gastone che condivideva un appartamento in centro con il fratello più grande, il quale non lo voleva tra i piedi.
Si presentava alle dieci di mattina vestito da lord, il Sole 24 ore sotto il braccio, e attaccava a parlare di alta finanza, di borsa di Londra e di Tokio.
Gli indigeni della casa non ne potevano più e, cercando di farglielo capire, gli mimavano le dimensioni raggiunte dalle loro gonadi. Ma Gastone non ci faceva caso.
Così, gli indigeni decisero che Gastone andava educato.
Avevano da poco scoperto un posto dove pranzare davvero straordinario. Era il ristorante della scuola alberghiera, lì dove gli studenti facevano il tirocinio. Bicchieri di cristallo, posate d'argento, tre camerieri per tavolo con il tovagliolo sull'avambraccio pronti a riempire i bicchieri vuoti. Ma la cosa straordinaria era che un pasto completo costava come la mensa di Agraria: 500 lire. Chiaramente, il loro obiettivo non era il lucro. Non c'era neanche l'ombra di un'insegna.
Agli indigeni era parso di sognare quando c'erano capitati su indicazione del tabaccaio, un brav'uomo che gli voleva bene.
Gastone, oltre a occuparsi di borsa, era anche un appassionato di bon ton e di araldica. Spesso indossava i guanti anche d'estate e fumava esclusivamente col bocchino.
Qualche volta si era presentato anche con un bastone di osso con il manico d'argento a forma di testa di leone che sbadiglia.
Franco gettò l'amo una mattina di dicembre.
“Il conte di Roccasecca ci ha invitato a pranzo per domani. Andrea non può venire perché c'ha l'esame. Se vuoi venire tu...”
“Il conte di Roccasecca?”
“Sì, quello a cui abbiamo salvato il figlio...”
“Quando? Non me l'avete mai raccontato.”
“Sul serio? Strano. Comunque due settimane fa, siamo andati a vedere una partita di pallavolo del CUS Perugia, e a un certo punto 'sto ragazzino è cascato dagli spalti e noi che eravamo proprio lì sotto l'abbiamo afferrato prima che si sfracellasse sul parquet.”
“Ed era il figlio di un conte?”
“Il conte di Roccasecca, sangue blu al cento per cento.”
“E adesso vi ha invitato a pranzo per sdebitarsi, che principe, che classe!”
“Allora vieni o mangi tonno e pomodori con tuo fratello come al solito?”
“Vengo, vengo. Qual'è il ristorante?”
“Non è un ristorante, è un posto super esclusivo e privato. Devi venire con noi, non lo troveresti mai da solo.”
Un brivido di piacere attraversò Gastone.
“D'accordo, dove ci vediamo?”
“All'edicola dei giornali in via Fontivegge, alle dodici e tre quarti.”
“Ci sarò.”
Il giorno dopo, alle dodici e tre quarti in punto, gli indigeni, appostati davanti all'edicola, videro un impermeabile bianco e lungo avanzare verso di loro. Guadarono meglio: era proprio un impermeabile, di quelli di gomma della Pirelli, che camminava da solo.
Quando gli fu vicino, sentirono la voce di Gastone:
“M'ha prestato il soprabito mio fratello, come mi sta?”
Gli indigeni, ripresisi dallo spavento, non trovarono comunque parole per rispondere alla sua incauta domanda.
Franco, come al solito, aveva subito agganciato una delle cameriere tirocinanti, e appena furono nel ristorante, chiese della toilette, individuò la ragazza, le passò accanto e le infilò un biglietto nel taschino della penna.
Gastone, nel frattempo, era uscito indenne dal suo soprabito da uomo invisibile, mostrandosi in tutto il suo reale splendore: era in tight.
Gli indigeni gli tributarono una salva di complimenti. Loro erano vestiti come ogni giorno, ma Gastone, frastornato dal successo riscosso dalla sua mise, non ci fece caso.
Dopo qualche minuto, una graziosa cameriera si avvicinò al tavolo con fare discreto e disse loro: “Ha telefonato il conte di Roccasecca. È molto dispiaciuto, ma non può essere presente per improvvisi problemi di salute. Ha detto di godervi comunque il pranzo anche senza di lui.”
Gli indigeni ebbero un moto di dispiacere. Gastone, invece, prese la cosa molto bene. L'idea di trovarsi davanti a un vero nobile, lo preoccupava.
Le portate si susseguirono a ritmo serrato tra cloche d'argento e piatti flambé.
“Era tutto squisito”, sentenziò alla fine Gastone, soddisfatto. Solo in quel momento si rese conto che era rimasto solo lui al tavolo. Aveva avvertito un certo movimento, ma il cibo e il vino lo avevano così appassionato e stordito, che non gli aveva dato peso. Rimase schiacciato, invece, dal terrore di dover pagare il conto. Visto il servizio e la qualità del cibo, immaginava una cifra astronomica, e quando la graziosa cameriera puntò dritto verso di lui con in mano una cartellina nera, si sentì sprofondare.
Il sudore freddo gli imperlò la fronte di intellettuale, le mani nobili gli tremarono e per un istante pensò di darsela a gambe. Solo in quel momento, i diabolici indigeni tornarono al tavolo e lo riempirono di pacche sulle spalle ringraziandolo per aver voluto pagare il conto.
“Non dovevi, comunque grazie.”
“Perché ti sei stato a incomodare...”
“A buon rendere...”
Gastone riprese colore solo quando lesse l'ammontare del conto. E da quel giorno smise di disquisire di alta finanza.
Per festeggiare, gli indigeni diedero un party in grande stile a cui parteciparono tutti gli amici. Un rito tribale a base di musica rock a tutto volume ed erba calabrese a cespugli.
Gabriele, che era la prima volta che la fumava, fu preda di una ilarità così estrema che quando la luce azzurrognola dell'alba invase l'appartamento, lui aveva ancora in testa la stessa scatola di cartone che aveva indossato otto ore prima e piangeva dal ridere ma senza più lacrime.
Tornò in sé solo quando gli indigeni, esasperati dalle sue risate senza fine, lo presero per le ascelle e lo misero prima sotto la doccia e poi fuori dalla porta. E quando quello poco dopo bussò gridando che non poteva uscire senza il suo cappello, Antonio aprì la porta e Franco lo colpì sulla testa con l'elenco telefonico di Roma e provincia.

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