L'appartamento
In
un appartamento a ridosso del centro storico alloggiavano Antonio,
Franco, Paolo e Andrea.
Essendo l'unico dotato di acqua calda
condominiale, divenne ben presto il fulcro aggregante, il luogo
privilegiato da dove tutto nasceva e dove tutto moriva. Il posto,
insomma, dove tutti si facevano la doccia o il bagno.
Il primo a
presentarsi con accappatoio e spazzolone era Gabriele. Puntuale come
un orologio elvetico, alle otto in punto, si attaccava al campanello
svegliando tutta la brigata.
In particolare, Franco, che amava
dormire quanto fare l'amore, non la prese bene già dalla prima
volta.
“Non lo fare mai più!” l'aveva ammonito a brutto muso
aprendogli l'uscio. Ma Gabriele sentiva l'urgenza delle abluzioni
mattutine in modo così pressante che non riusciva a trattenersi.
Lo
scontro tra i due assumeva ogni mattina toni più accesi. Finché
Franco non recise i fili del campanello del portone. Da quel momento,
chi voleva farsi la doccia o il bagno doveva arrivare non prima delle
nove e mezza e farsi sentire dal lato della terrazza.
Ciò che
invece irritava oltremodo Antonio era il fatto che qualcuno, preso
dal vortice liberatorio del bagno, ci facesse anche i bisogni.
Dopo
qualche settimana, Antonio distribuì il vademecum del bagno a tutti
gli utenti.
Il documento era racchiuso in una sola avvertenza:
Venite
cacati e possibilmente anche pisciati.
Paolo,
invece, avendo il sonno pesante e non facendosi mai la doccia o il
bagno, non aveva nulla da ridire.
Da ultimo, Andrea era così
preso dall'amore, che sopportava tutto senza battere ciglio. La sua
fidanzata, Giovanna, gli faceva visita quasi tutti i giorni e questo
gli bastava.
A chi non bastava mai, invece, era Paolo, che c'aveva
la fidanzata, Giovanna, anche lei, che abitava nello stesso
palazzo.
Mentre Andrea si lavava tutti i giorni e con Giovanna ci
parlava, Paolo c'aveva le camicie di terital che camminavano da sole
e con Giovanna ci scopava.
Franco, che condivideva una delle
camere da letto col mandrillo dalle ascelle assassine, un giorno
decise che era arrivato il momento di costringerlo a lavarsi. Per il
bene suo e di tutto il pianeta.
Paolo era un ragazzo simpatico e
visionario a cui piaceva da matti scherzare e ridere. Oltre tutto,
ridere lo fiaccava nel corpo. Se qualcuno lo faceva ridere per più
di tre minuti, si accasciava, perdeva le forze e l'equilibrio, e
alcune volte rimaneva senza fiato in maniera allarmante.
Franco,
mentre facevano il riposino pomeridiano, cominciò a leggergli un
brano dal libro che teneva sul comodino, un thriller comico della
serie Sanantonio:
“Madama
porta una guaina di pizzo nero, un reggicalze sconvolgente, nero
anche lui, e un bustino da cui ritira nell'ordine: un chilo di farina
bianca, due pesci rossi, un dieci di quadri, un coccio di acquario,
un pezzo di bacchetta magica...”
Paolo cominciò a ridere.
“un
bottone di colletto, una caramella Bip-Bop, un astuccio per occhiali,
il resto di un panino con paté di maiale...”
Paolo cadde dal
letto senza tuttavia smettere di ridere.
“Una palla da tennis,
una di pelo e una di cotone. Non è un reggiseno, è una gerla! Mi
aspetto di vederla tirar fuori l'amico Alfred in persona, ma lei
stoppa l'evacuazione, sonda fra i seni, tira fuori ancora un
candeliere a tre bracci, e dichiara forfait.”
Paolo giaceva sul
pavimento cianotico in volto: non riusciva a riprendere fiato.
Franco chiamò aiuto. Accorse Antonio e insieme sollevarono il
poveretto quasi privo di sensi e lo trascinarono in bagno. Aprirono
l'acqua calda e lo gettarono nella vasca.
Andrea, accorso anche
lui in soccorso, si sbrigò a ricoprirlo di sapone e di sali da
bagno.
La sera stessa, fecero un bel rogo, che arse sulla terrazza
fino all'alba, con le sue camicie viventi.
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