Storia · capitolo 1 · finale

La lancetta socialista

Per chi svuota la campana di fabiocarbone31@gmail.com

 «Il tempo è un grande maestro, ma sfortunatamente uccide tutti i suoi allievi.»

— Hector Berlioz

 

Ricordo perfettamente il giorno in cui quell'uomo giunse in paese a bordo della grossa e maleodorante corriera che aveva sbuffato per tutto il tragitto lungo la vecchia provinciale. La guardavo arrivare, caracollante, con i semiassi cigolanti a ogni avvallamento dell'asfalto, dando l'impressione che non sarebbe mai riuscita a fermarsi. L'autista azionava bruscamente la martellina accostando miracolosamente al marciapiede con uno stridore di freni. Quel giorno le porte a soffietto si aprirono solo dopo vari tentativi, con un gemito che sembrava provenire dalle viscere stesse della corriera.

Marzo aveva appena ceduto il passo al piovoso aprile e la brina della notte si stava già sciogliendo sotto i primi raggi di sole. Tra i pochi passeggeri scese un giovane dall'aspetto insignificante, che indossava quello che doveva essere il suo vestito buono: un completo liso e stazzonato, di un indefinibile marrone slavato. Teneva ben salda una piccola valigia di cartone malandata e sotto un braccio stringeva una vecchia scatola di scarpe che, in seguito, scoprimmo essere piena di viti minuscole come bruscolini e di microscopici cacciaviti di precisione. Una volta a terra, ancora un po' malfermo sulle gambe, respirò a pieni polmoni l'aria frizzante che sapeva di legna di leccio e di bucato. Lesse sorridendo il bizzarro cartello stradale che recitava, con tono altisonante:

«Benvenuti nel nostro paese. State certi che qui finisce l'inferno e comincia il paradiso. E senza bolscevichi».

Si chiamava Libero Bovio, nome che sembrava promettere più di quanto il suo proprietario fosse in grado di mantenere. Era infatti di statura medio-bassa e così emaciato da sembrare un vecchio chiodo arrugginito. Aveva i capelli con la riga in mezzo e occhialini tondi dalla montatura metallica. Pare si fosse stancato dei precedenti impieghi e avesse deciso di cimentarsi nella professione di orologiaio, come da tradizione familiare.

Sorrideva guardandosi intorno, convinto che in breve tempo avrebbe dato lustro al nostro paesino con la sua nobile attività.

Immaginate la mia sorpresa quando mi si avvicinò con un sorriso elettrico e mi chiese dolcemente: «Ciao, sai dove posso trovare Giovanni il calzolaio?».

Gli indicai subito una stradina laterale che odorava di erba di muro e urina di cane, aggiungendo timidamente: «Ma chi il “socialista”? Basta seguire la musica per trovarlo». Allora il  forestiero si avviò guidato dal suono di un vecchio grammofono a manovella, dal quale si innalzava maestoso l'inno dell'Internazionale. La musica usciva dalla bottega accompagnata ritmicamente dai colpi di martello ben assestati su suole e tacchi di scarponi scalcagnati.

Il nuovo arrivato aveva appreso da un collega che in paese un tecnico orologiaio sarebbe servito come il pane. Detto fatto, tramite conoscenze comuni aveva contattato, con un telegramma urgente, Giovanni Solimeni, unico calzolaio del borgo e vecchio dirigente provinciale del partito del Sole Nascente. Dopo i primi convenevoli, il burbero calzolaio gli spiegò come funzionasse, purtroppo male, la vita politica del posto. Nel frattempo, viste le insistenze di Libero a voler restare, gli consigliò un locale da sempre sfitto dove avrebbe potuto sistemarsi.

Nel pomeriggio dello stesso giorno prese possesso del negozietto. Era una specie di topaia che il proprietario descriveva pomposamente come un bel locale. Vi si accedeva salendo quattro scalini consumati, e già dal primo si capiva che chiamare bottega quell'antro buio senza finestre era un atto di ottimismo commerciale. Sul retro c'erano un bagno cieco e un'altra stanzetta, grande quanto una bara, con una brandina da campo. Tra due sedie spaiate trovò un lercio lavabo in ferro smaltato e, sul muro, un piccolo specchio che a stento rifletteva un viso per intero. Sistemò con cura, sopra una sedia, un fascicolo di fogli tenuti insieme da un fermaglio d'ottone, pieni di numeri e disegni d'ingranaggi.

Le mura di quella piccola stamberga, annerite dalla fuliggine, erano impregnate del respiro che si condensava per l'umidità, la quale regnava incontrastata anche nelle estati più torride. I paesani, passando curiosi lungo la strada, non vi avrebbero mai trovato variopinti orologi a cucù o pendole di raro legno di palissandro. L'unico mobilio consisteva in un solido banchetto di abete prestatogli dal calzolaio, ancora sporco di colla e lucido da scarpe.

Tra i compaesani ci si interrogava sull'arrivo di quello «scienziato pazzo».

Qualcuno affermava che avesse lavorato in una ditta di fuochi d'artificio e successivamente in una fabbrica del ghiaccio, finché allergie e geloni non lo avevano spinto verso la riparazione degli orologi.

A poco a poco si sparse la voce che l'orologiaio fosse un tipo in gamba, ma che il suo scilinguagnolo inarrestabile e la sua ostinazione politica, decisamente spostata a sinistra, mettessero a dura prova la pazienza di quelle persone di poche parole. Con i suoi interminabili monologhi riusciva a trasformare anche una semplice riparazione in una conferenza politica.

Dopo la scuola mi fermavo spesso sull'uscio a guardare quell'uomo che, per lavorare con quelle vitine minuscole, s'infilava nell'occhio un monocolo da orologiaio. Alle sue spalle c'era uno scaffale arrugginito che mostrava i vanti della sua arte: un oliatore gocciolante, un alesatore di ottone fatto a mano, uno speronatore e qualche pinzetta finemente ribattuta.

Sull'ultimo ripiano troneggiava una campana di vetro vuota.

Libero raccontava a tutti che quell’involucro aveva protetto per anni una miracolosa statuina di porcellana della Madonna dei Sette Dolori:

«Quella Madonnina aveva un visino dolente e una veste nera come la pece, ricoperta da stelline d'argento.

Quando ero piccolo, però, vedevo quella cupola come una prigione dorata. Volevo liberare tutte le signore del mondo chiuse senza aria sotto vetro. Forse fu allora che cominciai a pensare che certe devozioni avessero più a che fare con la paura che con la fede.

Fu anche per questo che, crescendo, diventai un fervente socialista.

Ma un giorno la tragedia colpì la nostra famiglia.

In una notte di tempesta, un fulmine irruppe nella camera della nonna e, quando tornammo a guardare sotto la campana, la Madonna era scomparsa.

La campana era rimasta vuota.

Era il sette aprile».

Ogni volta che arrivava a quel punto, Libero si bloccava per qualche secondo.

Una volta gli domandai:

«E non l'avete mai ritrovata?».

Mi guardò attraverso gli occhialini. Per un istante mi sembrò che il suo sorriso si spegnesse. «No», rispose brusco, «Mai». Poi tornò al suo lavoro. Allora non ci feci caso. Col tempo, però, avrei ricordato quella pausa molto più della storia del fulmine.

L'orologiaio trovò devoto ascolto anche in Mariuccia, la merciaia del negozio accanto, che si innamorò perdutamente di lui. Bassa, florida e sempre allegra, la ragazza passava le giornate a masticare gomme americane e a sospirare dietro al forestiero. I due finirono per fidanzarsi. Lei pose come condizione che il matrimonio fosse celebrato in chiesa; lui, ateo confesso, cedette per amore di un tetto e di un pasto caldo. Lo sfilatino con le melanzane sott'olio divenne il loro personale pegno d'amore. Negli anni che seguirono la vita cambiò ritmo: si sposarono, andarono ad abitare in una casetta di campagna con la suocera e presto arrivarono due gemelli urlanti: Romolo e Remo. Mariuccia, per badare alla famiglia, dovette chiudere la merceria, e Libero trasferì l'attività nel negozio della moglie, ormai conosciuto da tutti come «La lancetta socialista». Sulla vetrina teneva orgogliosamente esposto il manifesto del Sole Nascente. Ogni mattina si avviava al negozio a passo svelto, fischiettando l'Internazionale. Passando davanti al cimitero, cantava a squarciagola per irritare il custode, fervente anticomunista. Durante il giorno predicava contro la corruzione dei partiti, ma sembrava parlare nel deserto, in un paese dove il blocco centrista vinceva con maggioranze bulgare.

Il farmacista e il segretario comunale, seduti al bar, lo guardavano con disprezzo: «Questi bolscevichi devono capire che qui non c'è posto per le loro utopie». Il malcontento contro l'orologiaio cresceva di giorno in giorno.

La meglio gioventù del paese era solita riunirsi all'imbrunire sulle scale della chiesa, che diventavano una sorta di tribuna del Senato romano. Vi si ritrovava buona parte della popolazione adulta, spesso moderata da una triade di maggiorenti: il farmacista balbuziente, il capo dei vigili dalla forma di birillo e l'edicolante dalla zazzera irta.

In una di quelle sere fu presa la solenne decisione di dare una lezione a quell'intruso.

Con una votazione a maggioranza assoluta fu affidato a Temistocle il pasticcere, maestro nell'organizzazione di burle, il compito di mettere alla berlina l'orologiaio sinistrorso.

Qualcuno ricordò la storia della Madonna.

Temistocle sorrise.

Fu scelta la data del sette aprile.

«Vediamo se il socialista crede ancora nei fantasmi», disse.

Nessuno, quella sera, pensò che forse non fosse la fede avesse poco a che fare con la scomparsa precipitosa della madonnina.

Dopo diversi giorni di preparativi, finalmente arrivò la sera stabilita. La luna, quasi volesse partecipare alla burla, quella notte decise di non farsi vedere. Il povero Libero procedeva a passo svelto quando, in lontananza, udì un canto liturgico che gli fece correre un brivido lungo la schiena.

Si fermò. Per qualche secondo rimase immobile.

Poi riprese a camminare.

All'altezza del cimitero intravide, illuminata dalla luce tremolante di grossi ceri accesi, una processione di figure vestite di bianco. In testa al corteo avanzava una donna completamente avvolta in una veste nera, che piangendo gli puntava contro l'indice.

Libero fece un passo indietro. La donna continuò ad avanzare. Per un istante gli sembrò di vedere non una maschera, non un costume, ma un viso che conosceva da sempre.

Il viso dolente della statuina. E allora il terrore ebbe il sopravvento. Si voltò e cominciò a correre senza più controllo, inciampando più volte lungo la strada buia, fino a cadere quasi davanti all'uscio di casa. Mariuccia uscì di corsa. Lo trovò pallido, incapace di parlare. «Libero! Che è successo?». Lui la guardò. «È tornata».

«Chi?». Ma Libero non rispose.

Lo scherzo era riuscito così bene da trasformarsi in una tragedia.

La mattina seguente la serranda della bottega rimase abbassata.

Mariuccia aveva preparato in fretta due valigie. Quella stessa mattina lasciarono il paese. Per molto tempo circolarono le versioni più fantasiose. Qualcuno sosteneva che Libero fosse finito in cura per un grave esaurimento nervoso. Altri raccontavano che lo spavento lo avesse spinto ad abbandonare le sue convinzioni politiche per abbracciare una fede religiosa tanto improvvisa quanto assoluta. Di tanto in tanto qualcuno affermava di averlo incontrato nella cittadina vicina. Era sempre lo stesso uomo inquieto, con lo sguardo perso e una storia da raccontare.

Anni dopo, uno di quelli che lo avevano incontrato mi riferì le sue esatte parole e allora collegai quelle sue  pause improvvise davanti alla campana.

Libero aveva confessato che quella notte il fulmine non aveva fatto sparire la Madonna. La scomparsa era avvenuta qualche  ora prima. E non per mano di Dio.

Era stato lui.

Aveva rubato la statuina della nonna per venderla poi al mercato delle pulci e procurarsi una serie di vecchi fumetti sulla nascita del socialismo.

Quando era tornato a casa, i suoi parenti avevano già chiamato il parroco, e stavano pregando davanti alla campana vuota per quello che già chiamavano:  il miracolo del fulmine.

Col tempo aveva rimosso l’episodio. O almeno aveva creduto di averlo dimenticato.

La processione dei fantasmi era nata come una burla paesana. Ma quella notte aveva restituito alla memoria di Libero ciò che aveva passato una vita intera a seppellire.

Non aveva visto una punizione divina. Aveva visto il proprio passato.

E forse, per la prima volta, aveva capito che certe colpe non hanno bisogno di miracoli per tornare a presentare il conto.

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