Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Il sogno di Paolo Sabatino

Il sogno

Il mio primo mese di pensione, agosto, è coinciso con il mese di ferie della mia signora. Lo abbiamo trascorso girando l'Italia da nord a sud, fermandoci a casa, al centro, solo per qualche giorno. In pratica l'ho sequestrata, obbligandola a trascurare l'abitazione proprio nell’unico periodo in cui avrebbe potuto prendersene cura a tempo pieno. Non le è dispiaciuto (anche se non lo ammetterà mai), ma non ha esitato a rinfacciarmi il “tempo perso” a vagabondare invece di curare la casa, a cominciare dal garage e dalla cantina che sembravano, a suo avviso, “postazioni di trincea”. Ho dovuto quindi promettere, con un patto di sangue, che dai primi giorni di settembre mi sarei dedicato alla bonifica delle due trincee. Ho cominciato dalla cantina: mi sembrava l’impresa più adatta a scuotere la mia indolenza. Non era affatto così, anzi: si è dimostrata alquanto ostica, quasi fosse prevenuta nei miei confronti. Dall’ultima volta che c’ero entrato si era riempita di cartoni, elettrodomestici in disuso, bottiglie di vino ormai diventate aceto, di damigiane vuote con cesto e senza (tutte rigorosamente di vetro), di biciclette mai usate, un numero imprecisato di sedie e addirittura di un lavandino. Ho avuto paura di non riuscire a mantenere la promessa, ma il terrore di incappare in gravi sanzioni da parte della società “Casa mia”, di cui è titolare la mia signora, ha vinto la mia pigrizia. Ho cominciato dalla pila di scatole di cartone ondulato (quelle per il trasporto delle banane, comodissime per qualsiasi uso se ne faccia in seguito). In questo caso erano pesantissime, strapiene di libri e quaderni di tutte le classi, dalle elementari alle superiori, compresi i diari, segreti e non, delle pargolette cresciute troppo in fretta. L’ultima scatola era quella che conteneva le mie cose. All’esterno si riusciva ancora a leggere, su un’etichetta adesiva attaccata da me: “Non curiosare”. Calcolai che erano almeno trent'anni che non l’aprivo. Tolsi la rigida copertura e Linus abbaiò. Ne sfogliai un numero e mi ripromisi subito di rileggerli tutti (magari non proprio subito). Ahimè, la mia ingordigia non è solo alimentare, anzi… Beh, dopo questa altissima considerazione speculativa scavai sotto lo strato di Linus e ci trovai, nell’ordine, le seguenti riviste:

Alfabeta, Rinascita e, infine, A- Rivista Anarchica. Sorrisi e tremai all’idea di sfogliarle tutte: non avrei combinato un bel niente e non ero più un “tempo indeterminato”. Ero già emozionato nel vedere che le avevo conservate nell’ordine giusto, rispettando le varie fasi che avevano caratterizzato la mia adolescenza (il che dimostrava che una volta non ero così disordinato come mi si rimprovera adesso); figuratevi come lo fossi ancora di più quando trovai, sotto le riviste, una cartella rossa e, nella cartella (ci sarebbe voluto uno stacchetto musicale), un quadernone dalla copertina anch'essa rossa. A questo punto la camera avrebbe dovuto riprendere dal soffitto, puntando l’obiettivo sul quadernone dove avevo impaginato tutte le poesie scritte durante la mia adolescenza. Ero certo che, se lo avessi aperto, le avrei lette tutte; era passato troppo tempo dall’ultima volta. La tentazione era forte: chissà, forse la “titolare”, se le avessi detto della futura tempesta emozionale che mi stava travolgendo, avrebbe chiuso un occhio. Mi sedetti, ero agitatissimo. Sulla copertina c’era scritto a caratteri grossi e neri il titolo della raccolta (ebbene sì, le avevo dato pure un titolo): “Tanta gente ha cantato l’amore, se lo faccio pure io nessuno ne muore”. Perfetto, giusto, bravo, un titolo bellissimo. Mi meravigliai di quanto fosse appropriato. Lo aprii e subito la memoria volò nel Cilento, nel 1975. Un saltino da poco, quarantasette anni... mamma mia, che cotta! Una stra-cotta che non vi dico.

Un colle,

poche case, degli alberi.

Una stradina deserta, un sole ardente,

un ricordo felice.

Lei.

Era posata sull'erba,

con i suoi lunghi capelli biondi baciati dal sole,

con il suo caldo sentimento che m’innamorava tutto.

Io, vicino, a respirare la sua aria,

a baciare la sua bocca.

Sensazioni mai provate,

una gioia immensa.

Ero ubriaco di felicità.

Il mio cuore sembrava un pallone che si gonfiava d’amore.

Lo sentivo scoppiare.

Volevo che le ore non passassero mai, che il tempo si scordasse di noi.

Invece era là come un boia.

Nelle sue braccia c'era tutto ciò che desideravo,

nei suoi baci l’amore che cercavo.

Avevo trovato il mio paradiso.

19 luglio 1975, due lacrime mi bagnano il viso.

Proprio sulle parole “mi bagnano il viso”, si materializzò davanti ai miei occhi, dal nulla, un ragazzo. Mi spaventai a morte e un «Che cazzo!» lo investì con tutta la forza di cui ero capace. Doveva essere stata davvero tanta, perché lo vidi barcollare, quasi ne fosse stato colpito fisicamente. Ci fissammo per pochi istanti, terrorizzati entrambi.

— E tu da dove sei uscito? Non ho sentito i passi nel corridoio… Abiti qui?

Il ragazzo era più spaventato di me. Sembrava confuso, mi guardava e non rispondeva; si guardava attorno, si toccava le mani e il viso freneticamente, come in preda a un attacco d'isteria. Ebbi paura che volesse farmi del male.

— Si può sapere chi sei? Perché sei qui? Hai parenti nel palazzo? Parla, parla… sei muto, forse?

Era come pietrificato. Pensai allora che non stesse bene, che avesse bisogno di aiuto e mi alzai per tranquillizzarlo. Guardandolo meglio, fui certo di averlo già visto: il suo viso mi era familiare, molto familiare, paurosamente familiare. Strabuzzai gli occhi… era impossibile. Che scherzo del cazzo era? Ritornai a sedere, allargai le gambe appoggiandovi i gomiti e mi presi la testa tra le mani, chiudendo gli occhi per qualche secondo. Lo guardai di nuovo fisso: non c’era alcun dubbio. Quel ragazzo davanti a me, sempre più atterrito, ero io a sedici anni. Riconobbi la camicia a fiori stilizzati a maniche corte che faceva tanto hippy, comprata al mercatino di indumenti usati in via Pugliano, ad Ercolano. Era la mia preferita. Mia madre la odiava perché era costretta a lavarla in continuazione, mi pareva di sentirla:

— Ma con tutte le magliette e camicie che tieni, sempre quella ti metti?

C’era poco da fare: quando mi fissavo con un capo me lo consumavo addosso. Adesso, invece, “n’cuolle” ce l’aveva lui. Stavo sognando, sicuramente; dovevo essermi addormentato senza rendermene conto. Mi avevano detto che succede, a volte, alle persone anziane... ma io non ero ancora così anziano. Magari capitava anche a quelli della mia età. È una malattia rara, di sicuro era quella… come si chiama? Ah, narcolessia. Richiusi gli occhi, li riaprii: niente, stava ancora davanti a me. Era meno agitato, però. Dio mio, quanto mi piaceva pure quel pantalone…come aveva detto la commessa? «Color ruggine sporca». Era a zampa larga, ma non larghissima. «Il troppo storpia», diceva mia madre.

— Chi sei? Da dove vieni?

Queste parole mi uscirono dalla bocca senza che lo avessi voluto. Sapevo bene chi fosse e sapevo pure che non poteva essere che un sogno; quindi, quelle domande erano la conferma che stessi sognando davvero. Meno male. Si sa che a volte i sogni sembrano reali, sì, proprio reali.

— Sono Sabatino Paolo, e non so cosa ci faccio qua, e vi dico che non mi piace per niente.

Avevo gli occhi fissi su di lui e non parlavo. In quel periodo amavo le canzoni di Cocciante in maniera esagerata e avevo scoperto da poco “The dark side of the moon”, che mi aveva letteralmente spaccato. In quegli anni, per ballare, si organizzavano le feste in casa; quando sapevamo di una festa e non eravamo stati invitati, cercavamo di imbucarci a tutti i costi. In genere le porte erano aperte, e così fu anche quella volta. Entrammo e notammo subito che c’era poca gente e, soprattutto, che non si sentiva musica. Percorremmo un corridoio lunghissimo, incrociando solo un tizio vestito di stracci che ci guardò in modo strano e una coppia che litigava a bassa voce (non ho mai capito come sia possibile). Entrammo nel salone: c’erano luci soffuse e colorate, come in discoteca. Sedute a terra c’erano una quindicina di persone con aria sognante e delle strane sigarette in mano. Io e il mio amico ci guardammo delusi: non si ballava e le ragazze presenti erano, tra l’altro, coetanee o di qualche anno più grandi. Stavamo uscendo — c’era un’altra festa dove tentare di rimorchiare — quando una ragazza molto carina che non conoscevamo ci disse:

— Non vi sedete?

Era stata così dolce che ci sembrò brutto andare via. Ci sedemmo a terra pure noi, in religioso silenzio. Il battito iniziale, i registratori di cassa, le voci, il rumore dell’elicottero mi incuriosirono. Ma le urla, quelle urla, mi incollarono al pavimento.

— Pure voi leggete “A”?

— Scusa, cosa hai detto? (Dio mio, mi ero perso così tanto in quel salone che mi ero dimenticato del ragazzo davanti a me). Dimmi, scusa ancora...

— Non vi preoccupate, ho chiesto se leggete pure voi “A” — e indicò le riviste nel cartone a terra, alla mia destra.

Aveva sbirciato. Mi resi conto che era un vizio che avevo sempre avuto, specie se si trattava di carta stampata. Mentre mi giravo per prendere la rivista, richiusi il quadernone.

— Sì, lo leggevo quando ero …

Nel rigirami, non c’era più. Che peccato: mi sarebbe piaciuto restare ancora un po' in mia compagnia. Non avevo avuto nemmeno il tempo di chiedergli qualcosa, qualsiasi cosa. Riaprii di nuovo il quadernone e, mentre lo sfogliavo pagina per pagina, mi venne un’idea folle.Vuoi vedere che… Chissà. Sfogliai ancora, andando avanti di qualche anno, ecco: 1977:

Quel giorno il Signore si levò di buon’ora,

era nervoso e creò il mondo.

Lo dimenticò.

Quando se ne ricordò

creò l’uomo e a lui lo affidò

Sull’ultimo verso — avevo avuto ragione, d’altronde, non stavo forse sognando? — si materializzò di nuovo Paolo. Cioè io, cresciuto di due anni, con l'eskimo e “Lotta Continua” incorporata, cappellino di lana in testa, barba incolta e polacchine ai piedi; il tutto corredato da jeans fintamente rovinati e tenuti addosso almeno da tre settimane.

Che tenerezza.

— Cazzo, noooo! È capitato di nuovo — Si guardò intorno — E voi state ancora qua?

Lo guardai divertito: che sogno meraviglioso, era così reale.

— Non pensavo che mi succedesse ancora... cioè, rifare lo stesso sogno… sembra vero… è strano…

Era il periodo delle prime letture di Freud, de “L’interpretazione dei sogni”, di Jung, della scoperta dell’inconscio e della bicicletta rossa (che faceva spesso capolino nei miei sogni) parcheggiata sempre in posti diversi.

— Sei cresciuto.

— Già, sono passati… ?

— Due anni.

— Due anni?

— Già… Per me sono passati solo due minuti.

— Cioè, che significa che per voi sono passati solo due minuti?

— Magari è lo stesso sogno che si diverte a farci incrociare: tu vai avanti e io rimango sempre nello stesso posto e nello stesso momento.

— Cioè?

— Beh, quello che ti posso dire è che, fra qualche anno, non dirai più così spesso “cioè”.

— Cioè?... Scusate, ma voi chi siete?

Come avrebbe potuto riconoscere se stesso invecchiato di quarantacinque anni, con trenta chili in più, con gli occhiali e completamente calvo?

Mi avvalsi della facoltà di non rispondere: non volevo spaventarlo. Sorrisi all’idea e lo notò.

— Non mi dite chi siete e vi divertite... c’è qualche sorpresa?

Fece qualche passo in avanti, aveva preso coraggio.

— Leggete le stesse riviste che leggo io.

Prese tra le mani un numero di Rinascita. Lo vidi perplesso, sembrava che quel giornale scottasse. Lo lasciò cadere nel cartone con repulsione; era di nuovo spaventato.

— Cosa è successo, Paolo?

— Mi dite perché quel numero è del mese prossimo ed è tutto ingiallito, come se fosse vecchio di anni? E quest’altro? È addirittura dell’anno prossimo? Che cazzo succede? Chi siete? Che volete?

Sembrava cercasse intorno a sé qualcosa con cui difendersi; era più terrorizzato di prima. Sorrisi.

— Ricordati che stai sognando, e quando si sogna non c’è presente, passato o futuro. C’è solo il tempo delle emozioni. Calmati.

Abbandonò la difensiva.

— Sembra tutto così reale …

— Hai ragione, eppure è un sogno e per me è favoloso.

— Che avete in mano? — Aveva ripreso fiducia.

— È un quaderno.

— Questo lo vedo, ma cosa c’è scritto?

— Poesie che ho scritto da ragazzo. Te ne leggo una che… no, meglio che la legga tu. Ecco, questa.

Non andò oltre il secondo verso:

— Ma questa… questa l’ho scritta io, due anni fa! Che significa tutto questo? E quest’altra? Pure questa l’ho scritta io, e quest’altra pure. Che ci fanno in questo quaderno?

Continuò a sfogliare.

— E queste che sono? Le avete scritte voi? 1978? 1979?… Nun ce sto capenno niente … Perché sono tutte in questo quaderno?

— È sempre lo stesso sogno, ricordati quello che ti ho detto prima. Dammi il quaderno, per piacere.

— Nun m’piace 'stu cazze 'e suonno, nun m’piace. Tenite.

Chiusi il quaderno.

Ero di nuovo solo. Lo avevo allontanato di proposito. Avevo paura che capisse la verità? E allora? Era un sogno, perché averne paura? Forse perché sembrava più reale del reale? Inquietante… Non c’era alcun dubbio, comunque, che si trattasse di un sogno stranissimo. Nei sogni non sei mai tu a decidere come proseguire, a scegliere i personaggi, i tempi, le battute, a meno che… non si tratti di sogni ad occhi aperti. Stavo sognando a occhi aperti? L'ho sempre fatto ed ero sempre cosciente di essere sveglio. Non ho mai avuto allucinazioni. Dio, non sapevo cosa pensare. Dovevo preoccuparmi? Forse non si trattava di narcolessia ma di qualcosa di peggio, molto peggio. Non credevo di stare così male. Non avevo nemmeno più l’alibi dello stress.

Aprii il quaderno. Cercai quella dedicata a mia madre, 1978:

Non invecchiare, sono brutte le pieghe del tuo viso,

vi si disegna l’impotenza, supina.

È inutile il tuo piede scalzo, rattrappito,

e le lacrime mi fanno paura.

Riapparve. Ci avrei scommesso che sarebbe ritornato con quella giacca di velluto marrone, che per mesi fu il mio capo preferito. Mi ero alquanto incupito al ricordo di mia madre; rivederlo senza barba e con i capelli rasati mi rimise di buon umore.

— Buongiorno o buonasera?

— Nei sogni, specialmente in una cantina, ricordalo, c’è solo il tempo delle emozioni. Vedo, comunque, che ti sei rassegnato a ritornare nello stesso sogno. Meglio così. Come è andato quest’anno? Ah, tra poco hai l’esame, giusto?

— Inutile chiedervi come fate a saperlo. Tanto è un sogno, giusto?

Spiritoso, bene: cominciavo ad essere più salace.

— Un sogno davvero curiuso, e ho fatto caso a una cosa: quando chiudete il quaderno io mi sveglio, tutto sudato e cu 'na paura futtuta 'ncuorpe.

Ho sempre fatto molta attenzione ai particolari; non ricordavo però di aver cominciato così presto.

— Ora però non hai paura?

— Perché? Dovrei averne?

Mi guardò con aria di sfida. Ma tu guarda a 'stu muccusielle, guarda.

— Infatti, non hai motivo di temere. Sono innocuo ed è un sogno, curiuso, come dici tu, ma è sempe nu suonno.

— Quando ho chiesto chi foste l’ultima volta, non mi avete risposto.

Sorrisi. Sorrise a sua volta.

— Ho capito chi siete e che nun faccio 'na bbona riescita rint’ 'a vicchiaia — sorrise a quell’intuizione — e ho capito pure che, se quelle poesie stanno ancora lì, scritte a mano in un quaderno dentro un cartone, vuol dire che non hanno mai visto la luce.

Trattenni il respiro: non ricordavo di essere stato così perspicace.

— Non voglio sapere il perché, né se qualcuno le abbia lette, le abbia stimate, o se le hanno considerate una vera schifezza, roba dozzinale, spasmi da adolescente… — Mi sarebbe piaciuto che avesse detto pure “scorregge emotive” ma, credetemi, non lo ha fatto. (Ci stava bene però). — Non so se ne leggerete ancora, se ci rivedremo — un sogno è bello quando dura poco — prese fiato — e quindi mi dovete promettere una cosa…

— Dimmi.

— Mi dovete promettere che le pubblicherete. Magari a vostre spese, ma dovete pubblicarle.Vi chiedo troppo?

Lo avrei abbracciato, ma non volevo rischiare una dissolvenza. Mi limitai a dire con tutta la solennità del caso:

— Fosse l’ultima cosa che faccio, ti assicuro che le tue poesie saranno pubblicate. Tra l’altro devo pure sbrigarmi, non si può mai sapere… è vero che mi sento bene, però… Stai tranquillo.

— Grazie papà.

Non aveva capito un cazzo, allora. Lo guardai stupefatto e un po’ incazzato; stavo per dirgliene quattro, quando lui cominciò a ridere come uno scemo.

— Sto scherzando, ahahaha! Che faccia che avete fatto, ahahahah!

— Ma vaffanculo, va'. Già ero così stronzo nel 1978? Bene, ragazzo. Allora, quando hai finito di ridere, ci salutiamo. Fa' bei sogni (Sì, vabbè), migliori di questo, insomma. Mi raccomando.

— Pure voi.

— Allora chiudo?

Mi dispiaceva, ma dovevo svegliarmi. Anzi, qualcuno mi stava gridando nelle orecchie, con tono preoccupato: era la titolare, cioè (ancora un cioè?) mia moglie.

— Non sei più risalito, mi sono impensierita! Vengo giù e ti trovo a dormire... tutto scomodo, tra l’altro. Come hai fatto, lo sai solo tu. Stai bene? Ti vedo strano, tutto a posto? Ti sei sentito male? Rispondi, non farmi stare in pensiero.

(Chi dice che i titolari d’azienda non hanno a cuore i propri dipendenti?)

Che fossi davvero malato di narcolessia? Quanto avevo dormito? Mi sentivo senza forze; mi sarei riaddormentato volentieri se la titolare, assicuratasi che non fossi in pericolo di vita, non me lo avesse vietato nel modo più assoluto, ordinandomi di lasciar perdere la cantina. Ci avrei pensato il giorno dopo. Ero un po’ confuso, il sonno mi aveva intontito. C’era qualcosa che avrei dovuto fare, ma che al momento non ricordavo. Cosa mi avevano chiesto? E chi? Lasciai stare le scatole in mezzo al disordine. Mentre uscivo, presi il quadernone che stava sullo scaffale e, all'improvviso, ricordai tutto.

— Sììììììì — urlai.

La mia signora, che già si era avviata verso le scale, tornò subito indietro e mi trovò a canticchiare mentre ponevo il quadernone nella cartella.

— Si può sapere che ti prende? Prima parivi nu muorte e mò allucchi e canti, sicuro che stai bbuono?

— Niente, niente, tutto a posto. Ho ricordato il sogno che ho fatto.

— E fai st’ ammuina? Ti ho detto di lasciar perdere, lo farai domani. Dai, chiudi e saliamo, dopo me lo racconti.

— È proprio curiuso, 'o ssaie? Devo pubblicare le sue poesie. Devo trovare qualcuno che le stampi, magari senza spendere troppo. Gliel’ho promesso.

— Scusa Paolo, di cosa stai parlando? Non ti seguo.

— Il sogno! Il sogno che ho fatto. Ho sognato di me stesso: mi sono ritrovato davanti me a sedici anni, poi a diciotto e infine a diciannove. Sembrava così reale... Io leggevo le poesie e lui andava e tornava. L’ultimo, quello di diciannove, mi ha chiesto di pubblicarle, belle o brutte che siano. Allora? Che ne dici del sogno?

— Ne hai fatto una sintesi penosa, ci ho capito poco.— Dici?— Decisamente.

Rimasi in silenzio per tutta la serata. Non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione di meraviglia che avevo provato. Non avrei dovuto lasciare il quaderno in cantina. Mia moglie, intanto, era andata a dormire. Scesi di nuovo in cantina per recuperarlo. Mi consideravo una persona razionale, eppure nell’accendere le luci mi aspettavo, chissà perché, di ritrovarmelo davanti o di entrare in una dimensione parallela. Altro che dimensione parallela: a saltarmi addosso furono il lavoro lasciato a metà e la pila di cartoni che era crollata. Anche la magia era caduta. Cercai la cartella, attento a non pregiudicare ulteriormente la stabilità della cantina e dell'intero condominio; riuscii a sfilarla via evitando di sfidare la sorte e scappai di corsa dal luogo del disastro. Feci le scale a perdifiato, immaginando che i libri da sistemare fossero riusciti a passare attraverso le mura e mi inseguissero. (Uno degli aspetti positivi per chi sogna ad occhi aperti è tenere la mente pronta alle facezie che rubano un sorriso).

Arrivato nello studio, sano e salvo (i libri non erano passati e stavano ringhiando fuori la porta), mi immersi nella lettura dei miei 'spasmi'. Per fortuna non erano tanti e non me ne procurarono altri.

Prima di pubblicarli, però, dovevo farli leggere a qualcuno che non fossero solo le mie figlie (con le quali certo avrei condiviso le mie emozioni adolescenziali e che sicuramente si sarebbero divertite e confrontate), ma qualcuno che esprimesse anche un giudizio di valore, che non necessariamente pareggiasse l’affetto che provavo per quell’adolescente inquieto che ero stato. Avrei comunque mantenuto la promessa, a tutti i costi… beh… senza esagerare.

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