Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Tra le nuvole e oltre di DE ANGELIS

Tra le nuvole e oltre

Ho gli occhi incollati al piccolo monitor del volo di linea della compagnia di bandiera italiana. Le immagini del film che scorrono sul mini-schermo mi hanno affascinata. Il cinema è la mia passione; la pellicola è un blockbuster di enorme successo, uscito nelle sale da qualche giorno, un polpettone romantico tratto da un romanzo altrettanto celebre.

Un messaggio che lampeggia sul monitor mi distrae dalla trama del film. Mi guardo intorno: è notte, il personale di bordo ha abbassato le luci ed è sparito; i pochissimi passeggeri diretti a Roma sono appisolati e piuttosto distanti.

Anche loro, come me, hanno approfittato dello scarso affollamento per distendere le gambe sui posti vicini, liberi.

Sono abituata, so perfettamente che i voli verso l'Europa decollano nel tardo pomeriggio, in modo tale che l'atterraggio sia programmato all'alba.

Apro il messaggio, la bustina lampeggiante mi ha incuriosita. “Ciao, sono Marco. Scusa se ti disturbo, volevo chiederti... Che stai facendo?” domanda lo sconosciuto seduto al posto 28D.

Rispondo la verità “Sto vedendo un film”.

“Ci siamo incontrati prima, sono quello maldestro che ti ha fatto cadere lo zaino. Quello bruttino. Bruttino ma simpatico”.

Alla battuta mi scappa una risata, mezza almeno. Mentre mi avvicinavo al metal detector in una fila comunque lunga, un uomo di una certa stazza, in attesa dietro di me, mi ha urtato. Ha detto di essere inciampato nei propri piedi e gli ho creduto. Lui era imbarazzato e rosso come un peperone; io ero preoccupata che non mi stesse troppo addosso, perché avevo capito che voleva attaccare bottone così mi sono affrettata a passare il metal detector, con il cappuccio della felpa calato sulla testa.

Appena superato il controllo ho rimesso le cuffie del telefono, fingendo di essere impegnata in una telefonata. Non avevo voglia di parlare, ho bandito la socialità dalla mia vita. Ero leggermente dispiaciuta: il viso rotondetto dell'uomo si era oscurato di fronte alla mia educata maleducazione.

“Come ti chiami?” scrive ancora.

Non è mica il segreto della Sacra Sindone! Rispondo: “Chiara”.

“Un nome bellissimo, bellissimo come te. Chiara, sono un membro onorario del Mile high club. Sai cos'è?”.

Diamine, lo so persino io, e non per interesse personale, ma per le battutine delle mie nipoti. Le mie nipoti quindicenni, figlie di mio fratello, sanno del mio insano piacere per i voli internazionali e mi prendono in giro per questo: Zia Chiara, dicci la verità, fai parte del club di quelli che fanno sesso ad alta quota?

Il club appena citato dal mio interlocutore è, infatti, un gruppetto di passeggeri dediti alla ginnastica spinta in aereo durante il volo. Ne avevo sentito parlare e avevo letto un interessante articolo su un quotidiano, sull'argomento: passeggeri che si accoppiano in bagno, nello spazio cucina, sui sedili, praticamente ovunque e senza vergogna. La percentuale è piuttosto rilevante: di solito ci si approccia al partner attraverso le applicazioni per appuntamenti prima dell'imbarco e poi si prosegue la conoscenza sull'aereo. Per questo motivo alcune compagnie aeree hanno vietato l'invio di messaggi agli altri passeggeri tramite i monitor. Ita Airways no!

Mi porto una mano alla bocca, turbata. Per chi mi ha preso questo Marco? Sono rimasta stupita dall'impressione che gli ho dato, in questo momento della mia vita. Sono vestita da suora laica: la tuta di felpa e le scarpe da ginnastica che indosso sono antierotiche alla massima potenza. A voler essere generosi, neanche Marco sembra il tipo da inviare un messaggio del genere a una donna.

Un fastidioso formicolio mi coglie alla nuca e scende lungo il collo fino ai piedi. La mia pelle reagisce a macchia di leopardo. Una nausea conosciuta mi assale alla bocca dello stomaco. Un reflusso acido mi sale in gola per il nervosismo, anche se non ho toccato cibo. Ho persino interrotto la visione del film.

“Chiara, ci sei? Ti ho offesa?” Marco non demorde.

“No, scusa, mi hai spiazzato”.

“Sei bellissima. Sei molto elegante e raffinata. Lo considereresti un incontro alla toilette o dalle tue parti?” Marco non si arrende e inserisce nella frase anche un innocuo emoticon con la faccina che ride. Che cosa vuole da me?

“Ci vediamo al bagno, quello accanto alle cuccette del personale” ho scritto, dando un'occhiata nel corridoio. Gli altri passeggeri dormono tutti e io ho voglia di sgranchirmi le gambe. Che potrà mai succedere? Marco non mi sembrava una persona minacciosa.

Mi alzo lentamente e, con movimenti fluidi e controllati, arranco piano piano fino alla toilette, mantenendo una postura in equilibrio. Mi guidano le lucine colorate sopra i sedili. Il volo è tranquillo, senza vuoti d'aria.

Marco mi aspetta; appena mi vede, passa la mano sui suoi capelli a porcospino, sale e pepe, per dargli una sistemata.

«Ciao! Non credevo accettassi».

«Nemmeno io» rispondo alzando le mani, e i guanti neri spiccano. Marco non mi chiede nulla, penserà che sia freddolosa o ipocondriaca.

«Volevo camminare» mento, sapendo di mentire, e lo pungolo: «Qualcuna ci casca a queste avances assurde, fammi capire?». Gli darò una bella lezione!

Lui si tocca la felpa incrociando i piedi. Dove spiccano delle pantofole morbide e natalizie a forma di renna.

«Non guardarmi i piedi, quell'obbrobrio me lo ha regalato mia nipote. Ha otto anni e ho dovuto cedere». Indica le ciabatte e mi scappa un'altra risata.

Da tempo non mi usciva una risata di bocca: la sento risuonare fra le pareti metalliche della carlinga, allo stesso ritmo del battito del mio cuore.

«Abbiamo una cosa in comune: le nipoti pestifere» commento.

«Anche altro. Sei di Roma, vero? Come me» il mio accento romano, non troppo marcato, è inconfondibile.

Annuisco, mentre Marco tende la mano destra per abbassare il cappuccio della mia felpa.

«Lascia, non toccarmi...» faccio due passi indietro e lo blocco.

Lui sospira: «Scusa, hai dei capelli meravigliosi, volevo vederli. Sei tutta bella, Chiara, ed è questo il problema».

Il suo sguardo è lusinghiero, è sincero. Schietto, senza veli.

No, il problema è che i capelli non sono miei «Marco, senti...» non riesco a finire la frase che l'aereo si inclina leggermente.

Il segnale per allacciare le cinture si sovrappone alla voce seria dello steward: «Tornate ai vostri posti, il pilota ci ha appena avvisato di una brutta turbolenza».

Marco mi spinge con una mano sulla schiena: «Ti seguo, veloce». Vuole sedersi accanto a me e non posso certo impedirglielo.

L'aereo oscilla sempre di più e gli altri passeggeri si destano, allacciando le cinture, come facciamo noi.

«Hai gli occhi vispi e intelligenti. E bellissimi. È un superlativo assoluto che uso in continuazione nei tuoi confronti. Perdonato? Perché non ti piacciono i complimenti?» non è una domanda, ma una certezza.

Sono troppo coperta, troppo truccata, troppo infelice. Tutto è troppo, persino la troppa gentilezza di questo sconosciuto che mi corteggia. Sospiro, lentamente. Devo chiederglielo: «Fai davvero parte del Mile high club?».

«No, figurati. Volevo fare il figo, farti credere che ero super navigato. In realtà sono solo un insegnante di lettere, timido e insicuro, un orso impacciato» Marco chiacchiera, a lungo; sono certa che lo faccia per distrarmi dalla danza dell'aereo fra le correnti gravitazionali, ahimè, non di Battiato.

Il Boeing balla parecchio, purtroppo. Ma il male non viene sempre per nuocere. Imparo così che il ragazzone insegna in un liceo della periferia romana, che è un idealista, single per destino e non per scelta, e che ama i libri, i film, i viaggi, le mostre, il teatro, i fumetti e la musica. Sono incredula. Sono incredula, perché condividiamo molte passioni poliedriche ed eterogenee.

All'ennesima forte oscillazione, la cappelliera sopra di me si apre e il mio zaino volteggia prima di toccare il pavimento. La mano di Marco si aggrappa alla mia, artigliandola al bracciolo. È pallido, il bianco del suo volto contrasta con il nero delle iridi; le pupille sono dilatate dal terrore di precipitare. Un velo di sudore gli imperla la pelle fra il naso e il labbro superiore «Non hai paura, Chiara?».

È il mio turno di distrarlo. Probabilmente è arrivato il mio turno di dire la verità. Per ripagare con la stessa moneta una persona carina. «No, non ho paura... di morire. Sono già morta, Marco, qualche anno fa». Lui sgrana gli occhi e mi osserva mentre tolgo la parrucca nera e può vedere il mostro che sono diventata. «Ricorderai certamente la tragedia di Crans-Montana, la chiamano tutti così. Ecco, io ero e sono una delle vittime. Non sono morta, in quell'incendio, soltanto perché il mio fidanzato dell'epoca è riuscito a portarmi fuori dal locale. Ho attraversato l'inferno di fuoco e ne sono uscita. Purtroppo» le ustioni sul cuoio capelluto hanno lasciato cicatrici indelebili, come sul resto del corpo. Innumerevoli cure e, dolorose, plurime operazioni di trapianto di pelle hanno creato una cartina geografica di sofferenza.

Il cerone sul viso crea una maschera di apparente normalità. «Per delle candeline che si usano sulle torte di compleanno dei bambini e che, se usate bene, sono inoffensive. E di schiuma fonoassorbente di scarsa qualità in un locale di un paese che, nonostante fosse il più inquadrato dalle regole, non si è rivelato tale, dove c'è stata una strage per avidità, per soldi». Non riesco a trattenermi, lo sputo fuori con rabbia. Sono ancora al primo dei sette stadi del lutto personale, nel mio funerale senza fine, in una bara sempre aperta.

«Raccontami, per favore» mi esorta Marco, e non sembra disgustato. Sento che vuole sapere, i vuoti d'aria sono solo un corollario alla conversazione.

«Adoravo quel posto, era un luogo di vacanza, di ricordi immensamente felici con i miei nonni. Un posto dove ero libera, dove mi sentivo libera, e dove, in un attimo, è crollato tutto, anche il mio mondo. E ora dovrei ringraziare il mio ex per avermi salvata. Invece lo detesto, perché sopravvivere è stato peggio che morire sul pavimento della discoteca dove mi aveva trascinato a Capodanno. Inoltre, quando si è ritrovato davanti al mostro bendato come una mummia in terapia intensiva, ciò che ero diventata, lui se l'è data a gambe, è scappato come un coniglio, è sparito nel nulla». Proseguo: «I capelli che tu ammiravi... Sono un regalo di donne che li hanno donati per solidarietà. Le famigerate parrucche di capelli naturali».

«Un bel gesto, tanti italiani sono stati colpiti da quanto è accaduto. Da quanto non sarebbe dovuto accadere» ripete una frase che ho sentito molte volte. «Porti i guanti per le cicatrici?»

La parrucca è sulle ginocchia, tolgo anche i guantini di cotone nero. Tutte le carte sono sul tavolo. Marco non ha paura di giocare al tavolo verde. Forse avrà paura delle turbolenze di un volo di linea, ma non di scommettere su se stesso, sulla propria dolcezza. Stringe le mie manine massacrate fra le sue, con sincera premura: «Sei andata negli Stati Uniti per curarti?».

«Dio del cielo, no! Ti sembrerò pazza, ma volare mi rilassa. Prendo un aereo, di solito un volo a lunga percorrenza notturno, preferibilmente in periodi di bassa stagione. Spesso riparto subito, non visito nemmeno la città in cui atterro: ho solo un cambio nella borsa. Me lo posso permettere, è il lusso di aver ricevuto un risarcimento milionario dal comune di Crans-Montana, dopo un estenuante processo durato anni. Sono stata risarcita più di altri, per l'età e la professione: ero una ballerina di danza classica che ora fatica persino ad allacciarsi le scarpe».

Faccio una pausa e prendo fiato, poi spiego: «Volare mi svuota la testa. Con la cintura allacciata e il rumore del motore dell'aereo, riesco a rilassarmi e i miei demoni mi lasciano in pace. I ricordi diventano sfocati: volare è un'azione concreta e prolungata, con i suoi ritmi. Il passaggio al metal detector, l'attesa, l'imbarco, il decollo, e così via. Lo faccio spesso, almeno una volta al mese, che sia bassa o alta stagione».

L'insegnante di lettere mi osserva il viso. Mi trafigge con lo sguardo, a cui non mi sottraggo, e mi legge l'anima. «Volare come una medicina o un gruppo di ascolto? Ha un senso, lo ammetto. Devo confessarti che mi sento più a mio agio coi piedi a terra. Volare è comodo per raggiungere posti lontani. Per esempio, sono tornato da New York perché ho voluto andare a trovare il mio migliore amico, che si è trasferito lì. Però volare non mi piace».

La stretta sulle mie mani è forte e rassicurante: Marco è un uomo concreto.

Voglio dirglielo. Devo dirglielo. Devo fargli un piccolo regalo, se lo merita. «Sei una bellissima persona, un superlativo assoluto. Le donne che non ti hanno apprezzato finora sono delle cretine».

Lui è titubante e scettico di fronte al mio complimento. Scuote la testa: «Grazie, ma non credo...».

«È la verità... guarda fuori!». Presi dalla conversazione, non ci siamo resi conto che l'aereo è uscito dalla tempesta del millennio. La perturbazione è alle spalle e l'aereo punta sull'alba più spettacolare che io abbia visto da tempo. «È il momento più bello per me, quando il sole si alza e la luce è meravigliosa, ecco cosa significa volare».

L'orizzonte infuocato dalla palla arancione chiamata Sole è di una bellezza unica, il motivo per cui ho scelto di volare di notte. L'atterraggio a Fiumicino, dopo aver sorvolato l'isola d'Elba fino a Roma, con i monumenti ben distinguibili, lascia senza fiato.

Marco fissa fuori dal finestrino insieme a me, poi si volta e mi guarda di nuovo: «Di meraviglioso vedo solo te, Chiara». È un bisbiglio, la voce è sottile. Trema amorevolmente. Trema la sua voce, trema la sua mano, legata alla mia senza compassione, ma con l'anima. Una lacrima gli fa capolino all'angolo dell'occhio.

Vorrei dire molte altre cose, ma non dico nulla. Resto immobile e muta, mentre l'hostess ci serve la colazione, evitando di fissare le ustioni sul mio capo, in difficoltà. La capisco, conosco la reazione degli altri alla vista di tanta mostruosità e riconosco la sua benevola pena. Ma adesso, per la prima volta, non sento il bisogno di indossare subito la parrucca.

Lo faccio prima di scendere dal Boeing: il cappuccio della felpa è abbassato, stavolta.

Negli ultimi minuti del volo io e Marco non ci siamo scambiati una sola parola. È un silenzio che parla, ma che non so tradurre. Un silenzio che vorrei durasse per sempre. Un silenzio che ci accompagna fino all'uscita.

«Non ho bagaglio, tu devi aspettare di recuperare la valigia al nastro trasportatore. Allora ciao, buona vita». Sono pronta per tornare a casa e prenderò il solito treno metropolitano.

Marco mi stupisce: «Chissà quando arriverà la valigia. A Fiumicino ci mettono un'eternità con i bagagli. Chiara, vieni con me» e si dirige verso il banco della nostra compagnia aerea.

«Due biglietti da Roma a New York, andata venerdì e ritorno sabato, con l’orario di ritorno vicino a quello dell'atterraggio, per il prossimo weekend» dice all'addetta, mostrandole la carta di credito.

La signorina lo guarda serafica e controlla sul computer.

«Sei matto, cosa vuoi fare?» Non capisco. O forse sì. Volevo dargli una lezione, ma è stato lui a darla a me, vedendo oltre l'apparenza e leggendo dentro di me meglio di chiunque altro, persino meglio di me stessa.

«Ti sto chiedendo un appuntamento. Usciamo insieme venerdì sera? Cena, film, colazione, chiacchiere e un volo intercontinentale andata e ritorno? Porto le pantofole buffe per entrambi. Ci stai? Volare non mi piace, ma mi piaci tu, Chiara, e mi piaci tanto».

Lo dice con tale tenerezza che sento gli occhi pizzicare per la felicità. Quando estraggo il passaporto dallo zaino per fornire i miei dati all'addetta, mi rendo conto di non indossare più i guanti neri. Li ho lasciati sull'aereo. Insieme a molto altro.

Nota dell’Autrice: Il battito dietro le pagine

Questo racconto nasce dall'incrocio tra una curiosità di costume e un dolore collettivo mai sopito. Se lo spunto iniziale è offerto dalla moderna realtà degli incontri "ad alta quota" – di cui avevo letto per caso un articolo molto dettagliato pubblicato su “Il Corriere della Sera - il cuore della narrazione batte per una ferita aperta: la tragedia di Crans-Montana.

Ho sentito il bisogno di trasformare la cronaca in memoria viva, dando voce a chi resta e deve imparare a convivere con un'identità frammentata. Tra le immagini dei ragazzi che persero la vita in quell'inferno, porto nel cuore la fotografia di Chiara: la sua figura stagliata contro un tramonto meraviglioso, nel pieno della sua giovinezza.

La mia protagonista ha il suo nome non per caso, ma come atto di amore e di ribellione contro l'oblio. Ho voluto raccontare una Chiara che, nonostante le cicatrici, trova il coraggio di togliersi i guanti e guardare ancora una volta l'alba da un finestrino, ricordandoci che sopravvivere non deve essere una condanna, ma la possibilità di un nuovo, inaspettato orizzonte.

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