Storia · capitolo 23

Marzo 2015

RIFLESSI D'UMANA FRALEZZA di Alessandro Carrozzo

Francesco non tornava volentieri nella casa della sua adolescenza. Purtroppo, però, negli ultimi anni era stato costretto a farlo quasi quotidianamente. Non poteva tornare a casa dopo il lavoro senza passare almeno qualche minuto a controllare che sua zia Maria non fosse uscita di casa, non avesse dimenticato il gas acceso, non avesse lasciato qualche rubinetto aperto e senza infine essersi sincerato che avesse mangiato qualcosa.

Qualche volta si tratteneva un po’ di più. Superato l’umano fastidio di sentirsi porre decine di volte la stessa domanda, restava lì ad aspettare che tirasse fuori l’ennesimo racconto senza senso di quello che lei credeva le fosse accaduto durante la giornata. Gianni non si faceva vivo da tantissimo tempo e, vista la situazione, tutto sommato era meglio così.

Provava un misto di amore e fastidio nei confronti di sua zia. Non era stato facile vederla abitare quella casa, vederla dormire nel letto matrimoniale dove da piccolo si rifugiava quando aveva gli incubi o suo fratello Gianni lo tormentava, vederla riporre le sue foto da bambina nell’enorme scatola di legno dipinta di rosso, andando a sommergere strati di vecchie foto in bianco e nero dei suoi genitori. D’altro canto, era quanto di più vicino a una madre avesse mai avuto. E sì, quello che provava per lei andava ben oltre la riconoscenza; era un profondo e tormentato amore.

Sua zia era in ospedale da una settimana, dopo che la badante, che ormai viveva con lei da qualche mese, aveva composto il 118 in piena notte per chiedere aiuto. Quel giorno Francesco pensava di entrare in quella casa solo per prendere un cambio di biancheria per sua zia. Qualche minuto a rovistare nei cassetti e poi via in ospedale per arrivare entro l’orario di visita. Quel piovoso giorno di marzo era però diverso.

Aprendo l’armadio, il suo sguardo era stato catturato da quella vecchissima ed enorme scatola in legno che conteneva tanti pezzi delle vite che i suoi genitori e sua zia avevano vissuto. Prese la scatola e l’appoggiò sul letto matrimoniale perfettamente rifatto. Fece scattare le due grandi cerniere dorate sul fronte del coperchio e aprì la scatola. Iniziò ad appoggiare sul letto, esattamente nell’ordine in cui le aveva trovate, montagne di vecchie bollette di luce, gas e telefono. Fece un sorriso nel notare che su tutte in bella grafia era riportata la data in cui erano state pagate, come se il timbro postale non fosse lì a testimoniare esattamente la stessa cosa. Ma il suo obiettivo era un altro ed era proprio sotto quella montagna di bollette.

Eccole lì, quelle vecchie foto. Iniziò a tirarle fuori dalla scatola, maneggiandole come reliquie, adagiandole una accanto all’altra su quel vecchio copriletto ricamato a mano. Provò a dare un senso cronologico a quello che vedeva, forse per quella sua maledetta mania del controllo che lo accompagnava da sempre.

La prima immagine su cui si soffermò era una vecchia foto in bianco e nero di sua zia da bambina. Era vestita di bianco, una mano come a sorreggere il tronco di un ulivo secolare, le gambine magre incrociate. Strinse gli occhi per percepire meglio i dettagli. Riconobbe in quella bambina al tempo stesso lo sguardo anziano di sua zia e il sorriso giovane e amorevole di sua madre.

Subito accanto, una foto di sua zia da ragazza. Avrà avuto sì e no 20 anni. Ancora in bianco e nero e ancora in un abito bianco cortissimo. Non poteva credere che quella strampalata signora anziana sovrappeso fosse stata da giovane così magra, bella e anticonformista. E ancora quel sorriso così spontaneo e spensierato.

L’occhio si mosse poi su una foto che ritraeva i suoi genitori il giorno del loro matrimonio. I sorrisi apparivano raggianti ma gli sguardi tradivano un netto disagio.

Facendo il giro del letto per disporre altre istantanee di vita, non poté fare a meno di notare la radiosveglia sul comodino i cui led rossi segnavano le 17:25. L’ansia, la sua compagna di vita più intima, si riprese la scena nella sua testa. Iniziò freneticamente a fare i suoi soliti calcoli.

Il tempo di rimettere tutto in ordine, diciamo 3 minuti; poi va cercata una busta per mettere la biancheria, altri 2 minuti; giro veloce di casa per controllare che non ci sia nulla che potrebbe creare catastrofi come rubinetti generali di acqua e gas aperti, non più di 3 minuti; chiudere la porta di casa per poi riaprirla come al solito per ricontrollare di non aver dimenticato luci accese, un altro minuto, incluso il tempo per tornare indietro dall’ascensore e ricontrollare di aver dato le mandate alla serratura; diciamo 17:40, scendere, prendere la macchina, guidare fino a San Giovanni, trovare il maledetto parcheggio, tornare a piedi fino al reparto.

Il senso di fallimento, altro infimo accompagnatore delle sue giornate, gli fece un ghigno in faccia sottolineando che non sarebbe mai arrivato in tempo prima delle 19, termine delle visite.

Game, Set, Match. Aveva appena perso la sfida col suo senso del dovere, il quale ora non gli poteva certo permettere di rilassarsi perché ci sarebbe stato da lavorare per trovare una scusa per aver rimandato di un giorno l’assoluzione del suo compito. Una scusa, già, ma quale? ma soprattutto da raccontare a chi? a una zia che lo riconosceva ancora solo nei rari momenti di lucidità? Effettivamente no, quella scusa sarebbe servita solo a placare il suo senso di colpa e lui se la sarebbe raccontata fino a crederci veramente.

Iniziò a raccattare una ad una quelle foto sul letto, cercando di rimetterle nello stesso ordine in cui le aveva trovate. Si soffermò su una che lo ritraeva il giorno della comunione. Completo nero, camicia bianca, cravattino nero, scarpe nere. Se non fosse stato per la rosa rossa in mano avrebbe potuto giurare che si fosse travestito da cameriere per il Giovedì Grasso, anche se la realtà è che in quella foto di grasso c’era solo lui.

Seduto sul letto, iniziò a pensare a quel giorno, a quell’istante preciso. Nell’istante esatto in cui faceva quel sorriso idiota che univa le sue guance arrossate e paffute, stava già pensando che Gianni lo avrebbe ridicolizzato quella sera. Gli avrebbe ricordato senza pietà di non avere neanche il coraggio di dire: “io non esco di casa con quel vestito ridicolo e quella rosa mezza avvizzita in mano”. Ma lui, Francesco, era stato sempre così. Non avrebbe potuto sopportare di deludere i suoi genitori, anche al prezzo, puntualmente pagato, di deludere sé stesso.

Francesco era decisamente il “Signor Compromesso”, in tutto, perfino nelle sue striscianti bizzarrie psicologiche.

Era anaffettivo sì, ma a metà; donava tanto amore per essere apprezzato ma non provava emozioni.

Era ossessivo-compulsivo sì, ma a metà; ripeteva ossessivamente rituali che riteneva lo potessero proteggere dai drammi della vita, ma mai davanti a qualsivoglia anima viva per non essere giudicato un tipo strano.

Chinò la testa sulla sua sinistra, le 18:21. Ora doveva decisamente correre a casa e tirare fuori una scusa per sua moglie, che aveva digerito il fatto di dover andare a fare la spesa da sola per permettergli di portare un cambio di biancheria alla zia Maria; cosa che poi lui non aveva fatto. Game, Set, Match; sconfitta decisamente umiliante.

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