Storia · capitolo 1

Capitolo 1

SCHWARZENEGGER di MIKE PAPA

SCHWARZENEGGER

di Mike Papa

Da quando lo conosceva, Michele non si era mai accorto che Antonio Boccia fosse mancino.

Se ne rendeva conto solo adesso, dall’impatto che il suo pugno sinistro aveva sulla propria faccia.

Oh sì, era molto più potente del dritto, ma anche quello non scherzava.

Quando calava il cazzotto sulla guancia destra, Boccia urlava: «Scegli!», mentre la controparte recava l'ordine: «Decidi!», in una sequenza regolare che andava avanti ormai da minuti.

Con il sangue che dalla ferita sulla fronte gli colava negli occhi tumefatti riusciva a scorgere a malapena Lisa e Susy sedute per terra a pochi metri dalla sedia su cui era legato, appoggiate alla parete con la testa reclinata sul petto. Sembravano bambole con cui un bambino cattivo si è stancato di giocare. Boccia gli aveva assicurato che fossero vive e non aveva motivo di dubitarne, ma non sapeva per quanto lo sarebbero state ancora.


Un mese prima la cosa più bella era stato lo stupore di Susanna alla vista della nuova casa.

«Papà, è… è… meraviglievolissima.»

Lui si era accovacciato e la bimba gli aveva gettato le braccia al collo e ricoperto la fronte di baci.

Questo l'aveva ripagato di tutti i sacrifici che aveva fatto per comprare la piccola villa di campagna con giardino.

«E poi», aveva detto Lisa, «pensa a come scorrazzerà Holli in mezzo a tutta quest'erba.»

Come ricordandosi solo allora del quarto componente della famiglia, Suzy aveva aperto il trasportino e il piccolo gatto nero aveva mosso i primi passi su quello che sarebbe diventato il suo regno. Aveva annusato un po' in giro, poi era sparito dietro la casa, ma era tornato subito sui suoi passi, correndo come se avesse il diavolo alle calcagna, per arrampicarsi su un salice. Un chihuahua di appena qualche taglia più grande lo inseguiva, abbaiando come un ossesso. Si era piazzato sotto l'albero continuando a latrare, spiccando salti e schizzando intorno goccioline di bava dal muso da sorcio. Holli non poteva fare altro che inarcare la schiena e rizzare il pelo, ma non riusciva a incutere nessun timore alla belva in miniatura.

Solo un fischio modulato aveva fatto smettere la danse macabre del cane, che era tornato di filato da dove era venuto.

Gli spettatori erano rimasti scioccati da quella scena che trasudava violenza animale.

Il primo a riprendersi fu Michele.

«Che diamine… Vado a vedere.»

Dietro la casa, dall'altra parte della rete di recinzione, un tipo anziano ma in piena forma stava coccolando il chihuahua. Il torso nudo, asciutto e pieno di tatuaggi, sfoggiava una muscolatura invidiabile per quell’età. A Michele venne in mente Robert De Niro in un film visto anni prima. Non ricordava il titolo, ma aveva qualcosa a che fare con la paura.

«Buongiorno», disse attraverso la rete.

L'altro si accorse di lui.

«A lei. Il nuovo vicino?»

«A quanto pare.»

«È suo quel gatto?»

«Sì, è nostro.»

«A Schwarzenegger, qui, non piacciono molto, i gatti.»

«Me ne sono accorto. Ma Schwarzenegger, lì, non potrebbe rimanere dalla sua parte?»

«È che la rete ha maglie troppo larghe, non serve a niente. Non so neanche perché il vecchio proprietario l’abbia voluta mettere. A dire il vero un’idea ce l’ho: gli piaceva mantenere le distanze, soprattutto con me.»

«E un guinzaglio? Una catena?»

L'uomo scoppiò in una risata: «Una catena… Ma l'ha visto? È poco più di un criceto. Potrei legarlo… che so, con dello spago per pacchi. Lei che ne pensa?»

«Comunque dà fastidio… Cioè, ha dato fastidio a Holli. Spero che non si ripeta.»

«Holli è il suo animaletto? Sicuro, ci sono uomini da cani e uomini da gatti.»

«A dire la verità, il suo non mi sembra proprio un cane. Nonostante il nome altisonante.»

«Ah no, eh? E chi è che è scappato con la coda fra le gambe?»

Michele pensò a come fosse odioso quell'uomo.

Il pensiero seguente fu che con molta probabilità avrebbe dovuto passarci la vita a fianco.

L'ultima cosa che voleva era una disputa perenne.

«Ok, siamo partiti col piede sbagliato. Io sono Michele Pelosi. Sarò il suo vicino, quindi…»

Passò la mano dall'altra parte della rete. In effetti aveva maglie larghissime. Magari l'avrebbe sostituita, più in là.

La stretta dell’altro era forte e decisa. Autorevole.

«Piacere, Antonio Boccia. Nessun piede sbagliato, per me. Solo una disputa tra animali. Che poi ci potrebbe riportare millenni indietro, a preda e cacciatore… La legge del più forte… Ma adesso non mi va di filosofeggiare.»

«Pienamente d'accordo.»

«Benissimo, allora. Quando vi sarete sistemati venite di qua. Faccio un tiramisù da sballo. Ricetta di mia moglie, che Dio l'abbia in gloria.»

Michele rimase a guardarlo.

«Sì, se n'è andata.»

«Mi dispiace.»

«E perché dovrebbe? Ha preso il volo con un rappresentante di enciclopedie, pensa tu. Eppure neanche sapeva leggere. Analfabeta ma troia. Dai, sto scherzando. Ma voi di città non ce l'avete il sense of humor? Ci vediamo quando volete, un tiramisù, un prosecchino… Una striscia di coca… Scherzo. Nessun prosecchino.»

Rise. Di una risata che non fece altro che accrescere in Michele l’istintiva avversione per il suo nuovo vicino.

«Devo andare, ecco il camion del trasloco. Ci vediamo, sì.»

Magari anche no, potendo, sperò Michele mentre alzava la mano per salutare i facchini.

Qualche sera dopo suonarono alla porta.

Al trillo del campanello Holli andò a rifugiarsi sopra un armadio, fatto inusuale che fece pensare a Michele che dietro l’uscio non ci fosse niente di buono.

Andò ad aprire: Antonio Boccia sfoggiava un sorriso cordiale e reggeva un enorme vassoio con quello che sembrava proprio un tiramisù. Sul petto portava uno zainetto da cui spuntava il muso di Schwarzenegger con i canini bene in vista. Un filo di bava gli colava dalla bocca e andava ad arricchire il dolce di umori canini.

La voce del vecchio era allegra.

«Vicino! Se Maometto non va alla montagna… Eccolo qui, il mio fantasmagorico tiramisù. Mi fai accedere alla magione o ce lo gustiamo qui sulla porta?»

«Lui non entra, mi dispiace», rispose Michele indicando il cane.

Antonio reagì come se fosse stato colpito da un pugno a tradimento.

«Schwarzenegger va dove vado io. Se lui non è il benvenuto non lo sono neanch'io. Questo è.»

«Non fraintendermi, ma Holli è già salito sull’armadio. Non vorrei che ci fosse ancora… Come l’hai chiamata? Una disputa tra animali.»

«Per me è già in atto. No?»

Michele sostenne i suoi occhi freddi in silenzio.

Boccia posò il vassoio per terra davanti alla porta.

«Comunque… ormai l’ho fatto. Gustatevelo. Mi rammarico solo che non ci abbia aggiunto il veleno per topi che ho nel ripostiglio degli attrezzi.»

Poi scoppiò a ridere.

«Scherzo, cazzo, possibile che…»

«Ma certo, l’avevo capito. Sul serio, se vuoi entrare sei il benvenuto. Ma senza Schwarzenegger. Spero tu comprenda.»

«Mi stai dando dello stupido? Comprendo, comprendo. Ci si vede, vicino.»

Fece dietro front e tornò a casa.

Michele imprecò, raccolse il vassoio e andò a gettare il suo contenuto nella pattumiera.


I due uomini non ebbero occasione di incontrarsi per qualche giorno, finché una mattina di buonora toccò a Michele andare a suonare alla porta del suo vicino.

Non fece in tempo a poggiare il dito sul campanello che dall’altra parte Schwarzenegger cominciò ad abbaiare come solo i chihuahua sanno fare.

Dovette aspettare almeno cinque minuti prima che l’uscio si aprisse.

Boccia, in canottiera unta e boxer sformati, non sembrava sorpreso di vederlo.

Aveva i capelli dritti sulla testa e la voce impastata: «Vicino, che improvvisata. Qual buon vento ti fa muovere all’alba?»

«Sì, buongiorno. È che stanotte… sai, tutta quella musica, a quel volume…»

«Entra, prendiamoci un caffè. Io la mattina se non mi faccio di caffeina non capisco un cazzo.»

«No, non ho tempo, devo andare… Volevo solo dirti se...»

«C’è sempre tempo per un caffè. Dai entra, ho una di quelle macchinette moderne, mica la vecchia moka. Ci vuole un minuto. Poi parliamo.»

Michele cedette ed entrò. Schwarzenegger cercò di azzannargli una caviglia, ma Antonio fu svelto a mandarlo a cuccia. Il cane si infilò in una stanza, che Michele sospettò essere la camera da letto. Di tutti e due.

La casa era sottosopra, la mancanza di una mano femminile si notava in ogni angolo.

Ma già, la moglie è fuggita con un rappresentante. Chissà come mai.

Boccia faticò non poco a scovare un paio di tazzine pulite.

Stettero in silenzio finché non ebbero consumato i caffè.

«Ahhh, adesso sì», disse il padrone di casa pulendosi la bocca con il dorso della mano. «Allora, sei venuto per…?»

«Stanotte la tua musica non ci ha fatto dormire. Ti volevo chiedere se…»

Antonio alzò un dito.

«Dammi un attimo, fammi vedere.»

Si avvicinò a uno stereo e controllò il disco poggiato sul piatto.

«Wagner, altro che. Devo essermi addormentato subito dopo la Cavalcata delle Walchirie. E già, hai ragione, da quello che vedo il volume era proprio al massimo. Ma a voi non piace Wagner?»

«Di sicuro non la notte.»

«Uhm. Ti chiedo scusa, davvero. Farò del tutto per non farlo accadere di nuovo. Sul serio. Ti basta?»

«Mi basta. Grazie per il caffè.»

«Figurati. E com’era il tiramisù?»

«Buonissimo, complimenti.»

L’altro storse la bocca. Era evidente che sapeva benissimo che l’unica ad assaggiarlo fosse stata la pattumiera.

«Te l’avevo detto. Non sono mica un bugiardo, io.»


Un pomeriggio, tornando a casa dal lavoro, Michele non fece in tempo a scendere dalla macchina che Susanna gli corse incontro piangendo.

«Ehi, principessa, che succede?»

«Holli non c’è più. L’ha preso quel cane cattivo.»

«Aspetta, aspetta. Da quand’è che manca?»

«Da stamattina. Papà, puoi andare a riprenderlo? Ti prego.»

«Ma tu hai visto il cane che…»

«No ma lo so. L’ha preso perché è cattivo. Papà…»

«D’accordo, mi faccio una doccia e vado.»

La bambina lo guardò con i grandi occhi pieni di lacrime.

«Ok, vado adesso. Tu torna in casa. Ci penso io.»

Vide il suo vicino intento a zappettare l’orto, cappello di paglia e l’immancabile torso nudo.

Si avvicinò alla rete.

Che ancora devo sostituire, pensò. Ci faccio un bel muro, altro che no. Con tanto di filo spinato in cima.

«Antonio, hai visto Holli, per caso?»

L’altro si raddrizzò e si appoggiò alla zappa. I rivoli di sudore sembravano voler sciogliere l’inchiostro dei tatuaggi.

«Holli è tua figlia, giusto? Sì, mi sembra di averla vista. Eccola lì, sulla porta di casa.»

«Holli è il gatto, ricordi? Mia figlia è Susanna. Dice che il micio è sparito.»«

«Ops, che imperdonabile gaffe. Allora no, non l’ho visto.»

«Non è che Schwarzy…»

«Niente diminutivi, per favore. Soffre già di un leggero complesso d’inferiorità. Adesso lo chiediamo a lui.»

Emise il fischio modulato e il cane arrivò al trotto.

Si accovacciò ai piedi del padrone.

«Hai mica visto il gatto del qui presente signore?» gli domandò Antonio serissimo.

Il cane emise due brevi latrati.

«No, ci dispiace, nessuno di noi l’ha visto. Starà correndo dietro a qualche micetta.»

«È castrato. Comunque grazie.»

«Gli hai tagliato le palle, eh? Non lo so, l’ho sempre ritenuto un gesto da vigliacchi, da chi non sa gestire le cose come si deve, un inutile sfoggio di...»

Michele voltò le spalle e lo lasciò a pontificare.

Girò intorno alla casa, ma di Holli nemmeno l’ombra.

Ora gli sarebbe toccato tranquillizzare Susy.

Impresa in cui fallì quel giorno e quelli successivi.


Quella fatidica mattina uscì presto come al solito, ancora intontito dal sonno.

Tutta la tensione col vicino gli aveva fatto perdere il gusto di una buona dormita. Inoltre erano tre giorni che Holli mancava da casa, Susanna era disperata e contagiava con la sua angoscia mamma e papà.

Non era molto sveglio e non riuscì a frenare in tempo quando qualcosa gli sfrecciò davanti. La prese in pieno con la ruota sinistra. Si fermò e scese. Per un attimo credette di vedere sotto la gomma il corpo senza vita del suo gatto nero. Poi si rese conto che era solo Schwarzenegger.

Solo?

Un panico irrazionale si impadronì di lui pensando alla reazione di Boccia.

La prima idea fu di raccogliere il corpo, gettarlo in un cassonetto e fare finta di niente. Poi rifletté che quello fosse esattamente il comportamento che avrebbe adottato il suo vicino. Se già non l’aveva fatto con Holli. No, non voleva essere come lui. Si sarebbe assunto le sue responsabilità.

Prese dal bagagliaio un paio di guanti da lavoro, raccolse il cane e andò a suonare alla porta di Boccia.

Benché fosse molto presto, il padrone di casa gli aprì all’istante, già vestito di tutto punto, come se fosse in procinto di uscire.

Rimase gelato alla vista del cadavere.

«Mi dispiace moltissimo. Non l’ho proprio visto. Era…»

L’altro gli strappò il corpo dalle mani, incurante del sangue. Entrò e lo adagiò su una poltrona, mentre Michele rimaneva sulla porta.

Poi dall’interno si sentì dire: «Applicate la legge del taglione, dalle vostre parti. Me ne ricorderò.»

«Cosa stai dicendo?»

«Occhio per occhio, vero? Eri convinto che Schwarzenegger avesse fatto fuori quel tuo gatto di merda, così ti sei vendicato. Occhio per occhio.»

«Ma non dire sciocchezze. È stato solo un incidente.»

«Invece guarda qui.»

Tornò fuori con una piccola gabbia. Dentro c’era Holli, che alla vista del suo padrone cominciò a miagolare.

«Quando ho fatto uscire Schwarzenegger per i suoi bisogni l’ho trovato che razzolava per il mio orto. Aspettavo un’ora decente per riportarvelo. Tieni, riprenditelo.»

«Senti, sul serio, non…»

«Prendi questo gatto del cazzo e sparisci!»

Michele obbedì.

Allontanandosi sentì dire: «Occhio per occhio. D’accordo.»

Tornato a casa andò a svegliare Susy. Almeno lei sarebbe stata felice.

Poi raccontò l’accaduto a Lisa, mentre prendevano un caffè.

«Chiamo Giorgio e mi prendo un giorno di ferie. Non mi va di lasciarvi sole.»

«Ma dai, cosa potrebbe succedere?»

«Tu non l’hai visto. Non l’hai sentito. Un pazzo, ti dico. Sarebbe capace di qualsiasi cosa.»


Il giorno passò senza nessun incidente.

Dalla finestra Michele vide Boccia scavare una buca per il suo cane vicino all’orto e restare lì in contemplazione per almeno un’ora.

Quando si accorse di essere spiato, alzò la mano in un saluto. Un semplice gesto che inquietò Michele più che se gli avesse puntato in faccia un fucile a pompa.


Non lo rivide più fino alla sera, quando suonò alla porta.

La sensazione di déjà-vu fu forte. Di nuovo il tiramisù, di nuovo il sorriso cordiale. Di diverso solo il torso nudo e la mancanza dello zainetto.

«Volevo chiedervi… se vorreste partecipare a una piccola veglia. Sai, per… Ora che lui non c’è magari posso entrare.»

La voce era piena di malinconia.

Michele rimase stupito.

Ecco quello che veramente è: un anziano triste rimasto definitivamente solo.

La pietà vinse sulla prudenza.

«Certo, accomodati.»

Si girò per fargli strada. Boccia lo prese per la nuca e gli sbatté la testa con violenza sul mobile basso dell’ingresso. La fronte si squarciò, mentre Michele perdeva i sensi.

Quando tornò in sé era legato a una sedia del salotto.

Lisa e Susanna erano a pochi passi, sedute sul pavimento.

Antonio Boccia si era accomodato al tavolo a gustare il suo tiramisù. Vicino al vassoio, una pistola silenziata.

«Bastardo, cosa hai fatto?»

«Sono vive, se è questo che ti preoccupa. Solo un po' di narcotico. Fidati, lo sai che non sono un bugiardo, no? Ma non lo saranno per molto. Almeno una di loro. Occhio per occhio, ricordi?»

Michele si agitò sulla sedia, ma Boccia era bravo a fare i nodi.

«Tu hai ammazzato il mio cane, ma io non voglio prendermela col tuo animaletto. Che c’entra lui, che ne sa della vita, povero eunuco? No, io ucciderò una delle tue donne.»

Fece una pausa per servirsi un’enorme cucchiaiata di dolce.

Continuò mentre masticava: «Ti sembrerà un’equazione sbagliata, ma già che ci sono coglierò l’occasione per prendermi anche una piccola rivincita su tutto quello che avete pensato di me fin dall’inizio. Vi ci vedo a confabulare a bassa voce, tu e… Ma come si chiama tua moglie? Non me l’hai neanche presentata, maleducato incivile. Vi immagino proprio, magari la sera dopo un’insulsa scopata, a spettegolare come comari. Cosa dicevate, eh? “È un pazzo, un povero vecchio fuori di testa, un inetto che non è riuscito neanche a tenersi stretta la moglie…” Qualcosa del genere, immagino. Quello che pensano tutti.»

«Lo sei, lo sei, fuori di testa. Guarda che cazzo dici, che cazzo fai. Ma non ti permettere di…»

Boccia si alzò e si avvicinò, con la bocca sporca di residui di dolce che gli davano l’aria di un clown grottesco.

«Sta a te decidere quale delle due vivrà e quale morirà.»

«Vaffanculo, psicopatico figlio di puttana. Vaffanculo.»

«Ormai dovresti conoscermi abbastanza da sapere che non sto scherzando. Siamo al capolinea, amico. Questo è lo spartiacque che ridefinirà per sempre il nostro rapporto di buon vicinato.»

Michele sapeva che il suo avversario era convinto di ciò che diceva nella maniera più assoluta.

La maniera di un pazzo.

«No, ti prego, non farmelo fare. Ti scongiuro.»

Per tutta risposta, Antonio gli calò un tremendo pugno in faccia.

«Scegli!»

Subito un altro gli arrivò sull’altra guancia.

«Decidi!»

Scegli! Decidi!

Scegli! Decidi!

Quando fu soddisfatto, o solo stanco, Boccia andò a risedersi al tavolo, massaggiandosi le nocche spellate. Prese la pistola e cominciò a puntarla sulle due donne, altalenando dall’una all’altra, in un crudele “anghingò” che gettò ancor di più Michele nell’angoscia.

Attraverso un velo rosso vide Susy che cominciava a tornare in sé. Lacrime di disperata impotenza andarono ad aggiungersi al sangue.

No, non posso farlo. Non posso.

Si maledì, maledì il giorno in cui aveva comprato quella casa, maledì la sorte per avergli fatto trovare come vicino quello psicopatico.

Col cervello intontito cercò di trovare una via d’uscita. Alla fine credette di scoprirla. Estrema, ma l’unica possibile. Avrebbe appagato senza dubbio le folli esigenze di Boccia.

Riuscì a farfugliare: «Endi e.»

Il suo rivale gli vi avvicinò di nuovo, con la pistola nella sinistra.

«Cosa hai detto? Ripeti. Scandisci bene le parole.»

Michele sputò a fatica un enorme fiotto di sangue che andò a imbrattare i tatuaggi, ma Boccia non sembrò accorgersene.

«Pren… di me.»

L’altro inclinò la testa, sorpreso. Soddisfatto.

«Ehi, che colpo di scena. Le hai le palle, dopotutto. Ok, ti accontento.»

Gli appoggiò il silenziatore sulla fronte e tirò il grilletto.

FINE

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