Storia · capitolo 1

Capitolo 1

PIOVE di Antonella Ridoni

PIOVE

Piove, piove veramente tanto. Corro dentro il portone e salgo le scale con l’ombrello chiuso, che sgocciola per tutti i gradini della rampa che porta al primo piano. Prendo le chiavi ed apro la porta dell’interno 3. Faccio un grande respiro ed entro in questa casa ormai vuota e silenziosa. Fuori la pioggia batte sulle persiane chiuse. Annuso l’aria, ma oggi non trovo il profumo avvolgente della torta di mele alla cannella che mi aspettava, appena sfornata, ogni volta che varcavo questa soglia. Tutto è nella penombra che avvolge quello che resta dei mobili, spettri tetri senza più anima. Accendo l’abatjour, con la spina rotta da sempre, sul comodino dalla parte di nonna Carlotta.

E’ proprio il clima adatto all’ingrato compito che mi aspetta oggi. Nessuno tra i miei fratelli e i miei genitori hanno voluto accompagnarmi per svuotare casa dei nonni. Tocca a me riempire i sacchi neri della spazzatura che ho portato nella borsa, dividere la carta, la plastica. Gli oggetti più grandi li hanno già portati via. E’ rimasto da svuotare i cassetti. Da sola mi preparo un tè caldo, nella tazza che nonna lasciava solo per me; mi tolgo le scarpe e giro scalza, tanto non c’è più nonno che mi sgrida dicendo che, scalza, mi prendo di sicuro un raffreddore. Apro il terzo cassetto del comò e trovo i calzettoni grossi di nonno. Li infilo e mi assale la nostalgia; sono passati già 10 anni da quando non c’è più e nonna ha conservato ancora parecchie cose sue. Quasi tutte, veramente. Lei, invece, se ne è andata tre mesi fa. Sembra sempre troppo presto, per entrambi. Mi asciugo una lacrima che è scivolata giù senza che me ne accorgessi e inizio a svuotare i cassetti della scrivania. Vecchie bollette, ricette mediche, cartoline di amici, biglietti di auguri. Rifletto sulla vita che mi sta passando tra le mani, vita che adesso non conta niente e deve essere buttata. Carta. Ma è carta che significava qualcosa per chi l’ha conservata; ora non serve più, per i miei nonni era storia di vita. Mi prende un moto di rabbia e dolore e non leggo più con attenzione e butto via. Butto via.

Nel silenzio delle assenze, gli unici suoni sono il battito furioso della pioggia di fuori e il rumore della carta strappata, con furia, da me, dentro casa.

Tiro via con un gesto un po’ energico l’ultimo cassetto del settimino di nonna. Scivola, svolazzando e quasi invitandomi a prestare attenzione, una busta di carta. Capisco, da come è conservata, che sto per aprire e leggere una piccola parte intima di un passato: la carta è consumata. Forse un ricordo, la comunicazione di una notizia importante. Con mani tremanti di attesa e un po’ di imbarazzo e curiosità, apro la busta e dentro trovo una pagina di diario, con la calligrafia di nonna, inconfondibile, anche se un po’ infantile, e una lettera scritta con una calligrafia che non conosco. Ah, tempi passati senza sms o e-mail, epoca in cui si usava la carta da lettere! Mi incuriosisco davvero e mi metto a leggere. Inizio con la pagina di diario e vengo catapultata in un tempo diverso, un passato non troppo lontano, ma che la rapida trasformazione dei mezzi di comunicazione ha collocato in una dimensione che non ho visto; dove mia nonna descrive un mondo che non ho conosciuto e che non pensavo avesse vissuto. Nonna adolescente non l’avevo potuta mai immaginare.

Roma, 19/12/1970

Caro diario, voglio raccontarti di oggi così che mi resti il ricordo, se mai il ricordo di questo mio amore potrà essere cancellato! Sai quanto amo Antonio. Oggi sono uscita con lui. Ho dovuto pregare la mamma che mi lasciasse andare. Lei sospetta che io abbia un fidanzato, ma non sa che è più grande di me di 10 anni, altrimenti sarebbe troppo preoccupata. Non le posso dire che Antonio è un uomo perché io per la mamma, sono sempre piccola. Ma 16 anni non sono poi così pochi! Le mie amiche hanno il fidanzato da più tempo di me e, veramente, ci sono già pure andate a letto. Io ancora no. Antonio mi sta aspettando. Ma stasera le ho detto che restavo a dormire a casa di Paola, perché mi sentivo pronta. Stavolta volevo stare con Antonio così avrebbe capito anche lui che sono cresciuta, che non sono poi così piccola, che posso competere con le altre ragazze che gli ronzano attorno.

Quindi oggi sono andata all’appuntamento, pioveva, ma io aspettavo l’amore della mia vita.

A Roma, c’è un posto preciso per gli appuntamenti: alla Stazione Termini la Lampada OSRAM. Tutti lì sotto!! Anche oggi, sabato pomeriggio, c’era un affollamento! Ma io non vedevo nessuno e non sentivo neanche la pioggia. Come mi sono sentita importante: aspettavo il mio fidanzato. Il primo amore. Forse l’unico per sempre. Quindi in compagnia di tanti altri giovani l’ho aspettato, parecchio, perché, come al solito, era in ritardo. L’ho aspettato, aspettato e non potevo chiamare a casa sua dalla cabina telefonica perché alla madre non sto simpatica. Pure se non mi ha mai vista. Io lo percepisco e quindi evito di chiamare, quando chiamo mi vergogno e sono un po’ sbrigativa, lo confesso. Pure un po’ maleducata forse: “C’è Antonio?” Se fossi un po’ più cerimoniosa la madre sarebbe dalla mia parte. Non l’ho ancora conosciuta. Nessuno della sua famiglia. In due anni che ci siamo frequentati non mi ha mai portato a casa sua. Ah no, una volta si. Ma non c’era nessuno. Voleva provarci, hai capito no? Ma non ha potuto. La vicina di casa ha suonato il campanello e ci ha disturbato. Ma, pensa, la collezione di farfalle che voleva mostrarmi, (la sua scusa per farmi salire, vecchia come il mondo) in realtà c’era davvero. Era un quadretto con sì e no 10 farfalle. Non era una gran collezione! Ma era vero che ce l’aveva. Comunque non è questo il punto. La vicina ha suonato il campanello e siamo scesi in strada a passeggiare. Come facevamo sempre. Tutto sommato sono stata contenta che non sia successo quella volta.

Oggi pomeriggio, invece, ero decisa a trovare il modo di concedergli quello che gli ho negato per due anni. Volevo passare una notte d’amore con lui. Antonio non ha mai spinto più del necessario. In questo io vedo il suo amore per me. E me lo ha detto che mi ama. Tante volte. Solo che non mi bacia mai. O meglio poche volte. Sono importanti i baci. A volte mi fa pensare che non sono importante per lui, poi invece me lo dice e io ci credo. Io credo a quello che mi dice Antonio. Pensavo tutto questo mentre aspettavo,

Intanto si era fatto buio. Quando l’ho visto arrivare, con l’immancabile sigaretta tra le labbra, il mio cuore, come sempre, ha fatto un balzo. Ho fatto finta di non vederlo guardando da un’altra parte. Ho finto di essere sorpresa anche quando mi ha toccato una spalla. Un abbraccio, forte. Un bacetto a fior di labbra. Non ho potuto rimproverarlo del ritardo: quando sto con lui dimentico tutto anche di essere arrabbiata per averlo aspettato e non chiedo perché fa tardi. Tanto ha sempre scuse plausibili alle quali faccio finta di credere. Non sono mai entrata nel profondo del suo essere. Non me lo ha mai permesso. Si confida, ma fino ad un certo punto, poi sfugge. Lui invece sì che mi ha scovata e tirata fuori da me stessa. Ero un piccolo anatroccolo che non sapeva cosa fare della sua vita. Lui ha saputo vedere in me quello che ancora non avevo capito. Gli devo molto per questo.

Mano nella mano, spalla a spalla abbiamo iniziato a camminare per le strade della nostra città. Roma è fantastica, ha posti incantati dove fermarsi. Ma pioveva e dovevamo trovare un riparo. Non ha un lavoro stabile e so che è frustrante per lui non potermi offrire mai niente.

Ma a me non importa. Mi va bene così. Ha vinto un concorso, tra poco lo avrà un lavoro.

“Dai, vieni con me, qui dietro c’è la rimessa degli autobus. Vediamo di entrare lì” Mi ha detto.

“Ma come facciamo? Scusa sarà chiuso”

“C’è una sbarra non c’è il cancello e dentro c’è una porta del magazzino che non è mai chiusa. Dai vieni fidati”

“Ci sei già stato!” La gelosia quella sì, che l’ho sempre provata. Per le sue storie passate e per quelle che pensavo vivesse in contemporanea con la mia. In fondo noi eravamo qualcosa di particolare: un’unione di anime e non di corpi. Lo sapevamo bene entrambi. Dicevamo sempre che non avevamo bisogno di parlare troppo perché ci bastava il 30% di quello che volevamo dire ed il resto lo capivamo al volo da soli senza parlare. Eravamo veramente uniti. Stesse passioni, stessi gusti, stessi principi ed ideali. Ma capirsi al volo era quello che ci stupiva ogni volta. “Chi ci hai portato?”

“Ma nessuno scemotta. Ecco guarda quanti mostri addormentati. Scegliamone uno e saliamo.

Questo no, questo no, Ecco, questo: 84 barrato.”

“Quello dei miei occhi!” E giù a ridere. Una volta mi ha detto che ho due occhi come l’84 barrato. Era un complimento. Uno degli strani suoi complimenti, mai banali. A volte contorti. 84 barrato è un bus che fa uno dei giri più interessanti al centro di Roma. Per lui era un complimento: il bus con il giro più bello!

“Tu sei la mia bellezza nella vita. Sei la carezza pura in mezzo a pensieri di morte.” Mi ha detto facendosi serio e dandomi una carezza sul viso. Con uno sguardo triste che non ho compreso subito.

“Antonio, ma perché dici questo?”

“Togliti il cappotto che è bagnato sulla schiena. Sali che ci ripariamo.”

Ma io il freddo non lo sento quando sto con Antonio.

“Ecco adesso posso baciarti. Siediti qui in braccio a me.”

“Certo il posto è un po’ strano e non è proprio come immaginavo. Siamo sicuri che non ci mettiamo nei guai?”

“No. Non verrà nessuno e poi stasera è una sera magica e ti voglio sentire mia.”

Abbiamo sempre dei posti inconsueti per le nostre uscite. L’isola Tiberina per il nostro primo bacio.

“Certo che scegli sempre posti strani dove portarmi. Ti ricordi dove ti ho detto che non avevo mai baciato nessuno? Che sfacciata!”

“No è stato tenerissimo. Che meraviglia quel tuo primo bacio! Me lo ricorderò per sempre. Come ricorderemo questa sera.”

Mi ha abbracciato forte. Dovevo capire che c’era una atmosfera strana.

“Questa notte resterà nei nostri ricordi più cari. Imprimi bene nel cuore e nella mente questi momenti. Fermati così facciamo gli astronauti”

“Cioè?”

“Adesso metto una mano sotto il tuo maglione. Lo so ho le mani fredde, ma non è per riscaldarle. Ascolta: ecco, così, abbracciati con il tuo seno nel mio palmo, io mi fermo e imprimo forte questa sensazione nella memoria come se fossimo “allunati” e volessimo stare qualche secondo ad assaporare il momento storico che non tornerà mai più, perché è il primo e non ce ne sarà mai un altro uguale. Lo ha fatto Amstrong, l’anno scorso, il primo uomo che ha messo piede sulla luna Ha chiesto che si facesse silenzio per alcuni minuti. E’ rimasto solo lui, il silenzio, la luna e il momento storico. Ha voluto imprimersi nel cuore e nell’anima un evento che non si ripeterà più. Anche noi fermiamoci così: serve a fissare dentro di noi l’attimo che scappa via.”

“Tu non immagini neanche lontanamente quanto io possa amarti, Antonio”

“Forse no, ma lo sento. Senti come piove? La pioggia lava via tutto. Ti ricordi il treno che abbiamo visto passare sotto il ponte vicino la stazione Tuscolana? Ecco io volevo prendere quel treno e andare… e dovrò farlo sai?”

“Dove vuoi andare? Mi lasceresti qui?”

“Ho bisogno di andare”

“Ma dove? Che dici?”

“Restiamo ancora solo abbracciati vuoi?”

“Ma sì, sai che voglio quello che vuoi tu. Però spiegati”

“Ecco è questo. Tu devi volere quello che vuoi tu non quello che voglio io. Né quello che vorrà chi incontrerai. Devi volere quello che vuoi tu. Ok? Dimmi che hai capito.”

Ma io non capivo, caro diario mio, perché non sembrava più contento di stare con me. La serata non stava andando come avevo immaginato. Mi sono sentita inadeguata, inadatta, forse ero veramente troppo piccola per lui. Ma poi, finalmente, ha detto tutto di un fiato quello che era venuto a dirmi: il concorso che aveva vinto lo aveva vinto, sì, ma la sede era Milano. Milano. E’ lontano, Milano. Deve iniziare una nuova vita dove io non sono contemplata. Ha detto che io devo finire gli studi, che sono minorenne e che non può pensare anche a me. Il cuore mi si è fermato sono sicura che ha mancato un battito prima che dicessi: “Vengo con te”. Si è impietrito ed è stato irremovibile. Non ha lasciato spazio nemmeno per poterci sentire anche da lontano. Insomma non mi ha voluto nel suo futuro.

E’ stato di un egoismo pauroso. Ha pensato solo che doveva lasciare gli amici, Roma la città che ama, E quando gli ho chiesto: “Ti rendi conto di cosa stai buttando via?” Crudelmente ha detto che in fondo non era niente quello che avevamo. Non credo di aver mai provato un dolore così forte.

Il clima è cambiato improvvisamente, mi ha rimesso il cappotto sulle spalle, io non riuscivo neanche a reagire ero basita, immobile. Caro diario in una sera sono passata dalla gioia e la bellezza di credere in un amore alla delusione più grande. Dalla fiducia incondizionata in un uomo al disincanto più crudele.

Con il cuore a pezzi mi ha riaccompagnato alla fermata del mio bus. Fuori da quel deposito, che ogni volta che vedrò mi farà star male. Non lo potrò dimenticare mai. Mi ha ferita come nessuno potrebbe mai fare. Non ha pensato neanche per un momento a quello che potevo provare io. Piango senza poter smettere. Mi girano in testa le ultime sue parole. “Ti dico solo questo e poi basta: io non parlerò di te fino a quando non diventerai un’esperienza di vita e non sarai più un ricordo. C’è differenza sai?” Ma non mi basta mica a me! Non potrò sopravvivere a questo dolore. Non c’è stato modo di convincerlo. Ha voluto troncare senza appello. E’ stato spietato. Forse non mi ha mai neanche amato come diceva. Domani proverò a dimenticare, oggi piango e provo tanto dolore. Questo sabato pomeriggio di pioggia e di amore resterà sicuramente impresso nei miei ricordi. Ma perché mi sia di monito devo tenerlo vivo, non permetterò più a nessuno di ferirmi così e non so se saprò amare di nuovo. Una cosa la so con certezza, però, so che lui tornerà, lo sento che ci rivedremo e allora rimpiangerà questa sua decisione, perché quello che ci lega è troppo potente. Non si esaurirà col tempo. Non potrà fare a meno di cercarmi e trovarmi di nuovo. Lo so che accadrà e allora vedrà e capirà il suo errore. Però adesso piango.

Resto affascinata da quel tempo e dalla tenerezza di questa ragazza che non ho conosciuto. Io ho conosciuto mia nonna, come madre e sposa di mio nonno. Una donna tranquilla, realizzata. L’ho conosciuta già grande. Pensarla adolescente e teneramente innamorata e così delusa dall’amore mi stringe il cuore. Ma la donna che era diventata non aveva traccia di quella delusione. Adesso sono curiosa di leggere la lettera unita a questa pagina di diario che è indirizzata a lei.

Roma, 19/12/2018

Cara mia Carlotta, sì mia, lasciamelo dire, perché lo sei stata sempre. Ti scrivo lo stesso giorno di dicembre come tanti anni fa. Anche se oggi è mercoledì e non sabato e la lampada Osram non c’è più da anni. Per fortuna ci sono i ricordi ed è stata immortalata anche in una canzone da Baglioni,

Non l’ho dimenticato, sai? Il mio piccolo fiore. La notte di pioggia su quel bus scomodo e con il tempo contato e la paura di essere scoperti, non l’ho mai dimenticata. Sono partito, ti ho lasciata, è vero. Non ho avuto scelta. E l’ho dovuto fare con un taglio netto. Non sai quanto mi è costato vedere il dolore nei tuoi occhi, la tua figura dietro le porte dell’autobus che ti riportava a casa è una delle immagini più tristi che ho nel cuore. Ma tu per me non sei mai diventata un’esperienza, tu sei rimasta per me un ricordo. Un tenero ricordo. Non ho fatto altro che pensarti. Ricordare i momenti vissuti insieme, anche immaginare le occasioni mancate, mi ha fatto bene durante la mia vita. Sei stata il ricordo tenero di un amore che va oltre il tempo e i luoghi. Una unione che non è stata fisica e forse, per questo, più potente. Non banale.

Quel giorno, a casa mia il tuo sguardo spaventato mi ha fermato. Lo sapevo che per te era importante e non ho potuto spingermi oltre, perché sapevo che sarei andato via. Sai che se non avesse suonato la vicina sarebbe stato uguale? Saremmo comunque tornati a passeggiare. Quegli anni per me sono stati anni inquieti, dove dovevo trovare la mia strada. Ero un ragazzo sciocco. Tu eri luce per me, troppa luce.

Non ti ricordi che non ti baciavo? Non ti baciavo perché non avrei resistito a farti mia anche in mezzo alla strada, ma tu eri così acerba, così ingenua. Nonostante fossi più matura per la tua età con i tuoi ragionamenti, i sentimenti, ma non avevi malizia e il sesso non era una tua priorità. Non avevo capito neanche la portata del tuo amore, ero convinto che mi avresti dimenticato in fretta, come si fa con le cottarelle di adolescente.

Avevi una purezza di cuore che sempre hai conservato. Non potevo approfittare del fatto che volevi legarmi a te. Anche perché ero già legato a te. Profondamente. Te lo dimostra il fatto che ti ho cercato e trovata dopo quasi 40 anni. Hai vinto Carlotta. Sai, sono venuto tardi al nostro appuntamento, quel dicembre, perché pensavo di non volerti incontrare più, ma non potevo dirti al telefono che partivo. Ti ho visto e sai che il sentimento per te c’era e c’è ancora. Sarai sempre nel mio cuore, ma non potevo portarti con me. Credimi è stato meglio per te. Sono stati anni duri.

Su una cosa hai avuto ragione: mi sono privato di qualcosa di bello che sarebbe potuto diventare molto appagante. Ho avuto paura che cresciuta mi avresti lasciato. Ecco adesso te lo posso dire.

Averti rivista, e aver fatto di nuovo l’astronauta con te è stata una delle gioie della mia vita. Ritrovare la donna che avevo visto, che sapevo saresti diventata mi ha dato una grande pace. Ha confermato che ti avevo “vista” per la bellezza che hai.

Non voglio sporcare questo ricordo e la tua anima. Voglio continuare ad amarti di questo nostro amore così puro, fatto di parole, di passeggiate spalla a spalla, di 30% e di risate. Tu sei rimasta quel bel piccolo fiore. Ho sbagliato. Ma tu mi piaci ancora come allora e starei a baciarti per ore, ma di nuovo mi devo fermare. Ti ho trovato, hai una splendida famiglia che sarebbe potuta essere la nostra, ma il destino ci separa ancora. Stavolta non per mia volontà. Devo andare in un posto dove davvero non ci sono treni per raggiungerlo e non voglio farti vivere questo calvario con me. So che sei libera di poterlo fare e lo faresti, ma non voglio chiedertelo. Non voglio che tu mi veda finito, malato. Voglio che conservi di me l’immagine, come nella foto che ti piaceva tanto, dove guardo lontano e non ho ancora questi capelli bianchi, questa disillusione negli occhi.

Non abbiamo avuto la nostra notte d’amore come molti la intendono. Mai l’avremo. E va bene così. Ne abbiamo avuta una diversa e molto bella.

La porto con me assieme al nostro amore. Un bacio come sempre tenero ed innocente. Tuo Antonio

PS Tuo davvero

Per oggi non continuo a riempire buste di plastica nere. Piego i due fogli e li ripongo nella loro busta. Conserverò questi scritti gelosamente. Terrò con me questo tenero e innocente amore. Sognerò una notte d’amore così, come la loro, che non è per tutti vivere. Non sempre siamo destinati a stare per tutta la vita con la persona che pensiamo possa essere quella giusta. A volte si deve lasciare andare. Amare è lasciare liberi. Antonio e Carlotta si sono amati, ma sono stati liberi di avere la loro vita di incontrare altri amori di costruirsi una famiglia in altro luogo. Poi l’hanno rimpianto. Hanno rimpianto di non aver avuto figli insieme, di non aver saputo cosa sarebbe stato condividere e conoscere le piccole cose come quanto zucchero mettere nel caffè dell’altro. Ma la loro strana, bella, innocente notte d’amore puro l’hanno avuta come nessuno mai. Un ricordo tenero e prezioso che è concesso a pochi.

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