Storia · capitolo 1

Capitolo 1

La bacheca di Simone Turco

Il nuovo amministratore si presentò all'assemblea di condominio con una cartellina di plastica trasparente e un entusiasmo che nessuno, in quel palazzo, aveva mai visto in un amministratore. Di solito arrivavano, leggevano il bilancio con voce piatta, si facevano insultare per la storia dell'ascensore che si rompeva ogni due mesi, e se ne andavano. Questo invece si presentò con una proposta.

«Ho pensato una cosa» disse, aprendo la cartellina come se stesse per rivelare un piano di pace mondiale. «Metto una bacheca nell'androne. Ogni condomino può scrivere un desiderio su un foglietto e appenderlo lì. Niente di impegnativo, eh, giusto per creare un po' di spirito di comunità.»

Il condomino del secondo piano, un uomo con la faccia di chi ha già sentito troppe idee entusiaste finire male, alzò una mano. «E poi cosa succede ai desideri?»

«Niente» rispose l'amministratore, un po' spiazzato dalla domanda. «Si guardano. Si legge quello degli altri. È bello, no? Sapere cosa desiderano i vicini.»

L'assemblea votò, con la solita accozzaglia di sì detti per stanchezza e no detti per principio, e la bacheca venne approvata a maggioranza risicata. Nessuno immaginava che, di lì a poco, quel pezzo di sughero appeso nell'androne sarebbe diventato l'unica cosa di cui si sarebbe parlato davvero in tutto il palazzo.

La portinaia, una donna minuta con un debole per i cruciverba e una diffidenza congenita verso ogni novità, fu la prima a esprimere pubblicamente il proprio scetticismo. «Vedrete che tra un mese quella bacheca sarà piena di richieste di parcheggio e nessuno ci farà più caso» disse, sistemando la cassetta della posta con un gesto che voleva sembrare definitivo. Nessuno le diede troppo peso. Nessuno, va detto, le avrebbe dato ragione neppure in seguito.

Il primo desiderio ad apparire fu quello della signora del quarto piano, una donna che passava le giornate a innaffiare gerani sul balcone e a lamentarsi con chiunque passasse che l'ascensore puzzava. Scrisse, con una calligrafia elegante e uno svolazzo eccessivo sulla "v": Vorrei che l'ascensore smettesse finalmente di puzzare.

Nessuno ci fece troppo caso, se non per il fatto che qualcuno, passando, allungò un sorriso alla bacheca come si fa con le bizzarrie innocue dei vicini.

Tre giorni dopo, l'ascensore si guastò. Restò fermo per una settimana intera, durante la quale il palazzo si trasformò in una piccola comunità di scalatori riluttanti, con la signora del sesto piano che minacciava querele e il portalettere che si rifiutava categoricamente di salire oltre il terzo. Quando finalmente lo ripararono, non solo non puzzava più: qualcuno, per errore, ci installò anche un deodorante automatico che spruzzava una fragranza di lavanda ogni volta che si apriva la porta, così intensa che ormai tutto il pianerottolo del quarto piano sapeva di detersivo per pavimenti.

La signora dei gerani era raggiante. Diceva a chiunque incontrasse che l'ascensore "non puzzava più, esattamente come aveva scritto", ignorando allegramente il dettaglio che per una settimana intera nessuno aveva potuto usarlo affatto.

Il secondo desiderio fu quello del ragazzo del terzo piano, uno studente universitario che passava più tempo a lamentarsi dei vicini rumorosi che a studiare davvero. Scrisse, con la sicurezza di chi non crede minimamente a quello che sta facendo: Vorrei un po' di silenzio la sera per studiare.

Il condomino del secondo piano, quello scettico, se lo ritrovò sotto gli occhi mentre scendeva a buttare la spazzatura, e scosse la testa. «Bella idea» disse a nessuno in particolare, con il tono di chi ha già visto troppe cose per credere che un foglio di carta possa cambiare qualcosa nel mondo.

La settimana successiva, il palazzo di fronte cominciò lavori di ristrutturazione, con impalcature, martelli pneumatici e operai che urlavano istruzioni dalle otto del mattino alle sei di sera. Il rumore diventò così assordante durante il giorno che, per compenso, ogni condomino del palazzo cominciò spontaneamente a rispettare un silenzio quasi religioso la sera, sfinito e desideroso solo di pace. Lo studente, per la prima volta da mesi, riuscì a studiare tre ore filate senza interruzioni, anche se, come fece notare la signora dei gerani con malcelata soddisfazione, "di giorno non si sentiva nemmeno il pensiero".

A questo punto, la bacheca smise di essere una semplice curiosità e diventò un evento. Ogni mattina, prima ancora del caffè, mezzo palazzo scendeva nell'androne solo per controllare se erano comparsi nuovi foglietti. Si formavano capannelli davanti al sughero come davanti a un tabellone dei risultati elettorali. Qualcuno cominciò a tenere un quaderno con l'elenco dei desideri e degli esiti, segnati con crocette e punti interrogativi, come si fa con le previsioni del tempo di un santo popolare.

Il terzo desiderio venne dal condomino del quinto piano, un uomo taciturno che di solito salutava a malapena, ma che quella settimana scrisse, con una grafia insolitamente incerta per un uomo così composto: Vorrei rivedere il mio gatto, che è scappato tre settimane fa.

Questo desiderio, a differenza degli altri due, mise tutti a disagio: non era più una lamentela buffa sull'ascensore o sul rumore, era qualcosa che assomigliava pericolosamente a un vero desiderio, di quelli che fanno male se non si avverano. La bacheca, per un paio di giorni, venne osservata con un misto di speranza e imbarazzo, come se tutti temessero che questa volta la magia o la coincidenza, o quel che era potesse fallire.

Il quinto giorno, un gatto identico a quello scomparso, striato, con una macchia bianca sull'occhio destro esattamente uguale, si presentò davanti al portone del palazzo, magrissimo e affamatissimo, e si strusciò contro le gambe del primo condomino che uscì a buttare la spazzatura, che per pura combinazione era proprio il condomino del quinto piano.

Nessuno avrebbe mai saputo con certezza se fosse davvero lo stesso gatto o uno che gli somigliava in modo impressionante. Ma l'uomo del quinto piano, che fino a quel momento aveva partecipato alla faccenda della bacheca con un distacco quasi ostile, quella sera scrisse un secondo foglietto, più piccolo del primo, e lo appese senza dire nulla a nessuno: Grazie.

Nel frattempo, un nuovo episodio si aggiunse alla lista, e per certi versi fu il più discusso di tutti. Il pensionato del piano terra, un ex ferroviere che passava le giornate seduto su una sedia pieghevole davanti al portone a commentare il via vai dei condomini, scrisse un desiderio che fece storcere il naso a più di uno: Vorrei che quel maledetto cassonetto dell'immondizia sparisse dalla vista del mio balcone.

Il cassonetto in questione, un enorme bidone verde che deturpava effettivamente la visuale del cortile interno, era lì da prima che chiunque nel palazzo si trasferisse, e nessuno aveva mai osato sperare che il Comune potesse spostarlo. La portinaia, sentendo leggere il desiderio ad alta voce dalla signora dei gerani, sbuffò platealmente. «Quello lì può scrivere quello che vuole, il Comune non muove un cassonetto nemmeno se scoppia un incendio.»

Due settimane dopo, un camion dei lavori pubblici si presentò senza preavviso, e sostituì l'intera fila di cassonetti del quartiere con un sistema di raccolta interrato, di quelli con le bocchette a livello del marciapiede. Il cassonetto verde sparì per sempre dalla vista del balcone del pensionato, che quella sera si presentò nell'androne con una bottiglia di vino e insistette perché tutti brindassero, "alla faccia del Comune e della sua lentezza proverbiale".

La portinaia, da quel giorno, smise di commentare i desideri ad alta voce. Continuava però a leggerli tutti, ogni mattina, con un'attenzione che tradiva più curiosità di quanta ne avrebbe mai ammessa.

Nel frattempo, arrivò anche il turno della coppia del sesto piano, due professionisti sempre di fretta che raramente si fermavano più di trenta secondi a parlare con qualcuno nell'androne. Scrissero, a quattro mani, un desiderio che fece sorridere l'intero palazzo per la sua banalità disarmante: Vorremmo trovare un parcheggio decente sotto casa, una volta ogni tanto.

La faccenda del parcheggio era, in effetti, un'annosa questione condominiale: la strada era stretta, i posti scarsi, e ogni sera si scatenava una piccola guerra silenziosa fatta di manovre azzardate e sguardi torvi dai balconi. Nessuno si aspettava che la bacheca potesse fare granché contro un problema strutturale come quello.

Eppure, proprio la settimana successiva, il Comune annunciò l'istituzione di una nuova zona a traffico limitato proprio davanti al palazzo, con permessi gratuiti riservati ai soli residenti. Il numero di auto di passaggio che intasavano la strada crollò quasi del tutto, e i due professionisti del sesto piano si ritrovarono, per la prima volta da anni, a poter parcheggiare sotto casa quasi ogni sera senza fare il giro dell'isolato tre volte.

La coppia, incredula, passò una serata intera a ricontrollare la delibera comunale in cerca di una spiegazione logica, e non trovandone una convincente, finì per arrendersi e unirsi con entusiasmo al crescente culto della bacheca, diventando tra i primi a proporre, quando arrivò il momento, di organizzare qualcosa di più grande per festeggiare.

Fu proprio la coppia del sesto piano, del resto, a suggerire per prima all'amministratore l'idea di una cena tutti insieme, "visto come stanno andando le cose ultimamente", un'idea che sarebbe rimasta lì, in sospeso, per settimane, fino a quando gli eventi successivi non l'avrebbero resa quasi obbligatoria.

Proprio in quei giorni si trasferì nel palazzo un nuovo inquilino, un uomo sulla trentina che aveva preso in affitto il piccolo bilocale al primo piano, rimasto vuoto per mesi dopo che i vecchi proprietari erano andati a vivere altrove. Arrivò con due scatoloni, una bicicletta smontata e l'aria un po' spaesata di chi non conosce ancora nessuno nel nuovo quartiere.

Il primo giorno, scendendo per buttare i cartoni degli imballaggi, si trovò davanti alla bacheca senza avere la minima idea di cosa fosse. Lesse i foglietti uno dopo l'altro, sempre più perplesso: l'ascensore che non puzzava più, il gatto ritrovato, il cassonetto scomparso, il parcheggio miracolosamente disponibile. Per un attimo pensò che fosse una specie di scherzo goliardico organizzato dai condomini per i nuovi arrivati, una specie di iniziazione bizzarra a cui nessuno lo aveva ancora preparato.

Quando incrociò il pensionato del piano terra, intento a innaffiare il suo basilico, non riuscì a trattenersi dal chiedere spiegazioni.

«Ah, quella» disse il pensionato, con l'aria di chi ha ormai smesso di stupirsi. «È la bacheca dei desideri. Scrivi cosa vuoi, e prima o poi succede. Non chiedermi come, perché non lo sa nessuno.»

Il nuovo inquilino annuì lentamente, con l'espressione di chi ha appena scoperto di essersi trasferito in un palazzo leggermente fuori dal comune, e per giorni si limitò a osservare la faccenda da lontano, incuriosito ma troppo timido per parteciparvi attivamente. Fu solo dopo aver assistito personalmente all'assemblea straordinaria sul terreno ritrovato a cui partecipò per pura curiosità, sedendosi in un angolo senza dire una parola, che si convinse a scrivere il suo primo desiderio, timido e pratico come si conviene a chi conosce ancora troppo poco le regole non scritte di un posto nuovo: Vorrei fare amicizia con qualcuno del palazzo, prima che arrivi l'inverno.

Nessuno avrebbe potuto prevedere quanto velocemente, e in quale modo particolare, quel desiderio si sarebbe avverato.

Il condomino del secondo piano, quello scettico, quello che aveva assistito a tutto con le braccia conserte e la battuta pronta, cominciò a sentirsi sempre più isolato nel proprio scetticismo. Non che ci credesse davvero, si diceva: ogni singolo caso aveva una spiegazione perfettamente razionale, se solo qualcuno si fosse preso la briga di cercarla. L'ascensore si sarebbe rotto comunque, prima o poi. I lavori nel palazzo di fronte non c'entravano niente con lo studente. I gatti tornano a casa, statisticamente, più spesso di quanto la gente creda. E i comuni, prima o poi, spostano davvero i cassonetti, anche senza l'aiuto di nessuna bacheca magica.

Eppure, ogni mattina, si sorprendeva a scendere nell'androne un minuto prima del solito, solo per dare un'occhiata al sughero prima di andare al lavoro.

Un pomeriggio, dopo settimane in cui si era rifiutato categoricamente di partecipare, si ritrovò da solo nell'androne, con un pennarello preso in prestito dalla portineria e un foglietto in mano, senza avere la minima idea di cosa scriverci. Non aveva desideri drammatici come il gatto scomparso, né lamentele buffe come l'ascensore o il cassonetto. In realtà, si rese conto con una punta di imbarazzo, faticava persino a ricordare l'ultima volta che aveva desiderato qualcosa con abbastanza convinzione da metterla per iscritto.

Alla fine scrisse, quasi per dispetto verso se stesso, una frase che intendeva come una specie di sfida cinica alla bacheca intera: Vorrei che, per una volta, qualcosa in questo palazzo andasse storto in un modo interessante, invece che nel solito modo noioso.

Lo appese, si sentì ridicolo, e salì a casa convinto che non sarebbe successo assolutamente nulla, il che, ai suoi occhi, sarebbe già stata la conferma definitiva che aveva ragione fin dall'inizio.

Per due settimane, effettivamente, non successe nulla di particolare. L'ascensore continuava a profumare eccessivamente di lavanda. Lo studente passò gli esami con voti che non otteneva da anni. Il gatto del quinto piano ingrassava progressivamente, coccolato da mezzo palazzo. Il pensionato del piano terra si godeva la sua vista finalmente libera, e aveva persino cominciato a coltivare qualche vaso di basilico proprio dove prima c'era il cassonetto. Il condomino scettico cominciò quasi a rilassarsi, pensando che il suo desiderio, troppo vago e sarcastico per funzionare, fosse semplicemente scivolato nel dimenticatoio della bacheca insieme a un paio di altri foglietti minori mai realizzatisi. Qualcuno aveva chiesto un parcheggio più vicino al portone, per esempio, senza alcun risultato visibile, e un altro aveva desiderato vincere alla lotteria, cosa che aveva fatto ridere l'intero palazzo per giorni.

Poi, un martedì mattina qualunque, l'amministratore convocò un'assemblea straordinaria, cosa che non succedeva quasi mai se non per emergenze serie tipo infiltrazioni d'acqua o crolli di intonaco. Tutti i condomini si presentarono con la faccia di chi si aspetta la peggiore delle notizie.

L'amministratore, invece, arrivò con un'espressione a metà tra l'imbarazzato e il divertito, e comunicò che, per un errore catastale mai chiarito del tutto, era emerso che il palazzo possedeva da decenni, senza che nessuno lo sapesse, un piccolo terreno di pertinenza sul retro, un fazzoletto di terra incolta, sempre scambiato per proprietà comunale, che in realtà apparteneva al condominio fin dalla costruzione dell'edificio.

Il terreno, spiegò l'amministratore leggendo da un documento che ancora faticava a credere vero, era abbastanza grande da poterci ricavare un piccolo giardino condominiale, con tanto di parcheggio per le biciclette, un'area con panchine, e qui la voce dell'amministratore si incrinò leggermente per la sorpresa, persino lo spazio per installare, se l'assemblea fosse stata d'accordo, un piccolo gazebo dove organizzare cene e feste condominiali.

L'assemblea, per la prima volta nella storia recente del palazzo, applaudì qualcosa all'unanimità.

Il condomino scettico restò seduto in fondo alla sala, con un'espressione che nessuno avrebbe saputo descrivere con certezza, non proprio sorpresa, non proprio soddisfazione, qualcosa di intermedio che assomigliava pericolosamente a un uomo colto sul fatto mentre cercava disperatamente una spiegazione razionale a qualcosa che, per la prima volta in vita sua, sembrava sinceramente e irrimediabilmente interessante.

Nei giorni successivi all'assemblea, il palazzo si trasformò in un piccolo cantiere di entusiasmo collettivo. Il pensionato del piano terra si offrì volontario per occuparsi delle aiuole, forte della sua esperienza recente col basilico. La signora dei gerani propose, con l'autorità di chi si sente ormai un'esperta di prodigi condominiali, di piantare anche delle rose rampicanti lungo il muro di cinta. Lo studente del terzo piano, che nel frattempo aveva superato l'ultimo esame della sessione con una media che i suoi genitori faticavano a credere, si offrì di occuparsi dell'impianto audio per le future feste, sostenendo di avere "un amico con delle casse niente male".

Perfino la portinaia, dopo settimane di scetticismo dichiarato, si presentò un mattino con un foglietto scritto di suo pugno, che appese alla bacheca con un misto di imbarazzo e sfida, come se si aspettasse ancora che qualcuno la prendesse in giro. Il desiderio diceva semplicemente: Vorrei un giorno di ferie in più quest'anno, che il palazzo se lo merita. Nessuno seppe mai se fu la bacheca o semplicemente un amministratore riconoscente a garantirglielo, ma la settimana successiva la portinaia annunciò, con un orgoglio che cercava goffamente di mascherare da indifferenza, che avrebbe preso un giorno extra a dicembre.

Quella sera, tornando a casa, il condomino scettico passò davanti alla bacheca e notò che qualcuno non avrebbe mai saputo chi aveva aggiunto sotto il suo vecchio foglietto una piccola annotazione con una grafia diversa dalla propria: Detto, fatto.

Restò lì per un momento, con la borsa della spesa che gli tirava il braccio, a fissare quelle due parole. Poi, senza dirlo a nessuno, e continuando a ripetersi che si trattava ovviamente di una coincidenza, di un errore catastale realmente esistente e di nient'altro, tirò fuori dalla tasca una penna, e sul retro dello scontrino della spesa scrisse un nuovo desiderio, piccolo e quasi imbarazzante nella sua semplicità: Vorrei conoscere meglio i miei vicini.

Lo appese alla bacheca prima di poterci ripensare, e salì le scale di corsa, con la vaga sensazione che si sarebbe guardato bene dall'ammettere a chiunque, tantomeno a se stesso, di aver appena fatto la cosa più sensata della sua intera vita da condomino scettico.

Il sabato successivo, l'amministratore organizzò la prima cena conviviale nel cortile, in attesa che il gazebo venisse montato. C'erano tavoli improvvisati coperti da tovaglie spaiate, la signora dei gerani portò una torta enorme e leggermente bruciata sui bordi di cui andava fierissima, lo studente del terzo piano si presentò con due amici e una chitarra scordata, il pensionato del piano terra distribuì bicchieri del suo vino fatto in casa raccontando a chiunque volesse ascoltarlo la storia del cassonetto scomparso, la coppia del sesto piano arrivò per una volta senza fretta, con un vassoio di formaggi comprati apposta per l'occasione, il nuovo inquilino del primo piano si presentò con un po' di imbarazzo e una confezione di birre artigianali, senza conoscere praticamente nessuno, e il gatto del quinto piano girò tra i tavoli raccogliendo bocconi con la disinvoltura di chi sa perfettamente di essere, in qualche modo, la prova vivente che i desideri di quel palazzo funzionavano davvero.

Il condomino scettico si ritrovò seduto tra la signora dei gerani, che gli raccontò per la terza volta la storia dell'ascensore con dettagli sempre nuovi e sempre più esagerati, e il condomino del quinto piano, che gli mostrò sul telefono decine di foto del gatto scomparso e ritrovato, e per la prima volta da anni si sorprese a ridere di gusto, senza sarcasmo, con persone che fino a un mese prima non sapeva nemmeno che piano abitassero. A un certo punto della serata, il nuovo inquilino del primo piano, rimasto per un po' in disparte con la sua birra in mano, si ritrovò trascinato dallo studente del terzo piano in una discussione accesissima su quale fosse la miglior canzone da cantare stonati intorno a un tavolo, e nel giro di mezz'ora si ritrovò a chiacchierare anche con la coppia del sesto piano, che gli offrirono spontaneamente di condividere un giro in auto la mattina dopo per andare al mercato. Quando, più tardi, il pensionato gli versò un altro bicchiere del suo vino insistendo perché assaggiasse anche il basilico appena raccolto, il nuovo inquilino si rese conto, con una sorpresa che non si aspettava, di conoscere ormai i nomi, o meglio, i piani, i vizi, le abitudini di quasi tutto il palazzo, dopo appena tre settimane da quando vi si era trasferito. Non seppe mai con certezza se fosse merito della bacheca o semplicemente della cena in sé, ma decise, sorseggiando il vino un po' troppo forte del pensionato, che in fondo la domanda non aveva molta importanza.

Dall'altra parte del tavolo, la coppia del sesto piano raccontava a chiunque avesse voglia di ascoltare la storia della zona a traffico limitato, arricchendola ogni volta di dettagli nuovi, mentre il pensionato ribatteva che il vero miracolo restava comunque il suo basilico, cresciuto rigoglioso proprio dove un tempo c'era il cassonetto.

Più tardi, mentre il sole calava dietro i tetti e qualcuno accendeva le prime luci a batteria appese tra gli alberi, la portinaia si sedette accanto a lui con un bicchiere di vino in mano, cosa che non aveva mai fatto in tutti gli anni in cui l'aveva conosciuta, e disse, guardando la bacheca ormai spostata provvisoriamente in cortile per l'occasione: «Sa, all'inizio pensavo fosse tutta una sciocchezza.»

«Anch'io» disse lui.

«E adesso cosa pensa?»

Lui ci pensò un momento, osservando lo studente che intonava stonatissimo una canzone che tutti conoscevano, il pensionato che rideva con la testa buttata all'indietro, il gatto che si era addormentato in grembo alla signora dei gerani come se ci fosse sempre stato. «Penso che forse» disse infine «non importa se è vera magia o solo una serie di coincidenze fortunate. Il palazzo funziona meglio da quando c'è quella bacheca. E forse, in fondo, è quello l'unico desiderio che conta davvero: che la gente ricominci a parlarsi.»

La portinaia annuì, bevve un sorso di vino, e non disse più nulla, ma la mattina dopo, quando l'amministratore, brindando con un bicchiere di plastica pieno di prosecco tiepido ormai da giorni, propose un ultimo giro di desideri per la nuova bacheca del giardino appena fondato, fu proprio lei, insieme al condomino scettico, la prima ad alzare la mano per proporne uno, cosa che un mese prima sarebbe sembrata a entrambi semplicemente impossibile.

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