Il Cuore Rosso di Santa Maria
Onofrio si è innamorato subito di Guendalina e tutt'ora la ama come se non avesse mai smesso di pensare a lei
Dove adesso c’è Il cuore di Marina Piccola, per le foto ricordo dei turisti da condividere sui social, quarant'anni prima, più o meno, non c'era nessun cuore. C'erano un palo della luce, una bancarella di monili andini gestita da una ragazza peruviana che tutti chiamavamo Chloe, perché il suo vero nome nessuno aveva mai avuto la pazienza di impararlo, e un mangianastri mono che sparava gli Inti-Illimani a un volume sproporzionato rispetto alla dignità della passeggiata abbascio a marina. Sulla sinistra un bar, di fronte la bancarella, poi a destra l'arenile e infine il mare: il Mar Mediterraneo, il mare degli dèi.
Onofrio era sceso abbascio a marina per un caffè, in verità aveva perso il conto di quanti ne avesse già bevuti, ma vene attratto da una figura, davanti alla bancarella, a cui l'armonia aveva donato generosamente tutta sé stessa. Armonia muoveva le dita affusolate sopra una fila di collane, come sopra la tastiera di un pianoforte alla ricerca di una nota che ancora non c'era, almeno questo il ragazzo si era figurato. Onofrio, pensando che di caffè ormai ne avesse presi anche troppi, si appoggiò al palo della luce per godersi lo spettacolo di quella incantevole armonia. Sentì il cuore accelerare e il respiro rallentare, con quella sproporzione tipica dei diciott'anni, quando il corpo non ha ancora imparato a distribuire con giudizio le proprie energie.
Fu quando la vide scegliere una collana di perle nere che decise di avvicinarsi. Prese in mano un filo di perle simile, aspettò che lei confermasse la scelta, e disse: “Lascia andare, punti neri che non ti apparterranno mai anche se avrai l’insolenza di indossarli.”
“Scusa?”
“Posso...? Pietre sopravvissute al diluvio, per occhi color tempesta.”
Lei lo guardò con la collana ancora stretta nella sinistra, senza capire, o forse capendo fin troppo bene e prendendosi trenta secondi di silenzio per decidere che espressione indossare. Poi venne fuori ruspante e fragrante: “Primmantutto so' per mi' zia, quell'insopportabile. Ma poi a te che te frega? Ma chi sei? Sei el solito moscone che gira 'ntorno alle ragazze qua, cercando una serata de quelle bone?”
“Come puoi pensare” riprese lui, “che una sequenza in serie di prodotti di scarto di un mollusco bivalve possa meritare uno dei posti più belli che il sole, quando fa capolino tra le nuvole, illumina? Il colore dei tuoi occhi. Però ti prego… nu me mena’!”
“Guendalina” disse lei, che era il modo più semplice per chiudere una situazione che poteva precipare.
“Onofrio” disse lui, che era l'unico modo che aveva per smettere di pensare si chiamasse Armonia.
Erano due diciottenni, ed erano, con tutta l'evidenza del caso, due perfetti ebeti, cosa che il tempo avrebbe confermato senza attenuanti, ma di cui in quel momento nessuno dei due era ancora consapevole, e forse è proprio questo mancato sapere, questa cecità temporanea verso il proprio ridicolo, la condizione necessaria perché due persone si permettano di dirsi cose come ‘pietre sopravvissute al diluvio’. È poco credibile, per chi scrive, che proprio in quel punto della passeggiata, trent'anni più tardi o giù di lì, qualcuno avrebbe piantato un cuore di metallo per i selfie. Eppure, è così: le cose vere sono spesso quelle meno credibili.
“Posso” ripeté Onofrio, e questa volta non aspettò conferma: scostò i capelli neri e ricci di Guendalina, poggiò intorno il suo ardito regalo di perle di fiume, e disse, con un sorriso stupido che nascondeva centottanta pulsazioni al minuto: “Ecco. Ora le cose nell'universo sono un pochino più in ordine.”
Guardò Guendalina e morì d'amore. Fortunatamente si riprese quasi subito, e chiese uno specchio a Chloe, che gliene porse uno piccolo, di quelli che uscivano in omaggio con Cioè in edicola. Intanto Guendalina aveva appoggiato sul bancone la collana di perle nere ed era rimasta ferma, financo sui piedi, in quello stato intermedio fra il ritirarsi e il restare che i grandi romanzi chiamano esitazione e che a diciott'anni si chiama semplicemente non sapere cosa fare delle proprie mani e, in questo caso, dei propri piedi.
Fu Chloe a smuovere l'aria, rivolta a Onofrio: “La compri?”
“Guendalina...” disse lui.
“Onofrio...” rispose lei.
E fu, in quel doppio scambio di nomi propri, l'intero contratto della loro serata.
“Stavo per andare a bere un caffè” riprese Onofrio, come se questo spiegasse qualcosa.
“E allora?”
“Poi sono stato attratto dall’armonia.”
“A sì?”
“Da te.”
“Grazie per il chiarimento.”
“Ho cercato un pretesto per parlarti. Avevo il cuore in gola.”
“Ma va là… ma dai… no, però alla fine si’ stato ganzo, me stai simpatico. Arvedesse!”
In effetti, alla fine, era stato facile, e Guendalina lo sapeva bene.
“Tu non ci crederai mai.”
“Cosa?”
“Ti ho sognato, stanotte. Ed eccoti qua.”
“Non ci credo. E me ne sto andando.”
“E fai bene.”
“Ad andarmene? Lo so.” Ma i suoi occhi tradivano coinvolgimento. Onofrio lo capì. Aveva una sorta di sesto senso per decifrare i sentimenti degli altri e, a quell’età, non aveva ancora compreso bene che farsene di quella sensibilità.
“Sei… Sei… Sei bella!”
A quel punto Guendalina era già compromessa come una gattina davanti al gomitolo di lana della nonna, e chiese, per pura voglia di provocare: “Come dite voi della Lega? Bigolo!”
“Fai bene a non crederci” continuò lui, ignorando l'insulto con la disinvoltura di chi lo trova affettuoso, “perché nel mio sogno non stavi scegliendo le perle nere. Stavi scegliendo le pietre di fiume.”
Guendalina sorrise, e le uscì un “ah... quelle che ho al collo ora? Quelle che m’hai schiaffato tu mpece, mbeh… chi lo sa che te sognavi” che valeva più di una intera dichiarazione.
Onofrio provò a chiudere, tutto paonazzo: “Niente… cioè niente… qualcosa…” gli uscì, e sorrise pure lui.
Guendalina alzò l'asticella, come sanno fare le diciottenni che hanno appena scoperto di piacere a qualcuno e vogliono verificare fin dove arriva il coraggio dello spasimante, o presunto tale: “Quindi un buon caffè ti aspetta. Grazie per il regalo, apprezzatissimo. Ciao Onofrio.”
“Eh certo, esci così dalla mia vita?” Le prese il polso.
“Scusa!? Devo andare.”
“Me lo offri, quel caffè?”
“Ma sentilo. Io, che so’ l’armonia ci-ariavessi da paga’ ‘n caffè a ‘n leghista, ma guarda un po’ te che roba!”
Onofrio, divertito, tirò fuori quel poco di strategia che aveva letto da qualche parte — che per vincere bisogna mostrarsi già vincitori — e disse: “C'è giusto un tavolino, là in fondo.”
“Non lo vedo.”
Eppure, il corpo di Guendalina diceva un'altra cosa: la mano sinistra le era scivolata, quasi per caso, a sfiorare la spalla destra di lui, nuda sotto la canottiera larga che aveva scelto, quella sera, senza sapere che sarebbe stata giudicata da qualcuno. Convinto di aver fatto colpo, Onofrio le cinse la vita, le prese la mano destra e la usò per indicare: “Quello là. Quello è il tavolino. Come in una canzone di Baglioni, così ti sbircerò le gambe quando mi chiederai se ho da fumare.”
Guendalina, spiazzata, arrossì. Le si mescolarono nella testa lo zainetto che portava sulle spalle, il simbolo della pace disegnato a pennarello, la toppa del vagabondo con la chitarra cucita sopra, il profilo di una due cavalli abbozzato accanto. Pensò: mi ha osservata. Mi ha studiata. E si corrucciò, come chi si sente scoperto e non sa ancora se questo gli piaccia o no.
Onofrio pensò di trovarsi davanti a tre porte, e che quella che si sarebbe aperta dipendeva solo da come avrebbe gestito il momento. Puntò sulla sua disarmante sincerità.
“Lo zainetto” disse. “Lo zainetto parla di te, e dice che sei la ragazza che invito a cena, stasera.”
“Sì, ti sfuggo io, caro il mio Onofrio leghista.”
“Non sono leghista. E pertanto ti trattengo. Sei toscana? Umbra?”
“So’ de Orbieto.”
“Allora, cara la mia compagna, ti trattengo per controlli.”
Guendalina rise, un riso amaro che sapeva già di partenza: “Domani parto.”
Onofrio disse soltanto: “La nostra serata rimarrà cristallizzata per sempre nella mia memoria.”
Torniamo al qui e ora.
“Onofrio... Onofrio?”
“Guendalina? sono senza parole!”
Dopo quasi quarant'anni, quei due ragazzi cresciuti appena prima della caduta del Muro di Berlino si erano ritrovati, per un caso che nessuno dei due avrebbe saputo spiegare a un notaio, esattamente dove adesso c'è un cuore in metallo rosso per i selfie.
Nello stupore, Onofrio trovò per primo il coraggio: “Hanno messo un cuore proprio dove ti evitai di fare la scelta peggiore della tua vita.”
“Un prodotto di scarto di un mollusco bivalve.”
“Mi fai arrossire.”
“Lo sai che credo di essere l'unica donna della mia generazione a non aver mai comprato una collana di perle per colpa tua?”
“Io non ho più visto il colore della tempesta, da quella sera.”
“La nostra sera. Mancata.”
“Sei bella.”
“Bella, bellissima, in piena sindrome post-menopausale. Sono ginecologa. Tu?”
“Io no. Sono, diciamo, raramente qualcosa in particolare. Un insolito avventore della vita, più che altro.”
“Come dite voi... Bigolo!”
“Sono contento di questo momento.”
“Sììì, va bene, va bene. Piuttosto, sei ancora in debito di un caffè.”
“Ci sediamo?”
Si sedettero, e il caffè, di quarant'anni prima si trasformò, con la naturalezza delle cose che aspettano il momento giusto per accadere, in qualcosa d’altro. Il sole calava dietro il promontorio con la lentezza che ha solo sulla costa, come se anche lui avesse deciso di non correre. Il barista, un ragazzo che di Berlino e del suo muro non sapeva nulla, portò due bicchieri con del rum scuro, ghiaccio, una scorza d'arancia arrotolata a dovere.
“Non bevo rum dal giro in Interrail del 1992” disse Guendalina, portandosi il bicchiere alle labbra con una diffidenza che sapeva di promessa.
“Io non ho mai smesso. Ed è strano perché non ho mai cominciato. Il rum è l'unica cosa che, invecchiando, migliora senza fare storie. A differenza nostra.”
“Parla per te. Io sono migliorata eccome.”
“Ho impiegato quarant'anni a capire una cosa che tu avevi già intuito a diciotto: che offrire un caffè non è mai davvero questione di caffè.”
“E di cosa sarebbe questione, secondo il tuo nuovo ingegno?”
“Del coraggio di restare seduti, quando sarebbe più facile alzarsi e andare a prendere l'ultimo treno, o qualunque cosa ci porti via.”
Guendalina lo guardò con un'attenzione diversa da quella con cui l'aveva accolto poco prima. Nella luce arancione del tramonto, la canizie incipiente di lui e le prime rughe di lei non erano difetti da correggere ma semplicemente il resto del racconto, i capitoli che erano mancati, e che ora, seduti a quel tavolino che quarant'anni prima Guendalina fingeva di non vedere, cominciavano finalmente a essere scritti.
Parlarono a lungo, e non delle cose che di solito si raccontano due persone che si sono perse di vista, non delle carriere, non dei matrimoni finiti o mai iniziati, non delle malattie schivate o subite, ma delle cose piccole che restano intatte proprio perché nessuno le racconta mai a nessuno: il nome del cane che Guendalina aveva avuto a ventidue anni e che rispondeva solo se chiamato in dialetto; la ragione, mai confessata a nessuno, per cui Onofrio non aveva mai comprato un orologio da polso; il fatto che lei, per tutta la vita, ogni volta che aveva sentito gli Inti-Illimani alla radio, aveva dovuto cambiare stazione.
“Anche tu” disse Onofrio.
“Anche io cosa?”
“Cambi stazione.”
“Cambio stazione.”
Il rum, nel frattempo, aveva fatto il suo mestiere discreto: non ubriacava, ammorbidiva soltanto i bordi delle frasi, toglieva loro quella cautela che l'età, più della saggezza, tende ad aggiungere. Guendalina rise di gusto, per la prima volta senza il freno di prima, quando Onofrio le raccontò di aver votato, alle ultime elezioni, proprio per la Lega ed essersene pentito subito dopo.
“Non ti chiederò scusa” disse lei. “Ti ho chiamato bigolo per affetto, non per anagrafe politica.”
“Lo so. L'ho sempre saputo.”
“E allora perché me lo rinfacci solo ora?”
“Perché solo ora ho il tempo di rinfacciarti le cose con calma, invece che di corsa, con un traghetto che parte.”
“Ma non partiva nessun traghetto…”
“Sottigliezze, ci siamo capiti.”
Il barista portò un secondo giro senza che nessuno dei due l’avesse chiesto, con la discrezione di chi ha visto troppe sere uguali per sbagliarne il momento. I lampioni della passeggiata che portava alla Torre Perrotti, si accesero uno dopo l'altro, come se anche l'elettricità, in quel paese, preferisse l'understatement al colpo di scena. Il mare restituiva ai due la stessa luce bassa che aveva restituito loro da ragazzi, con la sola differenza che ora nessuno dei due aveva fretta di interpretarla.
“Ti ricordi cosa mi dicesti, quella sera, prima che partissi?” chiese Guendalina.
“Che la nostra serata sarebbe rimasta cristallizzata per sempre nella mia memoria.”
“Ed è rimasta?”
“È rimasta. Solo che per quarant'anni ho creduto fosse un ricordo. Stasera so che era, molto più semplicemente, un appuntamento rimandato.”
Guendalina non rispose subito. Girò il ghiaccio nel bicchiere con un dito, un gesto che a diciott'anni non si sarebbe mai permessa e che adesso, invece, le venne naturale come respirare, e poi disse, piano, senza il tono di sfida che aveva usato per tutta la sera:
“Non voglio più prendere un traghetto stanotte.”
Risero. Di gusto. Complici.
“Non te l'ho chiesto.”
“Lo so. È per questo che te lo dico io.”
Lui la baciò. Lei non si scansò.
Lasciarono il bar quando le stelle avevano già preso possesso del cielo, con l’autorizzazione di Van Gogh. Camminarono sulla passeggiata rifatta, superando il cuore di metallo senza fotografarlo, perché certe cose, decisero senza dirselo, restano più vere se non finiscono su un telefono, o, peggio, condivise con chi non avrebbe avuto elementi per apprezzarle o, addirittura, avrebbe provato invidia. Il vento portava un sale leggero, quello delle sere di inizio estate quando il caldo ha già cominciato a cedere ma non si è ancora arreso del tutto, e le loro mani, camminando, si cercarono con la stessa incertezza di quarant'anni prima, solo che questa volta nessuno dei due finse che fosse un incidente.
La casa che Guendalina aveva affittato per la settimana era piccola, con un terrazzino che guardava il mare di sbieco, quel tanto che bastava a intuirlo più che a vederlo. Entrarono senza accendere la luce grande, lasciando che fosse quella più tenue del corridoio a disegnare i contorni delle cose, e per un tempo che nessuno dei due misurò rimasero semplicemente vicini, come chi ha aspettato così a lungo un momento da non avere fretta di consumarlo.
Di quella notte non è onesto raccontare più di quanto la notte stessa abbia deciso di concedere a chi guarda da fuori: ci fu il sapore del rum ancora sulle labbra di entrambi, mescolato a qualcosa di più caldo; ci fu il modo in cui Onofrio, prima ancora di ogni altro gesto, tornò a scostarle i capelli dal collo, esattamente come quarant'anni prima, questa volta senza collane da posare, solo con le labbra; ci fu il terrazzino che restò con le persiane socchiuse, e il mare che continuò a fare il suo mestiere discreto di cancellare tutto ciò che il giorno prima aveva lasciato sulla sabbia, per far posto a quello che sarebbe venuto dopo. I respiri, le pause, le risate improvvise, che a un certo punto interruppero ogni cosa perché a Guendalina scappò da ridere ricordando lo specchietto omaggio di Cioè, e Onofrio dovette fermarsi, la fronte contro la sua spalla, scosso da una tenerezza che assomigliava più al pianto che al riso… ebbene, tutto questo, ossia tutto il susseguirsi di quelle cose che rendono una serata memorabile appartiene solo a loro due, e non sarà questa la sede in cui verranno messi per iscritto i dettagli.
Al mattino, la luce entrò dalle persiane socchiuse esattamente come era entrata quella prima notte di quarant'anni prima nei loro rispettivi ricordi separati, quando ciascuno, per conto proprio, aveva continuato a rivivere una serata che l'altro credeva chiusa. Guendalina si svegliò per prima, guardò Onofrio dormire e gli disse, quando lui aprì gli occhi: “Buongiorno, leghista.” “Buongiorno, armonia” rispose lui, e solo allora, dopo quarant'anni, le ricordò come l’avesse chiamata in silenzio fin dal primo giorno.
Restarono un poco così, senza fretta di alzarsi, con quella pigrizia complice di chi ha finalmente ottenuto ciò per cui aveva aspettato una vita intera e adesso non sa bene cosa farsene, se non restare a guardarlo ancora un momento prima che il giorno lo reclami. Fu Onofrio a rompere il silenzio: “Non voglio che passino altri quarant'anni.” “Nemmeno trentotto” disse lei, e nella voce c'era, sotto l'ironia di sempre, qualcosa di scoperto, di non più difeso.
“Nemmeno uno. Ci vediamo la settimana prossima?”
“Qui?”
“Ovunque tu voglia. Orvieto, sarebbe magnifico. Potremmo far l’amore nel Pozzo di San Patrizio.”
“Stupido”.
Si baciarono.
Guendalina poi lo guardò a lungo, con un'attenzione che non aveva più bisogno di nascondersi dietro una battuta, e per una volta non rilanciò, non lo chiamò leghista, non alzò l'asticella. Gli prese la mano, la strinse, e disse soltanto: “Sì.”
Poi, dopo un momento, aggiunse, quasi a sé stessa più che a lui: “Non era una serata da lasciar passare quarant'anni, questa. Non me lo perdonerei più.”
“Nemmeno io” disse Onofrio. “È stata una notte che non si racconta due volte allo stesso modo, perché non ce n'è una uguale per confrontarla.”
“Allora fammi una promessa” disse Guendalina, sedendosi sul bordo del letto, il mare ancora indovinato oltre le persiane. “La settimana prossima non aspettare che io scelga la collana sbagliata per farti coraggio. Vieni e basta.”
“Vengo e basta” disse lui.
E questa volta, per la prima volta da quando si conoscevano, nessuno dei due sentì il bisogno di aggiungere una battuta a chiudere la scena: restò solo la promessa, semplice e vera come il mare che, fuori, continuava a fare avanti e indietro senza fretta, sapendo già che sarebbe tornato.
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