Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Sala operatoria di Valente

Sala operatoria

Dopo neanche dieci giorni dalla visita ginecologica Maria era stata ricoverata in ospedale per fare una miomectomia laparoscopica.

Sarebbe stata operata dal dottor Fecarotta, primario del reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale di Lentini, famoso per le mani di velluto e il tocco da guanto di cashmere. Una specie di sciupafemmine con una nutrita clientela che ricorreva con assiduità alle sue visite; qualche paziente addirittura con cadenza settimanale.

Durante la visita il dottore l’aveva guardata a lungo proprio lì e, senza mai alzare lo sguardo, serafico aveva chiesto.

- Ci conosciamo?

- ‘Ma sei fisionomista di sticchi? Signora lei ha uno sticchio conosciuto!’

Avrebbe voluto rispondere Maria che, invece si era morsa la lingua.

- Ci sono due miomi da togliere.

Aveva proseguito, come se nulla fosse.

- Due?

A Maria era passata ogni ironia e si era irrigidita sulla poltrona, trattenendo come una ventosa le dita del dottore.

- Ahi!

Aveva detto lui con una smorfia lieve sul volto.

- Morbida morbida.

Aveva aggiunto con tono mellifluo ed era seguito il rilassamento dei muscoli pelvici.

- Uno è bilobato.

Proseguendo a ravanare con l’ecografo le ovaie, come con un mestolo dentro una pentola piena di ragù, quello con i pezzi di carne interi, provocandole una pressione fastidiosa alle pareti dell’utero.

- Questo utero è perfetto.

Per la prima volta il dottore alzava la testa e la fissava negli occhi. I suoi di un celeste neonato, apparentemente innocui e dolci, ma punteggiati di pagliuzze giallo oro che brillavano alla luce della lampada a led e gli rendevano lo sguardo vispo e al contempo ambiguo.

- Grazie.

Rispondeva lei lusingata e rossa in viso, anche se subito dopo se n’era pentita.

- Che facciamo, lo togliamo?

Un guizzo dorato gli attraversò lo sguardo malizioso.

- Ma non ha detto che è perfetto?

- Tanto non le serve più.

Laconico.

Quell’accenno all’età infastidì Maria, sebbene fosse vero che un figlio ormai non lo avrebbe più fatto, facendola passare in un attimo dallo stato gassoso allo stato solido.

- Vorrei tenerlo lo stesso.

Stizzita.

- Per ricordo?

La battuta sarcastica era sottovoce ma Maria la sentì lo stesso e per fortuna la discussione, con quel bizzarro dottore, era finita lì. Infatti, l’aveva liquidata con una stretta di mano senza neanche togliersi il guanto. Dopo aver fissato la data dell’intervento con la caposala, Maria era uscita dall’ambulatorio con la mano moscia appesa in aria e con una strana sensazione su quel dottore così interessato al suo utero e con una foto sulla scrivania che lo ritraeva abbracciato a un uomo più giovane di lui, entrambi in abito da cerimonia.

Maria era capitata nella stanza con una certa Letizia Lamesta. Una ragazza dal fisico esile e dal colorito pallido, di poche parole, un po' mesta, appunto, con un marito logorroico dal forte accento palazzolese. Poiché sulla magrezza spiccava il ventre gonfio, che lei reggeva con entrambe le mani, Maria aveva chiesto

- Miomi?

- Uno solo, ma grande quanto la testa di un picciriddu.

Rispondeva lui, con una certa fierezza, marcando la st di testa, come si dice a Palazzolo Acreide.

- Io due.

Diceva Maria con tono provocatorio, cogliendo lo spirito di competizione.

- Noi togliamo anche l’utero.

Rilanciava quello.

- Noi?

- Io.

Sillabava Lamesta ad occhi bassi.

- Uno però è bilobato quindi di fatto sono tre.

Di rimando Maria.

- Ah!

Il marito ingoiava saliva e bile in modo assai sonoro e Maria passava in vantaggio fino a quando quello dava la stangata finale.

- Noi toglieremo anche le ovaie.

La partita la vinceva lui e sul gong due infermiere venivano a prendere Maria, già infagottata nella camicia e cuffietta verdi come arbre magique, per portarla in sala operatoria.

- Minchia di letto no entra, ascensore troppo piccolo!

- Perché prima hanno fatto gli ascensori e poi hanno fatto i letti.

- Arrivau la scienziata.

- Bi, non ci credi? Così è andata.

- In mio paese molto meglio.

- Camurria, però sempre cà sì.

- Prima o dopo me ni vaiu. Parola d’onore.

Maria, fasciata nel lenzuolo e immobile dentro il letto, ascoltava il battibecco tra le due che la conducevano alla sala operatoria e provava a inserirsi nel dialogo, più per distrarsi dalla paura per l’imminente intervento che per la reale voglia di interagire.

- Da dove viene?

Chiedeva Maria all’infermiera che parlava in dialetto ma con un accento straniero.

- Romania.

Avrebbe potuto intuirlo dal colore dei capelli, biondi mesciati di rosso e blu, come la bandiera nazionale. Infatti, l’infermiera rispondeva mettendosi quasi sull’attenti e assumendo un’aria patriottica. L’incarnato pallido era ravvivato dal fard rosa sugli zigomi, sporgenti e appuntiti come il naso, e dal rossetto sbavato sulle labbra sottilissime atteggiate in una perenne smorfia di riluttanza. La divisa verde odorava di sigaretta e vodka pura. Maria sentì un desiderio fortissimo di nicotina, che le accelerò i battiti, e deglutì la saliva che le si era formata in bocca; avrebbe volentieri fatto un tiro e bevuto un sorso per smorzare la tensione di quel momento.

- Capisce bene il dialetto!

Maria si complimentò per cercare di addolcirla e per allontanare quel desiderio irrealizzabile.

- Mia suocera, bon’amma, parlava solo in siciliano. Lei volata in cielo dopo laparoscopia.

Faceva quella senza alcuna delicatezza.

- Ah!

Un brivido gelido le attraversò, un anello dopo l’altro dal coccige alla cervicale, tutta la colonna vertebrale facendola ritrarre sotto il lenzuolo.

- Ma non è un intervento di routine?

Chiedeva sentendosi mancare le forze.

- Quando tu fa intervento chirurgico c’è cinquanta-cinquanta.

La rumena rincarava con un certo sadismo.

- A sta facennu scantari.

Con tono di rimprovero, si inseriva l’infermiera grassoccia, con il viso tondo, gli occhi piccoli e buoni, che profumava di vanillina e ciambella, di compiti dopo la scuola, di ammorbidente e cotolette fritte, che sanno di pranzo domenicale e parenti. Maria avrebbe voluto abbracciarla e farsi coccolare come una bambina.

- Io dico verità. Tu no vede, no sente, no parla come scimmia.

La rumena mimava tappandosi in ordine occhi, orecchie e bocca con le mani ossute e tremanti, per via della nicotina.

- Tu omertosa.

- E tu sei rom.

La tensione tra le due era salita mentre l’ascensore era sceso al piano interrato - da una parte l’obitorio e dall’altra la sala operatoria. L’odore benevolo e purificante dell’incenso e quello caldo della cera sciolta si mischiavano all’odore pungente dell’alcol e a quello ferroso del sangue. Maria pregava con un filo di voce tra le labbra viola di paura e il lenzuolo tirato fino agli occhi liquidi.

- Bedda matri…Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te.

- Che fa signora, prega?

- Tu sei la benedetta tra le donne.

- Fa bene, non si sa mai.

L’infermiera rumena digitava il codice sulla tastiera ma la porta non si apriva, poi con l’indice della mano destra si attaccava al campanello e con il pugno sinistro picchiava forte sul pannello metallico.

- Ospedale della minchia.

- Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero

Si sentiva una voce, rauca e nasale, neutra ma tendente al femminile, con una calata tipicamente lentinese.

- Chi bussa alla mia porta?

- Tà soru!

- Mi e come fai… gioia mia ti devi rilassare. Su spiagge assolate, mi parli in silenzio, con languide occhiate

- Rilassati tu, che non hai cazzo da fare. Apri cazzo di porta e non chiamare gioia.

Una figura corpulenta, da bodyguard, cuffietta con i fenicotteri rosa da cui fuoriuscivano ciuffetti biondi permanentati, naso aquilino innaturalmente all’insù, andava incontro alle colleghe dondolando con le anche e con le manine appese alle braccia, e prendeva in consegna la paziente.

- Com’è che sei sempre arraggiata. Canta gioia che ti passa. Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero

- Tu no chiama me gioia!

L’infermiera rumena alzava il tono della voce.

- Non ci faccia caso signora, è una donna ruvida e frigida.

- Vaffanculo.

Infine, girava sulle ciabatte verdi e se ne andava stizzita sventolando in aria un rigido e riconoscibile dito medio, quello rispondeva alzando le spalle e baciando l’aria con la boccuccia lucida e gonfia.

- Le corse sfrenate, su moto cromate, di sera l'estate. Chi è questa gioia bella? Maria Giusta Sucato.

Leggeva sulla cartella appesa alla sponda del letto. Maria, investita dal gelo improvviso della sala operatoria, riusciva solo ad annuire con un cenno impercettibile del capo.

- Piacere Luigi Pacchione, assistente di sala, ma tutti qui mi chiamano Gioia, che è una parola che mi piace assai.

- ‘Pacchione nel senso di grande pacchio?’

Si chiedeva Maria.

- Adesso gioia stai qui tranquilla che tra poco arriva il dottore.

- ‘E dove vuoi che vada’.

Mugugnava Maria a denti stretti rimasta sola nel disimpegno antistante la sala operatoria. La voglia di alzarsi e andare via era tanta, invece chiudeva gli occhi e sprofondava nel materasso di quel letto che era un recinto da cui non poteva fuggire. Le mani congelate lungo i fianchi, le gambe distese-diritte-intirizzite, muoveva prima un piede e poi l’altro, solo per capire che c’erano ancora.

Le dita della mano destra sfioravano il pube depilato, la pelle era liscia e morbida come quella di una bambina, poi risalivano il ventre e si fermavano nell’ombelico, il buco da cui sarebbero entrati. Rabbrividì per l’impressione che le suscitò quell’immagine. L’odore di disinfettante le pungeva le narici e le faceva inumidire gli occhi, il pensiero fisso alla porta che tra poco si sarebbe aperta e lei sarebbe dovuta entrare. La lingua asciutta, come un asciugamano di spugna, strofinava ruvida sulle gengive e sui denti alla ricerca di una goccia di saliva. La paura le aveva seccato il palato e reso l’alito pesante e canino.

- Señora Maria Giusta Sucato. Maravilloso.

- Maria sobbalzava sgranando gli occhi.

- ‘Bedda matri chi scantu. E questo chi minchia è?’

- Soy Arturo Ficarello, el sustituto del dottor Fecarotta. Muy encantado.

- ‘Fecarotta, Pacchione e Ficarello, tutti al reparto di ginecologia’.

Quella riflessione le fece abbozzare un sorriso.

Il dottore Ficarello era un uomo giovane, abbronzatissimo, con la testa fasciata dalla solita ridicola cuffietta, ma con bananine gialle su fondo blu, gli occhi grandi, a malapena contenuti nelle orbite, lo sguardo allucinato, come chi ha provato ogni tipo di anestetico, schioccava la lingua tra i denti bianchissimi producendo il suono delle nacchere.

- Spagna?

- Valentia.

Lo diceva benissimo con la lingua sibilante tra gli incisivi, poi si faceva più vicino e assottigliando la voce per la commozione, confessava

- Estoy aquí per mio amor, pero mi corazón está allí.

- Mi dispiace. Dov’è il dottore Fecarotta?

- Toma esto.

Le ficcava in bocca una pastiglietta colorata.

- Está en el quirófano. Tranquila, relájate, respira.

Maria si abbandonava a quella sensazione piacevolissima di intorpidimento, un effetto canna che le rammentò le scampagnate del venticinque aprile di molti anni prima.

- Mi gira un po' la caveza.

- Muy bien.

Distrattamente il dottore mentre continuava a leggere la cartella clinica.

- ¿Qué tenemos aquí? Reconstrucción del pene?

Succhiò sonoramente l’aria con le labbra a culo di gallina producendo una specie di fischio.

- Es estupendo.

- Non ho capito.

- Es mi primera transición.

- Transición?

- Estoy muy emocionado.

- Io veramente devo togliere due miomi, uno bilobato.

Maria sudata e narcotizzata faceva una gran fatica.

- Mia madre non lo deve sapere, non lo deve sapere, non lo deve sapere.

L’assistente Pacchione veniva a prendere Maria sempre cantando.

- Música de mierda.

Il dottore spazientito.

- Gioia, p o r f a v o r. ¿Es posible cambiar de estación? No puedo trabajar en estas condiciones!

- Va bene, va bene ora la cambio.

Diceva accondiscendente Pacchione per poi con il labiale aggiungere ‘che palle’ rivolgendosi alla povera Maria che, alzando leggermente il capo, con uno sforzo sovrumano, apriva gli occhi grandi, strafatti e soffiava timidamente parole allappate e fetide

- Non è la mia cartella.

- Esta es tu carpeta. Tranquila.

- T-r-a-n-q-u-i-l-l-a-u-n-c-a-z-z-o.

Maria ormai si esprimeva in moviola e faticava a mettere insieme vocali e consonanti con la lingua completamente avvolta in un tappeto di lana peruviano, pisciato da cento cani e lasciato asciugare al sole.

- ¿Tienes miedo? Es normal.

- I-m-i-o-m-i. F-e-c-a-r-o-t-t-a.

- Puta de madre de E S T A C I Ó N…donde sta Gioia?

Arturo Ficarello, arreso, si allontanava.

- A ella le gusta la gasolina (dame màs gasolina)Como le encanta la gasolina (dame màs gasolina)- Esta es música. Te gusta?

Diceva strisciando i piedi sul pavimento e muovendo il bacino come un anaconda impazzita.

- Dov’è dov’è?

Maria, bloccata nel corpo anestetizzato, roteando le orbite, l’unica parte che riusciva a muovere, cercava la telecamera nascosta.

- Qué pasa? Adelante, adelante. Será el tiempo de un parpadeo.

- C-h-e c-a-z-z-o-è-s-t-o p-a-r-p-a-d-e-o?

- Un battito di ciglia.

Diceva Gioia facendo capolino dalla sala operatoria e aggiungeva

- Siamo pronti.

- Bien. Dónde está Fecarotta?

- F-e-c-a-r-o-t-t-a.

- È pronto nella sala accanto.

- Bueno.

- Ahora un buen respiro. Contamos…

- A-i-u-t-o…

- Tres-dos-uno…ida.

- Dottore non riesco a tenere gli occhi aperti, mi sento le palpebre pesanti. Forte questa canzone

- Gusta la gasolina (dame màs gasolina)

- Ora ci riprovo, questa luce è troppo bianca e mi trafigge gli occhi.

- Como le encanta la gasolina

Uno due tre, mi abbandono al buio, nero, profondo. Il corpo disteso con le cosce divaricate, appoggiate sui braccioli, come un pollo pallido, è pesante e sprofonda, buca il materasso sottile del lettino da parto, passa attraverso la struttura metallica, le rotelle frenate sul pavimento, il linoleum, il massetto, i mattoni forati del solaio, il calcestruzzo delle fondazioni, sempre più giù, sino alle viscere della terra, dove l’oscurità è pece e il tempo non c’è.

- Maria!

- Si, ci sono. Mi sentite? Ora risalgo, devo solo attraversare lo stesso buco. Che fatica.

- Maria!

- Si, arrivo sono alle fondazioni.

- Svegliati.

Mattoni forati – massetto – linoleum – rotelle – struttura – letto – materasso - corpo disteso

- Como le encanta la gasolina (dame màs gasolina)

Un odore di vanillina e ciambella risvegliò la nausea dell’anestesia che dall’esofago salì in un rigurgito caldo e amaro come il veleno e si depositò nella bocca asciutta come il deserto. Maria aprì gli occhi animata solo dal bisogno di bere.

- Bienvenido!

- Gioia bella.

- Tu ancora viva.

- Lassala stari.

- Due miomi grandi come due teste di picciriddi, l’utero e le ovaie.

Erano tutti lì, disposti a semicerchio, intorno al suo letto: il dottor Ficarello commosso, l’assistente Pacchione a tenersi la faccia con le mani come adire ‘gioia mia’, l’infermiera rumena con la sigaretta spenta in bocca, l’altra a scuotere la testa, il marito di Letizia Lamesta a tenere il conto con le dita della mano.

- Cosa mi avete fatto?

- Todo ha salido bien.

Disse Ficarello tirando su con il naso, visibilmente emozionato.

- Dov’è il dottore Fecarotta?

- Mio amor està en el quirófano por la transición.

Improvvisamente per Maria divenne tutto chiaro. Con la mano incanulata e dolente si sfiorò il pube fasciato e gonfio, davanti agli occhi rivide la foto con Fecarotta e Ficarello sposi e sullo sfondo Pacchiarello in uno slancio per prendere il bouquet.

- ‘Tre miomi, due palle e un pene’.

Maria si fece il conto con le dita delle mani ma non disse nulla e lasciò credere al marito di Letizia Lamesta di aver vinto, tanto lei di fatto aveva perso tutto.

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