Capitolo 1
Oreste Toma
RICORDI - LUCEVAN LE STELLE E OLEZZAVA LA TERRA
I – IL TRENO SI FERMÒ IN UN CAMPO DI CAVOLI
Sono nato gemello, mezz’ora prima di Alfredo.
Horestes Franciscus et Adalfridus Salvator si legge sul registro ecclesiastico di Nociglia.
I secondi nomi onoravano parenti defunti. Francesco era il nome del nonno paterno, che morì vecchissimo prendendo fuoco mentre si era appisolato vicino al camino, seduto su una sedia di paglia. Salvatore era invece il fratello disabile di mia madre, che era morto giovanissimo a tredici anni, avvelenato in campagna con un’erba tossica da tre ragazzi poco più grandi di lui.
I primi nomi erano dovuti invece allo sfoggio culturale di una zia paterna e all’amore di mio padre per la Traviata di Verdi. Su Oreste c’era stata in verità una certa resistenza, ma quando si conobbe la storia dell’eroe di Micene, che aveva ucciso la madre per difendere l’onore del padre, quella di papà diminuì di colpo e aumentò di pari passo quella di mia madre, che alla fine comunque dovette cedere: «Non la finiva più, tua zia. Mi ha convinta per sfinimento». Ma la sua avversione rimase: e così nessuno in famiglia mi ha mai chiamato Oreste, sempre Franco.
I miei avevano già tre figli maschi, Gino, Pippi e Rolando, dodici, dieci e sette anni. Volevano ormai la femmina, il bastone della vecchiaia, e dall’ultimo nato avevano aspettato sei anni prima di ritentare, ‘per lasciare al sangue il tempo di rimescolarsi e neutralizzare le cellule masculine’.
Mio padre era operaio delle Ferrovie Sud Est e in quel periodo lavorava a Bari, dormiva in un vagone merci a deposito su un binario morto della stazione, per risparmiare. Quando gli arrivò il telegramma e lesse un laconico “Nati due”, bestemmiò platealmente la Madonna e un po’ di Santi, davanti a tutti.
«Poi ragionai» raccontava. «Realizzai che la frase del telegramma era formata da un participio maschile e da un numero femminile». E sul piazzale della stazione arrivò alla conclusione che uno dei ‘due nati’ fosse una femmina. Aveva solo la quinta elementare, ma non era un minchione, era semplicemente un burlone, lo fu per tutta la vita. A noi due, bambini, la raccontava sempre questa storia, pur sapendo naturalmente che non gli credevamo.
«Un numero femminile!» diceva mio fratello. «Ma papà!».
«Uno, quattro, otto…» spiegava sornione, sicuro di non convincerci «sono maschili. Due, tre, cinque, sette… femminili».
«Un participio con la pica e un numero col pico!»(1) dicevo io.
«Non fate gli scostumati!» ridacchiava. Con noi usava sempre il plurale, anche se solo uno faceva l’impertinente e anche se l’altro non era presente.
La storia dei nati due cominciò che avevamo sette anni. Facevamo la seconda elementare ormai, avevamo già imparato il genere dei nomi e riconoscevamo bene il loro sesso.
«Il sole è màsculu e tiene la pica!».
«La luna è fìmmina e tiene lu picu!».
Prima ce ne raccontava un’altra, una storia molto bella, alla quale credevamo. Anche perché eravamo più piccoli.
Lui un giorno di febbraio passeggiava in un campo di cavoli, sì proprio di cavoli, alti più di mezzo metro. Cosa facesse a passeggio l’11 febbraio in un campo di cavoli era un mistero, glielo chiedevamo tante volte, ma diceva semplicemente che il treno aveva finito il carbone e si era dovuto fermare in mezzo alle campagne. Così, nell’attesa che risolvessero il problema, era sceso per fumarsi una sigaretta.
«Faceva un freddo cane» continuava a raccontare «e mi scaldavo soffiando l’aria calda sulle mani. Tutto a un tratto mi sono sentito prendere per un piede».
Da sotto un cavolo un bambino tutto nudo, non c’era possibilità di sbagliarsi sul sesso, aveva visto chiaramente, diceva, che gli pendeva qualcosa in mezzo alle gambe, lo aveva afferrato a una caviglia.
«Nunnu, zìccame!»(2) lo imploravo tutto tremante di freddo.
Cominciò a scalciare, ma io gli rimanevo attaccato come una spiga di forasacco.
«Zìccame, su brau!»(3) lo pregavo, abbrancato alla sua gamba.
«Ne tengo già tre, porca puttana, che me ne faccio di un quarto?».
Mi guardò come un brigante e fece finta di togliersi la cinghia.
Lasciai la caviglia e mi ritirai carponi sotto il cavolo.
Allora lui si impietosì, si piegò e mi prese in braccio. Io mi attaccai al suo collo «stretto stretto, come una sanguisuga».
«”Come ti chiami?” ti domandai».
«Orette» gli risposi da dietro il collo.
«Tremavi come una spiga di grano, come un filo d’erba».
Mi sentiva tremare per la contentezza, diceva, perché era arrivata finalmente la conclusione di quella lunga prigionia nel campo di cavoli.
«Quanto tempo era che stavi aspettando?».
«Cent’anni!».
Ma mentre uscivamo dal campo, da sotto l’ultimo cavolo lo afferrò per il piede un altro bambino, pure lui tutto nudo e completamente identico al primo.
«Nunnu, zìccame puru mie!»(4) lo supplicava mio fratello. «Affedo, me chiamu». E cercava di convincerlo ammiccando con falsi sorrisetti.
2 - “Signore, prendimi!” 3 - “Prendimi, sono bravo!” 4 - “Signore, prendi pure me!”
«Adesso basta, per Dio!» bestemmiò. Mi staccò con forza dal collo e mi poggiò accanto all’altro. Io guardai quel bambino con odio, lo avrei ammazzato all’istante se avessi avuto una pietra tra le mani. Non lo avevo mai visto, per colpa sua aveva lasciato anche me. Gli diedi una spinta e lo feci cadere.
«Ma, mentre mi allontanavo, feci l’errore di voltarmi: seduti a terra uno accanto all’altro, mi guardavate con gli occhi di due cardilli appena caduti dal nido. Tornai indietro, vi presi in braccio, salii sul treno e vi portai a casa».
Nel racconto noi due parlavamo sempre in dialetto, lui in italiano. Il perché glielo chiedemmo qualche tempo dopo: «Perché prima di nascere non si studia ancora l’italiano, stupidi!» rispose candidamente. «Andavate a scuola nel campo di cavoli?».
«No!» rispondevamo con la testa.
A questa storia abbiamo creduto a lungo, ne parlavamo anche tra noi, come se fosse realmente accaduta, la sognavamo ogni sera: guardavamo il treno che si fermava vicino al nostro campo e vedevamo papà che scendeva dal predellino per fumarsi una sigaretta.
«Veniva dritto dritto da me» mi diceva Affedo «ma mi sono nascosto e ha proseguito».
«Se vedeva te per primo» gli dicevo io «se ne risaliva subito sul treno e noi staremmo ancora sotto i cavoli ad aspettare di nascere».
La prima volta che papà ci portò alla festa di Sant’Antonio, giorno che cade in piena estate, ci sedemmo nella piazza del paese ai tavolini del bar della Genoveffa per mangiare lo spumone. Un suo amico si avvicinò a salutare.
«Complimenti, compare Umberto, che belli vagnoni! Dove li hai comprati?».
«Li ho trovati in un campo di cavoli».
«Te li vuoi vendere?»
«Se vogliono!»
Noi nascondemmo il viso sul suo fianco.
«Mi dispiace, compare, non vogliono!»
Ci teneva sulle sue ginocchia, di fronte all’orchestra, mai vista la piazza tanto illuminata, neanche in seguito. Avevamo tre anni e mezzo e la luna splendeva nitida in alto nel cielo nero proprio sopra la torre del castello.
«Ascoltate!» ci disse. «La banda sta suonando la Tosca di Puccini».
E lucevan le stelle ed olezzava la terra…
A noi, cullati dalla musica, dopo un po’ cominciò a calare il sonno.
«I vagnoni stanno chiudendo gli occhi» disse mia madre. «Rientriamo».
Prendemmo la via di casa ancora nel pieno della festa, seduti ciascuno su un suo braccio, con le teste poggiate sulla spalla e gli occhi languidi rivolti verso le luminarie accese tutte colorate, mentre la banda suonava e ci mandava da lontano dolci baci e languide carezze.
Così, pensavo, ci aveva portati via verso il treno dal campo di cavoli quella mattina di febbraio. E ancora oggi ogni volta che vedo le luminarie di una festa patronale penso sempre a quella sera di agosto e a quel sogno d’amore che svanì per sempre.
1) - Nel dialetto salentino, la pica è il sesso maschile, il pico quello femminile.
2) - “Signore, prendimi!” 3) - “Prendimi, sono bravo!” 4) - “Signore, prendi pure me!”
II - THÀLATTA , THÀLATTA
Mancava poco alla fine della scuola, terzo liceo classico. Le giornate erano calde, si faceva lezione con la porta aperta. Hegel alleggeriva la mente e Marx conciliava il sonno.
Dal corridoio una ragazza sbirciò in classe e mi fece cenno di uscire. Cercava proprio me, frequentavamo la stazione. Chiesi al prof di uscire, a lui, intento a creare il mondo insieme a Fichte, potevi chiedere di uscire quante volte volevi, ti diceva sempre: «Vai!»
La vidi spiare dalla porta socchiusa dei cessi femminili, lì vicino. Entrai. Stava facendo compito di greco, mi disse, quinta ginnasio, mi chiedeva la traduzione di un brano di Senofonte, da quella prova dipendeva la sua promozione. Mi diede il foglio, rientrai in classe e in meno di dieci minuti gliela stampai, avevo il vocabolario di greco sotto il banco.
Alfredo, il pinocchio, seduto accanto a me, pretendeva di aiutarmi.
«Fammi vedere cosa stai combinando!» insisteva.
Mi dava un fastidio!
«Se mi fai scoprire, ti spacco la testa!»
Lui ridacchiava, sapevo che pensava a un episodio della nostra infanzia, con un martello mi aveva quasi sfondato il cranio.
Quando rividi sbirciare una seconda ragazza, la sua compagna di banco, chiesi e riottenni di uscire. Le consegnai la traduzione. Mentre sgattaiolavamo fuori dai cessi, fummo sorpresi da un mio vecchio prof del ginnasio, che usciva da quello degli insegnanti. Non pensò certamente alla versione di greco, forse si figurò una storia d’amore alla Piramo e Tisbe, e non ci denunciò, fece finta di niente, mi voleva bene! Da quel giorno, quando lo incrociavo, vedevo che mi guardava con uno sguardo complice, e ammirato mi sembrava.
Fu promossa. Si chiamava Lauretta, sedici anni, di Otranto. Ci siamo amati per quasi tutta l’estate, poi migrò come una rondinella.
Fino alla fine della scuola siamo stati la coppia della stazione.
Mi piaceva molto e la ricordo ancora, non era facile che qualcuno mi sfiorasse il cuore. Capelli neri, ondulati, occhi grigi. Pelle scura, da mulatta. Aveva una leggerissima peluria chiara sul volto, le scendeva sulle guance a mo’ di basette, e, se guardavi bene, anche sul petto e sull’attaccatura delle natiche. Amavo quella morbida e corta peluria, quell’ombra chiara sul suo corpo abbronzato. E l’ho sempre cercata in tutte le altre.
Non avevo la patente, ma sapevo e potevo guidare la macchina. Avevamo una millecento blu di seconda mano.
«Non ci sono soldi» aveva detto mio padre. «La prende uno e con una patente guidate tutti e due».
E così fu. Alfredo prese la patente e imparai a guidare anch’io. Mio padre divenne pilota di riserva.
Dovevo urlare spesso e venivamo quasi alle mani: se la portava con sé, nel portafoglio pieno di ragnatele.
«Devi lasciarla nel cruscotto della macchina» gli ordinava papà Umberto. «Questi erano i patti!»
Con quell’unica patente abbiamo guidato per quasi dieci anni. Io la presi per conto mio dopo la laurea e dopo il servizio militare. Il giorno dell’esame di guida fui colto da una forte nevralgia ai denti. Andò lui a fare gli esami per Toma Oreste e mi portò la patente.
Finita la maturità, quell’estate chiedemmo come premio di prendere spesso la macchina. Partivamo quasi ogni sera, io e il mio omozigote, alla volta di Otranto, lo lasciavo guidare. Parcheggiavamo vicino al castello aragonese e ci dividevamo, il pinguino scendeva sul lungomare, a pesca di sirene.
Lauretta abitava lì vicino, mi aspettava. Scendevamo al porto, mano nella mano. Mi vergognavo, avevo sempre criticato quelli che lo facevano, ma allora mi sentivo un dio dell’Olimpo, Apollo, e il cuore galoppava.
«Thàlatta, thàlatta!» mi diceva sempre quando il mare appariva. Alludeva al brano di Senofonte che le avevo tradotto.
Le compravo il gelato con i soldi della maturità e andavamo dietro il molo, vicino al faro, tra gli scogli. Lei tremava, io pure, un tremito dietro l’altro che partiva da dentro, visibile come un brivido di febbre.
Lì ci amavamo, vicino al mare che brontolava, sulla roccia che pungeva, sotto il faro che lampeggiava e la luna che spiava. Lì abbiamo imparato ad accarezzare e a baciare. Lei si abbandonava e diventava tutta un fuoco, aveva la pelle bollente, io cercavo sempre con le labbra la sua morbida peluria, su tutto il corpo.
Dopo, ancora avvampati, guardavamo il mare, seduti a una panchina del porto, senza parlare.
Non abbiamo mai fatto una passeggiata per le vie del centro, aveva paura di suo padre. Qualche volta gliel’ho chiesto, avrei tanto voluto incontrare qualcuno che conoscevo per essere visto insieme a lei.
Quando ritornavo alla macchina, il Teto era quasi sempre lì ad aspettarmi. Mi scrutava, indagatore. In quel periodo mi chiamava Francesco, come il poeta di Laura.
Tirava su col naso: «Odore di pica, Francesco!» diceva.
Io gli facevo annusare le dita della mano destra, col mio gemello non sentivo di violare nessuna intimità.
«Effluvi di pico!» diceva.
Ai primi di settembre si trasferì a La Spezia.
Non mi aveva detto niente, e certamente lo sapeva.
Quella domenica sera non la trovai ad aspettarmi. Aspettai invano vicino al muro del fossato del castello, che fronteggiava la sua casa.
Una donna mi guardava affacciata al balcone.
«Ascolta, giovane» mi chiamò dopo un po’.
Mi avvicinai.
«È partita, non lo sapevi?»
«No».
«Tu, il fidanzato sei?»
«No».
«Sali, che ti do l’indirizzo. Mi ha chiesto di dartelo».
Salii e me lo diede.
Caserma Ugo Botti - La Spezia. Me lo ricordo ancora.
«Era un’amica» le dissi. «Frequentavamo la stessa scuola».
«Eh, figlio mio, così sono le giovani di oggi!» mi consolò. «Che cosa ci vuoi fare. Vorrei proprio campare per vedere dove andremo a finire».
La pensavo spesso, mi mancava la sua morbida peluria.
Le scrissi più volte, non mi rispose mai. Chissà se le arrivarono e se riuscì a leggerle, le mie lettere.
«Vedrai che tra poco te le riporta ancora chiuse» mi disse il pinguino ricordandosi di lei anni dopo, quando lesse la storia di Angela e Bayardo.
III - SERE D’ESTATE
L’estate se ne andava. L’ultima sera di agosto io e Teto partimmo all’avventura, in millecento. Guidava lui ovviamente, la patente era sua.
Lauretta si dileguava lentamente nelle nebbie dell’oblio. Che paziente dottore, che miracolosa medicina, il tempo!
Arrivammo a Santa Cesarea Terme e scendemmo alle Fontanelle. Su una terrazza della scogliera di fronte al mare, sotto un lampione, un gruppo di giovani stava ballando al suono di un mangiadischi. Ci avvicinammo e ci sedemmo sul muretto. Rita Pavone cominciò a cantare Il ballo del mattone e ci mettemmo anche noi a ballare il twist insieme agli altri.
Poi cominciarono i lenti, partì Una rotonda sul mare.
Io ti penso sempre sai, ti penso! cantava Fred Bongusto.
Vidi una ragazza sola, seduta sul muretto. La invitai. Quando si alzò mi resi conto che era alta quasi due metri, per questo nessuno le chiedeva di ballare. Avevo il mento all’altezza del seno, lì le arrivavo. Teto mi guardava e sghignazzava, dondolando la testa. Al secondo ballo mi fece cenno di andarcene. Non gli badai, ero immerso nel suo grande seno, odorava di cipria, dovevo scostare la testa per respirare. Con il bacino le arrivavo a metà coscia, ero ridicolo, mi rendevo conto, e non dicevo una parola. Al terzo ballo il pinocchio si alzò per andare via, mi fece un cenno perentorio con le mani. Vai, gli dissi con la testa, e lui si allontanò.
Al quinto ballo finirono i lenti, finirono con Sapore di sale.
Un gusto un po’ amaro di cose perdute,
di cose lasciate lontano da noi!
cantava Gino Paoli.
Ne approfittai per mollarla. Salii su in paese, andai sul lungomare e passeggiai avanti e indietro fino a mezzanotte, cercandolo ovunque. Poi mi avviai. Ero certo che mi stava aspettando in macchina fuori dal centro abitato, dietro la prima curva della strada.
E invece niente, era rientrato a casa. Rifeci a piedi la via del ritorno, otto chilometri sotto il chiaro di luna. Era una sera tranquilla, senza un alito di vento, piena di grilli tra le siepi di more. Contai due cippi funerari ai bordi della via lungo il tragitto, se lo avessi avuto tra le mani ce ne sarebbe stato un terzo.
Era ancora sveglio, alle due di notte. Sdraiato sul letto, faceva finta di leggere.
«Mi fai schifo» gli dissi, mentre mi spogliavo. «Non rivolgermi più la parola».
«Che bella coppia!» sghignazzò. «James Dean ed Elizabeth Taylor!».
«Sempre meglio della tua: Raffaello e il cardellino!».
Il giorno dopo, prima sera di settembre, io e Alfredo partimmo di nuovo all’avventura, sempre in millecento.
Arrivammo ancora a Santa Cesarea Terme. Sulla grande terrazza dell’albergo termale ‘Il Palazzo’, di fronte al mare, la sera un’orchestrina intratteneva con canzoni napoletane i clienti che vi alloggiavano, seduti ai tavolini. Da quel posto elegante sulla scogliera si dominava tutta l’insenatura. Non era difficile salirvi e mischiarsi agli ospiti.
Una donna molto giovane era seduta da sola vicino a noi e ci squadrava. Molto provocante, aveva una bellezza vistosa, appariscente, quasi volgare.
«Invitala a ballare» dissi al mio gemello.
Tenìmmece accussì, anema e core
cantava l’orchestrina.
Le fece un cenno con la testa e lei si alzò.
Ballarono aderenti, con i corpi attaccati. Ma era lei che si avvinghiava e si strusciava. Teto, avvampato e imbarazzato, sgranava gli occhi ogni volta che durante il ballo si trovava rivolto nella mia direzione.
Finì la canzone e lei non lo lasciò, rimasero allacciati. Parlavano, guardandosi immobili, e ripresero poi subito a ballare quando cominciò
era de maggio…e tutto lo ciardino
addurava de rose a ciento passe.
L’aria era fresca e la canzone dolce. Diceva: “Cuore mio, vai lontano, tu mi lasci. Chissà quando tornerai”.
Ero contento, contento per Teto: non ce la passavamo bene ultimamente, di testa intendo: qualcosa ci tormentava.
E quando cominciò a parlare la luna rossa e a dire che là non era rimasto più nessuno, lei lo prese per mano e insieme lasciarono la terrazza.
Lo aspettai vicino al parcheggio, la macchina non c’era. Arrivò verso mezzanotte, tutto arruffato, le labbra gonfie, e mi lasciò guidare.
«Si chiama Lucetta, ma non è una donna» disse «è un bonobo».
«L’avete fatto?».
«È assatanata! Mi ha rovinato le labbra, per non dire altro: non bacia, succhia».
«Praticamente ti ha violentato!».
«Sì».
Erano stati sulla spianata di Porto Miggiano, a quattro passi da Santa Cesarea, senza scendere dalla macchina. Era il ritrovo delle coppie, come a un cinema drive-in. Ma fuori dal parabrezza non avevi lo schermo, c’era lo spettacolo del mare luccicante.
«Si sente infatti l’afrore di pesce marcio!» gli dissi.
«Pensavo di ostrica! Se fai il bravo una sera ti porto a pesca».
E mi raccontò che aveva fatto tutto lei, scelto il posto vista mare proprio a un metro dallo strapiombo, scavalcato lo schienale, cincischiato le sue labbra, ravanato nella patta, slacciato la cintura.
«Una puttana infoiata» concluse.
«Il maiale, quando è sazio, rovescia la tinozza».
Si incontravano ogni tre giorni, così voleva lei. Aveva i suoi intrallazzi, lo scoprimmo dopo. Aspettava il suo Romeo sulla porta di casa e partivano per la vicina baia di Porto Miggiano.
Una sera, eravamo in vacanza a Castro con tutta la famiglia per la solita quindicina di settembre, l’omozigote mi propose lo scambio. Stavamo sulla rotonda. Era da tempo che me lo aspettavo, io al suo posto l’avrei fatto dopo la prima volta. Sapevo che il suo cuore non era interessato, lo capivo da come ne parlava.
Partii da Castro e raggiunsi Santa Cesarea dalla litoranea. E lo feci anch’io ogni tre giorni, per tutta la quindicina. Credo che Lucetta si accorse subito che non ero Alfredo, ma probabilmente neanche lei aveva impegnato il suo cuore, o almeno non a sufficienza.
«Mettiamoci al posto dell’ultima volta» mi disse la prima sera.
«Qui stiamo meglio» risposi. E la fregai.
Aveva ragione il mio gemello: faceva tutto lei.
Teto mi aspettava a qualunque ora sulla rotonda di Castro per il resoconto. Non si incontrò mai più con lei sulla spianata.
Finì la quindicina e ritornammo al paese.
Quella stessa sera, mentre passeggiavamo in piazza, si avvicinò Tore, faceva il fruttivendolo, andava a vendere col suo furgoncino anche nelle marine. Un uomo di una quarantina di anni, forse sposato. Lo conoscevamo di vista, ma lui sapeva chi eravamo.
«Voi siete giovani e siete due bei ragazzi» disse, sotto l’orologio. «So che uno di voi si vede con Lucetta e va a trovarla a Santa Cesarea. Anzi io credo che ve la spassate entrambi. Non vi sto rimproverando, avete fatto bene: quando c’è da inzuppare il biscotto, si può usare anche la stessa tazza».
Noi tacevamo, non sapevamo che dire. Ci dispiaceva di quel poveruomo ossequioso, era patetico.
«Prima di voi mi voleva bene, andavo a trovarla ogni sera e ce ne andavamo a Porto Miggiano. Adesso non vuole più saperne di me, mi respinge, ha trovato carne fresca. Ma se la lasciate, ritornerà con me, sono certo».
Ammiccava continuamente, quasi supplicando.
Noi avevamo già deciso per conto nostro che la storia era finita.
«Dacci qualche giorno di tempo per chiudere» gli dissi.
«Voi siete giovani» ripeté. «Potete posarvi su qualunque nido».
Andammo a trovarla insieme. Passeggiammo sul lungomare, noi due ai lati con lei al centro che ci teneva a braccetto. Le dicemmo che saremmo partiti l’indomani per l’università e che non ci saremmo più rivisti. Lasciò il nostro braccio e si appoggiò al parapetto, guardando il mare in silenzio. Ma non si disperò e non pianse.
«Andiamo a dirci addio a Porto Miggiano?» chiese dopo un po’, indicando la spianata. Dunque sapeva, chissà come lo aveva scoperto. Trovammo una scusa per declinare l’offerta.
Non ci vedemmo più. In seguito andò via da Santa Cesarea e Tore lo spasimante probabilmente non raggiunse il suo scopo
A ottobre partimmo per l’università e finì la giovinezza.
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