Capitolo 1
Venticinque anni senza di te
Testo
Sono passati 25 anni dal giorno in cui ti sei suicidato, non ci posso ancora credere, ora saresti un cinquantenne barbuto, certamente brizzolato, sempre con una marea di capelli da far invidia a tutti i tuoi coetanei.
Quando mia madre scendendo da quell’aereo mi avvertì della tragedia e di tutte le menzogne e gli equivoci che c’erano dietro rimanemmo di pietra.
Ti avevamo visto l’anno prima al mio matrimonio, ti avevo persino dato il regalo di laurea, una bella penna che sarà finita chissà dove. Abbiamo chiacchierato, ricordo ancora l’aperitivo preso in centro all’uscita dal mio ufficio, io 30 anni tu 29 appena compiuti. Una vita davanti per entrambi.
Se ci rifletto non posso non commuovermi, ti conoscevo da appena nato, con le mie vacanze estive sempre nello stesso mare ti avrò veramente visto nascere, in quella metà di luglio del 1971. Io avevo un anno scarso e non ho nessun ricordo di quel momento, ma poi quante cose abbiamo condiviso!
Venivo d’estate, spesso già da metà giugno, e restavo fino ad inizio agosto quando i miei genitori venivamo a prendermi per portarmi in giro per l’Italia a visitare, a conoscere un mare bello, diverso da quello che condividevamo per un mese e mezzo.
Eri il mio fratello d’estate, se andava bene ci vedevamo tutti i giorni, se le zie mi portavano da voi era una festa, il giardino, tu, il mio cuginetto quasi coetaneo, i pranzi di tua mamma che valevamo la stella Michelin.
L’alternativa era vederci in stazione a prendere, tu con la tua mamma ed io con una zia o la nonna, il bus per la spiaggia. Ci mettevamo un sacco di tempo ad andare al mare al mattino e tornavamo per pranzo a casa, se ci penso adesso, era una follia, chi ce lo faceva fare, eravamo in vacanza, ma avevamo i ritmi dei turni di fabbrica.
Che cattiva che ero con te, soprattutto da piccola, eri cicciotto e io ti prendevo sempre in giro, ora mi direbbero che ti bullizzavo ed era vero, ma tu eri così buono, così paziente con questa cuginetta del Nord che arrivava, portava una ventata di novità, ma anche di rotture e poi per fortuna poi ti lasciava tornare alla tua normalità.
Eri una persona così pacifica, un muro di gomma dei miei attacchi, al mare eri lento, non correvi, non facevi scherzi, faticavi ad unirti ad altri gruppi, mentre io finivo per conoscere tutti e cercare affannosamente amicizie che poi inevitabilmente perdevo a fine estate. Tu no, stavi tranquillo con la tua mamma, ti sforzavi di seguirmi, ma si capiva che avresti preferito stare sotto il nostro ombrellone e cercare quel po’ di fresco che l’ombra ti dava.
Facevi volentieri il bagno, tu bimbo di una città di mare, col mare ci giocavi volentieri, ma eri sempre molto cauto, non entravi con le onde, se l’acqua era troppo fresca o se c’era vento. Insieme con le adulte che ci accompagnavano, attendavamo le canoniche due ore per fare il bagno dall’ora di colazione, io fremevo per entrare e tu attendevi bravo che arrivasse l’ora.
Poi gli anni sono passati, siamo diventati più grandi, tu sempre un po’ sovrappeso e quando sei diventato un giovane adulto, eri rimasto basso forse neanche un metro e sessanta e io continuavo a prenderti in giro ora non solo per la leggera obesità anche perché eri più basso di me.
Come ho fatto ad essere così balorda a 14, 15 anni, non lo sapremo mai e non me lo perdonerò mai. A quell’età poi abbiamo cominciato a perderci, io avevo tutti gli amici nella mia città del Nord e non volevo lasciarli, loro non facevano le vacanze se non ad agosto quando anche i miei si liberavano dal lavoro e mi portavano via. Quindi restavo giugno e luglio nel caldo afoso della Pianura Padana per stare con i compagni di scuola, gli amici di tutti i giorni, i primi amori ancora solo sognati.
Tu anche avevi la tua compagnia, andavi bene a scuola avevi il giro degli amici dell’oratorio salesiano che frequentavi durante l’anno e poi eri una persona così tranquilla, non ti serviva avere sempre mille cose da fare, ti ricordo nel giardino che annaffi le piante di tua nonna e le tieni compagnia. Ricordo bene la tua mamma, vedova, che faceva mille lavori per potervi mantenere, tuo papà era morto così giovane che non so neppure se vi avesse lasciato una pensione da ricevere.
Poi le voci delle zie e degli altri cugini mi avevano fatto balenare il dubbio che tuo papà avesse lavorato poco, cambiando mille attività senza mai approdare ad una stabilità economica che vi sarebbe servita. Forse all’ultimo aveva vinto un concorso pubblico al Comune o qualcosa di simile e allora le zie sussurravano che finalmente si era fermato, aveva trovato il posto fisso. Poco dopo è morto d’infarto, che tragedia per voi! Per te che eri appena appena uscito dall’infanzia e diventavi d’improvviso l’uomo di casa.
Chissà che responsabilità hai sentito su di te, forse da allora hai cominciato a sentire il peso del dover essere capace, forte, la pressione della famiglia, della mamma sulle tue spalle, robuste ma forse fragili.
Sui 20 anni finite le superiori, abbiamo iniziato l’Università io al Nord tu in una cittadina vicina alla tua, io avevo scelto la legge e tu l’economia.
Occasionalmente dalle zie sentivo raccontare che facevi qualche lavoretto temporaneo, mentre la tua mamma, puliva le case degli altri e ricamava o creava all’uncinetto opere d’arte per altre famiglie, amanti della bellezza, ma incapaci di raggiungere la sua bravura. D’estate la vedevo che stirava pure sempre per gli altri. Tra lavare e ricamare aveva le mani consumate, ruvide, ma quando ti guardava e ti vedeva diventare l’uomo che mostravi al mondo vedevo l’orgoglio di avercela fatta, averti fatto studiare nonostante tutto, di aver mantenuto la casa che sicuramente non poteva permettersi e averti fatto vivere quella vita che avrebbe voluto anche lei, ma che ormai non poteva più pensare per sé stessa.
Ho saputo a un certo punto che avevi una fidanzata, nella mia cattiveria non ti vedevo come un uomo che poteva attrarre le donne, ma poi pensavo che eri una persona deliziosa, intelligente, gentile, premurosa, un gentiluomo d’altri tempi e quindi perché no, perché non potevi anche tu avere un amore corrisposto.
Io in quegli anni uscivo con quello che chiamavo il mio fidanzato medico, c’erano voluti anni per conquistarlo e tra alti e bassi siamo stati insieme 4 anni, avevo le mie amicizie forti, quelle che sono rimaste ancora oggi a distanza di più di 40 anni e studiavo come non ci fosse un domani. Credevo ingenuamente che finire presto l’università mi avrebbe aperto chissà quali porte, sarei partita per una carriera folgorante e avrei raggiunto subito quell’indipendenza economica che anelavo tanto, anche se i miei genitori, da figlia unica, non mi facevano mancare nulla … anzi!
Poi un anno siamo venuti a trovarti, avevo cambiato fidanzato e lo portavo a conoscere le zie e tutti voi, ci hai fatto da cicerone, con la tua bella voce profonda, pizzicavi forte la erre, forse anche su quello avevo ironizzato in passato, non credo di avertene fatta passare nessuna. Più ci penso e più mi dico che dovevi mandarmi a stendere tante di quelle volte che non avresti più dovuto rivolgermi la parola e invece c’eri sempre e quando non c’ero, le zie sicuramente parlavano di me, la nipote brava, brillante e anche in inverno ti arrivava il paragone con la iena del Nord.
Nel frattempo, ti credevo a studiare come me, da vera presuntuosa sapevo che non eri al mio livello, la tiravi in lungo, alternavi periodi di studio a lavori a tempo determinato, brevi contratti che ti facevano guadagnare qualcosa e contribuire al bilancio familiare, anche tu confidavi nel lavoro nel pubblico, al Comune o chissà, del resto l’altra tua cugina e tua zia lavoravano in Cancelleria al Tribunale, begli orari, bella paga, poco da fare, tutto sommato.
Mi raccontavano che la tua storia con Cecilia proseguiva, ero felice per te, diventando finalmente adulta avevo capito che ti avevo davvero trattato male in tutti quegli anni e che dovevo recuperare, ma all’epoca niente cellulari, niente internet, messaggi o social media. Bisognava chiamarsi, ma non era mai il momento.
Anche vivendo da sola non avevo mai pensato ad invitarti da me per qualche giorno per conoscere la mia città che avevi forse visto solo di sfuggita. Forse per me rimanevi il cugino dell’estate, nel resto dell’anno quasi non esistevi. Nel mentre erano mancate le zie, la loro casa era tornata al Comune che le aveva ospitate per tanti anni e che a me aveva dato l’alloggio delle vacanze che mi aveva fatto amare il mare, come mai sarebbe potuto succedere, da cittadina subalpina quale sono.
La tua laurea che non arrivava non mi preoccupava più di tanto, i lavoretti a tempo che facevi, i contratti di lavoro che via via stipulavi mi facevano pensare ad una vita impegnata in cui era faticoso combinare scuola e lavoro e poi, finalmente, mi dicesti che ti eri laureato; bene, pensavo, chiuso anche questo capitolo. Negli anni ’90, inizi 2000 la laurea in economia poteva farti entrare un po’ dappertutto, nel pubblico come nel privato, io con la mia in giurisprudenza ero addirittura entrata in banca, chi ci avrebbe mai creduto, eppure eccomi là, ancora adesso.
Ti telefonammo per le congratulazioni, nessuno ci raccontò come andò la discussione su quale tema ti eri laureato, il dilemma era cosa regalarti, ma eravamo abbastanza freschi dei miei regali e allora nell’indecisione tra la borsa professionale o la penna, optammo per la penna.
Vicino al mio ufficio c’era un bel negozio di penne di tutti i tipi, anche molto care, ma come sempre decidemmo per qualcosa di bello e sobrio senza essere troppo eccessivo, del resto tu rifuggivi gli oggetti vistosi, non indossavi marche, però eri elegante, sempre abbigliato con gusto, sempre lavato e stirato dalla tua mamma che per te avrebbe attraversato l’oceano a nuoto e per cui eri l’orgoglio di tutta la vita.
Un uomo buono e gentile come sei sempre stato.
Ci vedemmo al mio matrimonio nel 2000, tutto bene, ti consegnammo la nostra penna e tu mi facesti un gran regalo di nozze, un bel mucchietto di soldi che non mi sarei mai aspettata. Forse volevate far vedere che ce la facevate, che eravate come sempre generosi e che alla fine la vita stava volgendo al meglio anche per voi.
Pensavo di averti visto bene, mi sembra che la tua storia d’amore si fosse interrotta, ma eravamo ancora giovani, tu saresti entrato in un mondo del lavoro nuovo, più definito, magari lì avresti trovato l’anima gemella; perché no in fondo.
E arriviamo quasi all’epilogo, perché i mei primi mesi di matrimonio scorrono veloci, ho appena cambiato ufficio, dalla filiale faticosa e senza scopo, sono passata ad un ufficio dove mi dicono che posso usare la mia laurea. In realtà finisco col fare quasi sempre il call center dei colleghi bisognosi di supporto psicologico.
Il tempo però passa, mio marito cerca un lavoro, lo trova e smette finalmente di fare il galoppino da un’avvocatessa rampante che lo paga poco o nulla, sì anche lui un laureato in legge, a cui la banca è sfuggita anni fa …
Ci troviamo in quel maggio 2001, Roberto ed io siamo andati a Roma, lui deve fare un colloquio, forse ha perso la banca, ma potrebbe conquistare un posto in assicurazione con i venerdì pomeriggio liberi. A Roma si muore dal caldo, anche prima del cambiamento climatico, quando ancora parlavamo di effetto serra, Roma era già caldissima anche a maggio.
Torniamo nella nostra città del Nord con l’aereo, ancora niente Alta Velocità per i treni o forse sì ma erano troppo cari e i miei genitori che vengono a prenderci all’aeroporto hanno una faccia strana, mia madre soprattutto. Non resiste, non abbiamo ancora raggiunto neppure l’auto che ci condurrà in città e mi dice che è successa una tragedia. Sei morto, ti sei suicidato al fondo di una lunga discussione con tua mamma che ha scoperto che non ti sei laureto in realtà, che le hai mentito per tutto il tempo e che l’università l’hai lasciata da tanto, non hai più dato esami e non hai un lavoro da trovare.
Prima di suicidarti hai addirittura tentato di accoltellare la tua mamma al fondo delle scale che conosco molto bene, quelle che conducono alla cantina. La tua mamma che chissà forse quella volta si è arrabbiata davvero, che si sarà chiesta dove ha sbagliato, perché hai dovuto mentirle quando lei ti avrebbe perdonato tutto.
Nessuno sa in quei minuti concitati che cosa è successo, ho cercato anni dopo qualche articolo di cronaca, ma sei sfuggito alla mia ricerca, probabilmente nel titolo e nel testo non compariva il tuo nome e solo con “suicida” nella tua città a maggio 2001 non ho trovato nulla, dovrei aver voglia di andare a cercare negli archivi cartacei dei giornali locali e sicuramente almeno un trafiletto che racconti di te lo troverò. Forse verrà fuori la tua storia, qualcuno magari proverà a dire qualcosa per descriverti “Bravo ragazzo”, “Mai più ci aspettavamo una cosa simile”, “Era sempre così gentile anche con la mamma”.
I tuoi amici cosa avranno pensato, chissà se qualcuno sapeva del tuo tormento interiore, del tuo senso di fallimento, la paura di essere scoperto ogni giorno e allo stesso tempo la delusione che provavi verso te stesso e verso la mamma, quella dolce creatura non istruita, che avrebbe pavimentato d’oro la strada in cui camminavi, ma che forse non riusciva ad analizzare i tuoi comportamenti.
Sono 25 anni che mi interrogo sul perché tu abbia posto fine alla tua vita.
Sono stata letteralmente scioccata al sentire la notizia, non mi sembrava vero, non poteva essere successo a te. Avrei voluto venire, investigare, capire da chi ti frequentava, se c’era una risposta al perché avessi fatto una scelta così radicale.
Gli altri cugini che ti vivevano accanto erano tutti più grandi con le loro vite, avevano già figli, lavori, casini .. probabilmente vista la differenza di età non eravate mai entrati realmente in confidenza.
Perché non hai pensato a me? Sono 25 anni che mi chiedo anche questo e provo un rimorso inverosimile.
Da bambini ero tremenda, ti bullizzavo, ti prendevo in giro in generale, più da grande ero diventata forse uno di quei riferimenti odiosi che ti fanno i nonni o gli zii per ricordarti che ci sono tuoi coetanei che vanno molto meglio di te a scuola, che brillano nello sport o nella vita sociale, che ricevono premi non si sa per cosa e tu rispetto a loro sei un … NULLA!
A un certo punto sono diventata inclusiva e gentile, ti rispettavo, ammiravo la tua capacità di essere sempre calmo, la tua intelligenza, il tuo voler essere un supporto alla tua mamma anche mettendo in gioco o ritardando le tappe del tuo futuro, ma tutte queste cose non te le ho mai dette.
Anche all’ultimo ti volevo bene, ma non ti chiamavo, non sapevo cosa facevi, dove andavi, chi frequentavi, se per caso ti vedevi con un’altra ragazza. Sapevo che amavi il biliardo e che andavi spesso a giocare con gli amici, forse eri bravo, ho un vago ricordo di un’estate già da adulti, ventenni, eravamo andati insieme in un locale, credo di aver conosciuto qualche tuo amico e di aver passato una serata con te al biliardo. Ho in mente uno Stefano vivace, ridanciano che scherza con tutti ma che gioca con serietà.
So che quando sei morto le autorità hanno indagato un po’ su di te, sui tuoi amici, sulle tue debolezze, mi hanno detto che nessuno sapeva bene come stai, come tante persone che si danno per scontate nella vita, tu c’eri. Se non ricordo male ai tuoi amici non avevi mentito sull’università, loro lo sapevano che avevi dato pochi esami e che eri molto indietro. Mi domando sempre perché hai dovuto mentire invece alla tua cerchia di parenti, a noi. Oltre a me nessuno si era laureato dei tuoi cugini, nostra cugina Raffaella mi raccontano che era arrivata ad un passo dalla laurea in giurisprudenza, ma che al fondo aveva mollato e aveva trovato lavoro in una Cancelleria del Tribunale entrando con un bel concorso pubblico per diplomati già ormai moltissimi anni orsono. Già nostra zia, sua mamma, aveva fatto una carriera simile senza neanche avvicinarsi alla laurea.
Tuo cugino Giovanni l’università non l’aveva neanche pensata, un lavoro subito, a vent’anni ha iniziato a fare quello che ha smesso a 65. Mai un cambiamento se non via via di ruolo crescendo in carriera, ma sempre con turni di notte e di giorno e una vita sempre più lunga ogni giorno che passava.
Perché quindi a questa laurea ci tenevi tanto? Perché credevi di dover dimostrare qualcosa? Ancora, perché non mi hai detto nulla?
La conversazione al bar poco prima del mio matrimonio era tutta imperniata sulla famosa laurea, bravissimo, congratulazioni, ora che farai … e tu pronto a rispondere, un po’ vergognoso dei complimenti, “Sai era ora, ero rimasto indietro, ma ora ce l’ho fatta..”.
E poi ancora più misterioso perché scatenare l’inferno 10 mesi dopo, ci vediamo a luglio con la tua laurea fresca di discussione e ti ritrovo morto a maggio dell’anno dopo.
Non sarei mai stata in grado di chiedere a tua mamma come è successo. Da allora l’ho vista poche volte, pensa che è ancora viva, ormai ha più di 90 anni e sono 25 che è morta dentro.
Per sopravvivere ha venduto la casa grande, quella del disastro del resto, come avrebbe fatto a vivere dove tu sei morto … ha continuato a fare mille lavoretti e spero per lei che sia riuscita a cavarsela abbastanza bene. Mia mamma che è andata a trovarla sovente mi diceva che aveva preso in affitto un alloggio piccolo, finché ha potuto ha lavorato e poi è vissuta della pensione minima, del guadagno dalla vendita della casa e dei risparmi di una vita, una vita di sacrifici in cui l’amore è scomparso da tanti anni.
Forse quel giorno di maggio per la prima volta ti ha chiesto cosa pensavi di fare, che eri laureato da mesi, perché non partecipavi a quel concorso per laureati che ti avrebbe aperto la porta dell’ente pubblico, te ne aveva già parlato. La signora da cui faceva i lavori gliel’aveva detto perché il marito e il figlio lavorano già lì. “Guarda che la scadenza per presentare le domande scade tra poco, hai fatto domanda?” No mamma non l’ho fatta … e sai perché? Perché sono anni che ti mento, che dico che vado in facoltà, che passo gli esami, che preparo la tesi e che la vado a discutere. Ti ho detto che mi hanno proclamato, mamma, dottore in economia e commercio e che ho preso un bel voto” “Mamma è tutto falso!” Gliel’avrai detto così?
Tu l’uomo più pacifico della terra. Quando ridevi sempre un po’ sottovoce ti tremava tutta la pancia, mi facevi morire, ridevo più per il tuo corpo che si muoveva tutto che per la battuta e fino a un certo punto devo avertelo anche detto. Mi descrivo come facevo, non ha senso nascondersi, i bambini sono cattivi e gli adulti forse solo falsi.
Mi hanno parlato di un’aggressione con un coltello, tu contro la tua mamma che ha cercato di scappare, ma l’hai ferita lo stesso, sarà scappata lungo le scale e magari sarà caduta a un certo punto e tu lì l’hai colpita, solo una ferita, magari grave, ma come hai potuto? Eri un’altra persona, è uscito un altro te, il mister Hyde che hai nascosto per tutta la vita, una furia distruttiva che nessuno di noi conosceva.
Poi, immagino distrutto dal rimorso più grande del mondo, hai lasciato la mamma sulle scale e sei arrivato alla cantina. Mi hanno raccontato che ti sei chiuso dentro e gli altri della casa sono scesi a vedere che succedeva, le vostre urla avevano allertato tutti, qualcuno avrà soccorso la tua mamma, sarà stata chiamata un’ambulanza. Pare che da fuori la porta della cantina abbiano cercato di farti calmare, di capire cos’era stato, che tutto si poteva sistemare, chissà se lì è venuta fuori la menzogna raccontata anche a loro, più probabile che lì solo urla o silenzio abbiano accompagnato gli ultimi momenti della tua vita.
Urla da bestia ferita e morente o silenzio di chi sa di aver superato un limite invalicabile, follia o consapevolezza, cosa avrai provato in quei momenti?
Avevi preso un coltello molto grande, quello per affettare grandi pezzi di carne, forse già sapevi che per farti davvero male ci voleva un’arma importante, per tua mamma invece sarebbe bastata una spinta, pesava già allora meno della metà di te. Del resto con tutto quello che faceva, un peso eccessivo l’avrebbe troppo limitata, poi per fare due o tre lavori di seguito quasi certamente non si fermava a mangiare a pranzo: le pulizie in casa, le scale, i condomini e poi la sera il cucito, il ricamo e lo stiro. Mai ferma tua mamma, tutto per darti una vita migliore della sua, sempre.
Quel coltello chissà che fine ha fatto, l’avranno portato via con te probabilmente e poi messo in un sacchetto, l’avranno restituito a tua mamma dopo? Speriamo di no, povera donna.
Il racconto dei vicini dice che te lo sei piantato nel petto, chissà che male subito, ma poi immagino che sia durata poco la vita nel tuo corpo una volta inflitto il colpo.
Chissà se è vero quello che si racconta di chi vede arrivare la morte; se ripensa a tutta la sua vita, a una parte, se ha ricordi dei momenti più salienti o magari sono invece flash casuali, una conchiglia trovata sulla spiaggia, una gran buca a biliardo, una stanza fresca, tu che pativi tanto il caldo o la neve che vedevi molto di rado.
Nessuno saprà mai a cosa hai pensato, non sei più uscito da quella cantina se non da morto, hanno buttato giù la porta quando, dopo il tuo ultimo grido fortissimo e il tonfo del tuo corpo che cadeva, c’è stato il silenzio e tutti hanno capito che non eri più un pericolo per gli altri, lo eri stato definitivamente solo per te stesso.
A distanza di tanti anni ho voluto scriverti questa lunga lettera, non so se credere ad una vita oltre la morte, molto di rado mi capita di sognarti, ma soprattutto d’estate evoco il tuo ricordo, se ti penso vedo il tuo viso, la faccia tonda, i baffi e la barba degli ultimi anni, gli occhiali spessi (li avevi messi prima di me e anche per quello ti prendevo in giro). Nelle foto da piccoli siamo vicini, in quegli improbabili abiti anni ’70, pantaloni di velluto a coste a zampa di elefante e maglioni fatti in casa a disegni geometrici o pantaloncini d’estate corti e colorati e magliette che ti stavano troppo aderenti e mostravano inevitabilmente la tua pancetta tonda. Io ero addirittura ossuta, poi sono cambiata tanto anche io e la bambina che non mangiava è diventata la donna perennemente a dieta che con la meno pausa non perde un etto anche se digiuna.
Con l’avvento di internet, dei cellulari, poi dei messaggi, delle foto mandate in giro anche a sproposito, dei social media in cui la gente condivide tutto, troppo, ci saremmo ritrovati. Io da anni mando commenti ad un mio amico che vive in Puglia e lui mi risponde, non è un vero rapporto ma so che lui sa che io lo seguo e per pochi istanti interagiamo. Vedo come procede la sua vita, come screscono i suoi figli, se ha degli hobby e se è al lavoro o se, da buon cinquantenne, cerca di tenere allenato il suo corpo che vorrebbe cedere.
Perché mi hai negato tutto questo? Perché ti sei negato una maturità, un’indipendenza economica, un nuovo amore, magari dei figli e oi dei nipoti. Non credo sia perché sei voluto rimanere giovane per sempre, non eri un vanitoso ovviamente, sfuggivi alle foto ed eri imbarazzato in pubblico, certo non vivevi bene la fisicità che ti accompagnava da tutta la vita, ma che eri tu e che avevi benignamente accettato e che tutti noi sapevamo essere te.
Mi manchi sempre, ogni anno, ogni giorno ti penso e in questo luglio in cui avresti 55 anni, finalmente ti scrivo.
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