Capitolo 1
IDENTITA’
Non ho mai capito cosa ci possa essere di divertente in una festa in maschera. Di solito me ne sto rintanato, lontano dalla gente, asociale per paura, per natura. Ma la curiosità, questa sera, mi porta ad infiltrarmi in questo ambiente opulento, traboccante di falsità, snobismo malcelato e finta gioia.
Col consueto decadentismo studiato, percorro il quartiere più ricco della città, sotto la luce fredda dei lampioni, tra palazzi illuminati, dipinti di nuovo, fiutando un’aria profumata. Ai miei piedi, ad indicarmi il cammino, un marciapiede grigio e bagnato, dopo l’immancabile temporale che annuncia sempre la sera, qui nel nord est. I riflessi delle gocce sono un vano tentativo di rendere la mia lunga veste meno lugubre. Tondi occhiali scuri, cappello a cilindro e bastone da passeggio, completano il mio travestimento.
Il manifesto, appeso al muro nel vicolo dove ho preso dimora, recitava: “GRANDE FESTA IN MASCHERA A TEMA LIBERO, VENERDI’ SERA ALLE 21:00, SALONE DELLE FESTE AL TERZO PIANO DI PALAZZO POLIDORI” e sotto, in caratteri più piccoli “VERRA’ PREMIATA LA MASCHERA PIU’ ORIGINALE!”
Ancora mi chiedo perché sono giunto fin qui, in Brasile, ma la risposta è quanto mai ovvia: un posto vale l’altro per guarire le ferite dell’anima. “Sarò capace di controllarmi? Riuscirò a socializzare? O me la darò a gambe come quella volta, al matrimonio di un mio vecchio amico? Andrà meglio, certamente. Comincio ad abituarmi al loro comportamento.”
Giunto al palazzo, questi pensieri mi assalgono, salendo le scale, facendo vacillare la mia sicurezza. All’ingresso del salone, uno scimmione di due metri che puzza di Cachaça scadente, mi dà il benvenuto con un inchino, mentre sorrido, osservando il rozzo sintetico della sua pelliccia. Lo scimmione deve avere male interpretato il mio cenno, perché attacca subito discorso guardandomi dall’alto in basso. “Bel costume!” pronuncia allungando un po' le vocali, inondandomi con la sua puzza orrenda. “Complimenti per il trucco!”
“Grazie” rispondo senza troppi convenevoli attraversando la soglia d’ingresso.
Sono dentro! Immerso nella festa, assalito da una terrificante musica hip hop. “Eccoli lì” Penso “Ogni sorta di essere umano. Qui ci sono tutte le categorie. Tutti si nascondono il viso, ma io saprei smascherare un ipocrita ad occhi chiusi.”
Dentro, la stanza è un miscuglio di visioni multicolori, di maschere, promiscuità, depravazione e personalità distopiche.
Ci sono nobili appartenenti alla corte del Re Sole, centurioni romani, supereroi americani e manga giapponesi, pirati, astronauti, dandy e punk postatomici, calciatori e uomini in divisa.
Un vero bestiario caleidoscopico non c’è che dire, una nuova babele blasfema votata alla completa indifferenza.
Nessuno fa caso a me, ma io li analizzo tutti. Sotto i miei occhi li passo al microscopio e ciò che vedo non mi piace.
La ballerina di samba con un ananas in testa a dieci metri da me, per esempio, sarà madre fra sei mesi. Percepisco la sua gioia dai suoi feromoni, nei suoi movimenti a scatti, cosi pura, cosi incoscientemente genuina.
Luigi XIV mi pare di conoscerlo. Ha un non so che di familiare. Il sorriso sardonico che mi rivolge è una conferma al mio intuito. Saluti tirando leggermente verso il basso la tesa del cilindro e passo ad altro.
L’alcool scorre a fiumi e le conversazioni sono sconnesse ignobili e futili. Il decadentismo culturale di questo secolo, pare si sia concentrato a Palazzo Polidori questa notte.
“Come porre fine a questo scempio?” mi chiedo appoggiandomi alla parete per osservare meglio il marasma che mi si para di fronte.
Orazio Nelson, al centro della sala, sta facendo delle avances ad una principessa Maya. Ha un carcinoma allo stadio avanzato nell’unico polmone rimasto, che gli lascia otto, dieci mesi al massimo di permanenza in questa valle di lacrime. Potrei alleviare le sue pene in un istante, se me lo chiedesse. Un istante di puro coraggio, di pura follia, un’emozione così intensa è stata concessa solo a pochi, in questo mondo. Ma è attaccato alla sua esistenza come una sanguisuga sul dorso di un lamantino. Vuole succhiare e assaporare questa vita fino all’ultima goccia di lucidità. Dopo di che, chissenefrega di tutto e di tutti. Non c’è un Dio a salvarlo. Ha già pregato abbastanza. Questo è l’unico posto al mondo dove vuole stare, tra gli animali come lui. Un buon posto per morire.
Mi si avvicina una ragazza, che giudico subito bella. Porta una bautta e indossa uno sfarzoso costume rosso da cortigiana che lascia scoperto il collo sottile. Mi offre una coppa di champagne, mentre il suo profumo inebriante di fiori silvestri mi lascia senza fiato.
“Ciao. Benvenuto alla nostra festa. Ti piace la nostra musica?” Sorride gaia, mentre mi rivolge queste parole.
“Grazie. Non volendo usare espressioni volgari, ti risponderò che non è nelle mie corde.” le rispondo avvicinando il calice alla bocca. “Amadeus si starà rivoltando nella tomba.”
“Ama chi?”
“Amadeus, un mio amico austriaco”
Qualcuno mi urta, da dietro, con una violenta spallata, facendo cadere qualche goccia del liquido ambrato. Un uomo, con un elegante costume in stile veneziano color cammello e una luccicante maschera dorata, entra in scena, emanando da subito energie negative. Con fare sgarbato si pone tra me e la ragazza in rosso, mentre le mie nocche sbiancano, stringendo lo stelo fino a spezzarlo, provocandomi un taglio nel palmo della mano sinistra.
“Ciao Elena. Ti stavo cercando” pronuncia ad alta voce rivolgendosi alla ragazza con la bautta. Poi, guardando me. “Bel costume! Cazzo, devi assolutamente dirmi come hai fatto a truccarti così bene! Sei perfetto amico!”
Ringhio un “grazie” tra i denti, tentando di essere cortese, ma il sangue mi ribolle. Reprimo il mio istinto per non aggiungere altro ma vorrei squartarlo, il “maiale”.
“Vogliate scusarmi” dichiaro rivolto ad entrambi, recitando cortesia; ma sento che sto tremando. E allora vengo assalito dalla solita paura; resto li, a fissare maschera d’oro che se ne va, portandomi via Elena e il suo profumo. Lasciando dentro di me, ancora una volta, la sensazione di un bel sogno dissolto all’alba.
Non voglio restare un minuto di più, mi gira la testa, le voci dei festanti mi rimbombano dentro e sento che sto per svenire. Scendo le scale correndo. Lo scimmione, all’ingresso, mi grida qualcosa, ma il suo biascicare mi giunge come da dietro un vetro.
Nessuno può capire il mio dramma. “Avrei potuto ucciderlo quel porco. Come l’ultima volta, quando è successo? Cinque anni fa? Forse sei. Il tempo non ha più importanza per me, per quelli come me.”
Quando raggiungo nuovamente la strada riprendo a respirare, a camminare. Me ne torno a casa, come un lupo nella sua tana. A passo spedito, schiacciando pozzanghere di fango grigio, nella pioggia, in compagnia degli spiriti della notte e dei miei ricordi.
Mi torna in mente l’episodio che ha determinato la mia fuga dall’Europa. Fu in Italia, durante un viaggio in treno per raggiungere una località di villeggiatura. Il Vagone è squallido, i sedili sporchi dai tessuti consumati, i finestrini oscurati dalla vernice spruzzata da qualche writer che si crede Bansky. L’aria condizionata non funziona e la puzza di sudore e cibo spazzatura si diffonde per tutto l’ambiente, in men che non si dica.
Lo stronzo, momentaneamente, non ho un altro appellativo con cui definirlo, è salito a Forlì. incarna la maleducazione fatta a persona, e anche qualcos’altro. Non lo vedo in faccia. Capelli scuri e tagliati corti, non ha bagagli. Indossa jeans grigi e una canotta bianca, unta, oltre che una t-shirt sistemata strana sulla testa a simulare non so quale sorta di copricapo.
Si siede lato corridoio, la fila di fronte a me, dandomi le spalle. La ragazza bionda è già seduta nello stesso comparto ma lato finestrino, formando col nuovo arrivato una diagonale immaginaria. Allunga le gambe appoggiandole sul sedile vuoto di fronte a lui, bloccando cosi, l’uscita per la donna. Quest’ultima ci pensa su qualche istante, poi decide che è meglio cambiare aria. Ci sono tanti posti liberi nello stesso vagone.
“Mi fai passare per favore?” Chiede lei, mentre si infila lo zainetto, scandendo bene le parole, per farsi capire da lui e farsi sentire dagli altri viaggiatori. Lo stronzo zitto, fa finta di non capire.
“Mi fai passare per favore?”
“Ma vai…” Risponde biascicante senza muoversi di un centimetro.
“Mi fai passare?” Insiste lei, alzando il tono di un’ottava.
“Vai…fanculo…vaffanculo…” Ripete senza il coraggio di guardarla in faccia. E’ in evidente stato di alterazione: alcool sicuramente ma anche sostanze stupefacenti, hashish, con molta probabilità.
Dopo averla lasciata passare, estrae dalla tasca il telefonino e comincia a scrollare video dai social network, accompagnati da musica araba ad alto volume.
Se ne strafotte di chi gli sta attorno, ad un certo punto, mi accorgo che sputa sul sedile alla sua destra. Tutto questo sempre accompagnato dal suo imprecare confuso e palesemente provocatorio. I suoi “fanculo” sono sempre rivolti alla ragazza bionda che si è allontanata da lui, per sistemarsi poco distante, vicino ad un’altra viaggiatrice. Io, dalla mia posizione, non mi perdo un istante della scena.
Il ragazzo riccio, con gli occhiali tondi da vista, arriva dai posti dietro di me. Si alza per andare al bagno, ma per raggiungerlo, senza volerlo, urta il piede del nostro amico alterato. Lo teneva sporgente, nel corridoio, come a marcare il territorio.
Il ragazzo, educatamente, chiede scusa, ma non serve a nulla. Quello non aspettava altro. Una buona scusa per dare sfogo ai suoi impulsi.
“Sei uno stronzo! Vaffanculo, merda!” Urla, mentre si alza mostrando la sua figura imponente. E’ alto e muscoloso, questo va ammesso. Il giovane non ha scampo contro di lui e se ne rende conto fin da subito. Indietreggia istintivamente dando ancora più fiducia al suo molestatore. Quest’ultimo lo sta spingendo lungo il corridoio, provocandolo continuando ad insultarlo un po’ in arabo e un po’ in italiano.
“Figlio di puttana!” Grida sputando addosso al giovane con gli occhiali sempre più spaventato.
“Ti ho chiesto scusa, non l’ho fatto apposta.” Trova il coraggio di dire con un filo di voce.
“Devo solo andare in bagno.” Ma non riesce a finire la frase.
Viene raggiunto in pieno volto da un manrovescio. Lo schiocco rimbomba in tutto il vagone, che nel frattempo si è ammutolito. Sono tutti scioccati, rapiti dalla scena. Tutti tranne uno.
Come mosso da un istinto mi alzo silenzioso. Mi guida un impeto atavico che non conoscevo, mai provato nulla del genere in vita mia. Prima di allora.
A qualche passo da lui, dopo aver avvistato il pugnale nella sua tasca posteriore, potrei già intervenire, non visto, ma un pensiero cavalleresco mi fa desistere. Perciò richiamo la sua attenzione. Voglio vederlo in faccia.
“Ora basta.” Gli dico con calma sorprendete.
Il mio secco comando gli giunge come un insulto, dato lo scatto con cui si gira per affrontarmi.
“Che vuoi vecchio?” Ha il naso schiacciato, come i pugili, mascella squadrata da vero duro. Barba mal curata, denti sporchi, ingialliti. Capelli crespi, rasati sulle tempie.
Mi sta fulminando con due occhi scuri come inchiostro di china. Le pupille dilatate quasi si confondono con l’iride ma non evitano di dimostrare il suo stato alterato.
“Perché non ti rimetti seduto al tuo posto, e ci lasci proseguire il viaggio in santa pace?” Dichiaro con la massima calma, senza abbassare lo sguardo. “E se mi rispondi ancora vaffanculo, te ne farò pentire amaramente.” Concludo rivolgendogli un mezzo sorriso di scherno.
“Ma vaffan…” Non finisce la frase. Il mio gomito sinistro lo centra in piena faccia. Si sentono denti che si rompono e il lieve scricchiolio del setto nasale che si incrina.
Adesso lo stronzo è un toro infuriato. Pieno di droga, com’è, probabilmente sentirà dolore solo l’indomani.
“Se ci arriva a domani.” Mi sorprendo di pensare.
Il sopracitato escremento umano, tenta una reazione. Parte alla carica, scoordinato, con un pugno diretto al mio volto.
Paro il colpo, con una facilità di cui non mi credevo capace, e lo colpisco alla gola col taglio della mano destra.
Non comprendo le mie azioni, i miei movimenti mi sono sconosciuti. Lui è innocuo, a terra che si contorce nel disperato tentativo di riprendere a respirare. Privato di ogni possibilità di nuocere.
E’ a questo punto che non ricordo bene, non sono più lucido.
Continuo a colpirlo a terra, gridandogli “maiale!” finche i miei modi non sono più quelli di un essere umano. Non riesco a fermarmi. Continuo a colpire!
Da dove nasceva quella gioia che sentivo nel cuore? Qual era il nome del demone che si era impossessato di me?
Sono nuovamente avvolto dal mantello della notte, che mi accoglie benevolo come il più puro dei giacigli. E’ il mio habitat, vorrei che l’oscurità non finisse mai. Quando cala il sole, con esso, svaniscono le paure, le angosce e il male di vivere cantato dai poeti.
Mi fermo sul marciapiede, chiudo gli occhi e fiuto tutto ciò che mi circonda.
Un randagio, a cinquanta metri, se ne sta nascosto dietro ai bidoni della spazzatura, difendendo la carcassa di un pollo raccattata chi sa dove.
Il tassista, che sta passando proprio ora, è in ansia per qualcosa, sta correndo a casa senza fare caso al resto del mondo che lo circonda.
I balordi che vengono verso di me, non sanno a cosa vanno incontro.
Ringrazio Dio per questo dono inaspettato, Potrò sfogare le mie frustrazioni finalmente, dopo tanto tempo. Mi sento come la corda di una balestra un istante prima del rilascio. Energia repressa ponta ad esplodere. Loro sono già morti.
Nessuno può capire cosa si prova dopo secoli di emarginazione, alla disperata ricerca di un nostro simile, di un’anima affine. Nessuno può capire cosa significa vedere tutti coloro a cui ti affezioni, morire, uno dopo l’altro, per poi ricominciare sempre da zero. Una nuova casa, nuovi amici, nuovi amori e nuove morti, in una giostra tragica e infinita.
Ci chiamano vampiri, mostri, ma siamo più fragili di quanto si possa immaginare. Nessuno può capire, cosa si prova veramente, quando si è condannati a vivere per sempre.
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