Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Sceglimi ancora di Eron T.

Un mese prima


Connor


Ho sempre odiato svegliarmi con un allarme che suona e che ti faccia cadere dal letto, figuriamoci con qualcuno che imposti il volume della musica a un livello inaccettabile per le sette di mattina. Se aggiungi a questo anche una voce stonata che ci canta su, penso sia il modo peggiore per svegliarsi. Questa sveglia quotidiana ha un nome e un volto: Lukas. Ogni mattina la stessa storia: si comporta come se vivesse da solo in questa casa e se provassi soltanto a chiedere di abbassare il volume, almeno a un livello più sostenibile, decide puntualmente di alzarlo di più.

«Lukas! Se continui a svegliarmi così ci rimetterò la vita prima o poi!» urlo dalla camera da letto. 

«Sai che se non metto la musica non mi sveglio del tutto no?» risponde, cercando di sovrastare il volume. 

Mi alzo a fatica, stropicciandomi gli occhi. Afferro la prima cosa che trovo buttata sulla sedia: una felpa blu enorme. È di Lukas, ovviamente. Me la infilo al volo mentre mi dirigo verso la cucina con le ciabatte che strisciano sul pavimento. Lo trovo davanti ai fornelli, che si muove a ritmo di una canzone pop dal testo discutibile, di cui palesemente non sa le parole. Quello che trovo in cucina è il chiaro significato della parola C-a-o-s: tazze sparse, la confezione dei cereali lasciata aperta, briciole ovunque. Lukas è disordinato da fare schifo, caotico in quasi tutto quello che fa. «Buongiorno fiorellino» mi prende in giro quando mi vede, passandomi una tazza di caffè. 

«Mh. Giorno». Ne bevo un sorso, appoggiandomi al piano della cucina. «Che programmi hai per oggi, a parte distruggermi i timpani di prima mattina?»

 «Oggi si lavora, purtroppo. Ma stasera ho la partita di basket con Gab, lo sai. Te l’ho detto l’altro giorno». I suoi occhi si illuminano subito quando si parla del basket: é la sua valvola di sfogo preferita. Non c’è modo di tenerlo fermo nei giorni liberi, e riesce sempre a incastrare lo sport in qualche modo. «Stavolta gli faccio il culo. L'ultima volta ha barato palesemente su un fallo, gliela farò pagare».

«Certo, certo. Fagli vedere chi è il capo». Sorrido, buttando un occhio all'orologio del microonde. «A proposito di lavoro, vedi di muoverti o farai tardi in ufficio». Lavora alla Rue&Talmin, una società informatica che offre servizi digitali ad altre società. Non è stato affatto facile arrivarci; ha fatto una marea di colloqui, ha preso un sacco di porte in faccia, ma alla fine si è conquistato quel posto con le sue sole forze. Si, sarebbe banale dire che sono fiero di lui, ma ho sempre provato una punta d'invidia per la sua tenacia. 

«Ah, sarete qui per le venti? Abbiamo la serata pizza con Tessa e Kevin» gli ricordo. 

«Pensavamo di finire per le ventuno, ma sì, ci organizzeremo e saremo qui prima allora» risponde, ingurgitando i suoi cereali in un colpo solo. Poi, senza nemmeno fare un passo verso il lavandino, fa uno dei suoi soliti movimenti contorti: mentre con una mano sbatte la scatola nel mobiletto della cucina, con l'altra si allunga all'indietro alla cieca, lasciando cadere la tazza nel lavello. «Vado a farmi una doccia. Tu piuttosto? Hai mandato quella mail?» Cazzo. La mail. Devo inviarla entro oggi. Guardo il mio portatile chiuso sul tavolo del salotto. Sto ancora cercando di capire cosa voglio fare, ma ce n'è una che voglio più di tutte: entrare all'Università di Chicago. È l'università dei miei sogni, una delle più rinomate, e ho preparato la domanda di ammissione per settimane, rileggendo ogni riga mille volte. «La mando adesso» mormoro. Lui si ferma, si appoggia accanto a me al bancone della cucina e mi prende la mano. Ogni tanto riesce a mettere da parte per un attimo la sua ironia facendosi serio e rassicurandomi anche solo con lo sguardo. È anche di questo suo lato che mi sono innamorato. «Ehi. Andrà benissimo. Sei un fenomeno, non possono non prenderti. Ne hai per caso parlato con i tuoi?»

«Nah, magari lo farò quando vedrò la mail di ammissione certa». Lukas accenna un sorriso e si fa più vicino, accarezzandomi il braccio coperto dalla sua felpa che mi sta visibilmente larga. «Io lo direi subito ai miei se solo mio padre non fosse morto e mia madre non fosse una stronza» confessa senza giri di parole e si china leggermente per guardarmi negli occhi. Si passa una mano tra i capelli, quei ciuffi mossi color castano chiaro che si ostina a portare perennemente scompigliati. «Ma ehi, io sono già fiero di te. Perciò ora accendi quel computer, clicca invia, e stasera festeggiamo». 

«Ti scongiuro, promettimi che se vengo ammesso prenderemo un cane». Lui scoppia a ridere, passandosi le dita tra i capelli scompigliati. «Lo sai che lo voglio tanto quanto te. Non appena avremo una casa con un giardino decente ne prendiamo due, te lo prometto. E questo a prescindere se vieni ammesso o no».


Lukas


Infilo la chiave nella serratura e spalanco la porta, dando una spallata a Gab per farlo scattare dentro prima di me. Siamo entrambi sudati, con il fiato corto e stanchi da far schifo. «Hai barato» protesta lui, mollando il borsone sportivo direttamente sul pavimento dell'ingresso. «Sono sicuro che sull'ultimo tiro hai fatto fallo». 

«Impara a perdere con dignità, amico» lo prendo in giro, dandogli una pacca sulla schiena.

Connor spunta dal corridoio, incrociando le braccia al petto. Ci lancia un'occhiata veloce e si tappa il naso con due dita. «Andate a lavarvi, vi prego. Puzzate peggio di uno spogliatoio». Non faccio in tempo a rispondergli a tono che suona il campanello. Vado ad aprire e mi ritrovo davanti Tessa e Kevin. Loro due sono l'equilibrio perfetto del gruppo: Kevin è quello pacifico, pratico, che ti aiuta a montare i mobili Ikea senza farti lanciare i pezzi dal balcone, Tessa è il reparto logistica, quella che organizza tutto e si assicura sempre che ognuno di noi sia ancora intero. Cerca di salutarmi con il solito bacio sulla guancia, ma si ritrae subito storcendo il naso. «Oddio, no. Doccia. Immediatamente. Tutti e due». 

«Ho una fame che mi mangerei il tavolo» interviene Gab alle mie spalle. «Voi ordinate la pizza, nel frattempo noi ci rendiamo presentabili».

Venti minuti e due docce veloci dopo, siamo tutti seduti in salotto, chi sul pavimento e chi sul divano, tra i cartoni vuoti e le birre. Questo dopo aver trascorso un quarto d'ora a discutere su chi dovesse prendere la pizza con l'ananas (spoiler: nessuno, ma Gab minaccia sempre di ordinarla solo per farci incazzare). Nel bel mezzo della serata Connor attira l’attenzione schiarendosi la voce. Lo vedo toccarsi ansiosamente il bordo della maglietta, un tic che ripete sempre quando è nervoso o quando sta per condividere qualcosa di davvero importante per lui.

«Oggi ho inviato la domanda per l'Università di Chicago» butta lì, cercando di fare il disinvolto, anche se il suo sguardo punta subito il mio in cerca di conferma. Tessa lancia un gridolino e gli salta al collo con il chiaro intento di strozzarlo, Kevin alza la bottiglia di birra in segno di brindisi, e Gab gli dà un pugno amichevole sulla spalla talmente forte che Connor per poco rischia di sputare la pizza. Come sempre è l’ultimo a finire di mangiare: è incredibilmente lento. Lo guardo sorridere, finalmente rilassato, e provo una fitta di orgoglio allo stomaco. Nessuno lo merita quanto lui. Spero con tutto me stesso che lo prendano. Quei posti hanno bisogno di persone come Con.

Più tardi, con la scusa di prendere altre birre, trascino Gab in cucina e socchiudo la porta. «Che faccia hai?» mi chiede lui, stappando una bottiglia con l'accendino. 

«Shh, abbassa la voce» sussurro, lanciando un'occhiata verso il salotto per assicurarmi che Connor sia distratto da Tessa. «Ascolta, manca un mese al compleanno di Connor. Voglio fare le cose in grande stavolta». 

Gab fa un sorrisetto complice. «Tipo?» chiede.

 «Tipo una festa a sorpresa qui a casa, noi cinque, ma lui deve sapere che sarà una normale festa. E... gli sto prendendo una cosa. Una cosa importante».

Gab sgrana gli occhi. «Tipo un anello? Cazzo, Lukas, ti sposi?».

 «Idiota, no! Nessun anello». sbuffo, dandogli una spallata. «Non ti dico cos'è, altrimenti te lo lasci scappare alla prima sbronza. Voglio che sia una sorpresa totale».

«Che bastardo che sei, lo sai?» ribatte lui, anche se ride. «E da me che ti serve?».

«Mi serve il numero di quel tuo amico, il deejay. Quello che suona al locale in centro. Devo bloccarlo per la sera del compleanno».

Gab mi fa l'occhiolino e tira fuori il telefono dalla tasca. «Consideralo già fatto».

Quando finalmente li sbattiamo fuori di casa, è quasi l'una di notte. Il salotto non è più un salotto: è colmo di bottiglie vuote e due cartoni giganti di pizza, ma non ho la minima intenzione di sistemare a quest’ora. Connor è distrutto, ha la faccia di uno che ha appena scaricato tutta la tensione emotiva accumulata in una giornata.

«Io vado a dormire» mormora, avvicinandosi per darmi un bacio veloce a stampo. Ha gli occhi che gli si chiudono da soli. «Non fare troppo tardi».

«Cinque minuti e arrivo» gli rispondo, scompigliandogli i capelli. Proprio mentre si fionda nel corridoio per andare in camera da letto, il mio telefono vibra. È un messaggio, ma decido di chiamare direttamente. È il contatto per quel famoso regalo, e ci sono un paio di dettagli da sistemare subito. Rispondo, abbassando la voce per non farmi sentire e iniziando a camminare avanti e indietro per il salotto, schivando i cartoni sul pavimento. Il tipo al telefono fa una battuta su come sto spendendo metà dei miei risparmi, e io scoppio a ridere, forse un po' troppo forte. Con la coda dell'occhio, però, mi accorgo di un movimento. Connor è fermo sulla soglia della porta della camera da letto e mi sta fissando immobile. Ha le braccia conserte, la spalla appoggiata allo stipite e un’espressione che è un misto tra “Con chi cazzo parli?” e “Cosa mi nascondi?”. Gli sorrido e gli faccio un cenno con la mano per dirgli di andare a dormire, senza però riattaccare. Lui alza un sopracciglio, mi lancia un'ultima occhiata e torna in camera. Trattengo a stento un’altra risata. Lo conosco fin troppo bene. Con la sua solita paranoia e quella testa che non si ferma mai, nemmeno per un secondo, starà sicuramente pensando che lo sto tradendo, che ho un amante segreto o chissà quale altra teoria assurda. Tutto, pur di provare a giustificare una mia telefonata nel cuore della notte. Se solo sapesse.

Chiudo la chiamata, spengo le luci del salotto e vado in camera. Connor è già a letto, rigorosamente girato di schiena, rannicchiato sul suo lato del materasso. Mi spoglio al volo nel buio, restando in boxer, e mi infilo sotto le coperte. Appena cerco di avvicinarmi, fa un piccolissimo scatto in avanti verso il bordo. «Non dormi?» sussurro.

«Sto cercando di farlo» borbotta contro il cuscino, con quel tono distaccato che usa sempre quando la sua mente è intenta a  elaborare chissà quanti scenari diversi. Mi avvicino del tutto e gli passo un braccio attorno alla vita, tirandolo contro il mio petto. Noto al tatto che si è infilato di nuovo una delle mie vecchie magliette che si ostina a indossare regolarmente come pigiama anche se gli stanno enormi. Esattamente come quando, da piccolo, tua madre ti comprava i vestiti di tre taglie più grandi rifilandoti la solita scusa del "così poi ci cresci dentro". Non credo però che questa scusa sia più adatta.

«Chi era al telefono?» chiede dopo qualche secondo di silenzio. Ecco il solito Connor con la sua costante insicurezza.

«Nessuno di importante. Roba di lavoro». Gli do un bacio tra i capelli respirandone il profumo. «Sicuro che non ti stai facendo i tuoi soliti film mentali?».

«Non mi faccio film mentali. Sto solo cercando di capire. Stavi ridendo da solo in salotto all'una e mezza di notte. È oggettivamente sospetto». 

Sorrido contro il suo collo. «Sei insopportabile quando fai l'investigatore privato, lo sai?» Lui sbuffa, eppure non si sposta di un millimetro. Al contrario, si lascia andare un po' all'indietro contro il mio petto cercando la mia mano sotto le coperte.

«E tu hai i piedi gelati. Spostali». Ovviamente non lo faccio. Li incastro apposta tra i suoi polpacci, beccandomi un insulto, ma lui non scioglie la presa dalla mia mano. 

Per un paio di minuti cala il silenzio. Non mi stupisce se si è già addormentato poichè è sempre il primo a farlo. Ma invece si gira verso di me nel buio cercando il mio viso. Quando lo trova, mi bacia, sciogliendo via tutta quella finta rigidità di poco prima. «Notte, idiota» sussurra a un millimetro dalla mia bocca.

«Notte, investigatore» rispondo, sorridendo. Stringo un po' di più la presa attorno a lui, pensando a quanto Sarah epica la sua faccia quando vedrà cosa gli sto preparando per il compleanno.

L'unica cosa che non ho ancora capito è come riuscirò a non farmi scoprire. Conosco Connor: riesce a capire quando gli nascondo persino l'ultima patatina fritta dal piatto, figuriamoci una festa intera. Ma alla fine, per quanto possa essere paranoico e per quanto la sua testa possa costruire mille teorie, riesco sempre a sorprenderlo.


Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche