Storia · capitolo 3

CAPITOLO 2

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

La casa dei coniugi Shine era a dir poco pittoresca. Si trattava di una villetta a due piani nei pressi di Lynn Creek a circa una ventina di chilometri a nord-est di Vancouver. La facciata era dipinta di un verde brillante e decorata con vasi ricolmi di fiori. Le persiane erano verde scuro e il portico bianco era invaso da sedie a sdraio, cuscini e tavolini. Il prato circostante era disseminato di una varietà immensa di piante e cespugli che attiravano farfalle e uccelli di ogni specie. C’erano persino alcune mangiatoie per i volatili posizionate strategicamente e Laurette le disse che se le fossero piaciute, poteva insegnarle a costruirne qualcuna. Amabel annuì con gioia. A poche centinaia di metri dalla loro abitazione scorreva il fiume Seymour e Matthew la informò che, ogni volta che aveva del tempo libero, gli piaceva andarci per rilassarsi e pescare qualche bel salmone.

 

L’interno della villetta era uno straordinario connubio tra eccentricità e amore per la natura. I mobili, prevalentemente realizzati in legno chiaro, conferivano un tocco rustico e accogliente a ogni stanza e le pareti erano decorate con dipinti e fotografie di animali.

Nel soggiorno, una maestosa libreria catturava immediatamente l’attenzione. Piena zeppa di libri dedicati alla veterinaria, alla zoologia e alla natura in generale, rifletteva la vasta conoscenza e la profonda passione dei coniugi Shine per il regno animale. La varietà di titoli spaziava dai trattati scientifici alle storie di avventure con animali selvatici, creando una biblioteca che trasudava amore e rispetto per ogni forma di vita.

Alcune delle sculture realizzate da Laurette erano esposte con orgoglio, aggiungendo un tocco artistico e personale all’ambiente.

La casa di quelle due persone, pensò Amabel, era davvero speciale e iniziò a sperare di poterci trascorrere tanti giorni felici come quello che stava vivendo in quel momento.

Poco dopo Laurette le mostrò la sua cameretta e Amabel ne rimase letteralmente incantata. Le pareti erano dipinte con tonalità pastello, qua e là spiccavano illustrazioni di animali realizzate con amore dalla donna che, oltre a essere un’ottima veterinaria, era anche una straordinaria artista. Si sedettero insieme sul grande letto e Amabel non riusciva a smettere di guardarsi intorno.

Laurette le sorrise. «Questa sarà la tua stanza, tesoro. Se non ti piace qualcosa, potremmo ridecorarla insieme secondo il tuo gusto. Che ne dici?»

«Dico che è perfetta così, grazie signora.»

«Chiamami pure Laurette per il momento, poi, se lo vorrai, potrai chiamarmi mamma,» le disse con le lacrime agli occhi per l’emozione.

Amabel annuì entusiasta, sentendosi già a casa in quel luogo speciale. Laurette e Matthew le avevano aperto le porte del loro cuore e lei si sentiva felice, come non le era mai capitato nella vita.

 

            I primi mesi furono di profonda conoscenza e adattamento da parte di Amabel. A differenza delle altre volte in cui era stata affidata a delle famiglie, non aveva mai sentito il bisogno di fuggire da quella casa, anzi, nel profondo del cuore, aveva l’ardente desiderio che Laurette e Matthew l’adottassero, rendendola loro figlia a tutti gli effetti.

I due coniugi si dedicarono con pazienza a scoprire i gusti e le passioni di Amabel, cercando di rendere ogni giorno un’avventura speciale. La bambina trascorreva le sue giornate a scuola, ma non vedeva l’ora di tornare a casa per sapere quali animali erano stati curati nell’ambulatorio veterinario, e quali rocamboleschi incontri avevano avuto i due adulti. Un giorno Matthew le aveva infatti raccontato di aver dovuto addirittura curare un cucciolo d’orso ferito a un occhio e lei era rimasta letteralmente affascinata da quella storia. Amava ascoltare i racconti di Matthew. Erano avventurosi e pieni di amore per gli animali. Stava cominciando a sognare di diventare lei stessa una veterinaria, proprio come Matthew e Laurette.

La domenica mattina Amabel accompagnava Matthew lungo le rive del fiume Seymour, imparando a conoscere il mondo affascinante della pesca e ascoltando le storie delle sue esperienze con gli animali.

Laurette, invece, condivideva con lei il suo amore per l’arte, invitandola a esprimere se stessa attraverso i colori e i pennelli. Ben presto Amabel scoprì che le piaceva particolarmente disegnare figure umane e rivestirle di splendidi abiti in carta colorata, inventando stili e abbinamenti con la sua immaginazione vivace. La madre affidataria incoraggiava la sua creatività, fornendole materiali artistici di alta qualità e dedicandole del tempo per ammirare le sue creazioni.

Armati di assi di legno, chiodi, martello e molto, molto altro, erano anche riusciti a costruire un piccolo rifugio in giardino, in cui Amabel potesse passare lunghe ore a leggere, disegnare oppure semplicemente a osservare i suoi amici animali.

La casa vibrava di allegria e la risata di Amabel divenne parte integrante di quella dimora. La piccola iniziò a confidarsi sempre di più con i suoi nuovi genitori, aprendo il suo cuore a quella famiglia che aveva tanto desiderato.

           

            Una sera, dopo essersi lavata i denti e messa il pigiama, si stava infilando nel letto quando, nel sentire qualcosa di umido sfiorarle le dita dei piedi, lanciò un grido terrorizzato. In meno di un secondo la porta della camera si aprì e Matthew si accovacciò vicino al letto abbracciandola forte.

«Che cosa è successo, Mabel?» le chiese preoccupato.

«C-C’è qualcosa nel mio letto, forse è un mostro.»

Matthew, con occhi premurosi, la guardò con dolcezza. «Calmati, tesoro. Non c’è nulla da temere, ci sono qui io ora. Vediamo insieme cosa ti ha spaventata così tanto.» Fece per chinarsi a controllare cosa ci fosse di strano, ma le braccia sottili di Amabel non accennavano a mollare la presa dal suo collo. Con un movimento attento, scostò quindi le coperte e poco dopo, scoppiò a ridere.

«Guarda, piccolina, è quel furbetto di un furetto che hanno abbandonato in clinica questa mattina. Non me la sono sentita di lasciarlo là da solo per l’intera notte e quindi l’ho portato a casa con me. Credevo di aver chiuso la gabbietta e invece questo mascalzone si è rifugiato al calduccio nel tuo letto.» Prese il piccolo animaletto ancora addormentato in mano e lo mostrò ad Amabel.

«Mi morderà se provo a toccarlo?»

«No, tesoro mio, ma devi stare attenta a non spaventarlo.»

«Ok,» disse la bambina staccando un braccino dal collo dell’uomo e accarezzando dolcemente il morbido pelo del furetto.

«Papà, sei davvero bravo con gli animali.»

Matthew non riuscì a dire nulla mentre gli occhi gli si riempivano di calde lacrime. Era la prima volta, da quando lui e la moglie avevano accolto in casa loro Amabel tre mesi prima, che lo aveva chiamato papà.

«Perché stai piangendo?»

«Non è niente bambina mia, mi deve essere entrato un pelo negli occhi.»

«Tornerà presto la mamma dal lavoro?» chiese Amabel rinfilandosi sotto le coperte.

Matthew annuì, incapace di spiccicare una sola parola.

           

«Mi ha chiamato papà e ho cominciato a piangere nemmeno fossi un lattante. E quando ho sentito che ti chiamava mamma il mio cuore stava per esplodere dalla gioia,» disse Matthew alla moglie, mentre si trovavano nella loro camera da letto, poche ore più tardi.

Laurette gli posò dolcemente una mano sulla spalla, sorridendo con affetto. «Significa che sta veramente iniziando a sentire questa come la sua casa e noi come la sua famiglia.»

«Sì, è incredibile. Mi ha chiamato papà, Laurette. Non pensavo che mi sarei commosso in questo modo.»

I due si abbracciarono teneramente, condividendo l’emozione di quel momento speciale. Laurette continuò a sorridere, i suoi occhi brillanti d’affetto. «Siamo una famiglia, Matthew. Questo è solo l’inizio di tanti momenti preziosi che condivideremo insieme. Amabel ci ha scelti come suoi genitori e non c’è gioia più grande.»

«Hai ragione. Non vedo l’ora di costruire tanti altri bei momenti insieme a lei.»

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