Storia · capitolo 2

CAPITOLO 1

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

«Signori Shine, siete certi della vostra decisione? Vi devo avvisare che Amabel è una bambina davvero molto chiusa e difficilmente riesce a instaurare un buon rapporto con gli adulti,» stava dicendo il signor Anderson, direttore dell’orfanotrofio “House of Hope” di Vancouver.

«Non si preoccupi dottor Anderson, io e mia moglie ci abbiamo riflettuto a lungo. Abbiamo osservato Amabel ogni volta che ci siamo recati qui in occasione delle visite ai bambini e riteniamo di essere in grado di aiutare quella povera bimba.»

Il signor Shine si prese un attimo prima di continuare, guardando brevemente sua moglie, che annuiva con uno sguardo determinato. «Abbiamo avuto modo di parlare con Amabel durante le nostre visite. Abbiamo visto quanto sia chiusa, quanto sembri tenere il mondo a distanza. Quando le rivolgiamo la parola, ci risponde a monosillabi o abbassa lo sguardo, come se avesse paura di lasciar trapelare qualcosa di sé. È evidente che ha costruito un muro attorno al suo cuore, probabilmente per proteggersi dalle ferite del passato. Ma proprio per questo, sentiamo che è lei la bambina che vogliamo accogliere in casa nostra.»

«Sono certa che vivere con noi non potrà che farle bene e le assicuro che le daremo tutto l’amore e la stabilità di cui ha bisogno. Vogliamo darle una casa, un luogo sicuro dove possa sentirsi amata,» intervenne Laurette con sicurezza.

Il direttore dell’orfanotrofio, un omone corpulento dalla barba ormai bianca sospirò, osservando la profonda sincerità nei loro occhi. «Non metto in dubbio le vostre parole, ma ancora una volta è mio dovere informarvi che la bambina, pur essendo così piccola, è riuscita a scappare da una famiglia affidataria giusto il mese scorso.»

«Staremo attenti, le assicuro che con noi non accadrà niente del genere, le do la mia parola,» ammise Matthew convinto.

«Spero davvero che abbiate ragione. Amabel merita di trovare un luogo che possa finalmente chiamare casa,» disse infine il dottor Anderson, alzandosi dalla scrivania e stringendo calorosamente la mano a entrambi.

Con quelle parole, la decisione fu presa e la vita di Amabel stava per prendere una svolta cruciale.

 

«Coraggio cara, perché non indossi quel bellissimo abitino a fiori che ti hanno regalato Laurette e Matthew? Credo sia proprio della tua taglia. Tra poco verranno a prenderti.» Stava dicendo la responsabile dei servizi sociali, mentre rincorreva una bimbetta di non più di sei anni, con lunghe gambe e profondi occhi blu.

«Io non vado da nessuna parte, tanto tra pochi giorni sarò di nuovo qui, inutile perdere tempo!» rispose la bambina fermandosi improvvisamente e mettendo il broncio, mentre incrociava le braccia sottili davanti al petto.

«Non dire così tesoro. I signori Shine sono persone davvero molto carine. Pensa, sono dei veterinari e la loro casa è sempre piena di tanti animali che hanno bisogno di cure, non ti piacerebbe aiutarli? Sono certa che lo apprezzerebbero molto,» tentò di convincerla la donna.

La piccola Amabel scosse la testa con determinazione, facendo ondeggiare i lunghi capelli neri. «Non mi interessa. Gli adulti sono tutti uguali, pensano solo a loro stessi e poi ti abbandonano.»

La signorina Elliot si inginocchiò di fronte a lei, cercando di spiegarle che non tutti gli adulti erano uguali. «So che ci sono persone così purtroppo, ma i signori Shine sono diversi, loro hanno un cuore grande e hanno scelto te, vogliono darti una famiglia. Non tutti sono come quelli che hai conosciuto finora.»

La bambina rimase in silenzio per un momento, riflettendo sulle parole della donna. Poi, con un sospiro, disse: «Va bene, indosserò l’abitino a fiori. Ma se fanno qualcosa di sbagliato, io torno qui.»

«È un accordo, tesoro. Vedrai, la casa dei signori Shine potrebbe essere un posto speciale per te,» disse la donna con gentilezza.

La signorina Elliot osservò Amabel con un sorriso affettuoso, anche se il tono risoluto della bambina le aveva lasciato un velo di tristezza. Sapeva che dietro quella durezza c’era solo paura. Una paura costruita giorno dopo giorno, a causa di un’infanzia fatta di delusioni e promesse non mantenute.

«Bene, allora è deciso,» disse la donna alzandosi con grazia e aggiustandosi il cardigan. «Vado a prendere l’abitino. Aspettami qui, ok?»

Amabel annuì appena, le braccia ancora incrociate e lo sguardo puntato fuori dalla finestra. Dalla sua posizione poteva vedere il vialetto sterrato che conduceva all’ingresso principale dell’orfanotrofio. Non c’era ancora nessuna macchina. Una parte di lei sperava che i signori Shine non arrivassero, che avessero avuto un ripensamento. Sarebbe stato più semplice così. Nessuna nuova promessa, nessun altro pezzo del suo cuore da perdere.

La signorina Elliot tornò poco dopo con il vestitino a fiori. Era un abitino semplice ma grazioso, con piccoli fiori rosa e gialli che sembravano danzare sul tessuto leggero. Lo aveva lavato e stirato con cura, sapendo quanto fosse importante il primo incontro. Amabel prese l’abito senza entusiasmo, lo tenne sospeso davanti a sé per un momento, poi si avvicinò allo specchio.

«Non mi piace,» borbottò dopo un attimo.

«Amabel, è perfetto per te,» replicò dolcemente la signorina Elliot. «E poi è un regalo. I regali sono fatti con il cuore e accettarli è un modo per dire che apprezziamo chi ce li offre.»

La bambina rimase in silenzio, fissando il proprio riflesso. Si era sempre sentita invisibile, come un’ombra che nessuno notava davvero. Ma quel vestitino… sembrava dire il contrario. Sembrava dire che qualcuno, da qualche parte, aveva pensato a lei. Lentamente, quasi controvoglia, iniziò a infilarsi l’abito.

Quando si voltò verso la signorina Elliot, la donna trattenne il respiro. «Amabel, sei bellissima,» disse con sincerità mentre gli occhi le si inumidivano un po’.

La bambina non rispose, abbassò solo lo sguardo e si strinse nelle spalle, come se non volesse lasciare che il complimento le entrasse dentro.

 

            Era pomeriggio inoltrato quando il furgoncino sgangherato di Matthew e Laurette si fermò davanti al cancello principale dell’orfanotrofio. Il sole ormai basso all’orizzonte dipingeva il cielo con sfumature aranciate e rosate, mentre una leggera foschia cominciava a sollevarsi dal terreno umido per la pioggia del mattino. Il motore del furgone borbottò un paio di volte prima di spegnersi con un gemito metallico.

«Ci siamo, sei pronta mia cara?» chiese l’uomo, mentre il suo sguardo si posava sul cancello di ferro battuto ornato da intricate decorazioni ormai consumate dal tempo.

«Mai stata più pronta di così tesoro, andiamo a prendere la nostra bambina,» gli rispose la moglie con occhi lucidi di emozione.

Scesero dal furgone e si incamminarono verso l’ingresso tenendosi per mano. Erano una coppia molto affiatata, sposata da oltre sette anni e, nonostante numerosi tentativi di concepire un figlio, non avevano mai avuto la gioia di diventare genitori. Ma lo avrebbero fatto quel giorno. Con il cuore gonfio di speranza, si prepararono ad accogliere Amabel nella loro vita.

 

Il direttore dell’orfanotrofio li attendeva sulla soglia, lisciandosi la lunga barba con una mano e pronto ad accompagnare Amabel verso la sua nuova casa. Laurette e Matthew si scambiarono uno sguardo colmo di amore e apprensione, mentre il signor Anderson presentava ufficialmente loro la piccola.

Amabel apparve timida e riservata, ma con lo sguardo curioso. Laurette le sorrise dolcemente, cercando di sciogliere la tensione. «Ciao Amabel, siamo Laurette e Matthew. Siamo così felici di sapere che hai deciso di venire con noi. Abbiamo parlato tante volte, ti ricordi? Siamo venuti qui spesso negli ultimi mesi…» cominciò fiduciosa.

La bambina la osservò attentamente, poi, annuì con un leggero cenno del capo. Si voltò verso l’uomo che le stava di fronte e nel vederlo chinarsi verso di lei indietreggiò di un passo, stringendo ancora più forte la mano del signor Anderson. Matthew era un uomo grande e grosso, con i corti capelli castani e un paio di occhiali sulla punta del naso. Il suo viso era serio in quel momento, ma le rughe intorno agli occhi rivelavano che era una persona a cui piaceva ridere.

«Siamo qui per portarti a casa, Amabel. Abbiamo preparato una stanza tutta per te e ci sono tante cose che vorremmo mostrarti. Che ne dici, ti va di cominciare questa nuova avventura insieme?»

Amabel annuì ancora una volta, troppo emozionata per parlare, aveva una strana sensazione, come se quella fosse finalmente la volta buona, il cuore le batteva fortissimo nel petto. Afferrò la mano che la dolce signora dai lunghi capelli biondi le stava porgendo e insieme si diressero verso quella che sarebbe stata la sua casa negli anni a venire.

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