Storia · capitolo 1

Capitolo 1

RICORDI di Salvatore Barbaro

RICORDI

ORA

Paolo accostò la sua auto nello spazio adibito agli ospiti, spense il motore e aprì lo sportello. Il suo piede sinistro, appena toccò la ghiaia, fece un leggero e piacevole scricchiolio. Si sgranchì la schiena e chiuse la portiera della vettura. Si guardò attorno e notò che la struttura davanti appariva come un casermone di nuova costruzione e il colore della facciata s’intonava alla perfezione con quello grigio del cielo. Faceva freddo, il classico giorno da pieno inverno, scuro e senza neanche un piccolo raggio di sole. Paolo si coprì il collo col bavero del cappotto, ingoiò un sospiro di malinconia e si avviò lento all’ingresso dell’istituto. Prima di entrare respirò a fondo e cercò di nascondere il suo magone. Appena mise piede nella hall, una luce bianca gli si piantò nelle pupille. Per lui che soffriva di emicrania quella sensazione assomigliava all’inizio di un attacco. Per fortuna si sbagliava. Paolo si avvicinò con lentezza al bancone della reception dove un donnone occhialuto dall’aria stanca lo accolse con un timido sorriso.

Salve.

La voce della signora era penetrante e allo stesso tempo invasiva. Paolo si avvicinò al plexiglas che lo divideva dalla donna e scandì il suo cognome. Lei lo scrutò e aggrottò le sopracciglia.

Cerco la stanza del signor Dei.

Paolo disse il tutto piano e dopo restò in attesa di una risposta. La donna picchiettò le dita sulla tastiera e guardò lo schermo del computer di fronte.

Lei è?

Il figlio.

La signora guardò Paolo e sorrise in modo compassionevole, recitando un ruolo impostole da qualcuno.

Terzo piano, stanza trecentodue.

Dicendo quello, la donna alzò la mano e, con un dito ossuto e pallido privo di anelli, indicò verso il punto dove, con molta probabilità, c’era l’ascensore.

Posso andare? È possibile?

La signora guardò l’orologio grande alla parete.

Certo.

Grazie.

Paolo si voltò e andò verso l’ascensore. Sentì le sue gambe molli come un budino e il cuore battere forte. Si fermò e iniziò a respirare lento. Con la mano destra nella tasca del cappotto, toccò la boccetta dello Xanax. Era lì e per un po’ si calmò. Non vedeva suo padre da oltre vent’anni, da quando era scappato via di casa dopo che… il cellulare gli squillò. Paolo interruppe di nuovo il suo cammino e rispose senza guardare il display.

Pronto… cosa vuoi… no, ancora no… non lo so, è che…

Si fermò e digrignò i denti. Era un fascio di nervi. Toccò di nuovo il calmante e respirò.

Sì, sì. Ciao.

Spense il cellulare e se lo infilò nella tasca dei pantaloni. Iniziò di nuovo a camminare.

IL GIORNO PRIMA

Paolo?

Mamma.

Che ci fai qui… io…

Contenta?

Che sorpresa, ma… come stai? È che…

Bene, dai. Tu?

Io, sì, dai…

Posso entrare, oppure no?

Sì, certo… direi… vieni è che non ti aspettavo…

Il volto della donna era un misto tra il meravigliato e lo sconforto. La mano sulla maniglia della porta era un’accozzaglia di vene e nei marroni. Tremava. Fece entrare il figlio scostandosi. Paolo, appena varcò la soglia, notò che la casa dov’era cresciuto non era per niente cambiata. La disposizione dei mobili dell’ingresso era sempre la stessa e perfino l’odore era rimasto uguale. Puzza di legno vecchio e umido.

Vuoi…?

Non voglio niente, grazie.

Siediti, almeno.

Preferisco stare in piedi.

Come vuoi.

La voce della donna era ovattata, chiusa, come se avesse un bavaglio sulle labbra. Avrebbe fatto volentieri a meno di quella visita. Paolo, invece, sembrava molto a suo agio, pieno di sé. Attraversò il corridoio con calma e, al contrario di quello che potesse pensare la madre, nel suo stomaco cadde una cascata di emozioni; osservando quelle quattro mura riaffiorarono nella sua testa ricordi e immagini passate simili a fulmini in piena tempesta.

Cosa ti offro?

Sto bene.

Mamma Sara era rimasta quella di sempre, il corpo minuto rinchiuso nel forte carapace costruito apposta per proteggersi dal mondo. Capelli grigi raccolti in una crocchia, mani curate e gambe secche.

Paolo.

Dimmi.

Ti dico subito che…

È morto?

I due si guardarono. Gli occhi azzurri simili, fatti con lo stampo.

No.

Paolo sospirò e si morse il labbro inferiore.

Posso fumare, mamma?

Sì. Anzi…

La donna allungò una mano e Paolo le porse prima una sigaretta e infine l’accendino. Il click del fuoco e dopo una nuvola di fumo aleggiò sulle loro teste.

Allora? Se non è morto, dov’è?

La donna tirò così forte dal filtro che le guance rugose si chiusero nascondendo le labbra. Buttò fuori il fumo.

In una clinica.

È molto malato?

Sì.

In che senso?

Terminale.

Ah.

Due mesi o poco meno.

Paolo spense la sigaretta nel posacenere quasi a metà e fissò la madre. L’uomo notò gli occhi acquosi pieni di ricordi e un improvviso rancore lo prese alla testa. Era in piedi di fronte a Sara.

Bene.

Cosa vuoi dire?

Sara lo vide sorridere, avvicinarsi alla libreria e toccare con le dita le coste dei libri. Paolo era di spalle.

Ti ricordi quando…

Per favore, Paolo.

L’uomo smise di parlare e sbuffò. La donna diede un’altra boccata alla paglia.

Perché non hai fatto niente?

Parli della casa?

Lo sai che non parlo della casa.

Lo sapevo che lo avresti detto.

La donna spense la cicca nel posacenere così forte che la mano iniziò a tremare coinvolgendo il tavolino da fumo.

Perché sei ritornato?

Paolo si voltò verso la madre, sorrise ma fu più una smorfia. Si avvicinò lento alla donna e la fissò.

Io non ho dimenticato niente. La mia testa ha conservato bene ogni singolo gesto, parola, fatto. Tutto.

Io invece…

Impossibile, mamma. Non puoi aver…

Invece sì. L’ho voluto fare.

Paolo si sedette sul divano, sprofondandoci. Il soggiorno era illuminato solo da una luce fioca di un abat-jour e sulle mura erano riflessi ghirigori simili a ombre cinesi.

Perché sei ritornato?

Sara lo ripeté senza mai fermarsi. Paolo sorrise ancora.

La mia camera?

La donna chiuse gli occhi e buttò fuori aria dal naso.

Cosa vuoi dire?

La mia camera… è rimasta così com’era oppure…

Quell’oppure restò in sospeso tra i due come un’onda sonora. Sara iniziò a innervosirsi e a muovere nervosamente le gambe. Il divano gemette in un impellente scricchiolio.

No. L’ho cambiata.

Paolo scoppiò a ridere. Sara sbandò.

Lo sapevo.

Ma tu te ne…

L’uomo la fulminò con gli occhi.

ORA

Il corridoio del terzo piano era piccolo, vuoto e molto illuminato. L’odore di disinfettante, malattia e sofferenza aleggiava nell’aria. Paolo fece un paio di passi mentre scrutava i numeri sulle porte. Da una di queste uscì un’infermiera dall’aria distrutta. Appena vide Paolo mise su un sorriso di circostanza e lo salutò. L’uomo le chiese dove fosse la stanza trecentodue e la donna gli rispose con un’altra domanda.

Lei chi è?

Sono il figlio di Dei.

Ah, Giacomo. Certo. Non sapevo avesse un figlio.

Lo immaginavo. Vorrei vederlo, se non le dispiace.

L’infermiera lo guardò di sbieco.

Conosce la situazione di suo padre?

No.

La donna annuì e mise su la solita espressione compassionevole.

Suo padre è molto malato.

Le parole della donna le uscirono dalla bocca con tono normale, come se i due si conoscessero da una vita e fossero seduti a un tavolino di un bar.

Cos’ha?

Cancro ai polmoni.

Ah.

Fumava suo padre?

Sì. Tanto.

Tra i due ci fu una pausa. Il corridoio della clinica era sempre vuoto. Il ronzio di un neon rotto accompagnava il loro dialogo.

È in fondo.

Cosa?

La stanza di suo padre.

Ah, ok.

L’accompagno.

Paolo la seguì. L’infermiera era una ragazza dai tratti semplici, il viso tondo e gradevole, il seno abbondante e le spalle grosse. Era alta all’incirca un metro e settanta e vestiva tutta di bianco. La sua camminata era svelta e decisa. I due si ritrovarono uno accanto all’altro.

Giacomo è un uomo buono.

Come, scusi?

Suo padre.

Sì?

È un uomo buono.

Ah, sì, certo… mio padre è veramente un uomo buono. Buonissimo.

Il sorriso dell’infermiera si spense come la fiamma di un cerino consumato. Il volto di Paolo divenne una maschera di cera, accentuando ancora di più il suo pallore.

Ho detto qualcosa di sbagliato?

Lei?

Sì.

No. Sono un po’ stanco, non si preoccupi.

Capisco la situazione

Certo.

Arrivarono di fronte alla trecentodue e si fermarono.

Non so come troverà suo padre.

In che senso.

Nel senso se dorme o meno. Spesso è sedato… sa, per via dei dolori.

Soffre tanto?

Direi di sì.

Un ghigno tagliò per traverso il volto di Paolo. I due erano sempre davanti alla porta.

Vuole entrare?

Sì.

Se ha bisogno di aiuto basta premere il pulsante sul letto.

Ok. La ringrazio.

Bene.

L’infermiera sparì nel corridoio dando le spalle a Paolo, il quale appoggiò la mano sulla maniglia e aprì la porta.

IL GIORNO PRIMA

Ti posso offrire qualcosa, almeno?

Paolo sorrise. Aveva la fronte madida di sudore; con un gesto furtivo prese dalla tasca un fazzoletto di carta e si tolse le goccioline sulla pelle. Fuori la temperatura toccava i cinque gradi, ma in casa i termosifoni emanavano un calore esagerato.

Tutti questi anni mi sono chiesto perché.

L’uomo, dopo aver parlato, restò in silenzio e prese dalla libreria Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Lo sfogliò e puntini di polvere si alzarono nell’aria e iniziarono a volteggiare di fronte al suo viso.

Credo che questo sia il romanzo più bello che abbia mai letto. Mi ricordo che in quel periodo, quando mi nascondevo…

Ti fa male ricordare, Paolo. Molto male.

Paolo si fermò e fissò la madre. Sara s’irrigidì e in quel preciso momento pensò che forse era meglio tenere la bocca chiusa. L’uomo ritornò al libro.

Lo lessi quattro volte. Quattro. Ricordavo a memoria quasi tutti i dialoghi.

Paolo chiuse il libro e lo ripose nella libreria.

È facile dimenticare, mamma, ma la cosa più dura è ricordare.

Perché sei ritornato?

Silenzio. Paolo non rispose.

Dov’è?

Perché lo vuoi sapere.

L’uomo sorrise e dalla tasca prese il pacchetto di sigarette, n’estrasse una e se l’accese. Questa volta senza offrirla alla madre. Aspirò e buttò fuori il fumo.

Mamma.

Dimmi.

Tu la notte riesci a dormire?

Sara aggrottò le sopracciglia.

La notte, riesci a dormire?

La donna cercò di ingoiare un po’ di saliva ma nella bocca aveva come un gomitolo di cotone.

Diciamo di sì.

Paolo sorrise.

Io no. Sono anni che non dormo.

Ma…

Non sai quante medicine ho preso... Niente, nessun effetto. I ricordi mi vengono a bussare ogni notte.

Sara restò ferma e muta.

Ho pensato tante volte di farla finita.

A quella frase il volto della donna si contrasse in una smorfia di dolore. Si sentiva in colpa e perciò iniziò a piangere.

Sono in cura, sai? La dottoressa dice che devo affrontarli i ricordi.

Sara si soffiò il naso.

È per questo che sono ritornato.

ORA

Giacomo era disteso sul letto con un’infinità di tubicini che gli entravano in ogni parte del corpo. L’omone grande e grosso di anni prima aveva lasciato il posto a un manichino pelle ossa, ittero e senza capelli. Aveva gli occhi chiusi e la pelle del viso martoriata dal dolore. Paolo si avvicinò al letto e fissò quello che era suo padre.

Giacomo.

Il corpo sul letto neanche si mosse.

Giacomo.

Niente. Paolo abbassò la testa verso il viso del padre. L’odore era stomachevole e l’uomo pensò che quella doveva essere la puzza di quando stai morendo.

Giacomo!

Il corpo disteso sul letto ebbe un sussulto, o così parve. Il vecchio sentiva e a Paolo bastava quello.

Sono Paolo, tuo figlio.

IL GIORNO PRIMA

Cosa vuoi da me?

Paolo guardò la madre e si avvicinò al divano dov’era seduta. Si mise di fronte.

Perché non hai fatto in modo che quel porco maledetto marcisse in galera? Perché?

Sara lo guardò, strinse forte gli occhi e pensò che il figlio potesse farle del male da un momento all’altro. Non successe niente. La donna aprì di nuovo le palpebre.

Tu eri mia madre. Tu dovevi difendermi dal mostro cattivo. Tu dovevi portarmi via da qui!

Paolo urlò e il suono della voce s’infranse nelle pareti e lì concluse la sua corsa. La donna piangeva ferma, tenendo le mani strette alle cosce come a volersi aggrappare per non cadere in un burrone profondo.

Parlami! Rispondimi! Ho bisogno di capire!

L’uomo aveva la bava alla bocca e le vene sul collo presero a gonfiarsi e a diventare viola. Sara iniziò a temere per la sua incolumità e con voce tremante riuscì a parlare.

Sei venuto per vendicarti?

Paolo fece “no” con la testa.

E che otterrei vendicandomi? Dimmelo. Chi cazzo me li restituisce gli anni della giovinezza?

ORA

Paolo era rimasto ai piedi del letto, fermo a osservare quel corpo inerme. Qualcuno lassù aveva ascoltato le sue preghiere? Sorrise.

Ciao, papà. Sono contento di vederti così.

Quella frase gli uscì dalla bocca spontanea, senza essersela preparata prima; si vergognò quasi di averla pronunciata.

Stai morendo e questo…

Paolo si fermò, ingoiò un rivolo di saliva e cercò di trattenere una lacrima.

Ti ricordi quando…

Le parole si strozzarono in bocca e Paolo sprofondò in un pianto soffocato.

IL GIORNO PRIMA

Io mi sono sempre chiesto perché. Il perché di tutto quel dolore che mi avete causato. Ogni sera prego Dio che la mattina non mi faccia svegliare… i ricordi di quello che mi ha fatto sono come mille pugnalate al cuore.

Paolo iniziò a piangere e Sara, a quel punto, si alzò dal divano e si avvicinò al figlio.

Paolo.

L’uomo alzò la testa.

Io avevo paura…

Cazzate!

Ascoltami, ti prego.

Paolo restò in silenzio.

Avevo paura di finire sulla bocca di tutti. Se denunciavo saremmo finiti in un vortice senza via d’uscita.

Allora hai preferito che sfogasse i suoi…

L’uomo avrebbe voluto dire istinti sessuali ma suo padre non era un animale, bensì un essere umano ben consapevole di quel che faceva.

Hai preferito lui a me. È questo.

Non è vero, io ti ho salvato.

A quel punto, Paolo scoppiò a ridere e rise così forte da far paura.

Volevi sapere il perché del mio ritorno. Ecco, te lo dico. Sono ritornato per dirti che non mi avete ucciso, anzi. Sono vivo e vegeto e sono venuto qui, oggi, a dirti che io ce l’ho fatta e voi no, io ho la coscienza pulita e voi no.

Paolo fece una piroetta su se stesso e poi si diresse alla porta, l’aprì e uscì di casa senza chiuderla.

ORA

Sono venuto per godermi lo spettacolo, caro papà. Il dolore che provi e che hai provato non è niente in confronto a quello che mi hai causato. Niente. Ti dico la sincera verità, papà: ti odio con tutto me stesso.

Paolo smise di piangere, si asciugò le lacrime sul viso e salutò il padre con un gesto della testa. Sorrise. Si girò e uscì dalla stanza. Nel corridoio trovò di nuovo l’infermiera che appena lo vide si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla.

Lo so, è dura.

Paolo la guardò dritta negli occhi.

Grazie.

Pensi ai ricordi positivi con suo padre.

L’uomo annuì e andò via lasciandosi alle spalle l’ospedale e tutta la sua vita passata.

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