2 - Un nuovo inizio
Kevin scese, sgranchendo le gambe intorpidite, e alzò lo sguardo. L'umile dimora degli zii si ergeva candida e imponente sotto la luce del sole. Era identica a come la ricordava: vetrate ampie che riflettevano il blu, un tetto spiovente con tegole color ruggine e quell'architettura moderna che, più che un'abitazione, sembrava un monumento alla ricchezza. Due avvocati di successo, si ricordò. Mistero risolto.
Non ebbe il tempo di formulare altro che il cancello si spalancò e una sagoma gli piombò addosso.
«Kevin!»Il profumo familiare di Kara, un misto di vaniglia e sapone al limone, gli saltò al collo così forte che fece un mezzo passo indietro. Kevin ricambiò, sentendo sciogliersi in quell'istante anni di distanza, oceani e fusi orari compresi.
«Come sono contenta di vederti!» mormorò, la voce smorzata contro la sua spalla.
«Credevo mi venissi a prendere all'aeroporto» disse lui, più per prenderla in giro che altro.
Kara arrossì, frugò nella borsa, pagò il tassista contando le banconote due volte. «Ho un talento naturale per sbagliare orari. In miadifesa, ero convinta che arrivassi domani»
«Ti ho scritto ieri»
«Appunto. Ieri ero convinta che domani fosse oggi» Kevin la fissò perplesso.
Kara sospirò. «Non cercare di seguire il ragionamento. È crollato anche a me mentre lo dicevo»
L'autista tossì dallo sportello aperto del taxi. «Ragazzi? Il tassametro ha già avuto una giornata lunga»
Kara arrossì appena. «Giusto. Scusi»
Frugò nella borsa con la concentrazione di chi sta cercando un documento segreto, trovò il portafoglio, pagò il tassista e contò le banconote due volte.
Kevin la osservò. «Stai cercando di sembrare responsabile?»
«Sto cercando di non farti odiare dal primo essere umano californiano che incontri»
«Troppo tardi. La prima è stata una ragazza che mi ha rubato il taxi»
Kara si voltò di scatto. «Già una ragazza?»
«Non in quel senso»
«Peccato. Sarebbe stato un inizio molto più interessante»
«Mi ha praticamente sequestrato il taxi»
«Ah» Kara annuì, seria. «Allora sì, benvenuto»
Il taxi ripartì lungo il vialetto, lasciandoli davanti al cancello.
Kara fece un cenno verso la villa. «Andiamo, primache il sole decida di cuocerti definitivamente. Sei ancora molto europeo»
Varcare quel cancello fu come infilarsi in un'altra dimensione. Il prato, verde come se qualcuno lo avesse colorato con un pennarello nuovo, si stendeva punteggiato di palme e aiuole esplosive di colori. Da un lato, cespugli potati in forme di animali, un coniglio e un orso, tra gli altri, parevano pronti a saltargli addosso se solo li avesse fissati abbastanza a lungo. L'infanzia gli tornò addosso all'improvviso, insieme a quella credenza assurda che potessero prendere vita.
«Sono ancora inquietanti» disse.
Kara sorrise. «Lo dici sempre»
«E ogni volta nessuno fa niente per risolvere il problema»
«L'orso è qui da più tempo di me. Credo abbia dei diritti»
«L'orso mi giudica»
«Tutti ti giudicano un po', Kevin. Prima lo accetti, meglio vivi»
«Che bello essere in famiglia»
Kara rise, una risata limpida che sembrò riempirel'aria ferma del giardino.
Dall'altro lato del vialetto, un roseto in piena fioritura. Il profumo dolce delle rose lo colpì in pieno, e con lui, un ricordo: sua madre, china sulle piante, le mani sporche di terra e sul volto quell'espressione serena che raramente le vedeva altrove. Gli si strinse la gola.
«Tutto bene, Kev?» La voce di Kara lo riportò bruscamente al presente.«Sì... tutto bene» disse, deglutendo. «Stavo solo...» lasciò la frase sospesa, poi cambiò argomento. «Per arrivare qui mi sono fatto mezzo safari»
Kara rise, una risata limpida che sembrò riempire l'aria ferma del giardino. «Anche questo lo dici ogni volta»
«E tutte le volte ho ragione»«Aspettadi vedere il percorso per raggiungere la cucina. Consiglio scarpe comode e unaborraccia»
La loro allegria fu interrotta da una voce femminile, chiara e decisa, proveniente dal portico. «Kevin, tesoro! Finalmente sei qui!»Jane scese i gradini con passo sicuro: tailleur color sabbia, un profumo pulito e le chiavi dell'auto strette in mano come uno scettro.
«Zia Jane» mormorò lui, accogliendo un abbraccio più misurato di quello di Kara, ma non meno caldo.
Lei lo tenne a distanza di braccia, scrutandolo con occhi azzurri che ricordavano quelli di sua madre. «Fatti guardare... Seidiventato altissimo»
«Credosia successo anni fa, ma grazie per averlo notato»
Un sorriso le increspò le labbra. «Uguale a quel furfante di tuo padre. E mia sorella che lo ha pure seguito fino in Italia... un motivo ci sarà stato»Kevin abbassò lo sguardo, un po' imbarazzato.
«Kara, portalo in camera sua. Io devo scappare, cliente urgente» Un bacio a entrambi e, in pochi secondi, Jane era già sparita a bordo di una berlina scura.
«La solita storia» disse Kara piano, lo sguardo un po' ombreggiato. Kevin la sentì, ma scelse di non colpire subito quel punto.
«Lavora sempre così tanto?»
Kara si strinse nelle spalle. «Solo quando è sveglia»
«Capisco»
«No, non ancora» Lei si voltò verso di lui e recuperò il sorriso. «Ma avrai tempo. Purtroppo per te»
Entrarono in casa.
La scalinata interna era ampia e luminosa, e il rumore delle valigie sul marmo amplificava il silenzio. Kevin guardò in alto, verso il lampadario sospeso sopra l'ingresso.
Attraversarono un corridoio decorato con quadriastratti che Kevin non avrebbe saputo distinguere da incidenti di vernice moltocostosi. Kara aprì una porta in fondo.
«Per stanotte puoi dormire qui»
Kevin si bloccò sulla soglia. Non era una stanza: era una suite. Letto enorme, scrivania da presidente, un salottino con poltrone di pelle e un'intera parete di vetro che si apriva su un balcone con vista sul giardino.«Per... stanotte?»
«La dependance non è pronta»
«La dependance?!»
«Oh, piantala, Kev. La casa è enorme. E qui avrai tutta la privacy che vuoi» Poi, quasi fra sé: «Fin troppa...»
Colse la malinconia nella sua voce, ma non insistette. Sollevò un cuscino, lo girò tra le dita. «Questo sembra costoso»
Kara lo guardò con sospetto. «Kevin»
«Quanto costoso?»
«Non fare quella faccia»
«Quale faccia?»
«La faccia da persona che sta per prendere una decisione immatura»
«Non ho altre facce»
«Lo so, ed è un problema»
Kevin lanciò il cuscino.
Kara lo schivò per metà, quindi venne comunque colpita su una spalla con un tonfo morbido e indignitoso.
Rimase immobile, poi alzò lentamente lo sguardo. «Hai appena dichiarato guerra in casa mia»
Kevin prese un secondo cuscino. «Mi sembrava un modo carino per ambientarmi»
«Errore strategico»
Kara afferrò il cuscino dal pavimento e glielo tirò addosso con precisione allarmante. Lo colpì in pieno petto. Kevin arretrò contro il letto, rise, poi contrattaccò.
In pochi secondi la suite elegante si trasformò in un campo di battaglia imbottito. Le piume non uscirono davvero dai cuscini, perché evidentemente anche il lusso aveva degli standard strutturali, ma entrambi finirono spettinati, ansimanti e con quella risata senza motivo che arriva solo quando per un istante il mondo smette di pesare.
Kevin si lasciò cadere seduto sul bordo del letto. «Ok. Tregua»
Kara, appoggiata alla scrivania, sollevò un sopracciglio. «Ammetti la sconfitta?»
«Ammetto il jet lag»
l campanello trillò. Kara, spettinata, posò il cuscino come una prova del crimine. «Io apro. Tu... respira»
Sparì nel corridoio. Kevin rimase solo nel lusso ovattato e nel ronzio distante degli irrigatori. Gli parve di sentire, o forse lo immaginò, un cambio d'aria, come prima di un temporale.
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