Storia · capitolo 2

1 - La California

Love & Lies di Nyx Dawn

L'aria condizionata dell'aeroporto lo colpì come uno schiaffo gelido: la California, a quanto pareva, accoglieva tutti allo stesso modo, con un raffreddore imminente.
Kevin tirò il trolley fuori dal nastro trasportatore, convinto che dentro le valigie si fosse compressa anche la sua dignità. "Benvenuto nella tua nuova vita", pensò. Il problema era che non ricordava di averne ordinata una nuova.
Il nome stesso, California, gli sapeva di sole, di opportunità, e soprattutto di distanza: distanza da tutto ciò che aveva lasciato indietro, sepolto nel buio della stiva insieme a un paio di scarpe sbagliate. Inspirò profondamente: disinfettante, caffè stantio e l'inconfondibile profumo di umanità in transito. Delizioso.
Un nuovo inizio, certo. Peccato che la speranza, quella mattina, avesse il sapore metallico delle monetine contate per pagare il taxi.
Guardò intorno: uomini d'affari litigavano con i propri auricolari, bambini piangevano come se l'intero continente dipendesse da loro, coppie si baciavano con la passione dei film romantici, i peggiori. Tutto sembrava procedere con l'efficienza di un formicaio ben addestrato. E lui, come al solito, si sentiva la formica sbagliata.
Cercò una voce amica, o almeno un segno che non fosse invisibile. «Scusi, dove posso trovare un telefono pubblico?» chiese a un'addetta con sorriso standard e un cuore presumibilmente spento.
La donna lo fissò come se avesse appena chiesto indicazioni per raggiungere il Medioevo. «Un telefono pubblico?»
«Sì»
«Per telefonare?»
Kevin batté le palpebre. «Era la mia idea principale, sì»
Lei indicò un punto dietro le sue spalle. «In fondo al corridoio. Vicino ai bagni»
«Perfetto. Luogo elegante per una telefonata di emergenza»
La donna non rise.
Kevin decise di non prenderla sul personale,soprattutto perché quella mattina aveva già abbastanza materiale per farlo.
La cornetta del telefono gli sembrò un reperto da museo, ma compose comunque il numero a memoria. Al terzo squillo, la voce familiare di Kara arrivò frizzante e un po' troppo colpevole:«Kev! Ciao! Oh, cavolo»
Kevin chiuse gli occhi. «Quell'"oh, cavolo" non mi piace»
«No, cioè, mi piace che tu sia arrivato»
«Generoso da parte tua»
«Solo che... mi è completamente passato di mente»
Il che, rifletté lui, era un modo carino per dire ti ho dimenticato in mezzo a un aeroporto internazionale, ma non prenderla sul personale.
«Kara»
«Lo so»
«Sono in California da ventidue minuti e sono già stato abbandonato»
«Tecnicamente non sei stato abbandonato. Sei stato dimenticato»
«Mi sento molto meglio»
«Ascolta, sono mortificata»
«Quanto mortificata? Da uno a "vengo subito a prenderti"?»
Ci fu un secondo di silenzio. «Diciamo... sette e mezzo?»
Kevin guardò la cornetta. «Sette e mezzo non guida fino all'aeroporto»
«Lo so, lo so. Prendi un taxi, ok? Ti mando l'indirizzo»
«Non ho un telefono, Kara»
Altro silenzio. «Giusto»
«Vedo che il piano è solido»
«Ti giuro che mi farò perdonare»
«Lo spero. Al momento la California è rappresentata da aria condizionata assassina e parenti negligenti»
«Ti voglio bene anch'io» la linea cadde con un clic secco. Kevin rimase a fissare la cornetta come se potesse convincerla a restituirgli la dignità.
«Benissimo» mormorò. «Iniziamo alla grande»
Uscì all'aperto trascinandosi nel serpentone di turisti e uomini in giacca. Il caldo lo accolse come un asciugacapelli impostato su inferno. Dopo un'attesa che parve geologica, un taxi libero comparve.
O almeno, così credeva.
Una ragazza dai capelli chiari lo precedette, aprendo lo sportello con l'autorità di chi ha appena conquistato un diritto universale.
«Scusa» disse Kevin, «questo sarebbe il mio taxi»
Lei sollevò lo sguardo dal telefono, occhi chiari, tono neutro: «Ah, sì? Strano, non vedo il tuo nome scritto sopra»
«Probabilmente perché i taxi non funzionano così»
«Nemmeno le file, a quanto pare»
Kevin la fissò. «Io ero in fila»
«Io ero in ritardo»
«Non è proprio la stessa cosa»
«No, infatti. La mia cosa è più urgente»
«La tua fretta non è un mio problema»
Lei inclinò appena la testa. «Nemmeno la tua attesa è il mio»
La ragazza tornò a fissare lo schermo, le dita che scorrevano veloci. Poi diede il suo indirizzo all'autista, come se Kevin non fosse lì. «Ehi, aspetta!»
L'autista li osservò dallo specchietto retrovisore con l'espressione di un uomo che aveva perso fiducia nell'umanità molti semafori prima.
«Signori, per favore. Non ho tutto il pomeriggio»
«Nemmeno io» disse lei.
«Nemmeno io» aggiunse Kevin.
L'autista sbuffò, scocciato. «Fantastico. Due persone senza tempo e io in mezzo»
Dalla fila arrivò un clacson impaziente. L'autista, che aveva l'aria di un uomo sopravvissuto a troppi passeggeri, sospirò.
La ragazza guardò Kevin. «Senti, puoi prenderne un altro»
«Anche tu»
«Io sono già seduta»
«Un argomento molto profondo»
«Grazie»
«Non era un complimento»
L'autista tamburellò le dita sul volante. «Andate nella stessa zona?»
Kevin guardò il biglietto su cui aveva scarabocchiato l'indirizzo che Kara gli aveva dettato al telefono. Lo mostrò all'autista.
Lui diede un'occhiata, poi annuì. «Perfetto. Faccio due fermate. Così la smettete di litigare prima ancora di aver allacciato lacintura»
E così si ritrovarono fianco a fianco, due perfetti sconosciuti decisi a ignorarsi con la massima efficienza possibile.
Mentre il taxi correva lungo la freeway, Kevin fissava i cartelloni pubblicitari e si chiedeva se la ragazza accanto a lui sarebbe stata così imperturbabile anche in un uragano. Nel riflesso del vetro la vide digitare, impassibile, e si sorprese a chiedersi come potesse qualcuno sembrare tanto distante seduto a trenta centimetri da lui. 
Per un attimo lui ricordò il proprio telefono distrutto... e il motivo per cui l'aveva fatto.
Strinse i pugni.
Il taxi rallentò a un semaforo.
«Signorina, siamo quasi arrivati» annunciò l'autista.
Lei sollevò lo sguardo, e per un istante i loro occhi si incrociarono. Aveva quello sguardo particolare di chi ti ha già giudicato e ti ha trovato, purtroppo, irrilevante. 
Kevin, più calmo, si rese conto che, arrogante o meno, era bella: lineamenti decisi e occhi di un azzurro ghiaccio che sembravano custodire il più oscuro dei segreti.
Provò a rompere il ghiaccio. «Comunque... io sono Kevin» Le tese la mano. Lei la fissò per un istante, un lampo indefinibile negli occhi. Poi un mezzo sorriso, storto, quasi malizioso.
«Tu non sei di queste parti, vero, Kevin?» La voce calcò il suo nome con una sfumatura ironica. 
Kevin ritirò la mano, un po' imbarazzato. «No. Si nota tanto?»«Abbastanza» rispose lei, senza smettere di sorridere.
Il taxi accostò. La ragazza pagò, aprì la portiera e scese con la stessa rapidità con cui era salita.
«Aspetta! Non mi hai detto come ti chiami!»
Lei si voltò, appoggiata alla portiera, il sorriso enigmatico ancora lì. «Hai ragione» E chiuse lo sportello con un colpo secco.
«Incredibile» mormorò Kevin, guardandola sparire dietro l'angolo.
L'autista lo guardò dallo specchietto. «Benvenuto in California»
Kevin lasciò cadere la testa contro il sedile. «Che tipo...»

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