Storia · capitolo 1

Prologo

Love & Lies di Nyx Dawn

Non aveva intenzione di seguirlo, era successo e basta. Lo aveva visto lasciare la casa nel cuore della notte, mentre la festa continuava alle sue spalle. La musica faceva vibrare i vetri, le luci colorate scivolavano sulle finestre e nessuno sembrava essersi accorto che lui se ne fosse andato.
Fuori pioveva, una pioggia sottile e insistente che rendeva tutto più lento, più ovattato. La strada attraversava il bosco, illuminata soltanto a tratti dai lampioni e dai fari delle poche auto di passaggio.
Il ragazzo camminava sul ciglio con le mani nelle tasche e la testa bassa. Forse era arrabbiato o forse aveva bevuto, o forse voleva soltanto mettere più distanza possibile tra sé e quella casa.
Chi lo seguiva rimase qualche metro indietro, nascosto dalla pioggia e dagli alberi. Il telefono era già sollevato, la fotocamera puntata su di lui.
Registrare era diventata un'abitudine, quasi un riflesso. Le persone dicevano molto più di quanto credessero quando pensavano che nessuno le stesse osservando. Bastava conservare un gesto, una frase o un'espressione sfuggita per sbaglio. Un dettaglio che agli altri scivolava addosso poteva diventare importante, se guardato abbastanza a lungo.
Quella sera, la camera continuò a seguirlo.
Il ragazzo si fermò. Dall'altra parte della strada, qualcosa attirò la sua attenzione, sollevò il viso e fece un passo oltre il ciglio. Uno solo, poi arrivarono i fari. Comparvero all'improvviso dietro la curva, due lame tremolanti che squarciarono la pioggia. Per un istante illuminarono il volto del ragazzo, i suoi occhi spalancati e una mano alzata troppo tardi.
Poi il rumore.
Il telefono tremò, ma non smise di registrare. La decappottabile rossa sbandò appena sull'asfalto bagnato. Le luci posteriori si accesero, e solo dopo pochi minuti il rombo del motore si allontanò lungo la strada, troppo veloce, fino a essere inghiottito dal bosco e dalla pioggia.
Per qualche secondo non esistette più nulla, la festa, la musica lontana, il freddo. Soltanto la strada vuota davanti all'obiettivo.
«Ehi!» La voce si spezzò nel buio.
Nessuna risposta. Chi registrava abbassò il telefono e corse verso il punto dell'impatto. L'acqua scivolava sul viso, le scarpe affondavano nel fango ai lati della strada. «Dove sei?»
Il ragazzo non era sull'asfalto.
La forza dell'urto doveva averlo scaraventato oltre il ciglio, tra gli alberi e la vegetazione. C'erano rami spezzati, foglie schiacciate e una traccia scura che la pioggia stava già cominciando a cancellare.
Gridò ancora il suo nome, niente. Il telefono vibrò tra le dita, segno che la registrazione era ancora attiva. Sul piccolo schermo, la scena continuava a esistere: il ragazzo che avanzava, i fari, l'impatto, la decappottabile rossa che fuggiva.
Con il telefono stretto in mano, tornò verso la casa, prima camminando, poi correndo. Quando raggiunse il vialetto, la musica era ancora alta. Le finestre brillavano nel buio e, attraverso i vetri appannati, si distinguevano ragazzi che ballavano, ridevano e alzavano bicchieri come se quella fosse soltanto una delle tante notti destinate a essere dimenticate.
Nessuno era uscito a cercarlo e nessuno sembrava essersi accorto della sua assenza. Dentro quella casa continuavano a divertirsi, mentre lui era rimasto da qualche parte nel bosco, sotto la pioggia.
Non potevano averlo lasciato lì.
Chi osservava sollevò di nuovo il telefono e inquadrò le finestre illuminate. Uno dopo l'altro, i loro volti entrarono nella registrazione.
Nessuno guarda mai il momento esatto in cui tutto cambia, quella notte, qualcuno lo guardò fino in fondo. E decise che,prima o poi, avrebbe costretto anche loro a farlo.

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