Storia · capitolo 3

La soluzione

I talenti di Orlando di Franco Porchetti

Lʼintervallo tra il primo e il secondo tempo di un film è una sorta di rito per un cinefilo come Sedis, fa parte della liturgia del grande schermo, e io, di solito, ne ho grande rispetto, ma quella sera fui costretto a violarlo.
– Cosa ha notato nel filmato? – chiesi al professore intento ad accendere il suo immancabile mozzicone di sigaro.
– Quale filmato? – mi fece lui, candido.
– Non faccia lo gnorri, non le viene bene.
– Non ho ancora elaborato a dovere la questione. Non sia impaziente e si goda il film.
– Sa bene che in questi casi il tempo lavora a nostro sfavore.
– Nel caso specifico, potrebbe essere il contrario.
– Che significa? Si spieghi meglio.
– La pazienza è la virtù dei forti, ispettore, non lo dimentichi mai.
– Ci mancherebbe...
In realtà, non cʼè nulla di più distante da me della pazienza. Sono sempre stato impaziente, fin dalla più tenera età.
– Perché il tempo dovrebbe giocare a nostro favore? – tornai alla carica, tanto per non smentirmi.
– Glielo dirò, non abbia paura, ma non prima della fine del secondo tempo che sta per iniziare – mi rispose lui avviandosi verso la sala.
Venni pervaso da una tale rabbia che stentai a trattenermi dallʼucciderlo seduta stante.
Il film era un polpettone dʼautore, o, forse, un capolavoro che a me parve interminabile per via dellʼimpazienza che mi divorava.
Quando, finalmente, comparve la parola FINE sullo schermo, mi alzai da quella poltrona di contenimento, che avevo odiato per tutto il secondo tempo, e mi avviai verso lʼuscita. Ma ben presto, mi resi conto che il professore e Flò erano rimasti in sala. Tornai indietro e li trovai ancora seduti che guardavano i titoli di coda.
Disfatto, crollai sulla poltrona più vicina. I titoli di coda, in alcuni casi, durano più del film.
Quando ormai mi ero rassegnato a passare la notte in quel cinema, la bizzarra coppia di cinefili si levò in piedi e si diresse verso lʼuscita.
Appena fuori, proposi loro un bicchiere di vino in un bar lì vicino. Volevo evitare di parlare del caso per strada. I piccioncini accettarono la proposta di buon grado.
Dopo il primo bicchiere di bianco, chiesi al matematico di mantenere la promessa fattami nellʼintervallo.
– Quale promessa? Non ricordo – mi rispose lui, temerario.
Non replicai per non diventare scurrile davanti a una donna, ma lo incenerii con lo sguardo.
– Non si arrabbi, ispettore, lo sa che mi piace scherzare. Ricordo benissimo la promessa che le ho fatto. Ma prima me ne deve fare una lei – aggiunse, serio.
– Sono pronto a tutto – replicai, speranzoso.
– Mi deve promettere che seguirà le mie istruzioni alla lettera.
– Dʼaccordo, glielo prometto: seguirò le sue istruzioni per filo e per segno.
– Bene. Come prima cosa, dovete aspettare ancora qualche giorno prima di agire, almeno una settimana. Bisogna aspettare che si calmino le acque e tornino a operare. Solo allora, potrete coglierli con le mani nel sacco e arrestarli per omicidio e spaccio di stupefacenti.
– Chi?
– Coloro che utilizzano il bar dellʼalbergo per distribuire comodamente droga.
– Come fa a saperlo, anzi, a esserne certo?
– Le certezze non esistono, ispettore, esistono le ipotesi fondate, e la mia lo è.
– E quali sarebbero le fondamenta della sua ipotesi?
– Vedendo il video, ho notato due cose: la prima è che quando il barista ha portato il caffè alla vittima, ha fatto in modo che prendesse lo zucchero invece del dolcificante; la seconda, che subito dopo aver terminato il gioco di prestigio, il nostro impiegato ministeriale ha approfittato del disinteresse generale per mettersi in tasca parecchie bustine di dolcificante che erano sul tavolo dei due tizi in nero. Chi ha dovuto fare uso di dolcificanti come me, sa quanto sia forte la tentazione di farne scorta quando capita lʼoccasione. Certo, il nostro Pescaunacarta non poteva immaginare che quel piccolo peccato gli sarebbe costato la vita.
– In che modo? Perché?
– Perché in quelle bustine non cʼera saccarosio, ma cocaina o eroina. Un nascondiglio perfetto per una sostanza in polvere da spacciare in un bar, non le pare? Chi lʼavrebbe mai sospettato? Chi le avrebbe mai esaminate attentamente? E quando Pescaunacarta le ha prese, quei gentiluomini hanno pensato che non lʼavesse fatto per sbaglio. Dovevano recuperarle. E ci sono riusciti. Poi gli hanno tagliato la gola per impedirgli di parlare.

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