Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Vita mia di Valente

Le rotelle del trolley tacquero sul cemento umido. Gaetano era arrivato in stazione.

Da quanto tempo non metteva piede su quel marciapiede? Mesi, forse anni. Dal giorno in cui Camelia se ne era andata, il tempo si era congelato in un’attesa senza fine, e lui era rimasto rinchiuso tra le pareti del suo appartamento a guardare il soffitto. Eppure, un tempo, tra le mura di questa stazione aveva trovato conforto, specie durante le lunghe attese. Ricordava l’eco delle risate del vecchio giornalaio, l’aroma caldo e avvolgente del caffè espresso che si inerpicava sui passanti perdendosi tra i binari e quel cameriere dal sorriso sempre stanco... Come si chiamava? Antonio, forse.

Di quella vita non restava più nulla. La stazione era diventata un guscio di cemento e metallo, sferzato da una corrente d’aria gelida. Nessun volto, nessuna voce umana: soltanto il ronzio elettrico dei distributori automatici con le loro luci al neon tremolanti, il display sgranato delle macchinette dei biglietti e l’altoparlante che gracchiava annunci sentenziosi, lasciando subito dopo uno spazio a un silenzio di condanna, ancora più assordante.

Gaetano infilò la mano nella tasca del cappotto e strinse la busta da lettera appena ricevuta. I polpastrelli tremavano contro la carta ruvida. Le dita cercavano di interpretare ogni frase. In alto a destra un marchio lasciato da labbra carnose, un rossetto rosso come fuoco che incenerisce, e il suo indirizzo vergato da un inchiostro nero inconsolabile.

Sfilò il foglio e lo rilesse per l’ennesima volta.

“Me ne sono andata perché avevi troppa paura di vivere, Gaetano. Ma la malattia ti ha insegnato che il tempo non ci aspetta. Lunedì si aggiungerà un altro anno alla mia vita. Sarò sulla panchina del molo vecchio, dove ci siamo dati il primo bacio. Vieni a prendermi, se hai ancora il coraggio di scegliere la vita”.

La diagnosi della malattia che gli pronosticava una vita breve era una fragilità che le aveva taciuto, per non esserle di peso. Quando infine gliela aveva rivelata per un eccesso di sincerità, si era chiuso in se stesso nell’illusione di proteggerla, spingendola di fatto ad andarsene. Ma le parole di lei, oggi, dimostravano che non aveva mai accettato quella resa. Adesso, a quella condanna, si contrapponeva la scadenza precisa di un’altra data: quella del loro possibile incontro. Da una parte c’era un tempo fissato per la fine, dall’altra una data che lo richiamava alla vita. Quel parallelismo crudele e perfetto mandò in frantumi ogni sua difesa. Non c'era più spazio per la rabbia, né per l'orgoglio o la paura di soffrire di nuovo.

Il contrasto tra il calore di quel rosso sulla carta e il freddo che gli penetrava nelle ossa lo fece esitare. Sfiorando l’impronta delle labbra di Camelia, avvertì una scossa al petto: a volte basta il ricordo di un bacio mancato o di una cicatrice fastidiosa, che torna a bruciare, per ritrovare la forza di correre, pure se prima ci si credeva incapaci. Un miracolo? No, solo una forza di volontà adesso diversa. Accelerò il passo verso il binario 4.

Le rotelle del trolley ripresero a rumoreggiare sull’asfalto e Gaetano salì a bordo della carrozza.

Raggiunse il posto vicino al finestrino, appoggiando la fronte al vetro gelato. Fuori tutto era immobile, finché la motrice non si mise in moto con un cigolio metallico e le luci della stazione scivolarono via. I paesaggi bui di campagna iniziarono a correre veloci e, con la stessa foga, si rincorsero i pensieri.

Premette la busta della lettera contro il petto, sentendo il cuore battere con una violenza che non ricordava più, come se volesse spingere lui stesso le carrozze su quei binari lucidi.

Amore, aspettami.

La sera inghiottì il mondo all’esterno e poi, lentamente, le luci della città di mare comparvero all’orizzonte come piccole lucciole riflesse sull’acqua scura.

Un fischio prolungato annunciò la fine della corsa. I freni stridettero e il treno si fermò.

Gaetano si alzò, afferrò la maniglia della valigia e varcò la porta della carrozza. L’aria salmastra della notte gli investì il volto, pulita e pungente. Camminò lungo il marciapiede della piccola stazione marittima, stringendo la lettera nella tasca. Superò il cancello di uscita e si avviò lungo la strada verso il molo.

Sulla panchina in fondo, sotto la luce fioca di un lampione battuto dal vento di mare, una sagoma scura avvolta in uno scialle guardava l’acqua.

Gaetano lasciò andare l’impugnatura del trolley. Il rumore delle rotelle cessò del tutto. Fece i suoi ultimi passi sul legno del molo e, quando lei si voltò, sorridendo attraverso le lacrime, capì di essere finalmente arrivato a casa.

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