Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Come in uno specchio di sara

COME IN UNO SPECCHIO

“ E la crudele solitudine,

Che in sè ciascuno scopre,se ama,

Ora tomba infinita,

Da te mi divide per sempre.

E alla fine non so perchè sia successo. Una sottile luce bianca attraversava la mia ciocca di capelli aggrovigliati,irritati,esili e stanchi. In nessun modo si calmavano. Portavano il peso di una esistenza consumata gravate da ansie e preoccupazioni, sottomesse da pensieri cupi e affranti obbedienti solo alle regole della sofferenza. Quella sofferenza che è frutto di vicissitudini, di situazioni e circostanze amare. Ed eccomi, sono arrivata fino a qui.

Il mio bilancio non è un granchè. Ho sempre pensato che una casa forte e solida si costruisse dalle basi e poi via via mettendo mattone su mattone. Talvolta, una casa non è ben costruita se non c'è un progetto dietro. Noi uomini, siamo abituati a vivere senza progetti; c'è chi ha il sogno nel cassetto di diventare un cantante, un calciatore, un ballerino famoso ma i progetti di vita sono ben altri. Io intendo per progetti la capacità di progettare la nostra vita per quello che siamo. Capire e comprendere i nostri limiti, fragilità, debolezze, le nostre virtu', i nostri talenti, i nostri punti di forza, altro non sono che competenze sublimi, competenze che “ ci vengono dal “cuore”. Ebbene, questi sono progetti di vita che ci aiutano a capire chi siamo,come siamo fatti, come siamo germogliati, a cosa dobbiamo andare incontro, che cosa dobbiamo fare in questo mondo. Tuttavia, sono progetti della nostra esistenza perché tutti noi siamo sotto uno stesso tetto di vetro, delicato,fragilissimo, preziosissimo orchestrato dal destino. Quel destino inesorabile dal quale nessuno può scappare,cambiare,plasmare,modificare,ingannare………

Quel filtro di luce attraversando la mia nuca e accendendo il chiarore sui miei capelli illuminava la mia tazza di tè che quasi precariamente si manteneva in equilibrio sulla mia mano,sospesa nel tempo, nei ricordi, nella storia del mio passato. Ma di li' a poco, seduta su quella sedia a dondolo cullata al ritmo incessante delle mie nostalgiche gambe, una folata di vento mi sorprese riportandomi ai giorni nostri, ai tempi che sono, ai tempi che non sarò più, lontana dal tempo che ero. Settembre era alle porte, l’aria amara pizzicava un pò la pelle sfiorando le mie mani nodose lasciando il sapore acre sulle mie dita. L' afa di agosto era scomparsa, la calura estiva ha lasciato posto a una malinconica frescura. Già, quella sera non sarebbe bastato il mio solito e curato scialle che si allungava maestosamente dalle mie vecchie spalle sino ai miei fianchi. Il cigolio della sedia a dondolo era l’unico suono a riempire la veranda ormai sterile e vuota come l’assenza del mio cuore. In quella sera c 'era bisogno di una coperta che,un po' come una scusa,coprisse le mie braccia e custodisse il mio passato; lo lasciasse lì, calmo e morbido nella mia mente, gelosamente tenuto nascosto. Poi ad un certo punto quel bagliore svanì lasciando posto a una coltre di nubi grigie che scavalcavano la mia mente. Diventò una gara a riconoscere le forme di animali più strani che solcavano il cielo. La fantasia ci mostra come un ricamo di nuvola assomiglia ad una proboscide di elefante oppure ad un gregge di pecore pascolanti che brulicano il soffice manto di un verde un prato. In realtà io non ho mai visto nulla di speciale. Mi sforzavo di ingannare l'immaginazione ma come sempre la realtà mi porta coi piedi per terra e da li' seguo la realtà, cruda,cinica, desolata,sognatrice,carezzevole,fugace....La realtà è fatta di responsabilità e consapevolezze, di ansie e preoccupazioni! Quante volte ci troviamo in situazioni bizzarre, bislacche, strambe…… Certe volte assomigliano ad un treno che corre lungo i binari della ferrovia, corre , corre veloce, poi si ferma alle fermate delle stazioni ma quando corre non ti aspetta e tu sei li' in ansia perchè hai paura di perderlo e allora corri veloce anche tu, piu' veloce che puoi, ma col cuore in gola, il cuore sembra si fermi e poi un fischio e...il treno e' gia partito. Quanti treni si possono perdere e su quanti treni non siamo mai soli, per scoraggiamento, per vigliaccheria, per frustrazione e allora ci perdiamo nel mare della vita. Ma quel senso di nodo alla gola e' sempre li', fermo , immutabile, in balia dei nostri umori, eventi, circostanze. Quel senso di nodo alla gola che incombe e che non lascia respiro, ti attanaglia dentro e non ha vie di fughe. Quel nodo alla gola che opprime, soffoca, schiaccia e che ti senti la morte vicina, ti sussurra, echeggia, lontana come una goccia di rugiada appesa ad una foglia, ormai stanca e affievolita.

Quella sera, seduta sulla sedia a dondolo, oscillavo sulla scia dei ricordi e la mia fronte piegata dai solchi della vecchiaia ripercorreva la trama della sua vita.La notte scura avrebbe rapito i miei ultimi pensieri e io, ancora lì in bilico su quella sedia mi sentivo più sola e malinconica che mai. Ormai diversi anni erano passati da quella che ero un tempo, la gioventu' non era che altro un memoriale di ricordi sbiaditi, nulla avevo piu' da perdere. Il mio corpo avvertiva il peso degli anni, le mie gambe stanche e affievolite necessitavano solamente di un relax ristoratore, le mie mani quasi tremanti non riuscivano piu' a stringere che un gambo di un fiore, la malattia aveva preso il controllo e si faceva sentire in maniera visibile e tangibile . Anche la mia voce pareva un soffio vibrante pronta a sciogliersi e disperdersi nell'aria. La mia mente era ancora viva e si alimentava dei ricordi, di gioie e sofferenze che hanno costellato il mio camminoi. Vicino a me, in quella sera stanca e autunnale c'era Hope, la mia cagnolina. Prima di lei ci sono state altre cagnoline e cagnolini e gatti e pappagalli, segno indissolubile che gli animali per me mi hanno sempre toccato le corde dell'anima, sono sempre stati fedeli durante la mia esistenza. E sicuramente anche loro, le mie dolci bestiole, hanno trovato in me un posto sicuro, cibo e tanto affetto. Ho cucito un legame inviolabile con gli animali, testimoni di un reciproco amore. Hope, mi guardava con occhi tristi, parlava in quella sera con gli occhi di chi ha compreso, capito, ascoltato le confidenze nascoste della propria padrona. Quell'aria pungente mi fece arricciare un poco il naso e una bozza di sorriso apparve sul mio volto e Hope, bonariamente, depose la sua zampa accanto ai miei gonfi piedi e lievitati. Il suo respiro mi confortò e mi chiuse come fossi dentro ad un suo abbraccio. La sua compagnia mi aiutò molto e le mie giornate solitarie inasprite dall'angoscia di chi aspetta, spera, attende la visita dei suoi famigliari che non sarebbero mai arrivati, mi procuravano ferite nell’anima. I miei occhi si fecero piccoli e improvvisamente si chiusero cullati dolcemente dall'eco dei ricordi. Il sonno fece capolino. Le palpebre pesanti come piombo si abbassarono lentamente e i miei ricordi si confusero con l’ombra della notte. Non appena chiusi gli occhi mi ritrovai vagare nelle immagini di tanti tantissimi anni fa. Riaffioro' nella mia mente il ricordo di una ragazza vispa dagli occhi sognanti che aveva voglia di mettersi in gioco e donare tutta se stessa ai piaceri della vita. Una giovane con tanti sogni e desideri ma che le avversità della vita si presentavano come una bizzarra corsa ad ostacoli. La voglia di fare, l'impegno, lo zelo che si evidenziava in ogni attività era segno che la tenacia vinceva sempre. La caparbietà e la determinazione definivano il carattere, quel temperamento un tempo forte che la contraddistinguevano e che facevano di lei una forza vitale e prorompente. Balenò nella mia mente l’immagine di un’adolescente vivace, trasgressiva, una presenza talvolta scomoda dominata da forti pulsioni e istinti che compromettevano l’etica morigerata dei ragazzi di quell’epoca. Tuttavia non mancavano forti pregiudizi nei miei confronti; se da una parte la determinazione mi faceva seguire una strada fatta di incoscienza e sregolatezza dall’altra mi apriva le porte della felicità perchè mi potevo permettere di fare quello che volevo senza sensi di colpa, senza dar retta a voci a mio avviso scellerate che mi denigravano e mi facevano sentire una donna “facile” che poi in fondo rappresentava la mia realtà. Dunque una bella donna che si poteva vantare di conquistare il mondo intero con il sorriso, con la bellezza, con disinvolta disponibilità che non esitava a negare. L’adolescente ribelle scappata di casa con un paio di scarpe da ginnastica e una borsetta a tracolla. Tenevo testa a tutti, certo me la sapevo cavare ad ogni peripezia,ad ogni situazione, talvolta rischiosa o sentimentale, economica insomma inventavo ogni espediente per andare avanti, per far girare i soldi, per soppravvivere. Anticonformista da sempre! Ricordo quella bozza di smorfia sul mio viso che feci quella volta che mi chiusi il portone di casa alle mie spalle, quell’atto di inciviltà svergognato che dissi ad alta voce mentre correvo a prendere quel treno che non ha mai più avuto un ritorno, quell’urlo liberatorio che mi si sprigionava nel cuore e che volevo cantare a squarciagola: “sono grande, faccio quello che voglio”. Certo, la mia situazione e contesto famigliare non era dei più rosei. Quinta figlia di genitori disoccupati per scelta che si perdevano nell’ozio dei balocchi,giovani genitori figli di una società ingiusta dove la povertà, il degrado, l’ignoranza regnavano sovrana. Ebbene, quel giorno, dopo l’ennesimo litigio con la famiglia salii sul treno e quei loro volti rimasero scolpiti nel cuore mentre batteva forte al ritmo assordante dei vagoni. Il mio piano fu quello….allontanarmi sempre di più da quella casa, da quel quartiere rumoreggiante e depravato a costo di cambiare paese, città, regione, con un solo biglietto di andata come fosse una gita al mare. Quando scesi dal treno, quel giorno, la polvere dei binari offuscava la mia mente provocando forti vertigini dovute probabilmente al fatto che il cibo in casa scarseggiava e lo stomaco talvolta era dilaniato dai morsi della fame. Camminai ore e ore per le strade tanto che non avevo la più pallida idea di dove fossi finita. La città mi sembrava immensa, caotica rispetto al mio paese ma coloratissima e piena di vita come se quella vitalità facesse parte da sempre della mia persona, mi apparteneva, era radicata in me. Con il gruzzoletto di soldi che riuscii a conservare in parte e a carpire dai miei fratelli, mi addormentai la prima sera in un bordello del bronx qui vicino. Ero abituata alla confusione, al rumore notturno del mio quartiere,e, in quella circostanza mi sentii per la prima volta sola in mezzo a tanto rumore; sola e incoscientemente ottusa ma felicemente gioiosa di una grande esperienza che di lì a poco mi avrebbe cambiato la vita.

Il pianto di un neonato mi svegliò nel cuore della notte, mi apprestai a uscire dalla mia stanza quando all’improvviso una donna trasandata con abiti succinti battè violentemente la porta consegnandomi frettolosamente tra le mie mani un bambino,molto piccolo, sporco,chiassoso,denutrito e poi quasi ironicamente corse via, lontano. Io, tremolante, con le mie mani adolescenti, non feci altro che reggere le braccia in avanti seguito dalle parole di un uomo dicendo:” tienilo tu e aspettaci, verremo a riprenderci nostro figlio, non appena usciamo dalla galera”. Presi quel neonato con l’incoscienza dei miei diciasette anni. Rimase con me un bel po’ di tempo, ma non era figlio mio- Tuttavia, dovetti darmi da fare per occuparmi di me, pazza e ribelle e quel frugoletto ignaro di tutto. Finsi per molto tempo che il bambino fu mio figlio e ciò mi permise di regalarmi la fama di ragazza madre, portai spesse volte il bambino nei luoghi dove presi a lavorare per guadagnarmi qualcosa come lavapiatti consentendomi uno stipendio ragguardevole per mantenermi l’affitto di una stanza condivisa con altri ragazzi del quartiere. Nessuno mi venne a cercare ne la mia famiglia ne i genitori del bambino. Col tempo appresi il mio destino. Un destino strano che volle prima me che finissi sola e non capita da nessuno in seguito avvolta dalla solitudine di chi come me viveva situazioni precarie, di povertà dove in qualche modo bisogna sempre lottare per sopravvivere, dove i soldi non bastano mai, dove le leggi che tutelano poco le madri sole con figli a carico, dove si denunciano situazioni disastrose per continuare e a combattere ogni giorno per andare avanti.

Il tempo passava e io e Paul crescevamo insieme, riuscivamo a mangiare a malapena. Venne il giorno che la polizia si accorse di un fatto increscioso. Venne a conoscenza del bambino attraverso il momento dell’iscrizione alla scuola dell’infanzia. .Non risultava presente all’anagrafe. Paul era inesistente. Mi crollo’ il mondo addosso quando una mattina due donne in divisa dei servizi territoriali mi dissero di consegnare il bambino. Lui, stretto in un pianto straziante venne strappato dalle mie braccia. Io lo lasciai andare, tirando forti pugni alla porta di casa . Mi ero affezionata in questi anni ma non poteva più stare con me, ancora minorenne e scappata di casa. In più si aggiunse il fatto che finii a riflettere in carcere minorile perchè la mia vita era fatta di espedienti, fughe, furti e negligenze per poter soppravvivere. In quegli anni imparai molte cose, prima fra tutte a riflettere e non vivere d’istinto. Finalmente, una luce si aprii in fondo al tunnel; un uomo alto, snello, con un grande cappello nero e un paio di occhiali scuri che quasi coprivano il volto pagò la cauzione per la mia scarcerazione. Era passato più di un’anno, con gioia le lacrime finalmente si arrestarono. La libertà si dipanò davanti a me. Durò poco però….L’uomo col cappello e dagli occhiali scuri, non era giovane, mi trattava come fossi una figlia. Mi comprò vestiti, mi fece mangiare, si occupò di me ma non dava mai risposte. Chi era? Perchè tanta dedizione nei miei confronti? Perchè si prese cura di me,io povera adolescente squattrinata senza arte ne parte. Non riuscivo a prendere coscienza del fatto che un uomo mai incontrato prima si adoperasse per me in quel modo. Fatto sta che non fu male andare a vivere in quella casa strabiliante dotata di ogni confort. Mi sembrava di vivere come in una favola. Passo’ del tempo e quell’uomo misterioso improvvisamente incominciò a cambiare atteggiamento nei miei confronti. Diventò sprezzante, impartiva ordini, aveva toni alterati e comportamenti bruschi. Alle mie domande seguirono pensieri angoscianti e cupi e fu così che iniziai un periodo molto doloroso della vita fatto di depressione e fragilità dell’animo. Portavo i lividi sulle gambe, braccia e schiena delle percosse che mi infliggeva se io non ubbidivo ai suoi comandi. A cio’ si aggiunse il fatto che io fui completamente assorbita dalla tirannia di quest’uomo e spesse volte mi ritrovai senza motivo a “giocare” al lupo e all’agnello. La casa fu circondata da uomini importanti dell’alta società ; avvocati, dottori,docenti di prestigiose università venivano a trovarci e si congedavano con me in una stanza bevendo calici di vino sotto le coperte del mio letto e io, ingenuamente costretta a liberarmi della biancheria intima ubriacandomi per stare al gioco di quelle sottili regole erotiche. Un’ harem di sesso, risate alacri e labbra bagnate da vino nauseante volteggiava nella camera da letto tinteggiata da un rosso cupo e straziante. Ero diventata quella che non ero. Inebriata da quella follia, il mio corpo non seguiva la ragione ma nemmeno il cuore, si trattavano solo di gesti meccanici dove io stessa divenni uno strumento di piacere per gli uomini. Come una giostra di cavalli consumavo il pudore e placavo il godimento dei signori che ricambiavano con i quattrini. Il guadagno andave sempre e unicamente nelle mani dell’uomo che mi comandava. Passarono i mesi e gli anni e fu così che la mia vita prende finalmente una svolta. Una mattina mi accorsi che il mio grembo cresceva e prendeva vita. Il tempo mi regalò la gioia di una nascita. Un bambino sano e forte venne alla luce. Fu una gravidanza segnata dalla sofferenza e da una muta consapevolezza che a tutto c’è rimedio. Io mi occupai delle cose pratiche. In casa apparvero culle, corredini, tutine e tutto il necessario per il bebè. Non si è mai saputo chi fosse il padre. Fatto sta che quell’uomo autoritario provvide a farmi sentire una giovane madre in attesa del suo primo figlio. In questi lunghi e solitari mesi di attesa mi resi conto che dovevo liberarmi di quell’uomo,ero legata a lui attraverso attraverso un patto di incredula soppravivenza. Fu così che lasciai quella lussuosa casa e con la pancia ormai stanca mi rifugiai a casa di un’ amica, compagna di avventura. Una giovane buona e benevola, oneste e leale. Una ragazza col cuore d’oro che non si vergognò del mio passato ma come una pescatrice di anime mi accolse a braccia aperte. Portai tutto il mio corredo.

Una notte di gelo strillai tutto il mio dolore in una sterile stanza di ospedale. Dennis, nacque. La famiglia della mia amica provvide alle necessità con mia infinita gratitudine. Fui una ragazzina sola, impaurita di un mondo vigliacco che incombeva su di me. Ma anche questa volta, ebbi la forza di cavarmela. Vivevo di espedienti, strategie, incastri di spazi e tempi. La mia determinazione ad andare avanti si mostrò bellicosa e superai gli ostacoli pronti sul mio cammino. Cercai una sistemazione, Dennis cresceva e mi stupiva giorno per giorno. Malgrado tutto, mi rivelai come una madre attenta e scrupolosa. Ad ogni suo passaggio di crescita io ero pronta ad accoglierlo ed educarlo.

Una mattina di una uggiosa giornata di autunno, un uomo dai cappelli brizzolati e bei baffoni chiari incrociò il mio sguardo e io, il suo. Erano anni che il mio cuore non si risvegliava dai sensi ma per un’attimo, un’attimo di eternità, provai un sussulto. Il vento accarezzava i miei capelli e un pò come un’avvolgente abbraccio cedetti alle sue intime intenzioni. Seguirono giorni gioiosi. Mio figlio crebbe in un clima di solida armonia tra le mura di una casa sconosciuta. Ma ben presto la diffidenza si dissolse; lo studio,l’aria goliardica dei suoi anni fecero dimenticare i tempi meschini delle sue origini. La scuola lo plasmò e divenne così un buon studente a tal punto di premiarlo nel proseguimento dei suoi studi in altra città e trovare con profitto anche un buon lavoro. La sua vita andava a gonfie vele. Col tempo, arrivò ad accompagnarmi quel senso di solitudine che non mi ha mai abbadonato nella mia vita. L’uomo che mi diede una seconda occasione nella mia vita se ne andò un pomeriggio di pioggia battente di fine luglio. I medici non mi diedero mai, negli ultimi anni, grandi speranze. Una malattia bastarda si mangiò il suo corpo divorandone anche l’anima perchè i suoi ricordi caddero lentamente nell’oblio. Si dimenticò presto che mi aveva amato. Le sue parole erano dolci con me, i suoi occhi buoni, le sue parole benevole. Nessuno mi trattò con la dolcezza di quegli anni. Una dolcezza pura, pulita, lui mi amava, io lo assecondavo. Non mi fece mai scatenare una grande scintilla ma provai un immenso bene. Fu una relazione equilibrata ma già avvertivo già il sentore di qualcosa che non andava bene. Il suo amore era ostacolato dalla malattia che lentamente veniva fuori. Nonostante tutto mi diede la gioia di diventare madre per ben due volte. Una bambina e un maschietto che crebbi col tempo,grazie anche alla alla pensione del padre. Fui una mamma diversa rispetto che col primogenito. Mi dedicai alle cose spicciole e li allevai velocemente. Crescendo, la ragazza prese astio nei mie confronti; una sorta di gelosia che predominava dovuta probabilmente a questioni fisiche. Era ossessionata dal fatto che il suo aspetto non era snello ma faticava molto a mantenere un peso sufficente a vestirsi in abiti semplici. E il grande, prese presto la strada di cattive compagnia che fecero di lui un ragazzo difficile e insubordinato, probabilmente dovuto al mio carattere e la meschinità della vita cui non ho potuto offrirgli altro.Malgrado tutto, cercai in ogni modo di offrirgli una posizione stabile, una casa, vari indirizzi di scuole cui non ebbero mai completamento per entrambi. Tuttavia, la mia volontà ad andare avanti mi permise sempre di trovare dei buoni impieghi,molti e diversi. Passai dalla cucina di ristoranti a negozi, da commessa a donna tuttofare percependo sempre il mantenimento per i miei figli. La mia voglia di fare pareva dotata di superpoteri. Le mie fatiche si misuravano con l’impegno di lavorare . Fui in grado di lavorare in ogni impiego con ritmi elevati passando da uno a tre lavori contemporaneamente al giorno. Mi addattavo sempre, ad ogni situazione, ero Indistruttibile. Incorreggibile. Parevo una macchina, una catena di montaggio che andava avanti senza il comando della mano dell’uomo. Lo facevo per portare avanti i soldi, per garantire un futuro ai miei figli.

Il figlio primogenito non venne mai a trovarmi e ciò mi generava un senso di inquietidudine aggiunto al fatto che venni a sapere che diventai nonna senza sapere il volto dei miei due nipotini. Un senso di vergogna e ripudio nei miei confronti opprimeva Dennis e la sua bella moglie a tal punto che non volle mai ricordare la madre che ero e che malgrado tutto cercai sempre di preservarlo dai dispiaceri. Mi misi da parte, come sempre, all’ombra della sua vita. Fui importante per lui solo in una circostanza amara. Ricevetti solo una fredda telefonata una mattina d’inverno quando mi chiese se volevo rendermi disponibile ad un intervento per una delle mie nipotine. E io con voce tremante di chi viene colto a sorpresa risposi naturalmente di si. “Mamma, sò che non ti sono stato vicino in questi anni ma Clara sai, come la pensa, non ha mai voluto mantenere vivi i rapporti con sua suocera, è sempre stata molto arrabbiata con te per il tuo passato, per le scelte che hai fatto, per la vita che hai condotto, non hai mai mandato giù quel boccone amaro che io avessi una madre troppo “facile”, che si è poi rifatta un’altra famiglia, altri figli con un secondo uomo. Ma ti chiedo scusa, tuttavia, ora, ho bisogno di te. Alice ha bisogno di un rene nuovo. Tu dovresti fare esami su esami per cercare la compatibilità, mi sei rimasta solo tu, come ultima spiaggia. L’ultimo tentativo o Alice non oso immaginare quale calvario ci sarà in seguito. Ti prego di aiutarmi.”

Quelle parole suonarono come un’eco in una profonda vallata. Quella mattina si fermarono le lancette dell’orologio. Il tempo sospeso. Stretta nella morsa del freddo di quella stagione invernale non esitai due volte a recarmi in ospedale per il tentativo di salvare la mia nipotina benchè sapessi solo dei suoi giovani ed innocenti tre anni di età. Gli altri due miei figli rimasero a casa ferendomi con le loro dure parole e lanciandomi occhi di sfida. Furono contrari da subito alla mia decisione di sottopormi ai protocolli medici. Non correva buon sangue fra nessuno di loro. Da quel giorno seppellì il ricordo atroce di quel momento. Ma ne salvai la situazione perche’ io ero compatibile. L’intervento avvenne in una clinica lontana ben pagata dalla famiglia di Clara. Non ci calore, affetto, sentimento ma un puro intervento solo e unicamente per Alice. Tutto andò per il meglio. Non appena fui dimessa, presi il treno e accompagnata solo dal freddo di quell’inverno me ne ritornai a casa, senza un rene, senza un’abbraccio, senza amore. Dovetti seguire le indicazioni dei medici, stare a riposo ma non appena ripresi le forze, andai avanti nella gestione dei miei figli e dei miei lavori che mi permettevano di campare. Senza un bricciolo di affetto.

Rimasi vuota come le langhe desolate di terre lontane. Terra delle mie origini cui non appartenevo più e di cui non lasciai mai tracce dimenticando il mio passato. Io stessa, fui dimenticata da tutti. Solo il mio cuore metteva insieme i pezzi. Portavo il peso degli anni nonostante mi nascondessi sempre dietro il magenta scuro di un rossetto posato frettolosamente sulle mie sottili labbra. La mia tenacia a soppravvivere guadagnava sempre un posto speciale nella mia vita. Ancora una volta, sola e svuotata, mi rialzai. Raccolsi le mie forze e decisi di sostenere sempre i miei figli nonostante le loro scelte diverse nei miei confronti. Una sorta di ingrato destino si profilava su di me e provava a beffeggiarmi. L’amore per i miei figli si è sempre tradotto come un’amara ingiustizia nei miei confronti, in un’abbraccio che non ha mai chiesto nulla in cambio trasformando ogni sacrificio in una scelta dettata dal cuore. Evidentemente nello sguardo di ciascuno di loro c’è sempre stato un velo di forte malinconia nascosto dietro la loro ribellione. Astio, di chi è venuto al mondo senza bussare alla porta, indifferenza verso colei che ha scelto di far nascere una vita senza il permesso di chiederlo a qualcuno.

Fu durante questi anni che presi la decisione di mettere a riposo tutte le riflessioni e i giudizi sbagliati cercando di concentrarmi sul progetto di far vivere serenamente i miei ragazzi. Mi limitai a proseguire la mia vita affiancandoli nelle loro decisioni. Fu una scelta ponderata e stoicamente saggia ma l’amore per i miei figli superava l’orgoglio di madre e gli egoismi lasciavano spazio ad una matura consapevolezza che le libertà individuali sono un sano diritto per ciascuno di noi. Tranne me; io rimanevo sempre una macchina da guerra che inseguiva i fantasmi del suo passato cercando di cambiare mestieri per distrarre il mio cammino, ingannare il mio passato; quel passato turbolento e indisciplinato.

Quando furono abbastanza grandi da cavarsela da soli i miei figli cresciuti, ebbi la rassegnata idea di ritirarmi in un vecchio rudere sparso nel verde di un bosco. Comprai dei terreni con i risparmi dei miei innumerevoli lavori e decisi di attribuire un pezzo a ciascuno dei miei figli. Loro senza grande entusiasmo firmarono le carte . Diedi a ciascuno di loro ciò che meritavano con equità e giustizia; poderi e case. Ma in quella radura, nulla vi era. Poteva solo vantare in realtà di una grande quiete dove il silenzio regnava sovrano, dove le aspre zolle ricordavano le asperità della difficile vita da donna combattente quale sono stata, dove potevo refrigerarmi dei miei ricordi dissetandomi alla fonte delle mie memorie che Dio vuole ancora erano vive nella mia testa.

Quella, era una casa abbandonata, costituita da un’assemblamento di muri a secco dotata di una meravigliosa veranda che apriva gli occhi al bosco intorno; chiome intrecciate di rami si univano ad alti tronchi da cui proiettavano coni d’ombra misteriosi . Lì, immersa nei miei pensieri tenevo custodita l’ultima parte della mia vita. Fiera di quello spazio senza tempo sentivo sussurare al mio cuore una perfetta beatitudine.

Hope, intanto,accompagnava il mio respiro affanoso attraverso i suoi sospiri. L’ombra della sera aveva lasciato posto a un forte e limpido chiaro di luna. La notte aveva coperto ormai ogni angolo del mio corpo, e io, quasi sorridendo pigramente nel sonno ricordavo, come in un sogno, me stessa. Come in uno specchio. Parlavo di me e raccontavo la mia vita.

Con la luce del mattino seguente, Hope, non si scompose; non si spostò di un millimetro. Fedele alla sua padrona come un servitore al suo re. Uno scintillio percosse un prisma di luce adiacente un vaso di vetro posizionato davanti la veranda generando un piccolo rumore, stridulo, breve e intenso. La tazza che fu delicatamente sospesa tra le mie dita, cadde nel vuoto vibrando su di un pavimento erso dagli anni. Si ruppe; il mio cuore frastagliato si spezzò in infiniti frammenti.

La sofferenza fece posto ad una rasserenata morte imperturbabile.

In quella nottata mi fece visita una quiete strana ma non solo, anche i miei figli e tutte le persone della mia vita, tutti quelli che incontrai. La veranda era invasa da un dolce canto, voci si mescolavano ai ricordi, respiri lontani si dissipavano dalla realtà. Tutta quella gente era lì. Mi venne a salutare. E come in uno specchio, seduta ma ferma e immutabile sulla mia sedia a dondolo, anche io la salutai.

“Nelle mie braccia che cantavano

E riportarti un sonno

Al colorito e a nuove morti.”

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