Capitolo 1
Sto aspettando Marina seduto al tavolo del cucinotto. Mi ritrovo sempre in questa stanza, piccola come una cella. Un bicchiere d’acqua in mano e la certezza che non c’è altro da fare. Dopo quello che farò non sarà più come prima, ma questo è un bene per tutti. L’orologio indica che mezzanotte è passata da pochi minuti, e il vetro della finestra rimanda l’immagine del mio viso. Sono stanco di non poter contare le stelle
Demetra
La prima volta che la sentii respirare ero sdraiato su una distesa di papaveri, quelli rossi che nei mesi caldi riempivano i campi di casa mia. Avevo undici anni e ero con Giulia, la mia amica del cuore. Avevamo fatto una corsa a chi arrivava prima alla grande quercia. Aveva vinto lei per un filo d’erba messo di traverso.
La quercia era là, da prima che io nascessi e prima che nascesse mio padre e il nonno di mio padre. Era stata ferita da un fulmine, squarciata e mutilata, ma con i suoi rami era tenace e non voleva lasciarsi morire. Con il cuore a mille e il respiro che annaspava mi ero gettato a terra e fu allora che lo sentii.
Era simile a un soffio di vento, appena percettibile, anzi, per chi stava in piedi come Giulia non lo poteva nemmeno avvertire perché si confondeva con gli altri rumori della natura che erano tanti in quel pomeriggio d’inizio estate. Trattenni il fiato perché avevo paura fosse il mio respiro affannato. Invece continuai a percepire quell’alito. Dava pace e guardando le nuvole bianche che passavano, pensai a quanto ero fortunato. E non era neppure il vento che soffiava tra le foglie. Era un respiro che veniva dal profondo.
Stavo bene; la sensazione era che nulla mi potesse accadere e sperai di unirmi ai fili d’erba che mi stavano attorno. Dai pulce, disse Giulia, vediamo se riesci a battermi a sputi.
Lei era un maschiaccio, sfidava i ragazzi più grandi, quelli che già andavano a scuola in autobus. Correva a piedi nudi perché, diceva, la terra è più calda di un paio di scarpe fatte di pelle morta. Quel pomeriggio d’estate sentii il respiro della Madre Terra ma non lo dissi a nessuno, neppure a Giulia. Era la stessa sensazione che provavo quando in vasca andavo sott’acqua: una pace ovattata. Mi sentivo protetto come in un marsupio. Forse il piccolo canguro, quando guarda il mondo dalla sacca della madre, si sente proprio così: senza paura e sicuro che non gli potrà accadere nulla. Quella fu una bella estate.
Cercai di tornare ogni giorno in quel campo di papaveri e, per qualche minuto, mi sdraiavo e rimanevo immobile. Tenevo gli occhi aperti perché era una bella sensazione vedere l’azzurro del cielo e i cumuli lembi passarmi sopra. In quei momenti era come una mamma segreta che mi consolava per un brutto voto o perché la compagnia dei gemelli mi aveva escluso dalla banda. Nulla ti può accadere sembrava sussurrasse, ci sono io che ti proteggo. E mi fondevo con cielo e terra fino a essere un tutt’uno. Per un attimo, solo un attimo però, pensai d’essere matto; come il vecchio Giovanni che parlava da solo e scarabocchiava su un taccuino tutto il giorno.
Quell’estate Giulia mi dette il primo bacio in un pomeriggio di sole, con le cicale che frinivano e il vento che accarezzava gli alberi. Ancora oggi mi chiedo perché ci tenesse così tanto a me, in fin dei conti ero timido come un caprone, e magro che si potevano contare le costole. Ogni mattina mi guardavo allo specchio per cercare qualche muscolo cresciuto di notte, ma trovavo solo i calzoni che dovevo tenere con uno spago per non perderli. Lei sembrava non accorgersene; diceva che i muscoli servono a chi non ha testa per sognare. A scuola ci andavo volentieri perché mi piaceva la maestra.
Lei era buona come il pane. Aveva sempre un sorriso, anche per il mio compagno di banco che si chiamava Luca. Non era proprio tutto giusto, qualche volta gridava e buttava a terra tutto quello che c’era sul banco, ma lei non si arrabbiava mai. Un giorno disse che bisognava usare la bicicletta per inquinare meno con le auto, ma forse non si rendeva conto che noi avevamo appena undici anni e si usava il trattore per vivere. Aveva un bel sorriso la mia maestra, veniva da un paese di montagna e ci raccontava che d’inverno si andava a scuola in slittino. Io invece attraversavo tre campi di grano, superavo un fosso pieno di rane e saltavo oltre un muretto di vecchi mattoni. Vivevo con i miei in una vecchia casa con il porticato, le stalle e il pollaio accanto, spersa in un mare di grano tra Padova e Venezia.
A quel tempo la vita non era per niente facile. Certo, il mangiare era assicurato, ma per il resto bisognava sempre sacrificare qualcosa per qualcos’altro. Io non mi lamentavo, tanto avevo Giulia e un sacco di terra per correre, ma mio padre che faceva il mezzadro era sempre pensieroso e la sera parlava con la mamma del futuro. Non deve rovinarsi la schiena come faccio io per pochi soldi, diceva, deve lavorare senza le vesciche sulle mani. Io sentivo tutto dalla mia camera, il muro era spesso poche dita, e sarei voluto andare da loro e dire che io stavo bene lì. Poi prendevo sonno con quel sussurrare dei miei che mi cullava in altri mondi.
Sognavo tanto in quel periodo, o forse quando mi svegliavo li ricordavo tutti come fossero veramente successi. C’era un sogno che facevo spesso: io correvo, con Giulia accanto, su un campo infinito di papaveri e lavanda. Per sempre, diceva lei dandomi la mano, io sorridevo e la portavo sotto la grande quercia. Le facevo ascoltare il respiro della Madre Terra e la ferita dell’albero sembrava il sorriso di una vecchia. Per sempre sono due parole che vanno bene nelle favole a lieto fine o nelle canzoni romantiche. Ci stanno pure in certi film, dove si vogliono strappare un paio di lacrime agli spettatori. Ma la vita fu tutt’altra cosa.
Una sera di settembre, mentre stavamo cenando, mio padre disse che ci saremmo trasferiti in città. Aveva disdetto il contratto e trovato un lavoro da operaio in fabbrica. Ma non stiamo bene qua?, chiesi io che già immaginavo di non vedere più Giulia, non ci manca nulla. Devo pensare al tuo futuro, disse lui calando gli occhi, forse per la tristezza o forse per la vergogna. Qua ti spezzeresti la schiena senza risparmiare nulla, devi studiare e non ridurti come me. Mio padre era di poche parole, d’altra parte con chi parlava, solo tutto il giorno a zappare, arare e seminare. Lui non aveva sentito il respiro della Madre Terra e tutta la responsabilità era sulle sue spalle. Quella volta lo odiai con tutte le mie forze. Pensavo che i grandi non fossero capaci di sognare, concentrati sul lavoro e sul dovere.
Marina ritarda, come al solito sarà ferma sotto casa con il ragazzo. Ho paura di ciò che penserà e di sentirmi in colpa per quello che dirò. Deve capirlo. Sono stanco della puzza di detersivo e delle sirene di porto Marghera.
Gaia
Ci trasferimmo dopo la festa dei morti in una giornata stranamente calda. Le stagioni si sono rovesciate e le rondini non sono più puntuali, disse il nonno prima di salutarci. Quando ero giovane, nel giorno dei morti si portava il cappotto e le stufe erano accese. Era forte mio nonno. Aveva settantotto o forse settantanove anni, non riuscivo mai a memorizzare i compleanni, ma ogni mattina si svegliava alle cinque, beveva un caffè d’orzo e usciva di casa, bello o brutto che fosse.
Abitava con noi da quando sua moglie, mia nonna, morì di non so cosa due anni prima. Era in stalla che mungeva le mucche come ogni santo giorno e mio nonno stava con il forcone poco distante a sistemare il fieno per l’inverno, quando si alzò dallo sgabello, e rivolta a suo marito disse che non si sentiva bene. Cadde senza un lamento. Il nonno disse che morì contenta, tra le sue vacche, ma non si può morire contenti, forse rassegnati, forse tranquilli o solo impauriti, ma non contenti. Lui, il nonno, non lo si vedeva fino all’ora di pranzo, quando arrivava con una lepre in mano o una volpe tenuta per la coda. Non si vedevano ferite, e neppure sangue che colava, diceva che bisognava rispettare ogni animale e farlo morire senza sofferenza.
Rimase al casolare; non sono fatto per la città, disse, troppa confusione e troppi odori artificiali. Mi abbracciò e per la prima volta vidi una lacrima sul suo volto rigato dalle rughe. Non aveva pianto neppure quando era morta la nonna. E tu, mi disse tenendomi per le spalle con le mani che sembravano zolle di terra, non farti rapire dalle luci della città, sono false e non rispettano neppure tua madre. Al momento non capii, pensai che mio nonno stesse partendo di testa, poi in auto, mentre lasciavamo per sempre i campi di girasoli, la grande quercia e Giulia, compresi che si riferiva alla Madre Terra. Anche lui aveva sentito il suo respiro e ogni mattina si allontanava per rimanere con lei. Forse in quei momenti riusciva a sentire anche lo spirito di sua moglie morta.
L’auto era di un amico di papà. Noi non potevamo permetterci un’automobile, al massimo si risparmiava per un aratro nuovo o per una motozappa. Le luci di Marghera le avevo viste sempre da lontano. Di notte, sulla linea dell’orizzonte verso ovest si vedeva un cielo rosato, da lontano era spettacolare, quasi magico. Da vicino era tutt’altra cosa.
C’erano fabbriche dovunque e fumo che usciva da ciminiere altissime, un sacco di automobili e tanto cemento. Non vedevo un solo filo d’erba e questo mi creava ansia. Come avrei potuto ascoltare ancora il respiro della Terra. L’odore era intenso, un misto di detersivo per lavatrici e disinfettante.
Avevamo preso in affitto un appartamento in un grande palazzo di otto piani, con ascensore e le cantine nell’interrato sempre piene d’acqua. Chi ci abitava diceva che dipendeva dalle falde che non erano state prosciugate come si deve. Ci stavano sorci lunghi come il mio braccio e piattole che avrebbero potuto mangiare una tartaruga intera, compresa di carapace.
Il nostro appartamento stava al sesto piano e l’ascensore era sempre guasto. Giù, davanti al portone, c’era pure un giardino pubblico con l’erba finta e tanto cemento tutto attorno.
Dicono che ci si adatta a tutto e i bambini sono più disponibili ai cambiamenti. Certo fu che mio padre per garantirmi un futuro migliore perse il sorriso e altro ancora. Lavorava in uno stabilimento che si chiamava Montedison dove si produceva una sostanza che serviva per mille cose. Era addetto all’asciugatura e controllo della temperatura di una grande vasca colma d’acqua, dove galleggiava per tutto il giorno una sostanza lattiginosa. Poi questa sostanza era travasata in altre vasche e infine lavorata in stampi. Era il futuro, diceva ogni sera tornando a casa. Io studiavo, cercavo di farlo contento, ero occupato come ogni adolescente. La scuola funzionava, giocavo a pallone con la squadra della parrocchia in un campo maciullato dietro la chiesa, la domenica ci incontravamo al cinema a fare i cretini con le ragazze. Ero così preso che dimenticai il respiro della Madre Terra.
Fu in quel periodo che i miei cominciarono a preoccuparmi. Io avevo diciotto anni e l’incoscienza di chi deve ancora rendere conto della propria vita. Ricordo ancora il mese perché il venti aprile nevicò. Appena una spolverata di farina che distrusse i germogli freschi sugli alberi.
Non ci sono più le stagioni avrebbe detto il nonno, o forse stanno cambiando, avrei risposto io.
In quel periodo mio padre iniziò a lavarsi ogni volta che tornava a casa. Mi sento sporco, diceva, e giù a consumare sapone. Lo strano era che quando abitavamo al casolare, certe volte tornava dai campi più lercio della scrofa che si sdraiava sul fango, eppure si sedeva a tavola solo dopo una veloce lavata di mani. Un giorno gli chiesi da cosa cercava di pulirsi e lui disse che si sentiva addosso una polvere che si attaccava al corpo e non lo lasciava respirare.
Io ero sotto pressione per gli esami di maturità, sui libri tutto il giorno a capire Svevo e la “funzione della domanda”, e mia mamma passava la lucidatrice anche tre volte al giorno. Si deposita sempre polvere, diceva, e via a pulire i mobili con lo straccio e le finestre con il Vetril. In quella ordinata confusione sentii ancora il respiro della Madre Terra.
Ero in cerca di un posto tranquillo per studiare, visto che la biblioteca era piena e a casa la mamma saltava come un grillo, vagavo con la bici per strade bollenti e deserte. Non so come, mi ritrovai lungo un binario abbandonato della ferrovia. Mi stesi con il libro in mano, appoggiando la testa appena sotto le traversine e percepì quell’alito che avevo dimenticato. Finalmente un briciolo di tranquillità mi dissi. Invece, quel respiro che mi aveva aiutato a superare tante crisi, era cambiato. Ansimava come un maratoneta, era un respiro affannato, per niente tranquillo. Sembrava il respiro di un corridore che trattiene la fatica. Un respiro rumoroso, forse spaventato, a bocca aperta per ossigenare meglio il sangue. Non mi servivano altri problemi, avevo già i miei, così mi alzai e inforcai la bici per destinazione ignota, facendo finta di nulla. La sera stessa a letto, tra l’omicidio Matteotti che sarebbe stato il mio argomento personale e il “problema delle scorte”, si insinuò il grido di aiuto che avevo percepito in quel respiro trattenuto. Il nonno diceva che non bisogna negare una mano a chi sta per cadere, fosse pure il diavolo.
Era morto la primavera precedente. Lo avevano trovato steso sotto la grande quercia con il sorriso e un infarto fulminante.
Tornai al binario abbandonato e in quel respiro raschiante mi parve sentire una richiesta. Non lasciarmi sola, diceva, mi stanno violentando e non ho colpe. Che cosa potevo fare? Ero solo un ragazzo che faticava a risolvere i suoi problemi.
Dopo dieci giorni dagli esami venne giù il diluvio. Una tromba d’aria si portò via la copertura della palestra e i tombini sputarono acqua e fogna allagando con trenta centimetri di sudiciume le strade.
Un casino di auto impantanate, gente scalza che guadava i fiumi artificiali, magazzini diventati piscine coperte.
Sarebbe stato pure divertente se non fosse annegata una mamma in un sottopassaggio allagato. Sperava di passare con l’auto e si era trovata sommersa da due metri d’acqua melmosa. Forse era annegata chiedendosi come mai in città si poteva morire in quel modo. Non ci sono più le stagioni di una volta, avrebbe detto mio nonno. Forse stiamo cambiando noi, gli avrei risposto.
Certo, lei piangerà, strillerà e mi odierà. Sono stufo di perdermi in un labirinto di strade sotto il sole d’estate.
Terra
Mi sposai a trent’anni e nello stesso anno mio padre andò in pensione. Gli avevano concesso cinque anni d’abbuono per l’amianto e lui era tutto contento. E cominciò a tossire.
Io lavoravo in un ufficio luminoso con la macchina del caffè automatica in un angolo e una pianta di plastica nell’altro. Aveva ragione mio padre, non mi sporcavo le mani e ero pagato per immaginare numeri. Mia moglie l’avevo incontrata tre anni prima a una manifestazione contro la vivisezione, o forse era a favore della foca monaca, non ricordo. Quello era il periodo delle proteste di piazza, contro il politicamente corretto. Speravamo di smuovere la coscienza della gente manifestando la rabbia per la terra violentata. È il nostro futuro gridavamo, e noi lo trattiamo come la cacca dei cani: raccolta in sacchetto e gettata.
Lo sapevo che era poco rispetto al grido di dolore della Madre Terra, ma non avevo trovato di meglio. Con mia moglie c’era stata subito un’intesa. Speravamo in un mondo pulito, dove dalle finestre non si sarebbero più viste le ciminiere che sembravano torri ma tutte le sfumature del verde. Ci vestivamo con abiti in cotone riciclato, mangiavamo solo biologico e non tenevamo la televisione in casa. Dopo tre anni nacque nostra figlia. Ammetto che non la volevamo, come potevamo essere così egoisti e mettere al mondo una creatura che avrebbe mendicato l’acqua.
Comunque la vita dona e la vita toglie.
Mio padre fece in tempo a festeggiare il primo anno della piccola, e un cancro alla laringe lo uccise. Non subito, prima fu operato alla gola: una laringectomia totale. Ritornò con un buco appena sotto il colletto della camicia. Durò sei mesi con la voce metallica che sembrava un robot. Se ne andò il giorno che una delle cinque Torri di Cortina crollò su se stessa. Tutto si trasforma, nulla rimane immutato. Anche le idee.
Lara, mia moglie, divenne una sindacalista di quelle toste che combattono i padroni e la politica sprecona. Si allontanò sempre più dalla famiglia e dal nostro credo. Divenne una donna delle nuvole, sempre in viaggio tra Marghera e Roma, troppo impegnata per continuare la lotta per la Terra. Ma io cambio il sistema dall’interno diceva, e stava giorni senza venire a casa. Ci separammo consensualmente quando la piccola aveva sei anni. Tieni tu la bambina disse, io non sono una buona madre. Ma sono i padri che abbandonano i figli, dissi, la madre è unita nel bene e nel male. Non potrei seguirla, mentre tu sei sempre stato presente. Addio.
I buoni propositi di una terra coperta di verde, delle proteste contro, erano andati alla malora e la mia mente si riempiva di banalità importanti: la carriera, la scuola, il morbillo, il primo appuntamento. Ogni anno che passava era più veloce di quello precedente, e dimenticai di ascoltare il respiro della Terra. E venne il momento di decidere. Sembra il titolo di un film ma non potrei definirlo con altre parole.
Per il sedicesimo anno di età volevo regalarle un giorno speciale, da poterlo raccontare alle amiche e tenerlo come un caro ricordo. Ci pensai per giorni e tutto mi sembrava già visto. Poi l’idea venne, semplice come il volo di una mosca. Non era ciò che poteva aspettarsi, ma doveva essere lo stesso un giorno da non dimenticare.
Era il venerdì di mercato, un caldo bestia per essere appena il quindici marzo, ma ci si doveva abituare a questi sbalzi di temperatura, avevano detto alla televisione. Colpa delle mucche diceva uno scienziato, e del metano che producono. Il gas che si forma trattiene il calore del sole provocando l’effetto serra. Non sapevo se ridere o maledire i creduloni che lo ascoltavano. Ma forse è pure colpa nostra, tra poco ci sarà una lotteria statale che premierà gli stitici, oppure una tassa per ogni flatulenza, o forse sarà raccolta in accumulatori di energia. Chissà.
Comunque la portai sulle sponde della barena, dove la laguna penetra nell’entroterra. Lei era ancora una ragazzina per certi versi, quindi rimase a bocca aperta quando le presentai il regalo: un cavallo pezzato. Buon compleanno tesoro, le dissi. Il posto lo avevo scelto con cura, non volevo fosse troppo civilizzato, proprio come nei film degli indiani; doveva esserci verde a perdita d’occhio e sentieri per cavalcare in sicurezza.
Lei andò e io sentii mia Madre.
In quel luogo, lontano dal rumore continuo della città, senza la tovaglia di asfalto che mi separava dalla terra, percepii distintamente la sua amarezza. Ricordo che quando ero piccolo, mia mamma quando si arrabbiava non si controllava. Prima urlava che la sentivano i vicini a due campi di distanza; poi lanciava piatti e bicchieri contro il muro, e sbatteva porte. Infine si sedeva sconsolata in cucina e borbottava di essere amareggiata, delusa, rattristata da un figlio disubbidiente. E questo era peggio di uno schiaffo. Lei non picchiava, ma le parole ferivano. A me veniva il cuore in gola, e la paura di deluderla era tanta.
Sentivo la delusione salire dal profondo: “Sono saltate le stagioni, le balene perdono la strada di casa e il cielo è una caligine di veleni. La madre protegge il figlio fino a morire per lui, ma la madre chi la protegge?”
Sento la chiave girare, uno due, tre scatti e la porta si apre.
Marina entra e mi trova in cucina che bevo uno schifoso caffè d’orzo.
«Ciao papà, come mai ancora alzato?»
Ora glielo dico, sono stufo di chi dice che l’anno prossimo verrà la fine del mondo. La fine di cosa poi, forse del petrolio, del carbone, dei funghi di montagna, delle acciughe sotto sale.
«Marina, ci trasferiamo in campagna, nel casolare dei nonni.» Mi guarda a bocca aperta, non se lo aspettava.
«Non voglio andarmene.»
«Bisogna, è necessario.»
«Per chi? Io qui ho le mie amicizie, il ragazzo, posso uscire di sera e trovare un locale aperto.»
Non le dico che sono stufo di contare gli amici morti di cancro. Non voglio succeda anche a lei.
«L’aria è più pulita in campagna. Ci staremo bene e potrai andare a cavallo quando vuoi.» Lei mi lascia nuovamente solo, si chiude in camera. Piangerà. Mi odierà.
Ho voglia di perdermi in un campo di girasoli e come un buon figlio, non vergognarmi più della vecchia Madre.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
LETTERA ALLA MAREA
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca
IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da
In un contesto dove le sfide quotidiane si intrecciano con la speranza, il libro esplora la storia di Serena Gullaci. Attraverso una narrazione poetica, divertente, nostalgica e immediata l'opera affronta temi cruciali come la resilienza e la ricerca di identi
Un insolito viaggio di andata e ritorno
È la storia di Olivia giovane scrittrice freelance, che non riesce più a scrivere storie emozionanti. La sua editrice le dice che deve ritrovare la sua vena perché i suoi personaggi, nelle ultime storie, avevano perso carattere. Le consiglia di andare in mezzo
Codice aperto- L'algoritmo a palazzo
CODICE APERTO- L’algoritmo a PalazzoSono le 9 di lunedì 13 aprile quando accendo il registratore davanti al municipio. Il cartello con il nome del nuovo sindaco è già affisso all'ingresso: Alba Rizzo. Lo leggo ad alta voce, per verificarne la consistenza. Ness